Niente di nuovo sul fronte occidentale

Qualche giorno fa stavo facendo una passeggiata in montagna (durante uno dei pochissimi giorni di sole che ci sono stati in montagna questa settimana) e per caso ho sentito una signora dire, a mo’ di proverbio, che era ancora “Calma piatta sul fronte occidentale”.

Non è la prima volta che sento una frase simile e mi è sempre suonata strana, un po’ perché è una frase che sembra appartenere a un altro secolo, un po’ perché usata in contesti diversissimi, così sono andata a cercarne l’origine. In effetti, appartiene davvero a un altro secolo e non è nemmeno un proverbio o un modo di dire, bensì è il titolo di un libro, storpiato – come sempre accade quando qualcosa diventa di uso comune.

copertina niente di nuovo sul fronte occidentaleNiente di nuovo sul fronte occidentale è un romanzo autobiografico di Erich Maria Remarque che racconta l’esperienza vissuta nelle trincee durante la Prima Guerra Mondiale (che giusto in questo periodo compie 100 anni, sempre che si possa usare il verbo “compiere” per una guerra). Il titolo, che compare alla fine del romanzo come ultimo bollettino di guerra, sta a significare una situazione di estrema calma e tranquillità sul campo di battaglia di un conflitto che è ormai giunto al termine e del quale non è rimasto nulla da dire.

Mi ha stupito scoprire che quello che credevo un modo di dire è in realtà il titolo di un libro e che è sempre stato usato, almeno le volte in cui mi è capitato di sentirlo, per descrivere situazioni molto tranquille ma che non avevano assolutamente nulla a che fare con la guerra, anzi…

Storpiature o riprese come questa ce ne sono un’infinità, da “Non è tutto oro quel che luccica” (preso da Shakespeare) a “Rendere pan per focaccia” (da Boccaccio), però “Calma piatta sul fronte occidentale” mi ha sempre incuriosita e devo dire che mi ha fatto venir voglia di leggere il romanzo di Remarque. Non si prospetta una lettura leggera visto l’argomento, ma è pur sempre qualcosa che ha a che fare con un modo di dire usato di tanto in tanto nelle conversazioni di tutti i giorni. Insomma, si tratta di capire perché usiamo alcune frasi e non altre per descrivere un certo tipo di situazione, qualcosa che è sempre bene sapere se non si vuole fare una figura barbina!

Lost somewhere – Capitolo 3

Capitolo 1
Capitolo 2

 

 

«Zucchero»

Detestava quando la chiamava “Zucchero” perché voleva dire che il cliente era un pezzo grosso della politica o che al peggio gestiva una qualche attività illegale. Lo detestava perché metteva nella parola e nel tono con cui la pronunciava un’eccessiva dose di carineria che normalmente mancava e che le faceva venire in mente un’immagine ben precisa: vedeva il corpo flaccido del suo capo appeso per i piedi in un qualche magazzino abbandonato, mentre il cliente lo minacciava di dargli quello che chiedeva se voleva uscire con le sue gambe. Era così che quella storia delle chiamate extra e dei favori era iniziata e tutte le volte che il suo capo le avrebbe chiesto aiuto le sarebbe balzata davanti agli occhi la stessa immagine.

«Evita questa puttanata di chiamarmi “Zucchero”. Chi devo essere questa volta?» si era seduta nel suo ufficio privato quasi mezzora prima e ancora non le aveva detto né per chi, né cosa avrebbe dovuto fare quella sera, dopo che l’aveva fatta precipitare all’ultimo piano della sede della compagnia dicendole che era questione di vita o di morte. Se c’era una cosa che non poteva tollerare, era la vena melodrammatica del suo capo, perché aveva la tendenza a metterla nei casini più di quanto non le succedesse normalmente.

«Vogliono stipulare un contratto con un dissidente turco, però lui in cambio vuole un passaporto diplomatico. I nostri clienti non sono esattamente membri del governo, quindi hanno bisogno di una finta ambasciatrice che lo rassicuri e lo induca a firmare» il suo capo si mise a fumare, tirando boccate sempre più ravvicinate e ansiose. Capì che dovevano averlo appeso per i piedi un’altra volta.

L’idea di fingersi un’ambasciatrice non le faceva fare i salti di gioia. Certo, era una sfida all’altezza delle sue capacità e poteva puntare in alto, ma promettere qualcosa come l’asilo politico era fuori dalla portata di chiunque. Si ripeteva sempre che una buona bugiarda non doveva tradirsi in nessun modo e sentiva che quell’incarico le avrebbe rovinato la serata, oltre a rischiare di farla finire sul libro nero di qualcuno.

«Non hanno tempo di aspettare» il capo le lanciò uno sguardo supplichevole, il che le ricordò inspiegabilmente la voce del tizio nella sua segreteria, quello dell’incontro con i compagni di scuola. Subito dopo si chiese perché era uscita dalla vasca tanto in fretta per sapere di che lavoro si trattasse, quando poteva gustarsi la bottiglia di vino in solitudine e tranquillità. Il pensiero dei soldi e della settimana libera la fecero piombare di nuovo nella realtà; era fatta così e il bisogno di denaro era più forte di qualunque altra cosa.

