Capitolo 7

Domani andiamo al mare
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VII

Tre settimane dopo essere stata ricoverata, la signora nel letto accanto a Susan si è svegliata.
È successo mentre stavo raccontando a mia moglie perché non fossi andato da lei per un mese e di come avessi per un attimo avuto la voglia di ricominciare a usare la Reflex. Stavo ammettendo a Susan di aver sbagliato, di essere stato uno stupido e di averla abbandonata a se stessa, quando alle mie spalle si alza una voce roca che mi chiede se ho una buona tazza di the per far tacere la sua sete.

È successo cinque giorni fa e oggi si sono finalmente esaurite le visite dei parenti entusiasti di vederla sveglia, entusiasti a tal punto da essere chiassosi e insopportabili. Capisco la loro felicità, ma chiedo anche un po’ di rispetto per chi non la può condividere o provare. Oggi sono stato ricompensato e non si è fatto vedere nessuno.
Con la signora sveglia, però, non posso più chiacchierare con Susan come prima, dirle cose che solo lei deve sapere, e quindi ho deciso di portare con me il portatile e controllare alcuni impegni. In realtà non sono nemmeno passato da casa, ma sono venuto direttamente dal lavoro. Accanto ai piedi ho persino la custodia con macchina fotografica. Non ho intenzione di usarla ma negli ultimi giorni ho preso l’abitudine di portarla con me; mi piace sentire il suo peso sulla spalla, mi ricorda a cosa devo rinunciare se voglio riavere Susan.
Com’è mia abitudine, siedo dando le spalle alla porta e all’altro letto, controllando gli scatti di quella mattina sullo schermo. Ho ricominciato a occuparmene da poco, stando attento a non farmi assorbire troppo, e mi concentro solo su ciò che rientra nell’ambito del lavoro su commissione, anche perché non fotografo più per il gusto di farlo.

“È una foto meravigliosa”

Mi volto e la signora mi sorride pacata. Ruoto la sedia di 90°, così posso guardare sia lei che Susan. Siamo entrambi soli e probabilmente ha voglia di chiacchierare. Farebbe bene anche a me.

“Trova? Mi sembra ci sia qualcosa di sbagliato” giro il pc verso di lei e le indico il centro dello schermo. “Vede il ragazzo. Ecco, ho idea che la sua espressione stoni con il resto. Non le sembra?”

La signora afferra un paio di occhiali dal comodino e osserva attentamente. “Io non vedo nulla di strano. Pare perfetta… Ma lei ne saprà certo di più”

“Mi piacerebbe” chiudo il pc e lo appoggio accanto ai piedi di Susan. “Anni di lavoro non mi hanno ancora aiutato a capire cosa non funziona in quello scatto”

Ride appena, assicurandomi che accadeva la stessa cosa anche a lei. Ha fatto la pasticcera per trent’anni e non è mai riuscita a preparare una meringa. La voce le viene a mancare. Tre settimane senza parlare si fanno sentire. “Scusi la domanda” inizia, dopo aver bevuto. “Ma lei è Leo Schultz, il fotografo?”

Mi sorprende essere riconosciuto proprio lì, dopo due anni passati a farmi dimenticare e a non dare mie notizie a nessuno, da una donna che sembra tutt’altro che un’appassionata di fotografia.
Annuisco con pudore, qualità che fa a pugni con il mio carattere ma che sorge spontanea. È passato tanto tempo da quando quella domanda era posta come un’affermazione e non so più cosa devo sentire nell’essere appellato in quel modo. Forse il pudore è sufficiente.

“Ho pensato che fosse lei” il sorriso della signora si allarga. “Anche mio marito ne era convinto”

“Siete stati a delle mie mostre?” mi sembra strano chiederlo, come se io e il fotografo famoso, l’artista, fossimo due persone diverse.

