Capitolo 7

Domani andiamo al mare
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VII

Tre settimane dopo essere stata ricoverata, la signora nel letto accanto a Susan si è svegliata.
È successo mentre stavo raccontando a mia moglie perché non fossi andato da lei per un mese e di come avessi per un attimo avuto la voglia di ricominciare a usare la Reflex. Stavo ammettendo a Susan di aver sbagliato, di essere stato uno stupido e di averla abbandonata a se stessa, quando alle mie spalle si alza una voce roca che mi chiede se ho una buona tazza di the per far tacere la sua sete.

È successo cinque giorni fa e oggi si sono finalmente esaurite le visite dei parenti entusiasti di vederla sveglia, entusiasti a tal punto da essere chiassosi e insopportabili. Capisco la loro felicità, ma chiedo anche un po’ di rispetto per chi non la può condividere o provare. Oggi sono stato ricompensato e non si è fatto vedere nessuno.
Con la signora sveglia, però, non posso più chiacchierare con Susan come prima, dirle cose che solo lei deve sapere, e quindi ho deciso di portare con me il portatile e controllare alcuni impegni. In realtà non sono nemmeno passato da casa, ma sono venuto direttamente dal lavoro. Accanto ai piedi ho persino la custodia con macchina fotografica. Non ho intenzione di usarla ma negli ultimi giorni ho preso l’abitudine di portarla con me; mi piace sentire il suo peso sulla spalla, mi ricorda a cosa devo rinunciare se voglio riavere Susan.
Com’è mia abitudine, siedo dando le spalle alla porta e all’altro letto, controllando gli scatti di quella mattina sullo schermo. Ho ricominciato a occuparmene da poco, stando attento a non farmi assorbire troppo, e mi concentro solo su ciò che rientra nell’ambito del lavoro su commissione, anche perché non fotografo più per il gusto di farlo.

“È una foto meravigliosa”

Mi volto e la signora mi sorride pacata. Ruoto la sedia di 90°, così posso guardare sia lei che Susan. Siamo entrambi soli e probabilmente ha voglia di chiacchierare. Farebbe bene anche a me.

“Trova? Mi sembra ci sia qualcosa di sbagliato” giro il pc verso di lei e le indico il centro dello schermo. “Vede il ragazzo. Ecco, ho idea che la sua espressione stoni con il resto. Non le sembra?”

La signora afferra un paio di occhiali dal comodino e osserva attentamente. “Io non vedo nulla di strano. Pare perfetta… Ma lei ne saprà certo di più”

“Mi piacerebbe” chiudo il pc e lo appoggio accanto ai piedi di Susan. “Anni di lavoro non mi hanno ancora aiutato a capire cosa non funziona in quello scatto”

Ride appena, assicurandomi che accadeva la stessa cosa anche a lei. Ha fatto la pasticcera per trent’anni e non è mai riuscita a preparare una meringa. La voce le viene a mancare. Tre settimane senza parlare si fanno sentire. “Scusi la domanda” inizia, dopo aver bevuto. “Ma lei è Leo Schultz, il fotografo?”

Mi sorprende essere riconosciuto proprio lì, dopo due anni passati a farmi dimenticare e a non dare mie notizie a nessuno, da una donna che sembra tutt’altro che un’appassionata di fotografia.
Annuisco con pudore, qualità che fa a pugni con il mio carattere ma che sorge spontanea. È passato tanto tempo da quando quella domanda era posta come un’affermazione e non so più cosa devo sentire nell’essere appellato in quel modo. Forse il pudore è sufficiente.

“Ho pensato che fosse lei” il sorriso della signora si allarga. “Anche mio marito ne era convinto”

“Siete stati a delle mie mostre?” mi sembra strano chiederlo, come se io e il fotografo famoso, l’artista, fossimo due persone diverse.