«Voglio avere carta bianca. Gli farò firmare tutto quello che vogliono, ma non devono interferire» le sembrava una condizione accettabile se avevano un così disperato bisogno di lei. «Altrimenti dovranno chiedere a qualcun altro»

Già sapeva che non le avrebbero mai detto di no e quando il suo capo le disse che i clienti avevano accettato e che stavano venendo a prenderla, avvertì la troppo familiare adrenalina che iniziava a diffondersi in ogni angolo del suo corpo. Trovava stupido cadere nella tentazione di incanalare la pressione in una reazione da principiante come quella di “sentire l’adrenalina” ma quegli extra lavorativi erano le sole occasioni in cui la sua abilità di essere una bugiarda perfetta le sembrava il dono più grande che avesse mai ricevuto. Solo nei primi anni aveva avvertito quel genere di sensazione, che le aveva permesso di arrivare fin lì e di farsi una certa reputazione nel giro, e credeva che una veterana come lei non fosse più in grado di sentire paranoie assurde come l’ansia di fallire. Quei lavori le avevano fatto mettere in discussione ogni certezza e le avevano fatto riscoprire cosa voleva dire dover fare affidamento sull’efficacia della propria abilità nel mentire per evitare di avere problemi. Se ripensava alla prima volta in cui aveva aiutato quel buono a nulla del suo capo, si pentiva immediatamente di non averlo lasciato appeso a testa in giù e di aver detto che ci avrebbe pensato lei risolvere la situazione. Era tardi per i rimpianti e l’avidità le avrebbe causato continuamente problemi.

L’auto del cliente la stava già aspettando quando uscì dalla sede dell’agenzia per cui lavorava; l’autista scese ad aprirle la portiera e mentre saliva, le indicò un plico abbandonato sul sedile. Lo sfogliò mentre l’auto attraversava la città diretta verso il centro, nel quartiere dei ricchi e dei locali esclusivi. Il lavoro era relativamente semplice e veloce, in fondo avrebbe dovuto solo assicurare al dissidente che avrebbe avuto asilo politico in cambio di una firma, ma quello che doveva preparare per riuscire a portarlo a termine non era altrettanto facile. Si trattava di creare una vita intera e di renderla credibile persino per lei, perché se voleva che il suo obiettivo fosse convinto della sua storia, lei era la prima a doverla credere vera al cento per cento. “Conosci chi ti sta di fronte e potrai fargli credere ciò che vuoi” le era stato detto tanto di quel tempo prima che ormai faceva fatica a ricordarsi il volto della persona che lo aveva fatto, ma quella frase era ciò che le aveva permesso di diventare così brava e anche quella volta se la ripeté fino allo sfinimento, nel tentativo di assimilare al meglio quei caratteri che di certo il turco avrebbe dato per scontati e che non avrebbe faticato a credere verosimili. Per montare e ridefinire ogni aspetto del suo personaggio le bastò il tempo che l’auto impiegò per raggiungere il locale dove la stavano aspettando e quando mise piede fuori dalla vettura, seppe di non essere più se stessa ma di essere diventata la donna di cui i clienti avevano bisogno. Camminava in modo diverso, respirava in modo diverso e pensava in modo diverso, tanto che quando entrò nel locale e si vide riflessa nello specchio appeso alla parete dell’ingresso, avvertì la piacevole sensazione di osservare un’altra persona. Fingersi un’ambasciatrice era una pessima idea, non lo negava, ma le stava dando l’opportunità di provare qualcosa che non le capitava da secoli e che la riportava indietro nel tempo a quando ancora pensava che mentire in quel modo fosse divertente ed eccitante.

Stando alle istruzioni che le aveva dato il suo capo, i clienti e il dissidente turco la stavano aspettando nei salottini privati al secondo piano, perciò si addentrò nel locale passando a lato della pista da ballo. Era già stata in posti simili per altri incarichi – la città era piena di bar che servivano per nascondere le attività illegali dei proprietari – e dunque immaginava che tipo di clienti si fossero rivolti al grassone che l’aveva assunta, ma nonostante sapesse a cosa stesse andando incontro continuò a inoltrarsi in mezzo alla folla agitata da una musica assordante. Individuò quasi subito la porta che conduceva alle stanze dei piani superiori e non si fermò nemmeno davanti al tizio tutto muscoli messo a guardia dell’ingresso; una parola su chi fosse, uno sguardo deciso e si ritrovò a salire una scala stretta dietro a una ragazzina con la metà dei suoi anni e la metà dei vestiti.

Le fu facile capire chi fosse chi quando entrò nel salottino privato e si trovò davanti quattro uomini, due in completo nero stile gangster (i suoi clienti – il suo capo aveva seriamente un pessimo senso degli affari) e gli altri in tenuta informale, quasi trasandata come se fossero sopravvissuti a un lungo viaggio. Il dissidente turco era il più anziano dei due, quello dall’abbigliamento meno curato e lo riconobbe grazie al colore olivastro della pelle e alla lunga cicatrice che gli segnava lo zigomo sinistro. Le bastò uno sguardo mentre si accomodava per aggiustare il personaggio dell’ambasciatrice e far sì che rispecchiasse la donna che lui si aspettava.

