Capitolo 1

I

Il mio unico desiderio è vedere ancora quel sorriso illuminarle il viso. Non ricordo quand’è stato, ma sono sicuro che siano passati anni e fatico a ricordare il modo dolce in cui gli angoli della sua bocca si curvano verso l’alto, timidi come un’ape che assaggia il nettare dei fiori per la prima volta, quasi temesse di essere sopraffatta dall’estasi di una simile esperienza.
Lei adora le api. Le chiama i “motori della Natura”, instancabili viaggiatrici che aiutano i fiori a donarci uno spettacolo meraviglioso a ogni nuova primavera. Dice sempre che, se non ci fossero le api, noi non potremmo godere di nessuno dei frutti che tanto adoriamo mangiare o che le stagioni smetterebbero di alternarsi.

Sento la sua voce, leggermente roca ma con un non so che di musicale, ripetermi tutto questo e la vedo mentre si prende cura del suo amato giardino. E invidio la passione con cui trapianta dei bulbi e le piantine non ancora fiorite di campanule, perché mi dico che non ne ha altrettanta quando si tratta di me, che non sono in grado di renderla felice come invece può fare un misero quadrato di terra. Sono stato io a comprarlo, un regalo per farmi perdonare le troppe giornate passate al lavoro, convinto che sarebbe bastato per renderci entrambi felici. Lei di certo lo è, altrimenti non vi passerebbe tutte le sue giornate, ma io mi sono accorto subito di aver commesso un errore. Però è così bella mentre cerca di spostare i capelli smossi dal vento usando l’avambraccio, perché ha le mani sporche di terra, che fingo di non vedere quanto ci stiamo allontanando l’uno dall’altra, che finché a lei andrà bene, anch’io accetterò come stanno le cose. È così bella che vorrei scattarle una foto e fissare quell’istante su qualcosa che non sia l’effimera memoria umana, ma sono mesi che non prendo in mano la macchina fotografica per il semplice piacere di farlo; perciò la osservo, restando immobile sulla sedia da giardino tutta rotta che abbiamo recuperato dal vecchio proprietario. Una volta aveva detto di volerne comprare una nuova, magari un set con tanto di tavolo in ferro battuto – e lo avremmo anche fatto se io non avessi sempre trovato scuse per non andare con lei in un negozio specializzato in articoli da esterno –, però con il tempo aveva rinunciato all’idea e aveva finito con il considerare quella sedia come parte imprescindibile del suo angolo di terra.

Pensandoci, tutto quello che ho fatto negli ultimi mesi può essere ricondotto a quella stessa azione: quando non vado a lavorare, passo il mio tempo abbarbicato su una sedia, con la paura di cadere se solo provassi a spostare il mio peso un po’ più a destra o a sinistra, e la guardo, cercando di leggere nella sua espressione imperscrutabile un segno della presenza della donna che tanto ho amato.

E a poco mi è utile rivedere quello sprazzo di tempo in cui è stata felice, se colei che ho davanti agli occhi in questo istante non può nemmeno lontanamente sperare di tornare a essere quella di un tempo. Però non riesco a credere che il suo bel viso, così sorridente e luminoso, sia ormai più simile a quello di una statua di marmo che a quello di una persona viva, tant’è che mi sorprendo ogni volta di vedere il mio cervello rifiutarsi di accettare l’idea e mostrarmi quel giorno come se fosse ancora il nostro presente. Ora non ricordo più chi me ne abbia parlato, se un amico o un familiare o chi altro, ma so di certo che qualcuno lo ha descritto come un mio modo per affrontare la situazione; “Elaborazione del lutto”, mi pare che abbia detto, con il tono di chi la sa lunga e con la chiara intenzione di rendermi partecipe del suo essere partecipe. Devono essere passate settimane e non ho più visto nessuno di quelli che si professavano addolorati e disposti a diventare la mia spalla su cui piangere se ne avessi sentito il bisogno. Per la fortuna di tutti, sono un uomo indipendente, poco incline a svenevoli e collettive manifestazioni di dolore. Molti mi dicono che sono distaccato, tuttavia non do loro troppa importanza, perché molto spesso il loro giudizio si basa sul non essere coinvolti in un dolore che pretendono di capire ma che non sono capaci nemmeno di immaginare.

Ormai me ne sto seduto da qualche ora, con le gambe intirizzite e la schiena dolorante per colpa della poltrona rigida, e quando mi alzo è come se fossi liberato da un peso che mi opprime. Sfioro le coperte ruvide con i polpastrelli mentre mi avvicino alla testata del letto e con un tocco leggero sposto i capelli dalla fronte bianca di Susan. Sono secchi e stopposi, forse perché hanno di nuovo usato uno shampoo scadente per lavarglieli, e mi riprometto di portare l’ultimo flacone del suo rimasto nella doccia di casa. Mi chino, appoggiando appena le labbra contro la sua guancia, e prima di andarmene le sussurro all’orecchio la promessa che tanto vorrei mantenere.

“Prepara la valigia, perché domani andiamo al mare”.

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