Capitolo 4

Domani andiamo al mare
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III

IV

 

 

Incredibilmente, oggi non sono solo accanto al letto di Susan. Mia suocera siede di fronte a me, dando le spalle alla finestra, e se ne sta rigida e impettita come se avesse una tarantola sul braccio. Non credo di aver mai visto le sue spalle rilassarsi, molto probabilmente perché mi ritiene la causa di tutte le scelte sbagliate che ha imputato a Susan nel corso della sua vita, anche di quelle fatte prima che ci conoscessimo. Non le sto simpatico ma l’idea di non piacerle non è così insopportabile da togliermi il sonno; anzi, dormo abbastanza bene pur sapendolo.
È strano vederla qui, perché viene raramente a trovare sua figlia. Evito di chiedermi, e chiederle, il motivo (ognuno reagisce al dolore in modo diverso e il rapporto con mia suocera è già complicato di per sé, senza che mi metta a indagare le ragioni del suo comportamento), perciò le poche volte in cui condividiamo quei momenti restiamo in silenzio o, al massimo, sono io a cercare qualcosa da dire per capire se siamo entrambi ancora vivi. Tuttavia, oggi ha qualcosa di diverso. Lancia lunghe e intense occhiate a Susan e di tanto in tanto anche a me. Sembra quasi che voglia dirci qualcosa, un segreto che fatica a mantenere, e infatti, senza alcun preavviso, inizia a parlare. Parte da lontano, da prima che Susan nascesse; dice che lei e suo marito progettavano di aprire un bed&breakfast sul mare, dall’altra parte della Manica, dove far crescere la loro famiglia e assicurarsi una vita stabile. Quel progetto, però, non aveva nemmeno avuto inizio a causa della malattia di sua madre e quindi si erano trasferiti a Londra; suo marito aveva trovato lavoro in un ristorante, mentre lei dava lezioni di pianoforte in una scuola privata tre volte la settimana. Non era un lavoro ben pagato – me lo dice accennando un timido sorriso e per la prima volta vedo in lei qualcosa che mi ricorda Susan – ma le piaceva e, soprattutto, le permetteva di prendersi cura di sua madre. Poi era nata Virginia, seguita un paio di anni dopo da Susan, e allora aveva smesso di lavorare; non rimpiangeva quella decisione, era ciò che doveva e voleva fare per occuparsi delle figlie, nonostante si chiedesse spesso come sarebbe stata la loro vita se lei avesse continuato a insegnare.
La ascolto senza mai distrarmi, rapito dalla sincerità di mia suocera e dalla semplicità con cui mi rivela le difficoltà affrontate negli anni, dalla paura di perdere la casa alla solitudine provata negli anni in cui il marito lavorava sulle navi da crociera. Mi dice che né Susan né sua sorella sanno di tutto quello e mi sorprende che abbia scelto di raccontarlo proprio a me, visto che non abbiamo quel tipo di rapporto, ma mentre si sofferma sugli anni che Susan ha trascorso in Spagna, mi accorgo di capire perché lo stia dicendo a me e non a Virginia: mia suocera sta giustificando il suo comportamento nei confronti di sua figlia e nei miei, sta cercando di spiegare cosa l’abbia spinta a criticare ogni nostra scelta. Avrebbe voluto di più per sua figlia, perché poteva aspirare ad avere di più di ciò che otteneva, perché ne aveva le capacità e la forza, ma Susan si era sempre fatta trascinare dagli altri e dalle situazioni, finendo per inseguire delle illusioni che non l’avrebbero condotta a nulla. Si era trasferita in Spagna sognando chissà cosa e con l’idea di aprire un negozio di fiori, ma non era riuscita a fare nemmeno quello e invece di tornare con un po’ di buon senso in più, era rientrata a Londra annunciando a tutti l’insana idea di sposarsi. Si affretta ad aggiungere che non aveva e non ha nulla contro di me, che mi ha sempre ritenuto una persona di cui potersi fidare, ma temeva che tra me e Susan le cose potessero non andare bene o che il mio lavoro non sarebbe stato sufficiente a mantenere entrambi. Era felice che avessi un lavoro ben pagato ma avrebbe preferito che Susan avesse sposato un uomo in giacca e cravatta della City e non un artista, qualcuno con delle entrate fisse e sempre uguali alla fine del mese.