Dell’altro non riuscì a farsi un’idea di chi fosse o di quanti anni potesse avere, anche perché se ne stava seduto su un divanetto con la testa appoggiata contro il muro e il volto coperto dal cappuccio della felpa; le fu chiaro solo che si trattava di una guardia del corpo, sicuramente armata.

«Ambasciatrice!» esultò il turco mentre la guardava sedersi dall’altro lato del tavolo. «Ho atteso tanto il suo arrivo»

«È sabato sera per tutti, signor Yassin» sorrise conciliante, approfittandone per controllare i documenti sparsi sul tavolo e la penna ancora perfettamente chiusa. Se il suo piano andava come previsto, presto sarebbe stato tutto finito. «E per quanto sia felice di aiutare un Combattente, ho anch’io una famiglia di cui occuparmi»

«Siamo uomini di parola» uno dei due in completo seguì i movimenti della ragazza. Ormai non aveva più dubbi su chi l’avesse chiamata. «Adesso possiamo concludere l’accordo»

«Conosce la causa per cui mi batto?» il dissidente si rivolse nuovamente alla ragazza, ignorando tutti gli altri presenti nella stanza.

Era la domanda che aspettava e che avrebbe messo in moto gli ingranaggi della falsa vita che si era costruita, anche se in parte aveva attinto da fatti e persone che esistevano realmente. Da quel momento in avanti doveva calcolare le parole e le azioni fin nel minimo dettaglio, altrimenti sarebbe saltato l’intero castello.

«Posso dire di essere sposata alla causa, anche se il mio ruolo e il mio Paese dovrebbero essere imparziali» si toccò l’anulare sinistro come se si fosse trattato di un gesto involontario e sovrappensiero. Non c’era nessun anello ma il turco doveva credere che ci fosse una promessa di riceverlo da qualcuno impegnato nella causa.

«I cuori degli uomini e delle donne non sono mai imparziali, ambasciatrice. Posso chiederle chi è il fratello nei suoi pensieri?»

«Un medico» la ragazza inclinò la testa, fingendo di arrossire per la vergogna di una rivelazione tanto intima a uno sconosciuto. «È partito per aiutare i bambini nel campo profughi sul confine orientale»

Era la mossa più rischiosa di tutto il piano, perché specificava un luogo e una persona che di certo il turco conosceva bene. Era poco più di un pettegolezzo su di un medico partito per proteggere i bambini sfollati e che lasciava in patria la propria compagna, molto probabilmente un’ambasciatrice importante. Se non fosse stato per un’immigrata turca incontrata nel palazzo gemello di quello in cui viveva lei, non avrebbe avuto nessuna base su cui costruire il personaggio e il lavoro si sarebbe rivelato decisamente più difficile.

Il turco sembrò non credere a quello che aveva appena detto; sul suo volto lesse dell’incredulità e percepì una crescente tensione che la mise in allarme. Anche gli uomini in completo si agitarono e si scambiarono quella che le parve un’occhiata insoddisfatta. Fu solo perché si concentrò sull’impassibilità dell’uomo sul divanetto che riuscì a recuperare la calma; se restava tranquilla anche solo una persona, lei aveva la possibilità di continuare con la recita che aveva architettato.

«Dio deve aver benedetto il mio cammino. Ho conosciuto quel medico e mi parlato della sua famiglia… Lei, ambasciatrice, è una donna benedetta»

Era fatta. Il suo piano aveva funzionato e finalmente avrebbe fatto firmare a quell’uomo ciò per cui era stata assunta, poi avrebbe aspettato i soldi che le dovevano e se ne sarebbe rientrata a casa, dove la aspettava ancora quella bottiglia di vino. L’adrenalina era finita, la sensazione di poter fallire era scomparsa non appena si era accorta che il turco si era bevuto ogni parola che aveva pronunciato, a ogni gesto che aveva intenzionalmente mimato. Era in parte rimasto il compiacimento per essere riuscita ancora una volta a far credere ciò che voleva a chi le stava di fronte, ma anche quello stava velocemente scivolando via insieme a tutto il resto. Il suo talento non stava sparendo e non aveva nemmeno bisogno di una vacanza; quello che le serviva erano stimoli e sfide come quella, ma il suo banale lavoro all’agenzia non avrebbe mai potuto dargliele ed era per quello che avrebbe continuato ad accettare tutti gli incarichi extra che il suo capo le proponeva.

Per far sì che il turco firmasse le restava solo una cosa da fare, perciò estrasse dalla tasca il passaporto trovato in macchina e glielo mostrò. Lui annuì e afferrò la penna, avvicinando tutti i documenti.

«Yassin, il medico non aveva anche una figlia piccola? Ti ricordi il nome?»