“A tutte! L’ultima è stata, come dire, emotivamente coinvolgente e sconvolgente”

Non avrei potuto descriverla meglio. Era stata organizzata durante la settimana in cui era avvenuto l’incidente di Susan e avevo scelto come tema il degrado. Per lo più erano foto di città bombardate o distrutte, di famiglie sfollate. Rifletteva il mio stato d’animo di quel periodo alla perfezione. Ripensandoci, sono stato un insensibile stronzo. Ho preferito lavorare anche quando non avrei dovuto farlo.

“Credo che non ne farò altre” l’occhio mi scivola sull’espressione apatica di Susan.

È una statua di marmo, una bellissima dea classica dall’espressione immutabile che mi ricorda il mio crimine ogni giorno. È così bella che vorrei renderla immortale come quelle statue antiche… No, ho riempito ogni angolo di casa e della mia mente con le sue foto. Non commetterò lo stesso errore due volte.

“Sa” la signora segue il mio sguardo verso Susan. “Quando ero in coma la sentivo parlare. Non capivo cosa dicesse, sentivo solo una voce e mi piace pensare che fosse la sua. Forse anche sua moglie la sente”

“Come sa che Susan è mia moglie?”

“Oh, beh” liscia le coperte con una mano, evitando il mio sguardo. “Le infermiere la descrivono come un marito adorabile”

“È solo perché non sanno tutta la storia” quella signora mi fa uno strano effetto, mi fa venir voglia di parlare, di raccontarle di come siamo finiti in quell’ospedale e della mia colpa. Non so per quale motivo, sarà per il suo tono dolce o perché mi ricorda la vicina che faceva da babysitter a me e mia sorella quando eravamo piccoli, perché mi fa sentire al sicuro, ma sento che se la rendo partecipe del mio dolore potrei sentirmi sollevato. Il confine tra il volerlo fare e il farlo davvero è davvero sottile eppure, contrariamente a quando l’ho fatto con mia suocera, questa volta non lo attraverso, resto in silenzio con lo sguardo perso nel vuoto a pensare quanto sarebbe bello poter essere perdonato.

“Come, scusi?” uscendo da una trance, mi accorgo che devi avermi detto qualcosa che non ho sentito.

“Perché non le scatta una foto?” indica Susan. “Così avrà qualcosa da mostrarle quando si sveglierà”

L’idea mi solletica. Studio meglio la zona con l’occhio critico di un tempo e mi accorgo che la scena potrebbe essere perfetta per una foto. La luce del sole illumina il viso e il corpo di Susan per tre quarti, lasciando in ombra il braccio con la flebo e le apparecchiature di controllo. La testa è leggermente reclinata verso destra, verso la finestra, e ha un’espressione così rilassata che sembra assopita nel letto di casa. Ne verrebbe una bella foto, naturale e con un che di nostalgico, di antico.

Sento nascere di nuovo il desiderio di fotografarla. È una sensazione leggera, quasi impercettibile, ma forte abbastanza da non svanire subito. È agrodolce, tanto da farmene volere ancora.
Ho già una mano protesa verso la custodia della Reflex quando realizzo quello che sto facendo. Non devo farmi tentare e soprattutto non devo cedere alla prima occasione, altrimenti finirò di nuovo per ridurmi nello straccio d’uomo che ero prima di Natale. È solo perché mi sono buttato a capofitto nel lavoro che ho perso di vista chi era Susan, dimenticandomi di lei e di ciò che la rendeva speciale.

“Non c’è la luce giusta” ritiro la mano con un gesto secco, sentendola colpevole di non aver resistito alla tentazione. “E poi, lei detestava essere fotografata”

La porta si apre e la prima cosa che compare è un mazzo gigante di gerbere bianche, cinto da due braccia esili. La testa della ragazza che è appena entrata fa capolino da dietro e mi saluta affaticata.
È la proprietaria del negozio di fiori, quella con le punte dei capelli colorate di blu.
Non me la sono sentita di non dire niente a proposito di Susan a lei e alla sua compagna, Becky, perché erano colleghe e amiche di Susan, così sono entrato nel negozio una seconda volta e ho spiegato loro cosa è successo due anni fa. Da quel momento, si occupano sempre loro di procurarmi i fiori per mia moglie o glieli portano di persona.

