Capitolo 2

Domani andiamo al mare
Capitolo  I

II

 

Oggi i corridoi sono rumorosi perciò, mentre le racconto per l’ennesima volta del giorno in cui ci incontrammo, per non alzare la voce devo chiudere la porta. Di solito non lo faccio mai perché preferisco tenerla aperta e far scorrere l’aria, anche perché è la mia ultima azione prima di andarmene alla sera, ma oggi è il giorno delle visite e tutte le stanze pullulano di bambini chiassosi che corrono attorno ai letti.
Lo fanno tre volte l’anno; dedicano la terza domenica dei mesi di aprile, agosto e dicembre alle famiglie e permettono loro di stare tutto il giorno con i loro parenti ricoverati e se come quest’oggi il tempo è bello, in estate organizzano anche una specie di festa in giardino per chi riesce a lasciare la camera, dove si può mangiare e persino giocare a tiro alla fune e altri giochi simili.
All’inizio ne ero rimasto molto sorpreso, quasi sconvolto, ma avevo finito per farci l’abitudine. Ne restavo alla larga e preferivo starmene tranquillo nella stanza di Susan piuttosto che unirmi a tutti gli altri, però non la trovavo più una seccatura. Era una sana distrazione per chi non poteva tornare a casa e non mi costava altro che tenere la porta chiusa invece di aperta.

Quando ripenso al nostro primo incontro, non posso fare a meno di sorridere e vergognarmi per il pessimo tempismo dei miei commenti. Mi vanto sempre di avere un carattere diretto, di sapere cosa è meglio fare e dire in ogni istante e in ben poche situazioni mi sono trovato impreparato, riuscendo comunque a cavarmela in qualche modo. Gli imprevisti non sono mai stati un vero problema, almeno finché non ho incontrato Susan. È successo quando ancora viaggiavo per il Mondo per fotografare piccole meraviglie e vendere i miei scatti a riviste di ogni tipo.
Quel giorno credo che la mia vita si sia fermata per ripartire a una diversa velocità.

Ero via da casa da un paio di mesi e la meta era un paesino sperduto nell’entroterra spagnolo, famoso per qualcosa che ora non ricordo nemmeno più. Per puro caso, o forse per una mia particolare voglia di non tornare così presto al lavoro, avevo accolto l’invito di un amico a visitare le grotte di San José. Avevo ottenuto degli scatti davvero buoni, tanto da convincermi ad annullare il resto del viaggio in Spagna e passare qualche giorno a Valencia. All’epoca non avevo che venticinque anni, una lingua intraprendente e una fortuna sfacciata, e il tutto era aiutato dal mio talento nel vendere ciò che facevo con le parole. Mi credevo perfetto e che non sbagliassi mai. Ora sono molto diverso, più introverso e guardingo sugli effetti delle parole, ma a mia difesa posso dire che a quel tempo mi era permesso tutto perché nessuno mi ha mai contraddetto.
Di quei giorni ricordo gran poco, tutto è annebbiato dal sapore aspro dell’Agua e da quello più dolce dell’horchata, ma un dettaglio si è fissato nella mia memoria, indelebile come le fotografie che adesso riempiono le pareti del mio studio, ed è quello cui tengo di più. È insignificante eppure, quando ripenso al mio soggiorno valenziano, rivedo una spilla tonda ornata da una gerbera bianca.

Era un tardo pomeriggio di giugno e lo stavo trascorrendo con la compagnia dell’amico che mi ospitava in uno dei tanti locali del centro storico; eravamo arrivati lì dopo un breve tour della città e per tutto il tempo un riverbero del sole sull’abito della sua ragazza mi aveva trafitto gli occhi finché non le avevo detto che, oltre a essere fastidiosa, quella spilla era anche incredibilmente brutta. “Vero, quella spilla sarebbe proprio orribile se non l’avessi creata io” era stato il commento di una bruna seduta accanto a me. Quello fu il mio primo incontro con Susan, londinese doc come me ma trapiantata in Spagna. Lei fu anche la prima a farmi sentire fuori posto nel mio stesso ambiente.

Credo che la sensazione di disagio che provai mentre i suoi occhi mi guardavano non sia cambiata e benché siano passati sedici anni, lei resta sempre la sola in grado di mettermi a tacere. Anche i suoi silenzi hanno quell’effetto, ora più che mai, e quando provo a spiegarle cosa significhi per me quel ricordo sento nascere la stessa vergogna.