La ragazza spostò lo sguardo sull’uomo incappucciato seduto sul divanetto. Tutto era andato perfettamente fino a quel momento e se solo avesse continuato a starsene zitto, sarebbe potuta uscire da lì in poco tempo. Il primo pensiero fu di essere stata scoperta. Chiunque fosse quel tizio, la aveva sicuramente osservata sin da quando era entrata nella stanza ed era riuscito a capire che non era chi diceva di essere. Non avrebbe mai immaginato che la sua mania di essere credibile avesse potuto tradirla dopo averle dato l’impressione di essere riuscita a imbrogliare il turco così facilmente.

«Hai ragione!» l’uomo posò la penna nuovamente sul tavolo e sorrise alla ragazza. «Ricordo che sua figlia aveva un nome stupendo»

Per una come lei brancolare nel buio era una novità che, per quanto potesse servire per metterla alla prova e far vedere di cosa fosse capace, era capitata nel momento sbagliato. Non aveva idea di come avrebbe fatto a inventare il nome di una figlia di cui nemmeno sapeva l’esistenza e benché cercasse in ogni modo di ricordarsi parola per parola il discorso dell’immigrata turca, sapeva di dover tentare l’impossibile. Si rese conto che non importava se l’avessero scoperta o no; quello che doveva fare era mantenere la concentrazione per non far crollare la maschera del suo personaggio e fare attenzione a un uomo che prima non aveva stupidamente considerato. Si sentiva un topo in trappola ma se voleva uscire da lì, avrebbe dovuto continuare a mentire e le conveniva essere più convincente che mai, soprattutto perché un lavoro come il suo, benché avesse un numero spropositato di clienti, era mal tollerato da chiunque e la fine possibile se si veniva scoperti era una sola.

Posò con lentezza il passaporto sul tavolo. La prima regola era restare tranquilla e pensare sempre a come evolvere il personaggio per adattarlo alla situazione. Doveva diventare una madre che di sabato sera abbandonava la figlia per portare un passaporto a un dissidente, perciò serviva solo un comportamento leggermente diverso da quello di partenza. Non esisteva una madre del genere ma lei era lì, dunque doveva fare in modo che tutto andasse liscio come l’olio.

«Lei è la mia luce. Fatico a starle lontana» confessò, guardando dritto negli occhi Yassin nella speranza che vi leggesse la disperazione di una madre. «È ancora così piccola» se quella recita fosse andata storta, né lei né il suo capo sarebbero arrivati indenni al mattino successivo, perciò le conveniva finirla lì e non aggiungere nient’altro.

«La piccola luce deve avere un nome, no?» non fu l’uomo incappucciato ma il signor Yassin a insistere.

«Perché non firma?» il cliente in completo tornò all’attacco e per una volta la ragazza apprezzò l’iniziativa di chi le stava attorno. «Così noi potremo concludere il nostro affare e lasciare che l’ambasciatrice torni a casa»

«Mi dica il nome della sua bambina, ambasciatrice. È una questione di fiducia e io non tratto bene le persone di cui non mi fido»

L’uomo sul divano si alzò e si avvicinò al dissidente turco. Per un attimo temette il peggio, vedendo che la bocca appena visibile sotto il cappuccio si avvicinava all’orecchio dell’altro, ma lei non era incline a darsi per vinta almeno fino a che non si fosse ritrovata con le spalle al muro, perciò aspettò di vedere cosa sarebbe successo. Si stupì quando si accorse che era la stessa sensazione provata mentre si chiedeva perché non avesse lasciato a se stesso il chiacchierone incontrato la sera prima nel locale sperduto chissà dove nella periferia di quella città. Anche quella figura incappucciata le suscitava le stesse emozioni di attesa e curiosità che non riusciva a decifrare, esattamente le stesse che poi l’avevano spinta a precipitarsi fuori dal locale per restituire allo sconosciuto il resto e il biglietto da visita. Era il momento sbagliato per pensare a una cosa simile, ma si ricordò che quel pezzettino di carta rettangolare doveva trovarsi ancora nella tasca della sua giacca e per una qualche ragione, focalizzò la propria attenzione sulla parola stampata sul retro. Ne vide le lettere, le disegnò nella sua testa tratto dopo tratto mentre fissava il profilo nero del cappuccio della felpa, decidendo di ignorare tutte le precauzioni che avrebbe dovuto prendere in una situazione simile per riuscire a restare nel suo personaggio.

I due uomini in completo si agitarono e quello più vicino alla ragazza la fissò di sbieco. Non sarebbe riuscita a scappare tanto in fretta e il suo capo si sarebbe ritrovato appeso per i piedi forse per l’ultima volta in vita sua. Quella volta, il suo essere melodrammatico avrebbe avuto un perché più che valido.

«Si chiama Eke» sorrise sia all’uomo incappucciato sia a quello più anziano. Pensando a quel biglietto si era distratta quel tanto che bastava per riuscire a ricordare tutta la storia dell’immigrata turca e trovare il momento preciso in cui parlava della famiglia del medico. Aveva parlato di un figlio, o di una figlia, e aveva pronunciato il suo nome una sola volta ma per lei era più che sufficiente.

