Sinfonia silenziosa

Così tante voci, troppe per riuscire ad ascoltarle tutte. Nell’oscurità delle palpebre chiuse il ragazzo si sforzava di comprendere le loro parole; erano magneti puntati verso la sua attenzione, ognuno calibrato per andare ad attrarre un polo della sua mente. Alle sue orecchie giungevano le grida di guerra da secoli cadute nell’oblio di una pianura silenziosa, i tuoni che infestavano una notte burrascosa in mezzo al mare, lo spiffero del vento attraverso un’asse del pavimento di una vecchia casa, i baci e le carezze di una madre al figlio appena nato, le confidenze di un innamorato al fiume nel quale voleva annegare se stesso e l’amore denigrato; sentiva lo scorrere della mano sulle corde di un violino, il volteggiare leggero di una ballerina, lo scricchiolio di una piuma intrisa d’inchiostro, il fruscio delicato del pennello sulla tela, i piccoli ticchettii ritmici di un orologio fuori tempo, la condensa dei respiri d’inverno e il cicaleccio dei grilli in un pomeriggio d’estate. Tutti raccontavano qualcosa, tutti avevano la loro importanza e quel briciolo di grandezza capace di rendere una vita mediocre pari alla più grande delle esistenze.

In mezzo a quella eufonia di suoni e parole, il ragazzo pensò di essere per sbaglio entrato in un teatro durante le prime audizioni per un nuovo coro. Non mancava nulla: baritoni, soprani, contralti, mezzosoprani, bassi, tenori e pure stonati mettevano in bella mostra le loro ugole, affinché quel visitatore, capitato quasi per caso di fronte a loro, scegliesse chi fosse il più meritevole in quel gruppo mal assortito. Urlavano tutti come pazzi, raccontavano storie che lui, giovane e inesperto com’era, non aveva nemmeno mai sentito e che forse mai avrebbe scoperto se non si fosse dato tanta pena per ascoltarli. Ma erano così tanti, troppe voci si accalcavano nella sua testa. Aveva paura della loro forza, della potenza dei loro racconti e anche se per alcuni di loro avrebbe fatto meglio a dimenticare che si trovavano lì, tutto quello che riusciva a sentire erano le voci provenienti da quei mondi racchiusi in cuori polverosi e a volte dimenticati.

«Ragazzo io devo chiudere» gli disse l’uomo barbuto passandogli accanto. «Comprane uno o fuori di qui»

Allungò timidamente una mano e non appena la sua unghia grattò la superfice ruvida di una delle tante copertine, le voci tacquero. Il cuore del ragazzo perse un colpo.

Aveva forse ucciso qualcuno? Si era fatto troppo avanti e allora quegli attori si erano vergognati delle loro esibizioni tanto da decidere di fermarsi? Quell’improvviso silenzio era per lui il più profondo dei dolori, la più grande delle incomprensioni e delle delusioni e non riusciva a trovare una spiegazione al perché la scomparsa di tante voci diverse tra loro lo avesse ferito in modo così profondo.

Ritrasse la mano ma nessuno ricominciò a parlare, o a cantare. Sentiva lo sguardo del libraio su di sé, però l’agitazione non arrivava a causa di quegli occhi scocciati. Lui voleva sapere, voleva ascoltare le vite nascoste all’interno di tante pagine e non poteva sceglierne una soltanto. Non voleva portare con sé il vecchio marinaio sopravvissuto a una terribile tempesta quando tanti altri si contendevano la sua mente, le sue orecchie e infine, il suo cuore. Non aveva il coraggio di voltare loro le spalle.

Stava iniziando a pensare di andarsene, che se non sapeva decidersi era meglio allontanarsi con le mani vuote e il cuore spezzato piuttosto che affrettare una scelta fin troppo importante, quando la sovraccoperta che aveva toccato riprese a far sentire la sua voce. Dapprima schiva e cauta, divenne presto più forte e sicura e convinse il ragazzo a portarlo con sé. Aveva la voce di un bambino e prometteva avventure mai viste o immaginate.

Fuori, avvolto nel freddo di quella sera d’inverno e con quel nuovo, ma già vecchio, mondo stretto tra le mani, il ragazzo guardò per un secondo oltre la saracinesca che si chiudeva e là, in quel buio che sapeva di scaffali stracolmi e poco avvezzi a essere toccati, gli sembrò di sentire una piccola sinfonia di voci che lo chiamavano. Il suo cuore era troppo piccolo e impreparato per accoglierle tutte in una volta, ma, con il tempo, la pazienza e la curiosità, sarebbe riuscito a restituire loro ciò che aveva di più prezioso. Non avrebbe smesso di cercare di rendere loro la vita che nascondevano.

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