“A tutte! L’ultima è stata, come dire, emotivamente coinvolgente e sconvolgente”

Non avrei potuto descriverla meglio. Era stata organizzata durante la settimana in cui era avvenuto l’incidente di Susan e avevo scelto come tema il degrado. Per lo più erano foto di città bombardate o distrutte, di famiglie sfollate. Rifletteva il mio stato d’animo di quel periodo alla perfezione. Ripensandoci, sono stato un insensibile stronzo. Ho preferito lavorare anche quando non avrei dovuto farlo.

“Credo che non ne farò altre” l’occhio mi scivola sull’espressione apatica di Susan.

È una statua di marmo, una bellissima dea classica dall’espressione immutabile che mi ricorda il mio crimine ogni giorno. È così bella che vorrei renderla immortale come quelle statue antiche… No, ho riempito ogni angolo di casa e della mia mente con le sue foto. Non commetterò lo stesso errore due volte.

“Sa” la signora segue il mio sguardo verso Susan. “Quando ero in coma la sentivo parlare. Non capivo cosa dicesse, sentivo solo una voce e mi piace pensare che fosse la sua. Forse anche sua moglie la sente”

“Come sa che Susan è mia moglie?”

“Oh, beh” liscia le coperte con una mano, evitando il mio sguardo. “Le infermiere la descrivono come un marito adorabile”

“È solo perché non sanno tutta la storia” quella signora mi fa uno strano effetto, mi fa venir voglia di parlare, di raccontarle di come siamo finiti in quell’ospedale e della mia colpa. Non so per quale motivo, sarà per il suo tono dolce o perché mi ricorda la vicina che faceva da babysitter a me e mia sorella quando eravamo piccoli, perché mi fa sentire al sicuro, ma sento che se la rendo partecipe del mio dolore potrei sentirmi sollevato. Il confine tra il volerlo fare e il farlo davvero è davvero sottile eppure, contrariamente a quando l’ho fatto con mia suocera, questa volta non lo attraverso, resto in silenzio con lo sguardo perso nel vuoto a pensare quanto sarebbe bello poter essere perdonato.

“Come, scusi?” uscendo da una trance, mi accorgo che devi avermi detto qualcosa che non ho sentito.

“Perché non le scatta una foto?” indica Susan. “Così avrà qualcosa da mostrarle quando si sveglierà”

L’idea mi solletica. Studio meglio la zona con l’occhio critico di un tempo e mi accorgo che la scena potrebbe essere perfetta per una foto. La luce del sole illumina il viso e il corpo di Susan per tre quarti, lasciando in ombra il braccio con la flebo e le apparecchiature di controllo. La testa è leggermente reclinata verso destra, verso la finestra, e ha un’espressione così rilassata che sembra assopita nel letto di casa. Ne verrebbe una bella foto, naturale e con un che di nostalgico, di antico.

Sento nascere di nuovo il desiderio di fotografarla. È una sensazione leggera, quasi impercettibile, ma forte abbastanza da non svanire subito. È agrodolce, tanto da farmene volere ancora.
Ho già una mano protesa verso la custodia della Reflex quando realizzo quello che sto facendo. Non devo farmi tentare e soprattutto non devo cedere alla prima occasione, altrimenti finirò di nuovo per ridurmi nello straccio d’uomo che ero prima di Natale. È solo perché mi sono buttato a capofitto nel lavoro che ho perso di vista chi era Susan, dimenticandomi di lei e di ciò che la rendeva speciale.

“Non c’è la luce giusta” ritiro la mano con un gesto secco, sentendola colpevole di non aver resistito alla tentazione. “E poi, lei detestava essere fotografata”

La porta si apre e la prima cosa che compare è un mazzo gigante di gerbere bianche, cinto da due braccia esili. La testa della ragazza che è appena entrata fa capolino da dietro e mi saluta affaticata.
È la proprietaria del negozio di fiori, quella con le punte dei capelli colorate di blu.
Non me la sono sentita di non dire niente a proposito di Susan a lei e alla sua compagna, Becky, perché erano colleghe e amiche di Susan, così sono entrato nel negozio una seconda volta e ho spiegato loro cosa è successo due anni fa. Da quel momento, si occupano sempre loro di procurarmi i fiori per mia moglie o glieli portano di persona.