Ci fu un attimo di silenzio assoluto, in cui i respiri di tutti si fermarono nell’attesa di capire cosa sarebbe successo e in cui anche la musica proveniente dal piano di sotto sembrò sparire, ma poi l’uomo incappucciato si allontanò dall’orecchio di Yassin, gli tolse la penna di mano e firmò tutti i fogli con un gesto rapido e secco.

I clienti furono più sorpresi della ragazza di fronte a quell’imprevisto, tanto che si guardarono e sui loro volti lessero lo stesso pensiero di non sapere cosa stesse accadendo; lei, per quello che la riguardava, era sollevata che tutto fosse andato come sperava e se si fosse trovata da sola, sarebbe scoppiata a ridere. Quegli uomini non avevano nemmeno idea di chi fosse il dissidente turco e chiedevano a lei di essere un’ambasciatrice convincente.

«Credo che l’ambasciatrice possa andare a casa ora» se non avesse avuto il volto coperto, la ragazza avrebbe potuto certamente vedere un sorriso di scherno. Di certo, era appena stata giudicata come una pessima madre ma non le importava più, non ora che poteva finalmente tornarsene a casa e finire quello che aveva iniziato.

Era quasi alla porta, dava già le spalle ai quattro uomini, quando si fermò e li sentì parlare di cambiare stanza per approfittare degli altri servizi che il locale offriva. In particolare, fu la voce dell’uomo con il cappuccio a terrorizzarla tanto da paralizzarle le gambe. Quella serata era partita con il piede sbagliato e lo sapeva che sarebbe finita storta solo per il modo in cui era arrivata fino a quel punto, ma quanto male sarebbe andata era qualcosa su cui non aveva riflettuto.

«Non credevo che il lutto e i funerali durassero così poco»

Qualcuno chiese il perché di quella frase ma a lei fu chiara fin da subito. Il medico era morto e se lei fosse stata davvero chi diceva di essere non si sarebbe dovuta trovare lì, ma sarebbe rimasta a casa con la figlia o sarebbe corsa dovunque si trovasse il corpo dell’uomo che amava. Sapeva persino lei quale comportamento sarebbe stato giusto avere in una situazione del genere e capì che il suo personaggio si era sciolto come un burattino di cera non appena aveva giocato le sue carte. Pensò per tutto il tempo al perché avesse commesso un errore di quel tipo; da quando scese le scale guidata dalla stessa ragazzina semi-nuda a quando si risiedette nella macchina che l’aveva accompagnata lì e che la stava portando verso la periferia, si chiese quanto tempo avrebbero fatto passare i suoi clienti o gli uomini del dissidente turco prima di andare a prenderla e farle pagare il fatto di essere una bugiarda. La sola cosa di cui non dubitò fu che, se voleva sperare di restare viva, le restava solo un’alternativa: doveva fare le valige e sparire.

Amélie

Girovagando su internet senza ben sapere che fare, mi sono ritrovata a cercare un po’ di curiosità su uno dei film più belli (e a suo modo geniale) che ho visto in vita mia, Il favoloso mondo di Amélie, e per caso ho trovato un articolo alquanto strano… Questo il titolo: “25 motivi per cui Il favoloso mondo di Amélie è una schifezza”. Mi è sorta spontanea una domanda: lo hanno visto?

Prima premessa: io non ho le competenze sufficienti per dare un giudizio tecnico sul film, è solo il mio personale gusto che me lo ha fatto amare.

Seconda (e forse la sola veramente necessaria) premessa: non tutti abbiamo gli stessi gusti.

immIl favoloso mondo di Amélie (Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain) è un film del 2001, diretto da Jean-Pierre Jeunet e interpretato da Audrey Tautou (Coco Chanel in Coco avant Chanel e Sophie Neveu ne Il codice Da Vinci). Trama: Amélie cresce in provincia, siamo in Francia. Suo padre è un medico fin troppo originale: visita ogni mese la figlia, che si agita ogni volta, e crede che sia malata di cuore. La madre, uscita dalla chiesa, viene schiacciata da una suicida. Più grande la ragazza va a Parigi. Fa la cameriera e incontra tanta gente. Il 31 agosto 1997 è il giorno decisivo della sua vita: vede in tv il servizio dulla morte di lady Diana, le cade di mano un tappo di bottiglia che finisce sotto una piastrella, dove Amélie trova una vecchia scatola di cianfrusaglie (figurine, la foto di un calciatore, un ciclista di ferro). Si mette in testa di rintracciare il proprietario, che a quel punto avrà una cinquantina d’anni. Lo trova, gli restituisce il “ricordo” e gli cambia la vita. Da quel momento decide di far felice il prossimo.

