Capitolo 6

Domani andiamo al mare
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VI

Capodanno e il mese di gennaio bastano a malapena per mettermi in pari con ciò che ho perso nel mese di latitanza del mio cervello. Al mattino lavoro, il pomeriggio resto con Susan fino quasi a sera inoltrata ma non le ho ancora detto nulla sul perché non sia andato a trovarla. Ho inventato una scusa con le infermiere, però mi è stato impossibile ripeterla a lei e a Stephen; ho detto a entrambi che non riuscivo a stare in quella stanza, che era troppo difficile e che avevo preferito starmene a casa, sperando di trovare un po’ di forza.
Febbraio è appena iniziato e il 15 sarà il secondo anniversario dall’incidente. Ho bisogno di più forza di quanta non ne abbia in questo istante per affrontare quel giorno e uscirne mentalmente integro. Ciò che mi mette più alla prova è il gruppo di supporto formato dalle famiglie dei pazienti e seguito da uno psicologo. Le loro situazioni sono diverse dalla mia; Susan si trova in un coma auto-indotto, o così lo definisco io, dal quale potrebbe risvegliarsi in qualsiasi istante e tornare a essere la stessa di sempre, perciò non ho bisogno di sentirmi dire le stesse parole di conforto che possono servire a chi sa che il coma non lascerà mai andare la persona che ama. Le trovo molto più frustranti di tutto il resto. Eppure devo partecipare, perché secondo Stephen può farmi bene e perché la stanza di Susan è off-limits per il momento. A quanto sembra, non sarà più da sola in camera ma ci sarà un’altra donna nel letto accanto al suo.

Da quello che sono riuscito a sapere dalle infermiere, si tratta di una signora di mezza età, vittima di un incidente stradale che è stata indotta in coma farmacologico per controllare che non abbia subito danni al sistema nervoso. Sono come uno di famiglia per l’ospedale, quindi non mi stupisco che le mie domande ricevano una risposta ben più che esauriente.
Perciò, mentre aspetto di poter vedere mia moglie, me ne resto seduto in fondo alla saletta conferenze dove si tiene l’incontro con lo psicologo, ascoltando una parola ogni tanto e tenendo d’occhio la porta per poter scappare velocemente. Dei presenti, conosco quasi tutti per nome ma il nostro rapporto non va oltre. In verità, non ricordo nemmeno metà dei nomi di quelle persone, mi piace solo pensare che sia così.
Lo psicologo ha uno sguardo serio, concentrato sul viso della ragazza piangente in mezzo al gruppo. Le hanno detto che sua sorella non si risveglierà, che non da più segni di attività celebrale e che dovranno seguire le volontà espresse dal testamento. Domani spegneranno le macchine. Fine.
È una parola che non mi ha mai sfiorato in questi due anni. Per tutto questo tempo non ho mai pensato che la vita di Susan potesse finire o che avrei dovuto scegliere se attaccarla a una macchina o dirle addio per sempre nel caso in cui le sue condizioni fossero peggiorate. Non posso nemmeno immaginare cosa stia provando adesso quella ragazza e quanto coraggio serva per accettare una simile e ineluttabile catastrofe. Credo anche di essere incapace di compiere una scelta simile, nonostante sappia che, se Susan dovesse peggiorare fino a quel punto, non resterebbe più nulla di lei. Sarebbe solo un corpo che respira, che mangia, che dorme ma che non ha più nulla di vivo, nulla di umano se non l’aspetto. La terrei egoisticamente con me, per quanto vederla in quelle condizioni mi causerebbe un dolore inimmaginabile, molto più di quanto non ne soffra adesso.
Contro ogni mia previsione, quando l’incontro finisce, lo psicologo fa cenno di volermi parlare e sono costretto ad aspettare che tutti se ne vadano. Non so nemmeno cosa voglia, è la prima volta che lo vedo fare qualcosa di simile e l’idea di un colloquio a tu per tu con lui non è così esaltante. Il dottor Wilson è uno di quegli uomini con cui non vorrei mai avere a che fare, per il semplice motivo che è uno psicologo e io sono estremamente geloso di ciò che custodisco nella mia testa. Non è un caso se metto un filtro tra me e il resto del mondo.

