Capitolo 3

Domani andiamo al mare
Capitolo I
Capitolo II

III

 

Sono più che convinto di essere il marito preferito delle infermiere che si occupano di Susan. Quando le incontro non fanno altro che sorrisini e battute spiritose e sono sempre di buon umore se mi trovo nella stanza nel momento in cui entrano per controllare che tutto vada bene. Tutte, poi, concordano nel sostenere che i fiori che le porto sono i più belli che siano mai entrati nella camera.
Devo però ammettere che mi sono dato un gran daffare per far sì che tutte mi prendessero in simpatia; non gesti troppo vistosi, bensì piccole attenzioni che le spingessero a vedermi come qualcuno ben disposto a contraccambiare la loro allegria. Il risultato è che i fiori sono tenuti bene anche nei giorni in cui io non passo. È un accorgimento sciocco ma è il mio metro di giudizio per capire se manchi qualcosa o se Susan sia trattata al meglio.

Oggi mi fermano tutte per complimentarsi per il mazzo di gerbere bianche che ho in mano. Posso darlo per assodato: sono il marito migliore che le infermiere abbiano mai incontrato. Questo, però, fa di me il marito peggiore che una donna abbia mai avuto, perché quale uomo sceglierebbe consapevolmente i fiori che lei odia da regalarle? Solo uno che ha voglia di litigare o che ha piacere nel fare una cattiveria alla persona che ha sposato. Quindi, visto che Susan ha un odio viscerale per le gerbere in generale e specialmente per quelle bianche, sono il re dei pessimi mariti. Non dovrei andarne fiero, ma ho il sorriso di un ebete stampato in faccia quando entro in camera e la vedo. Sistemo i fiori nel vaso, lo appoggio sul tavolino di fianco al letto, così che possa sentirne bene il profumo, e mi sistemo sulla sedia accanto a lei, aspettando una qualunque reazione.
Per colpa della spilla che ci ha fatti incontrare, sono stato convinto per mesi e mesi che le gerbere fossero i suoi fiori preferiti; gliene avevo regalato un mazzo al primo appuntamento e le avevo proposto persino di usarle per decorare la chiesa il giorno del matrimonio. Lei aveva scosso la testa e con un’espressione accondiscendente mi aveva spiegato che non le sembravano adatte.
Sono stato proprio uno stupido a non capirlo in quell’occasione, perché mi avrebbe permesso di non regalargliele il giorno del nostro terzo anniversario, pensando di farle una meravigliosa sorpresa. Le aveva prese e dopo averle messe dentro un vaso ben riempito d’acqua, si era decisa a dirmi che le odiava e che la gerbera bianca era finita sulla spilla perché doveva liberarsi di un mazzo come quello.

Guardo il viso impassibile di Susan e mi dico che ci vuole tempo perché il suo cervello associ il profumo che pervade la stanza con le gerbere, ma che quando accadrà lei aprirà gli occhi e si metterà a strillare, dandomi dell’idiota perché ho portato dei fiori che lei detesta. Aspetto, pregustando la sua espressione arrabbiata, ma ben presto sento il mio viso contrarsi e bloccare la bocca in quel sorriso ebete che prima esprimeva soddisfazione. Sono proprio un’imbecille, un pessimo marito e anche l’ultimo esempio di intelligenza che il genere umano potrebbe chiamare in causa se volesse dare dimostrazione cos’è che ci rende diversi dagli animali. Perché Susan dovrebbe svegliarsi sentendo la puzza delle gerbere? Anzi, se fossi in lei, sarebbe proprio quell’odore a convincermi a non aprire gli occhi finché non si fosse levato di torno chiunque avesse portato quei fiori.

Sto per alzarmi e spostare il vaso quando sulla soglia della stanza si affaccia la figura di un uomo bruno in camice bianco. Lo saluto appena mentre lui entra e chiude la porta. Devo allontanare quei fiori dalla possibile vista di Susan.