“Buongiorno Kate” la libero dalle gerbere e mentre prendo il vaso vuoto da sotto il comodino di Susan, le presento la signora sdraiata nell’altro letto. Nonostante venga spesso, non l’ha ancora vista da quando si è svegliata.

“Ho pensato che delle gerbere potessero invogliarla a svegliarsi” mi spiega Kate mentre sistema i fiori e posiziona il vaso sul tavolino ai piedi del letto. “Che ne dici?”

“Non ha mai funzionato, ma tentar non nuoce” le offro la sedia ma lei scuote la testa.

“Sto facendo delle consegne. Sono passata solo per portare queste” guarda Susan, il vaso e poi la finestra. “C’è una bella luce qui! Perché non fai delle foto? Non sai quante volte Susan ci ha raccontato di come le piaceva farti da modella!” mi sorride velocemente. “Adesso vado. Arrivederci”

La sua visita non è durata nemmeno cinque minuti ma è stata sufficiente per far sciogliere come cera la mia bugia. Mortificato, guardo la signora. Non ha senso provare dispiacere, in fondo non sono tenuto a fare ciò che mi ha suggerito o a dirle ciò che penso, eppure mi sento come un bambino sicuro di riuscire a coprire un proprio sbaglio che invece viene scoperto.

“Non si preoccupi” mi tranquillizza. “Quei fiori sono molto belli. Sono i suoi preferiti?”

“No, in realtà Susan odia le gerbere” torno a sedermi tra i due letti. “Abbiamo pensato che farla arrabbiare potrebbe essere d’aiuto. Lei è una che si fa trascinare dalle emozioni, perciò…”

“E vuole che si svegli arrabbiata?” non so se è sconvolta o solo sorpresa. “È alquanto curioso”

“Voglio solo che si svegli” allungo un braccio per stringere la mano di Susan. “Se poi sarà arrabbiata con me, tanto meglio. Me lo merito”

Accetterei qualunque emozione, qualsiasi rimprovero o lamentela purché tutto sia pronunciato dalle sue labbra, con la sua voce leggermente roca ma musicale. Sono disposto a tutto, anche ad accettare il divorzio, ma solo se in cambio posso ottenere che Susan si svegli.

“Di fronte a te ho perduto ogni fiducia in me stesso e conseguito in cambio uno sconfinato senso di colpa”

Giro la testa verso la signora, lasciando la mano ancora stretta a quella di Susan. Sono strane le parole e incredibile è l’effetto che hanno su di me. Non mi importa che una donna che mi conosce appena sia riuscita a capire alla perfezione ciò si agita nella mia testa, né che il suo giudizio sia quel tipo di giudizio, il riconoscere cosa mi accaduto da quando Susan non è più con me. No, tutto quello non è importante e non regge nemmeno il confronto con l’aspetto più rilevante di quella circostanza. Il tempismo, la precisione al millisecondo con cui quelle parole sono entrate nella mia vita, ecco ciò che mi lascia senza fiato e mi permette di vedere come una semplice frase può condizionare i pensieri di chi la ascolta. Accade lo stesso nel mio lavoro, basta che la luce cambi e il mondo assume una sfumatura completamente diversa, che non può essere ripetuta e che se non viene sfruttata è persa per sempre. Ora come mai prima mi accorgo di quanto ciò che mi dà da vivere e le parole siano simili; entrambi possono raccontare, descrivere e rivelare gli aspetti più oscuri di ciò che abbiamo intorno o di ciò che cerchiamo di nascondere dentro di noi, in entrambe scorgo lo stesso pericolo, che sapevo appartenere alle parole ma che non ho mai provato a vedere in ciò che faccio. È sempre stato lì, nato nell’attimo in cui per la prima volta ho stretto tra le mani una macchina fotografica. Scattare o guardare una foto può cambiarti, può rendere migliore o peggiore la considerazione che hai di te stesso, della tua vita e della società; come le parole, un’immagine fissa e immutabile può fuorviare il tuo giudizio in modo irreparabile e renderti schiavo di una finta realtà, la credi vera ma in realtà è l’assolutizzazione di un solo punto di vista. Parole e fotografia possono stravolgere gli eventi, enfatizzarli, ridurne l’importanza o persino fingere che non siano mai accaduti, cancellandoli dall’esistenza in una frazione di tempo inferiore a quella che occorre a un battito di ciglia. Ho sempre avuto timore delle parole, credo per un buon motivo, ma adesso anche la mia arte mi fa paura, perché la prima vittima di quel potere è stata Susan.