“Buongiorno Kate” la libero dalle gerbere e mentre prendo il vaso vuoto da sotto il comodino di Susan, le presento la signora sdraiata nell’altro letto. Nonostante venga spesso, non l’ha ancora vista da quando si è svegliata.

“Ho pensato che delle gerbere potessero invogliarla a svegliarsi” mi spiega Kate mentre sistema i fiori e posiziona il vaso sul tavolino ai piedi del letto. “Che ne dici?”

“Non ha mai funzionato, ma tentar non nuoce” le offro la sedia ma lei scuote la testa.

“Sto facendo delle consegne. Sono passata solo per portare queste” guarda Susan, il vaso e poi la finestra. “C’è una bella luce qui! Perché non fai delle foto? Non sai quante volte Susan ci ha raccontato di come le piaceva farti da modella!” mi sorride velocemente. “Adesso vado. Arrivederci”

La sua visita non è durata nemmeno cinque minuti ma è stata sufficiente per far sciogliere come cera la mia bugia. Mortificato, guardo la signora. Non ha senso provare dispiacere, in fondo non sono tenuto a fare ciò che mi ha suggerito o a dirle ciò che penso, eppure mi sento come un bambino sicuro di riuscire a coprire un proprio sbaglio che invece viene scoperto.

“Non si preoccupi” mi tranquillizza. “Quei fiori sono molto belli. Sono i suoi preferiti?”

“No, in realtà Susan odia le gerbere” torno a sedermi tra i due letti. “Abbiamo pensato che farla arrabbiare potrebbe essere d’aiuto. Lei è una che si fa trascinare dalle emozioni, perciò…”

“E vuole che si svegli arrabbiata?” non so se è sconvolta o solo sorpresa. “È alquanto curioso”

“Voglio solo che si svegli” allungo un braccio per stringere la mano di Susan. “Se poi sarà arrabbiata con me, tanto meglio. Me lo merito”

Accetterei qualunque emozione, qualsiasi rimprovero o lamentela purché tutto sia pronunciato dalle sue labbra, con la sua voce leggermente roca ma musicale. Sono disposto a tutto, anche ad accettare il divorzio, ma solo se in cambio posso ottenere che Susan si svegli.

“Di fronte a te ho perduto ogni fiducia in me stesso e conseguito in cambio uno sconfinato senso di colpa”

Giro la testa verso la signora, lasciando la mano ancora stretta a quella di Susan. Sono strane le parole e incredibile è l’effetto che hanno su di me. Non mi importa che una donna che mi conosce appena sia riuscita a capire alla perfezione ciò si agita nella mia testa, né che il suo giudizio sia quel tipo di giudizio, il riconoscere cosa mi accaduto da quando Susan non è più con me. No, tutto quello non è importante e non regge nemmeno il confronto con l’aspetto più rilevante di quella circostanza. Il tempismo, la precisione al millisecondo con cui quelle parole sono entrate nella mia vita, ecco ciò che mi lascia senza fiato e mi permette di vedere come una semplice frase può condizionare i pensieri di chi la ascolta. Accade lo stesso nel mio lavoro, basta che la luce cambi e il mondo assume una sfumatura completamente diversa, che non può essere ripetuta e che se non viene sfruttata è persa per sempre. Ora come mai prima mi accorgo di quanto ciò che mi dà da vivere e le parole siano simili; entrambi possono raccontare, descrivere e rivelare gli aspetti più oscuri di ciò che abbiamo intorno o di ciò che cerchiamo di nascondere dentro di noi, in entrambe scorgo lo stesso pericolo, che sapevo appartenere alle parole ma che non ho mai provato a vedere in ciò che faccio. È sempre stato lì, nato nell’attimo in cui per la prima volta ho stretto tra le mani una macchina fotografica. Scattare o guardare una foto può cambiarti, può rendere migliore o peggiore la considerazione che hai di te stesso, della tua vita e della società; come le parole, un’immagine fissa e immutabile può fuorviare il tuo giudizio in modo irreparabile e renderti schiavo di una finta realtà, la credi vera ma in realtà è l’assolutizzazione di un solo punto di vista. Parole e fotografia possono stravolgere gli eventi, enfatizzarli, ridurne l’importanza o persino fingere che non siano mai accaduti, cancellandoli dall’esistenza in una frazione di tempo inferiore a quella che occorre a un battito di ciglia. Ho sempre avuto timore delle parole, credo per un buon motivo, ma adesso anche la mia arte mi fa paura, perché la prima vittima di quel potere è stata Susan.