Come allora, anche oggi è una giornata calda e dalla finestra scorrevole entra una leggera brezza; non è fastidiosa ma mi assicuro comunque che Susan non sia troppo fredda. È incredibile come il suo corpo cambi repentinamente temperatura: troppe coperte e sembra una fornace, se invece la scopro fino a piedi diventa quasi un cubetto di ghiaccio in pochi minuti. Lei lo avrebbe trovato comico, o almeno era così che reagiva quando ero io a spogliarmi e rivestirmi in continuazione.

Sento ogni giorno la risata cristallina, una cascata di acqua limpida che mi invade il cuore e lo purifica da ogni problema. Che rientri a casa o in quella stanza, nella mia mente vengo accolto dalla sua espressione allegra e da una domanda su come sia andato il mio lavoro. “Bene” rispondo sempre “Ho fatto degli ottimi scatti e credo che la prossima mostra sarà la migliore”.
È un rituale, mi serve per non smettere di vedere e ricordare chi era Susan, per non dimenticare cosa faceva di lei la mia Susan e non la Susan un qualsiasi altro uomo sulla Terra. So che tutto ciò mi immobilizza, mi cristallizza in un limbo, ma proprio non riesco a comportarmi in altro modo; non riesco nemmeno ad affrontare il fatto che quei ricordi siano vecchi di anni e non recenti. “Dio, Leo” mi dico “Quand’è stata l’ultima volta che hai tenuto una mostra?” e a questa domanda non riesco a rispondere. Circa cinque anni? O forse due? Magari ne ho conclusa una persino il mese scorso ma al momento non saprei dirlo. È passato anche tanto tempo dall’ultima volta che ho chiamato la mia assistente per controllare come andassero le cose all’atelier. Devo aver lasciato molto lavoro in sospeso e di certo Susan mi rimprovererebbe per essere diventato un tale scansafatiche.

Eccone un altro. Susan non mi rinfaccia nulla da mesi, per la precisione da quando le ho comprato quel maledetto angolo di terra, e devo tornare indietro nel tempo per ritrovare quel lato del suo carattere. Allora sì che mi avrebbe detto qualcosa, perché non avrebbe tollerato che qualcuno che le sta a cuore si fosse comportato come io sto facendo adesso.

Forse esagero. Mi accorgo che spesso tendo a esaltare degli aspetti di lei che in realtà non erano che appena accennati. Però deve esserci un motivo se quello che la rendeva speciale diventa, giorno dopo giorno, sempre più forte nella mia memoria e se fatico a rievocare anche un solo istante in cui mi sia pentito di averla incontrata. E più le acquista forza e perfezione, più io regredisco ai più bassi livelli dell’umana consapevolezza. L’immagine che ho di me stesso è quella di uno sciocco presuntuoso, troppo interessato al lavoro per accorgersi che ogni sua azione era del tutto controproducente o che chi gli sta accanto non vuole altro che il suo affetto. Mi è sempre sembrato che “Non ti accorgi di avere qualcosa finché non la perdi” fosse la peggiore delle frasi fatte, pari merito con “When it rains, it pours”, e credo dipenda dal mio scattare fotografie. Come fotografo, ho scelto ogni soggetto perché lo ritenevo importante e per questo credevo di essere in grado di accorgermi del valore delle persone a me care. Ora nessuna foto in cui Susan sorride è in grado di restituirmi le stesse emozioni che avvertivo nel vedere il suo volto allegro con i miei occhi; ora ho capito il significato più intimo di ciò che consideravo una misera diceria. Non mi sono accorto che Susan sarebbe potuta sparire finché non l’ho persa e anche se è davanti a me persino in questo momento, ciò che resta è una crisalide da cui forse non uscirà più.

Piano, le sfioro i capelli, morbidi e setosi perché hanno finalmente iniziato a usare lo shampoo che ho portato da casa la settimana prima. Per oggi ho finito le parole – sono sicuro che sia stanca di ascoltare un petulante perso nei propri ricordi come me –, e per quanto mi tormenti l’idea di restare così vicino al suo viso senza vederlo muoversi, non ho il coraggio di uscire dalla sua stanza e attraversare quel corridoio rumoroso. Non ho ancora il coraggio necessario per promettere di portarla al mare.

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