È un film allegro, divertente e tutte le volte in cui ho avuto occasione di guardarlo, mi ha trasmesso la felicità che Amélie Poulain vuole regalare alle persone che la circondano. È una favola, moderna ma pur sempre una favola, e Amélie è la fatina buona che corre in aiuto di tutti e che guarda il mondo con dolcezza. Ma Il favoloso mondo di Amélie non è solamente questo, perché Amélie porta avanti la sua “missione” con una dedizione fin troppo sentita, che in realtà nasconde un totale disamore per se stessa e una fiducia incrollabile nella facoltà di immaginare. Ecco che tutto il messaggio del film si trasforma, rivelando dietro al buonumore una critica alla sciocca idea di poter governare e controllare fino in fondo le potenzialità che la vita ci offre, quando è il destino ha decidere per noi e a non dare spiegazione delle sue scelte.

Però non tutte le persone che lo hanno visto, magari, condividono il mio punto di vista ed ovviamente giustissimo. Nonostante questo, anche per riprendere un po’ il filo con l’articolo di cui vi parlavo, sono più che convinta che Il favoloso mondo di Amélie debba essere visto più di una volta e che, anche se non rientra nella classifica dei nostri 10 film preferiti, resta comunque un film capace di cambiare, almeno un pochino, il nostro modo di guardare il mondo.

 

Lost somewhere – Capitolo 2

Capitolo 1

Il lavoro era sempre stato stancante, ma lo era in maniera quasi insopportabile il sabato mattina, quando si trovava faccia a faccia per due ore consecutive con una crocerossina che la credeva un’orfana bisognosa di aiuto. Ormai erano due mesi che portava avanti quella recita e stava quasi iniziando a stancarsi di fingersi così disperata da aver bisogno che una donna di mezz’età con la sindrome da Madre Teresa le portasse da mangiare e si prendesse cura di lei. Ma se serviva per appagare i suoi desideri, allora sarebbe stata al gioco ancora per un po’, quanto meno fino a quando la donna avesse continuato a pagare la società per la quale lavorava.

Ciò che rendeva quelle due ore difficili da sopportare era la poca inventiva che la crocerossina le lasciava. Non aveva problemi quando i clienti le permettevano di dare libero sfogo alla fantasia e assecondavano gli slanci e gli imprevisti che le sue bugie creavano, anche perché in quel modo riusciva a tenere la situazione sotto controllo, ma il sabato era lei a dover seguire un copione senza avere la possibilità di improvvisare e questo la metteva in agitazione. Non le piacevano le sorprese e la crocerossina cercava sempre di stupirla, inventando situazioni sempre diverse ma che sfociavano sempre nello stesso cliché. Si trattava di una storia banale, dove lei finiva per recitare la parte della cenerentola assoggettata a una rigida ma benevola matrigna.

A parte le due ore della mattina, però, quello che rendeva il sabato il giorno lavorativo peggiore dell’intera settimana era la riunione con i colleghi, che si prolungava dall’ora di pranzo fino a sera inoltrata senza darle la possibilità di andarsene prima. In un lavoro come il suo era di vitale importanza conoscere i clienti con cui si aveva a che fare, i loro gusti, quello che desideravano e il carattere che si aspettavano avesse il personaggio per il quale stavano pagando fior di soldi, perciò di sabato tutti i dipendenti ricevevano l’elenco dei lavori da svolgere la settimana successiva e dovevano immedesimarsi in tutti i ruoli che erano stati richiesti. Lei lo trovava una perdita di tempo, soprattutto perché riusciva a capire come comportarsi solo guardando chi le stava di fronte e non certo leggendo una stupidissima e impersonale scheda precompilata e su cui i clienti segnavano delle crocette per dire “Questo mi piace” o “Questo non mi piace”. Per lei era inutile perciò, se le riusciva, il sabato pomeriggio, quando la crocerossina se ne andava felice e in pace con se stessa per aver aiutato una povera orfanella, lo passava in uno degli studi deserti della sede a impersonare quei due o tre personaggi che i suoi clienti fissi tanto adoravano. Da sola non era divertente ma le serviva per avere una paga e tanti extra alla fine del mese.

Quel sabato era iniziato nello stesso modo e persino Madre Teresa non si era allontanata troppo dalla versione della storia che aveva proposto nell’ultimo incontro, quindi era riuscita a sopportare un po’ di più la mania di controllo della cliente e poteva ritenersi abbastanza soddisfatta per averle dato quello che desiderava ed essersi assicurata anche per quella volta una cospicua mancia. Le ore erano scivolate le une dietro le altre senza intoppi fino a sera, quando si era di nuovo diretta verso casa, e nulla sembrava ricordarle l’incontro della notte prima né il fatto che non fosse più stata in grado di ritrovare il bar in cui si era rintanata tutte le sere per una settimana. Non ci aveva pensato nemmeno così spesso come si era immaginata; ne era rimasta sorpresa ma non andava oltre e lei non era certo il tipo da perdere il sonno rimuginando su qualcosa fuori dall’ordinario. Aveva già avuto una cospicua dose di incontri strani in vita sua e non era disposta a prendere sul serio anche un chiacchierone conosciuto per caso e che non avrebbe di certo rivisto.