Ciò che ha detto quella donna è vero. Di fronte a mia moglie ho perso tutta la fiducia che avevo in me stesso, guadagnando in cambio il più profondo senso di colpa mai sperimentato, ma non è Susan la causa. Vedere la donna che amo su quel letto non fa altro che ricordarmi tutti gli errori e le mancanze che ho commesso nei suoi confronti, rimette in discussione ogni decisione e la sottopone a un giudizio tagliente e implacabile. Mentre guardo Susan, ciò che pensavo fosse giusto diventa l’ennesimo errore commesso dalla mia presunzione; è un carico di cui non posso liberarmi, né mi è permesso alleviarlo in qualche modo. Lei però è solo l’ultimo anello della catena, una successione di eventi e scelte che io ho iniziato il giorno in cui chiesi ai miei genitori una macchina fotografica.

Disfattista non lo sono mai stato e tutto questo ripensamento su quali siano gli effetti della fotografia, un’arte che per quanto mi riguarda non merita più l’iniziale maiuscola, è solo la semplice e diretta conseguenza del suo potere distruttivo. Sarei arrivato alle stesse conclusioni, solo che ci avrei messo degli anni e non pochi mesi per accorgermene.
Fotografare il mondo mi ha condotto a distruggere ciò che guardavo e ciò che mi lascia ancor più insoddisfatto è che pensavo di fare l’esatto opposto. Ero convinto di salvare quel po’ di realtà che rientrava nell’obiettivo di una macchina fotografica e di restituirla per ciò che era. Il risultato spettacolare della mia stupidità è la vita che possiedo oggi. Non mi riferisco al senso di colpa per la responsabilità di ciò che è successo a Susan, no, lei mi ha permesso di capirlo, ma alla totale insoddisfazione per ciò che è il mio lavoro e la consapevolezza di aver sbagliato punto di vista. Ho dimenticato come guardare il mondo, sempre che ci sia il modo giusto per farlo, e non credo di poter ritrovare la strada.

Le parole della signora restano sospese nella stanza, le sento aleggiare sopra le nostre teste ma non le temo, anzi sono la mia liberazione. Sì, dinanzi a mia moglie ho perso l’autocompiacimento e la sensazione di essere il migliore che provavo guardando i miei scatti, però sono riuscito a smascherare la vera natura della mia arte e ad avere la distanza necessaria per riconoscerla. Io sono uno dei tanti presuntuosi, convinto di avere la giusta opinione su tutto e tutti, di guardare ciò che accade da un ottimo punto di vista e di riuscire a trarne una comprensione che rasenta la perfezione.

“Ha ragione” sento il cuore farsi leggero. Non mi pesa più rinunciare a quella che è stata la passione e la ragione della mia vita per molto tempo. “Ma è tutta colpa della fotografia. È lei ad aver distrutto ciò che avevamo fatto di buono Susan ed io”.


Ook quasi ci siamo! Domani andiamo al mare è giunto alla fine! Il prossimo capitolo (l’ottavo), infatti, sarà anche l’ultimo 😥

Kafka_Franz_Piccolo accredito_
La frase “Di fronte a te ho perduto ogni fiducia in me stesso e conseguito in cambio uno sconfinato senso di colpa” è un pensiero di Kafka! Mi piaceva e mi è sembrato adatto per la storia! È leggermente rivisitato ma se lo cercate su Google, vi compare la frase esatta (se non ricordo male, cambiano le forme verbali).