Non me la sento di contraddirla, perché non ha poi tutti i torti. All’inizio non era stato facile riuscire a conquistarmi un posto nell’elenco dei nomi importanti e uscire da quella massa informe dei tanti fotografi qualunque e i problemi erano stati tanti anche quando avevo deciso di avere il mio atelier, ma ora va tutto a gonfie vele; un servizio fotografico al mese basta per mantenere il nostro stile di vita, l’appartamento in centro e ogni sorta di sfizio passi nella mente di Susan o solo nella mia, come accade ultimamente. Tuttavia, da quel punto di vista, sono quasi tentato di darle ragione perché forse ora nessuno di noi si troverebbe in quella situazione se Susan avesse sposato qualcun altro; sono così tentato che finisco per dirglielo sul serio. Per un momento mi guarda allibita, quasi non credesse di aver sentito quelle parole da me; mi chiede di ripetere. “Non avrebbe dovuto sposarmi” sono sereno, un po’ triste, ma senza troppo rammarico per aver detto una cosa simile.

“Quando è morto mio marito credevo fosse colpa mia” sfodera un secondo sorriso imbarazzato e si allunga per stringere la mano di Susan. “La sua malattia non mi ha lasciato il tempo di capire che nessuno dei due doveva addossarsi le colpe per tutto ciò che era andato storto negli anni trascorsi insieme. Me l’ha portato via così in fretta e non ho potuto fare altro che pensare che fossi io la responsabile. Questi ultimi cinque anni senza di lui sono stati terribili ma ho imparato che niente si ferma, nonostante tu lo voglia quasi alla disperazione. E il senso di colpa non è di alcun aiuto”

Vorrei dirle che quel discorso non vale per me. Mio suocero è morto di cancro, è ovvio che non sia stata lei a provocarglielo o che non ne abbia accelerato la moltiplicazione. Ma la mia situazione è diversa, completamente diversa, e il senso di colpa è un obbligo cui non posso sottrarmi.

“Domani mattina parto” lo dice con un filo di voce tanto che penso di essermelo immaginato. Devo vederla annuire al mio sguardo interrogativo per realizzare che non è una mia fantasia. “Virginia lo sa già da qualche settimana. Te ne avrei parlato prima ma a casa non ha mai risposto nessuno”

“Non ci passo molto tempo. Dove va?”

“Ho un cugino a Bath. Lui e sua moglie gestiscono una scuola di musica e hanno bisogno di qualcuno che sostituisca l’insegnante di pianoforte per i prossimi sei mesi. Ho un po’ di ruggine ma non dovrei avere problemi con i bambini” si alza dalla sedia mentre sta ancora parlando e le sue spalle riacquistano per un secondo la rigidità che avevano perso durante il racconto. “Non vengo spesso da Susan perché non riesco a guardarla in questo stato. Sono una madre strana, lo riconosco, ma sapere che tu sei qui tutti i giorni è un conforto più che sufficiente. Mi ripeto che tu l’hai sempre sostenuta come avrei dovuto fare io e che la tua presenza basta per farla sentire amata”