Casa sua, il buco che avrebbe offeso la parola “appartamento” se così fosse stato definito, si trovava fuori città, a circa un’ora di metrò dalla periferia, in un complesso nascosto tra delle fabbriche tessili che non funzionavano più da anni. Gliel’aveva trovato il suo capo, dicendole che quel posto era il più adatto per una come lei che era abituata a sparire quando le acque si agitavano (in realtà al suo capo faceva comodo che lei non si facesse vedere più di tanto nei quartieri vicini al centro, almeno era certo che l’Agenzia del Lavoro non sarebbe mai andata a chiederle i documenti necessari per essere in regola), e nonostante avesse una buona paga, non si era mai posta il problema di cercarsi una casa più grande o in un posto migliore. Stava bene anche lì e dopo che si era abituata alla presenza invisibile dell’inquilino del piano terra, non le sembrava più il caso di chiedere al suo capo di trovarle una casa che facesse meno schifo o che avesse almeno l’acqua calda per più di quattro ore al giorno. Non ci restava mai così a lungo.

Mise piede nel palazzo e come tutte le volte in cui entrava o usciva, avvertì immediatamente lo sguardo viscido del suo unico vicino squadrarla attraverso lo spioncino. Per i primi tempi si era sentita a disagio, come se qualcuno l’avesse messa in un vetrino e osservata a un microscopio, ma poi aveva smesso di pensarci. Se ne accorgeva, la pelle delle braccia e del collo le diventava elettrica e doveva combattere con tutta se stessa contro l’impulso di guardarsi attorno, ma aveva deciso di smettere di preoccuparsene almeno nel tratto di strada tra il pianerottolo al piano terra e la fine della rampa di scale al terzo piano.

Mantenendo sotto controllo l’impulso di voltarsi verso la porta annerita dietro la quale sapeva esserci il vicino, salì con calma i gradini cigolanti e solo dopo che fu entrata in casa ed ebbe chiuso la porta a doppia mandata, si concesse un veloce sospiro colmo di sollievo.

Era sollevata che fosse sabato sera, che l’inquilino si fosse limitato a osservarla dallo spioncino e non l’avesse seguita su per le scale e che fosse finalmente libera di essere se stessa. Era stancante fingersi qualcun altro per tutte quelle ore e nell’ultimo mese faceva sempre più fatica a inventare delle menzogne che suonassero convincenti. Non aveva certo paura che il suo talento stesse sparendo, quello era impossibile, ma cominciava a dubitare che fosse poi così infallibile come aveva sempre creduto o che avesse bisogno di un periodo di riposo per ricaricare le batterie.

Fece partire la segreteria telefonica. I primi messaggi erano offerte di lavoro da parte di alcuni clienti che aveva conosciuto tramite l’agenzia e che puntavano solo a una cosa. Lei era una bugiarda e l’avrebbero pagata per quello, non certo perché era stata a letto con loro. Mentre le voci di diversi uomini ripetevano la stessa richiesta in modi diversi, prese un bicchiere e la bottiglia di vino ancora chiusa che le aveva regalato il suo capo e si trascinò in bagno, iniziando a far scorrere l’acqua nella vasca. Le venne quasi da ridere quando una di quelle voci si mise a supplicarla di accettare l’incarico e accompagnarla a una festa tra vecchi compagni di scuola. Avrebbe dovuto fingersi la moglie di un piccolo impiegato che aveva mentito pur di conservare la faccia con persone che non incontrava da anni. Non era nel suo stile e se lavorava in proprio voleva un ruolo degno delle sue capacità, non quello di una docile mogliettina tutta casa e volontariato.

Si versò da bere. Il vino color rubino riempì in un attimo il bicchiere ma lei lo svuotò altrettanto in fretta, lasciando che il suo sapore fruttato le avvolgesse la bocca e le scaldasse un po’ il corpo. Non aveva niente a che vedere con la birra servita in quel bar dimenticato da dio, oltre che da eventuali clienti. Si chiese se quell’uomo l’avesse cercata o se si fosse seduto di nuovo a quel bancone nella speranza di vederla entrare; non che le importasse o che sperasse in chissà quale rivelazione, ma certi pensieri a volte le facevano sentire meno la solitudine.

Continuò a bere anche mentre ne se stava distesa nella vasca da bagno, immersa in una nuvola di schiuma e con un orecchio attento alla segreteria telefonica. Non aveva chiamato nessuno di interessante, nessuno per cui valesse la pena uscire di sabato sera e solo l’ultimo messaggio vocale si rivelò di una qualche utilità. La stupì veramente poco scoprire che il suo capo aveva bisogno di lei per un cliente che aveva chiamato all’ultimo minuto e che lei era la sola che potesse svolgere un incarico simile. Fu tentata di non dargli ascolto, di fingere di avere altro da fare dicendosi che avrebbe rabbonito il suo capo inventandosi una banale scusa come quella di non aver ricevuto il messaggio, ma le parole “Settimana libera” e “Paga triplicata” la convinsero che valesse la pena richiamarlo e sentire cosa le sarebbe toccato fare quella volta.