Messaggi subliminali… Ma non troppo

Qualche tempo fa vi raccontavo dei problemi di comunicazione che ho con il mio subconscio (lo trovate qui) e mi “lamentavo” del suo essere logorroico e pretenzioso.

Beh, oggi si è rifatto vivo e in ben due modi. Una doppietta magistrale: sogno e canzone canticchiata al risveglio.
Sul sogno ho poco da dire. Cena multietnica a casa  (con un rapporto di 2stranieri:1italiano) e io che gestivo la trafila di presentare/coinvolgere gli invitati, che a quanto pare erano tutti amici miei. Tra questi, uno lo guardavo (e mi guardava, se no sembro una guardona!) più spesso degli altri e con dei pensieri poco neutrali – tipo “è il mio ragazzo ma non lo sa nessuno” o una cosa così – che casualmente era identico all’ultimo attore di cui ho detto “È davvero carino”…
Il messaggio qui è arrivato forte e chiaro, caro il mio subconscio!

Quello che non mi spiego è perché stamattina appena sveglia mi stesse facendo canticchiare il ritornello di Weirdo dei The Vaccines?! L’attore sarà anche carino ma che sia always on my mind proprio no!

Ultimamente il mio inconscio si sta prendendo un po’ troppe libertà. E anche un bel po’ di cantonate! Spero non vada avanti così, altrimenti è lui a essere weirdo, il tipo strano.

Vent’anni

 

Perché nelle canzoni degli Zen Circus mi ci ritrovo. Ho sempre sonno ultimamente, tanto sonno. E sono anche un po’ stronza. Non vorrei, ma a volte lo sono.

Domenica

Quella sotto non è un’immagine propriamente autunnale, ma mi piaceva l’idea di contrasto. Ci vuole un’immagine che ricordi la primavera, specie oggi che è arrivato il fatidico (almeno per me) cambio dell’ora! Ci si alza più tardi, anche se la sveglia segna un’ora prima, ci sono più ore di luce durante il giorno, la sera fa buio già alle quattro quando fino a ieri qui c’era un sole caldo peggio che d’estate… Insomma, da oggi inizia davvero l’autunno, e tra poco arriverà anche l’inverno, e io non sono psicologicamente pronta!

Mi piacciono i giorni di pioggia e quelli di neve tipici di queste due stagioni, danno una sensazione di tranquillità e pace (se non ci si trova in mezzo al traffico, perché altrimenti è un delirio!!), ma hanno la sfortuna di essere accompagnati dal freddo e io quello non lo reggo. Sono freddolosa fino all’inverosimile e ho già iniziato a contare quanti mesi mancano a Aprile. Meno di sei. Non ce la posso fare! Sarà lunghissima, proprio come sarà lunga arrivare a stasera! Sì perché con il ritorno all’ora solare la giornata sembra non passare più; trascorre un’ora e hai la percezione di averne addosso due. Alle 11 ti chiedi perché non hai ancora iniziato a preparare da mangiare, ma poi ti ricordi che è presto e ti senti già stanco.

Sarà decisamente dura! Nel frattempo però

Tulipani

Capitolo 6

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VI

Capodanno e il mese di gennaio bastano a malapena per mettermi in pari con ciò che ho perso nel mese di latitanza del mio cervello. Al mattino lavoro, il pomeriggio resto con Susan fino quasi a sera inoltrata ma non le ho ancora detto nulla sul perché non sia andato a trovarla. Ho inventato una scusa con le infermiere, però mi è stato impossibile ripeterla a lei e a Stephen; ho detto a entrambi che non riuscivo a stare in quella stanza, che era troppo difficile e che avevo preferito starmene a casa, sperando di trovare un po’ di forza.
Febbraio è appena iniziato e il 15 sarà il secondo anniversario dall’incidente. Ho bisogno di più forza di quanta non ne abbia in questo istante per affrontare quel giorno e uscirne mentalmente integro. Ciò che mi mette più alla prova è il gruppo di supporto formato dalle famiglie dei pazienti e seguito da uno psicologo. Le loro situazioni sono diverse dalla mia; Susan si trova in un coma auto-indotto, o così lo definisco io, dal quale potrebbe risvegliarsi in qualsiasi istante e tornare a essere la stessa di sempre, perciò non ho bisogno di sentirmi dire le stesse parole di conforto che possono servire a chi sa che il coma non lascerà mai andare la persona che ama. Le trovo molto più frustranti di tutto il resto. Eppure devo partecipare, perché secondo Stephen può farmi bene e perché la stanza di Susan è off-limits per il momento. A quanto sembra, non sarà più da sola in camera ma ci sarà un’altra donna nel letto accanto al suo.