Ciò che ha detto quella donna è vero. Di fronte a mia moglie ho perso tutta la fiducia che avevo in me stesso, guadagnando in cambio il più profondo senso di colpa mai sperimentato, ma non è Susan la causa. Vedere la donna che amo su quel letto non fa altro che ricordarmi tutti gli errori e le mancanze che ho commesso nei suoi confronti, rimette in discussione ogni decisione e la sottopone a un giudizio tagliente e implacabile. Mentre guardo Susan, ciò che pensavo fosse giusto diventa l’ennesimo errore commesso dalla mia presunzione; è un carico di cui non posso liberarmi, né mi è permesso alleviarlo in qualche modo. Lei però è solo l’ultimo anello della catena, una successione di eventi e scelte che io ho iniziato il giorno in cui chiesi ai miei genitori una macchina fotografica.

Disfattista non lo sono mai stato e tutto questo ripensamento su quali siano gli effetti della fotografia, un’arte che per quanto mi riguarda non merita più l’iniziale maiuscola, è solo la semplice e diretta conseguenza del suo potere distruttivo. Sarei arrivato alle stesse conclusioni, solo che ci avrei messo degli anni e non pochi mesi per accorgermene.
Fotografare il mondo mi ha condotto a distruggere ciò che guardavo e ciò che mi lascia ancor più insoddisfatto è che pensavo di fare l’esatto opposto. Ero convinto di salvare quel po’ di realtà che rientrava nell’obiettivo di una macchina fotografica e di restituirla per ciò che era. Il risultato spettacolare della mia stupidità è la vita che possiedo oggi. Non mi riferisco al senso di colpa per la responsabilità di ciò che è successo a Susan, no, lei mi ha permesso di capirlo, ma alla totale insoddisfazione per ciò che è il mio lavoro e la consapevolezza di aver sbagliato punto di vista. Ho dimenticato come guardare il mondo, sempre che ci sia il modo giusto per farlo, e non credo di poter ritrovare la strada.

Le parole della signora restano sospese nella stanza, le sento aleggiare sopra le nostre teste ma non le temo, anzi sono la mia liberazione. Sì, dinanzi a mia moglie ho perso l’autocompiacimento e la sensazione di essere il migliore che provavo guardando i miei scatti, però sono riuscito a smascherare la vera natura della mia arte e ad avere la distanza necessaria per riconoscerla. Io sono uno dei tanti presuntuosi, convinto di avere la giusta opinione su tutto e tutti, di guardare ciò che accade da un ottimo punto di vista e di riuscire a trarne una comprensione che rasenta la perfezione.

“Ha ragione” sento il cuore farsi leggero. Non mi pesa più rinunciare a quella che è stata la passione e la ragione della mia vita per molto tempo. “Ma è tutta colpa della fotografia. È lei ad aver distrutto ciò che avevamo fatto di buono Susan ed io”.


Ook quasi ci siamo! Domani andiamo al mare è giunto alla fine! Il prossimo capitolo (l’ottavo), infatti, sarà anche l’ultimo 😥

Kafka_Franz_Piccolo accredito_
La frase “Di fronte a te ho perduto ogni fiducia in me stesso e conseguito in cambio uno sconfinato senso di colpa” è un pensiero di Kafka! Mi piaceva e mi è sembrato adatto per la storia! È leggermente rivisitato ma se lo cercate su Google, vi compare la frase esatta (se non ricordo male, cambiano le forme verbali).

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