“Leonard” chiama tutti per nome e ciò mi da fastidio. Siamo due estranei, non deve credersi più intimo con me di quel che non è e se mai lo fossimo, mi chiamerebbe Leo. Leonard lo usa solo Angie quando è arrabbiata. “So che presto sarà il secondo anniversario dall’incidente di Susan. Mi farebbe piacere che tu venissi nel mio studio in questi giorni, così possiamo parlarne. Fa bene sfogarsi di tanto in tanto”

“La ringrazio per il pensiero, ma non ne ho bisogno”

“Credo di sì, invece. Mi è stato detto che hai avuto un momento di… chiamiamolo smarrimento”

Più che smarrimento è stato odio profondo per me stesso, per Susan e per questa maledetta situazione, che ho cercato di annegare in cinque bottiglie di un liquore che disprezzo e che non è stato minimamente d’aiuto. Chi si smarrisce non lo fa di proposito, io invece lo stavo cercando consapevolmente. E sono altrettanto consapevole di non volerne parlare né con il dottor Wilson né con nessun altro specialista dell’intero Regno Unito o del globo il cui titolo inizi con psi-.

“Non mi sono perso. Ho evitato di proposito di venire in ospedale e non credo di aver bisogno di parlarne con lei dottore”

“Io credo invece che tu debba farlo, specie se è stata una tua decisione. Molti fattori di stress possono provocare…”

“Me lo sta consigliando o mi sta obbligando?” lo interrompo, sempre più infastidito.

“Io non obbligo nessuno”

“Allora, di nuovo, la ringrazio ma non verrò. Arrivederci”

Esco dalla sala conferenze senza aspettare che mi saluti e la prima persona cui penso è Stephen. Solo lui può aver orchestrato una simile mal arrangiata proposta pensando di essermi utile. Gliel’ho detto cento volte che non ho bisogno di quel tipo di aiuto ma sembra non capire. Camminando per il viale che collega il corpo centrale dell’ospedale con la zona dedicata all’università da cui sono riuscito a scappare, inondo la sua segreteria telefonica di insulti e minacce, urlandogli anche di togliermi dalla lista del gruppo di supporto. Non voglio più vedere il dottor Wilson in vita mia, né sentirmi dire cosa fare per fronteggiare la situazione. Basta, voglio viverla come meglio credo.
Vivere… Non credo che qualche mese fa avrei usato questo verbo. Io sono vivo? Non lo so, è tutto ancora così confuso che non mi sembra possibile esserlo realmente. Scoprire che Susan è diversa da chi ho sempre pensato che fosse è stata una rivelazione catastrofica. Mi ha aperto gli occhi su una realtà ben diversa rispetto a quella che mi sono immaginato per tutto questo tempo, permettendomi di capire che il solo ad essere rimasto indietro sono io. Susan, che ora è stesa su un letto in una delle camere del palazzo alle mie spalle, è riuscita a uscire dalla gabbia di ricordi in cui l’ho tenuta prigioniera senza che me ne accorgessi e ha fatto in modo che io prendessi il suo posto.
Forse Susan non ha fatto nulla di tutto questo, forse è solo colpa mia se non ho capito cosa accadeva intorno a me, colpa di promesse mai mantenute e di giorni passati lontano da casa e da lei. Sono io il colpevole di tutto ciò che è andato storto? Penso di sì.
Angie mi ha detto di vivere per quello, per il senso di colpa, e me lo ripete ogni volta che mi chiama. Ultimamente lo fa spesso e durante l’ultima telefonata mi ha detto che diventerò zio per la terza volta. Spera che sia femmina e anch’io lo vorrei. Una piccola marmocchia manca in casa loro. E poi, le bambine sono più facili da fotografare; si mettono in posa, sorridono e ti rapiscono a ogni scatto.
Ecco che nasce di nuovo, quella voglia di stringere la mia Reflex tra le mani e usarla, sentire il meccanismo interno che fa girare la pellicola, che vi imprime ciò che sto guardando e che lo rende eterno. È già successo che provassi una simile sensazione in questo giardino, ma oggi non la scaccio. Lascio che si depositi nel mio animo fino in fondo, che cresca finché non ho l’impressione di aver davvero scattato una fotografia a quegli olmi e al prato coperto di neve. L’immagine resta sospesa nella mia mente a lungo, a ricordarmi cosa provavo quando lasciavo che la mia passione mi travolgesse come un fiume in piena, e alla fine si allontana, sparendo per gradi. Il vuoto che rimane non è doloroso come ho sempre creduto; lascia quasi un sapore agrodolce, amaro e dolce al punto giusto da spingermi a volerne ancora. Però non posso concedermene altro, non merito di averne di più, perché devo espiare e non dimenticare la mia colpa. Se lo facessi, non sarebbe giusto nei confronti di Susan. Non voglio tradire la sua fiducia un’altra volta, non voglio più ferirla.

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