Da quello che sono riuscito a sapere dalle infermiere, si tratta di una signora di mezza età, vittima di un incidente stradale che è stata indotta in coma farmacologico per controllare che non abbia subito danni al sistema nervoso. Sono come uno di famiglia per l’ospedale, quindi non mi stupisco che le mie domande ricevano una risposta ben più che esauriente.
Perciò, mentre aspetto di poter vedere mia moglie, me ne resto seduto in fondo alla saletta conferenze dove si tiene l’incontro con lo psicologo, ascoltando una parola ogni tanto e tenendo d’occhio la porta per poter scappare velocemente. Dei presenti, conosco quasi tutti per nome ma il nostro rapporto non va oltre. In verità, non ricordo nemmeno metà dei nomi di quelle persone, mi piace solo pensare che sia così.
Lo psicologo ha uno sguardo serio, concentrato sul viso della ragazza piangente in mezzo al gruppo. Le hanno detto che sua sorella non si risveglierà, che non da più segni di attività celebrale e che dovranno seguire le volontà espresse dal testamento. Domani spegneranno le macchine. Fine.
È una parola che non mi ha mai sfiorato in questi due anni. Per tutto questo tempo non ho mai pensato che la vita di Susan potesse finire o che avrei dovuto scegliere se attaccarla a una macchina o dirle addio per sempre nel caso in cui le sue condizioni fossero peggiorate. Non posso nemmeno immaginare cosa stia provando adesso quella ragazza e quanto coraggio serva per accettare una simile e ineluttabile catastrofe. Credo anche di essere incapace di compiere una scelta simile, nonostante sappia che, se Susan dovesse peggiorare fino a quel punto, non resterebbe più nulla di lei. Sarebbe solo un corpo che respira, che mangia, che dorme ma che non ha più nulla di vivo, nulla di umano se non l’aspetto. La terrei egoisticamente con me, per quanto vederla in quelle condizioni mi causerebbe un dolore inimmaginabile, molto più di quanto non ne soffra adesso.
Contro ogni mia previsione, quando l’incontro finisce, lo psicologo fa cenno di volermi parlare e sono costretto ad aspettare che tutti se ne vadano. Non so nemmeno cosa voglia, è la prima volta che lo vedo fare qualcosa di simile e l’idea di un colloquio a tu per tu con lui non è così esaltante. Il dottor Wilson è uno di quegli uomini con cui non vorrei mai avere a che fare, per il semplice motivo che è uno psicologo e io sono estremamente geloso di ciò che custodisco nella mia testa. Non è un caso se metto un filtro tra me e il resto del mondo.

“Leonard” chiama tutti per nome e ciò mi da fastidio. Siamo due estranei, non deve credersi più intimo con me di quel che non è e se mai lo fossimo, mi chiamerebbe Leo. Leonard lo usa solo Angie quando è arrabbiata. “So che presto sarà il secondo anniversario dall’incidente di Susan. Mi farebbe piacere che tu venissi nel mio studio in questi giorni, così possiamo parlarne. Fa bene sfogarsi di tanto in tanto”

“La ringrazio per il pensiero, ma non ne ho bisogno”

“Credo di sì, invece. Mi è stato detto che hai avuto un momento di… chiamiamolo smarrimento”

Più che smarrimento è stato odio profondo per me stesso, per Susan e per questa maledetta situazione, che ho cercato di annegare in cinque bottiglie di un liquore che disprezzo e che non è stato minimamente d’aiuto. Chi si smarrisce non lo fa di proposito, io invece lo stavo cercando consapevolmente. E sono altrettanto consapevole di non volerne parlare né con il dottor Wilson né con nessun altro specialista dell’intero Regno Unito o del globo il cui titolo inizi con psi-.