 

Nel progetto originario Lost somewhere era un titolo provvisorio solo per la prima parte della storia (Lost somewhere) e non dell’intero racconto e doveva essere un capitolo auto-conclusivo… Però c’è ancora molto da dire e da scoprire sulla ragazza, quindi cercherò di continuarlo e di arrivare alla fine insieme a voi (!), lasciando come titolo quello del primo racconto.

Interno 23

Martedì

  • Ore 7: Figlio degli inquilini X (4° piano). Porta d’ingresso sbattuta. Un elefante che scende le scale. Presentare lamentela alla riunione di venerdì (ore 20.00).
  • Ore 8.15: Dog-sitter della signora M. Motorino parcheggiato davanti al portone. Intralcio passaggio signor D. Chiedere se firma la petizione.
  • Ore 10: Sceso a ritirare la posta. Portineria e ingresso sporchi. Mandare reclamo all’impresa di pulizie. Venerdì fare presente la situazione.
  • Ore 12.30: Vicina S (interno 22). Odore di carne bruciata da circa mezzora. Bussatole per chiederle di spegnere il fornello. Replica scortese e volgare. Informare l’amministratore.
  • Ore 15.48: Rientrato figlio degli inquilini X (+ amici). Genitori non presenti. Musica assordante e odore acre proveniente dal balcone. Ricordare alla famiglia X il regolamento del palazzo.
  • Ore 18-21.31: Single (1° piano – interno 21). Suonato basso. Volume troppo alto. Impossibile vedere televisione.
  • Ore 23: Svegliato dal telefono. Nessuna risposta. Chiamare compagnia per verificare il corretto funzionamento.

 

Mercoledì

  • Ore 7.49: Figlio X. Porta sbattuta; rumore più forte. Ricordare al ragazzo le buone maniere.
  • Ore 7.53: Figlio X incontra dog-sitter signora M. Fermi sul mio pianerottolo. Valutare idea di un cartello “Vietato Fermarsi”.
  • Ore 13: Corriere per signora D. Passati cinque minuti sul suo uscio a parlare. Venerdì proporre all’amministratore un cartello “Vietato Fermarsi” per ogni piano.
  • Ore 14-14.17-15.22-16.05: Chiamata compagnia telefonica. Nessun guasto alla linea. Effettuate più verifiche. Sempre nessun guasto. Centralista ipotizza scherzo. Spedito reclamo agenzia di pulizie.
  • Ore 20: Visione del telegiornale impossibile. Rientrati i signori Z dalle vacanze. Riuniti i condomini nel cortile interno per la cena. Rifiutato l’invito. Disturbato dalle urla.
  • Ore 00.03: Squillo del telefono. Minaccia di denuncia. Nessuna risposta.

 

Giovedì

  • Ore 10: Svegliato in ritardo. Nessuna idea dei fastidi causati dal figlio X o dalla dog-sitter. Chiedere a qualche vicino.
  • Ore 15: Nessuna informazione dai vicini. Incrociato signor D per le scale. Informato della petizione. Mi farà sapere (tono scocciato – forse firmerà).
  • Ore 19.36: Signora S. Puzza di uovo e forte odore di bruciato. Bussatole. Nessuna risposta. Chiamati i pompieri. Sfondata la porta. Nessuna situazione di pericolo (non aveva voluto aprirmi – informare l’amministratore!). Pagate tariffa per richiesta di intervento e multa per procurato allarme (chiedere risarcimento ai condomini).
  • Ore 23.15: Ennesima chiamata. Di nuovo, nessuna risposta. Sentito rumore di un basso in sottofondo. Controllare inquilino single.

 

Venerdì

  • Ore 8: Figlio X, dog-sitter e signor D. Rimasti in cortile dieci minuti. Risate fastidiose.
  • Ore 11: Ricevuta risposta dal servizio di pulizia. Assicurano servizio più efficiente.
  • Ore 11.12: Porzione di pianerottolo di fronte alla mia porta non pulita. Condominio lindo. Spedire altro reclamo.
  • Ore 14: Andato a trovare inquilino single. Ha una fidanzata. Simpatica, burlona. Mi trova cordiale. Esclusi dai sospettati.
  • Ore 17.53: Finito di redigere resoconto settimanale sui problemi del condominio. Stampato, firmato e imbustato. Amministratore sarà grato.
  • Ore 19.45: Incontrato signor D. Non firma la petizione. Dice che non parteciperà alla riunione perché odia l’amministratore. Cestinato primo resoconto. Aggiornato, stampato, firmato e imbustato. Beniamino dell’amministratore.
  • Ore 22.30: Riunione terminata. Insultato. Licenziato amministratore. Cercarne uno nuovo.
  • Ore 00: Nessuna telefonata.

 


 

 

Questo racconto/agenda è un esperimento! Forse aggiungerò dei pezzi, tra un giorno e l’altro, descrivendo cosa ha portato questo narratore a segnare l’evento come importante… In quel caso, il titolo sarà Interno 23 – Giorno X (ad esempio: Interno 23: Martedì), però non vi assicuro nulla…