“Hai provato di nuovo con le gerbere” commenta, prendendo la cartella in fondo al letto e dandole una rapida occhiata. “Non mi sembra abbia funzionato”

“Stephen, tu parleresti con qualcuno che indossa la maglietta del Chelsea?” so benissimo che la risposta è no e infatti lui sogghigna, togliendo il martelletto dalla tasca.

Non guardo mentre lo usa sotto i piedi di Susan, sulle sue ginocchia e all’interno delle mani. Conosco già le reazioni che avrà il suo corpo quando la punta arrotondata la toccherà: piccoli spasmi, un leggero tremolio e poi gli occhi che si aprono per richiudersi dopo pochi secondi. È così tutte le settimane durante la visita di controllo e non riesco a sopportare l’idea che reagisca a quel martelletto ma non alle mie parole.
Torno a sedermi solo quando Stephen rimette le coperte al loro posto. Si sistema ai piedi del letto e mi fissa senza dire nulla. Ci conosciamo da una vita, perciò potrebbe anche risparmiarsi quel genere di occhiate.

“Che c’è?” domando, un po’ seccato.

“Sei invecchiato, Leo”

“È un anno e mezzo che mi vedi tutte le settimane. Hai dovuto aspettare così tanto per dirmelo?”

Stephen annuisce e non trattiene una mezza risata. “Mi sembrava inopportuno”

“E adesso non lo è più?”

“Sono trascorsi diciotto mesi. Non è più necessario essere opportuni”

Guardo Susan e mi sorprendo a pensare che sia davvero passato tutto quel tempo, che non abbia più visto i suoi occhi da quel giorno. “Come sta?”

“Lo sai meglio di me, Leo”

Scuoto la testa. Io non sono un medico, non posso dire se stia bene o se dietro a quella maschera lei stia soffrendo; né io né lui possiamo sapere cosa stia accadendo nella sua mente in questo momento ma Stephen può almeno dire se ci sia ancora una mente.

“Le sue condizioni sono stabili e le reazioni normali. L’ematoma è stato riassorbito del tutto e per quanto possiamo saperne ora, non sembra abbia causato danni. Susan respira autonomamente, il che è un vero miracolo se pensi a come l’hai trovata e al fatto che è stata tenuta una settimana in coma farmacologico”

“Mi avevi detto che dopo si sarebbe svegliata”

“Nel novantacinque percento dei casi, i pazienti che hanno subito un trauma e un trattamento come il suo si riprendono in un paio di mesi” il suo cercapersone vibra nella tasca del camice. Il suono è così alto che capisco pure io che si tratta di un’emergenza e che deve andare. “Per altri ci vuole più tempo, ma c’è sempre la possibilità che accada. Torno più tardi”

Stephen ha ragione, tuttavia ora che sono rimasto solo non posso fare a meno di pensare che mi dica così solamente per non darmi la notizia che non voglio assolutamente sentire. Ma lui non è il tipo; no, siamo amici da talmente tanto tempo che non farebbe mai una cosa simile. Siamo cresciuti insieme, io sono stato il suo testimone al suo matrimonio e lui lo è stato al mio, le vacanze le abbiamo sempre fatte negli stessi periodi e posti e quando Susan è stata male, Stephen è stato il primo cui ho pensato per aiutarla. Ha fatto tutto ciò che poteva e se non ci fosse stato lui, non oso immaginare come sarebbe la mia vita in questo momento.
Susan è ancora qui ma perché se le stringo la mano, lei non reagisce come invece accade con il martelletto? Forse non esercito abbastanza pressione e la mia presenza non riesce a raggiungerla. Ci provo ma quando le nostre mani diventano bianche, mi convinco che non serve a nulla. Lei è qui e mi ignora, perché sa che è tutta colpa mia se le cose tra noi sono andate in quel modo; è una lezione per averla dimenticata quando non avrei dovuto farlo, dorme per ricordarmi che tutto il tempo che avevo per guardarla l’ho trascorso lontano da lei. “È meglio se ti abitui, perché ho intenzione di dormire finché non sarò soddisfatta” è un mio pensiero ma risuona nella testa con la voce di Susan, storpiata da una cattiveria che non ha mai avuto.

Annunci

5 pensieri su “Capitolo 3

Your answer

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...