“Non mi sono perso. Ho evitato di proposito di venire in ospedale e non credo di aver bisogno di parlarne con lei dottore”

“Io credo invece che tu debba farlo, specie se è stata una tua decisione. Molti fattori di stress possono provocare…”

“Me lo sta consigliando o mi sta obbligando?” lo interrompo, sempre più infastidito.

“Io non obbligo nessuno”

“Allora, di nuovo, la ringrazio ma non verrò. Arrivederci”

Esco dalla sala conferenze senza aspettare che mi saluti e la prima persona cui penso è Stephen. Solo lui può aver orchestrato una simile mal arrangiata proposta pensando di essermi utile. Gliel’ho detto cento volte che non ho bisogno di quel tipo di aiuto ma sembra non capire. Camminando per il viale che collega il corpo centrale dell’ospedale con la zona dedicata all’università da cui sono riuscito a scappare, inondo la sua segreteria telefonica di insulti e minacce, urlandogli anche di togliermi dalla lista del gruppo di supporto. Non voglio più vedere il dottor Wilson in vita mia, né sentirmi dire cosa fare per fronteggiare la situazione. Basta, voglio viverla come meglio credo.
Vivere… Non credo che qualche mese fa avrei usato questo verbo. Io sono vivo? Non lo so, è tutto ancora così confuso che non mi sembra possibile esserlo realmente. Scoprire che Susan è diversa da chi ho sempre pensato che fosse è stata una rivelazione catastrofica. Mi ha aperto gli occhi su una realtà ben diversa rispetto a quella che mi sono immaginato per tutto questo tempo, permettendomi di capire che il solo ad essere rimasto indietro sono io. Susan, che ora è stesa su un letto in una delle camere del palazzo alle mie spalle, è riuscita a uscire dalla gabbia di ricordi in cui l’ho tenuta prigioniera senza che me ne accorgessi e ha fatto in modo che io prendessi il suo posto.
Forse Susan non ha fatto nulla di tutto questo, forse è solo colpa mia se non ho capito cosa accadeva intorno a me, colpa di promesse mai mantenute e di giorni passati lontano da casa e da lei. Sono io il colpevole di tutto ciò che è andato storto? Penso di sì.
Angie mi ha detto di vivere per quello, per il senso di colpa, e me lo ripete ogni volta che mi chiama. Ultimamente lo fa spesso e durante l’ultima telefonata mi ha detto che diventerò zio per la terza volta. Spera che sia femmina e anch’io lo vorrei. Una piccola marmocchia manca in casa loro. E poi, le bambine sono più facili da fotografare; si mettono in posa, sorridono e ti rapiscono a ogni scatto.
Ecco che nasce di nuovo, quella voglia di stringere la mia Reflex tra le mani e usarla, sentire il meccanismo interno che fa girare la pellicola, che vi imprime ciò che sto guardando e che lo rende eterno. È già successo che provassi una simile sensazione in questo giardino, ma oggi non la scaccio. Lascio che si depositi nel mio animo fino in fondo, che cresca finché non ho l’impressione di aver davvero scattato una fotografia a quegli olmi e al prato coperto di neve. L’immagine resta sospesa nella mia mente a lungo, a ricordarmi cosa provavo quando lasciavo che la mia passione mi travolgesse come un fiume in piena, e alla fine si allontana, sparendo per gradi. Il vuoto che rimane non è doloroso come ho sempre creduto; lascia quasi un sapore agrodolce, amaro e dolce al punto giusto da spingermi a volerne ancora. Però non posso concedermene altro, non merito di averne di più, perché devo espiare e non dimenticare la mia colpa. Se lo facessi, non sarebbe giusto nei confronti di Susan. Non voglio tradire la sua fiducia un’altra volta, non voglio più ferirla.