“Spero sia così” voglio aggiungere dell’altro ma una sensazione di imbarazzo mi blocca. È simile a quella che mi provoca Susan, solo meno intensa, e la sento scemare solo dopo aver accompagnato mia suocera all’uscita e averla vista salire sul taxi. La sincerità mi lascia spiazzato e non importa cosa io faccia per reagire, perché finisco sempre avere la bocca secca e le parole bloccate in gola. Mi accade qualcosa di simile anche quando lavoro, ma lì la realtà viene filtrata della macchina fotografica e allora non mi sembra così reale, acquista quella patina di irrealtà data dal fissare ciò che vedo su un qualsiasi tipo di supporto. Ciò che cerco è il vero, non ho dubbi al riguardo, ma non riesco ad affrontarlo per ciò che è, devo interporre un filtro tra me e tutto il resto. Ho sempre pensato di comportarmi in questo modo poter restituire il soggetto dei miei scatti agli occhi degli altri senza che fosse contaminato dal mio sguardo, però ora mi accorgo che non è così; è solo che non voglio esserne condizionato, non voglio essere cambiato da ciò che fotografo. Questo però non funziona con le parole, sono troppo repentine perché possa bloccarle e distaccarmene in tempo, troppo vive perché possa sopportarle nella loro interezza.

Forse è questo il motivo che mi ha fatto innamorare di Susan. Tutto ciò che diceva era in grado di raggiungermi con una forza tale da disorientarmi e cambiarmi nel profondo, eppure ora quei cambiamenti non posso non vederli come qualcosa di positivo. Il suo essere diretta, pragmatica e attenta mi hanno riportato in quella dimensione reale che tendevo sempre ad allontanare da me, hanno ammorbidito e ridimensionato il mio ego, soprattutto l’idea di perfezione che aveva di se stesso. Ho imparato che non sono assolutamente perfetto; anzi, ho sulle spalle uno zaino talmente carico di difetti che il peso fa curvare la mia schiena sempre più in avanti. Vedo una vecchia versione sorridente Susan e lei mi rinfaccia di diventare presto gobbo a forza di portarmi dietro tutto quel carico. Me lo dice, no, me lo diceva spesso.

Prima di rientrare, mi concedo un piccolo giro in giardino. È arrivata la metà di settembre e le fronde degli alberi stanno già assumendo il colore del loro tramonto. Qui ogni cosa invecchia prima di quanto non accada nella vita al di fuori di questo posto e me ne sono accorto con il passare dei giorni. Il tempo scorre in modo insostenibilmente lento, eppure arriva un momento in cui realizzi che non è vero e che ti sei lasciato scivolare tra le dita porzioni di esistenza che non puoi recuperare; la lentezza divora il tuo tempo con la voracità di un ingordo senza che tu ti possa opporre. Nemmeno adottare la tattica del “Mi fermo e aspetto” funziona, essa non fa altro che assecondare la fame di quell’implacabile forza, eppure non vedo altre alternative. Mi è impossibile andare avanti quando la persona che amo è bloccata in un tempo diverso dal mio; per me non funziona come per la madre di Susan perché lei è ancora qui, nonostante si rifiuti di svegliarsi, e sarebbe ingiusto se ammettessi che la vita non si è fermata e se scegliessi di continuare a viverla. Non ne ho il diritto, non dopo aver avuto la malsana idea di comprare quel giardino e aver privato Susan della possibilità di continuare la sua.

Guardo gli olmi e avverto una sensazione simile alla voglia di scattare fotografie. È così debole che mi basta pensare di rientrare nella stanza di Susan per cacciarla, eppure per un secondo è emersa da chissà dove e ciò mi preoccupa. Usare di nuovo la mia vecchia Reflex vorrebbe dire rendere un istante relativamente eterno, toglierlo dal Tempo e quindi consacrarlo come qualcosa di più importante di ciò che in realtà è ed io non posso, né voglio, farlo. Non scatto più perché mi piace, non da quando Susan è in ospedale, è diventato e deve rimanere solo un lavoro, poiché altrimenti le ore e i giorni riprenderebbero a seguire il loro corso naturale, obbligandomi a uscire dal mio inverno e a scrollarmi di dosso la montagna di neve sotto la quale mi sono rifugiato. Dovrei riprendere a vivere. Non voglio che accada.

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