Sbriciolata nutellosa 😋

Qualche venerdì fa leggevo la ricetta di questa torta su Un Diario Per Due Sorelle. Golosa come sono, l’ho salvata tra i preferiti della cronologia, in attesa dell’occasione perfetta per fare un dolce del genere. Oggi quell’occasione è arrivata! Comprata la nutella, io e my mum ci siamo messe dietro (avrebbe dovuto aiutarci anche mia cugina, ma ci eravamo stancate di aspettare 😆). Ecco il nostro risultato

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Noi abbiamo fatto una piccola aggiunta: una spolverata di zucchero prima di infornare per una bella crosticina!

Beh che dire… È una cionata!!! Veramente buona! Però meglio fermarsi a una sola fetta 😆

Mah

Stasera guardavo Masterchef e pensavo “Mah… Devono averli pagati bene!” perché fan così tanto i pidocchiosi e poi mangiano i sughi pronti spacciandoli per quelli della nonna (Pöra nonna!!!!), comprano le patatine nel sacchetto come tutti i comuni mortali e pretendono che da un rotolo preconfezionato di sfoglia una si inventi un piatto da stella Michelin…

Mah… devono averli pagati bene, anche se non so per quale dei due “lavori”…

Sgoccioli

Buon fine lunedì, cari lettori!

Di norma, il lunedì è il giorno più lento dell’intera settimana per me. Non so se è una questione metabolica o mentale, ma fatico a ingranare la marcia durante giornate come quella di oggi e a risentirne è la lista delle miliardi di cose che dovrei fare (il condizionale è obbligatorio purtroppo…).

Il primo punto della suddetta lista è la tesi di laurea. Essendo per la triennale, non dovrebbe essere un argomento troppo complicato (né troppo ampio) ma ovviamente io ho la non volontaria tendenza ad esagerare. Come tema ho scelto di analizzare l’influenza che le esperienze e i ricordi personali esercitano sulla memoria culturale (o collettiva) attraverso le opere di quel gran genio che era Ray Bradbury. La mia tesi, in particolare, si dovrebbe focalizzare sull’analisi di un racconto intitolato Somewhere a Band is Playing (Da qualche parte suona un’orchestrina)… Qui sorgono i problemi, perché sembra che su tale opera non esistano testi critici. Non è che non sono in grado di analizzarla da sola ma… Sì, insomma, la cosa mi sembra abbastanza esosa, visti i presupposti del “No complicato. No ampio”. Però ho una relatrice che mi ha dato l’ok… Speriamo bene 😆

Quindi ho passato la giornata a cercare il maggior numero di saggi che si occupano di Bradbury nella speranza che almeno uno tratti della mia short novel, ritrovandomi sommersa di titoli e appunti!

E a voi com’è andata la giornata? Io vi farò sapere come va a finire la mia ricerca e ora che il lunedì è agli sgoccioli mi, e vi, regalo una piccola perla 😊 Buona serata!

Time Murder (Capitolo 4)

Capitolo I – Capitolo IICapitolo III

IV

Anne si sporse sul tavolo massiccio della cucina e chiese a Hayden perché fosse tanto sconvolto. Aveva appena finito di esporgli il piano geniale ideato mentre serviva a tavola e che puntava a farle smascherare l’omicida di Froster, perciò sul serio non capiva perché la fissasse con gli occhi sgranati.

«Perché, mi chiedi?!» bisbigliò, sporgendosi anche lui in avanti per evitare che altri lo sentissero. «Ma ti sei sentita? Hai appena detto di voler scoprire chi ucciderà il vecchio Froster!»

«È un piano perfetto! Dobbiamo solo fare in modo che ci siano dei testimoni»

«Anne ma che diavolo ti salta in…» Hayden si guardò attorno, zittendosi e ritraendosi in fretta quando si accorse che Ulstar li stava fissando. Anche Anne si raddrizzò e assunse un’aria innocente.

«Se avete tempo di parlare, allora potete controllare che i camini nella sala da ballo siano accesi e la stanza ben illuminata» in malo modo passò ad Anne un candelabro spento. «Ala sud. Porta a destra»

Il modo altezzoso in cui la trattava la innervosiva. Come se si credesse migliore di lei! Era così arrabbiata che avrebbe voluto rispondergli per le rime e dirgli che sapeva alla perfezione dove si trovava la sala da ballo. Si trattenne quasi per miracolo e si avviò impettita per i corridoi, stringendo al petto il candelabro; Hayden la seguiva a ruota, le braccia cariche di legna e il fiato corto, così impegnato a mantenere i pezzi in equilibrio che non sollevò più il discorso sul piano di Anne.
Lei lo guidò per i corridoi come se facesse quella strada tutti i giorni, per più volte al giorno, rimuginando su quanto fosse odioso quel domestico. Ulstar si sbagliava a trattarla in quel modo, non aveva il diritto, e concluse che doveva trattarsi di un bigotto misogino e invidioso, nonché analfabeta e cattivo nell’animo. Era così impegnata a lanciargli degli insulti a distanza che per poco non superò la stanza dove dovevano entrare; se non fosse stato per della leggera musica che proveniva da dietro la porta sarebbe andata oltre.

Dentro l’orchestra stava finendo di accordare gli strumenti; si vedevano anche delle ragazze sistemare e aggiungere delle sedie a quelle già presenti in fondo alla stanza.

«Ti sai orientare bene qui dentro» si stupì Hayden nel superarla per dirigersi verso il camino.

Anne lo ignorò e si avvicinò a uno dei tavoli laterali sprovvisti di candelabro; appoggiò quello che aveva in mano, lo accese, controllando che gli stoppini delle candele non si spegnessero subito, e quando ebbe finito si concentrò sulla sala. Non era mai stata lì prima di allora, però conosceva alla perfezione l’intera pianta dell’edificio perché aveva dovuto memorizzarla per un progetto scolastico. Per quanto non le importasse nulla di quella casa, non era riuscita a dimenticarla e adesso eccola lì pronta all’uso. Se Hayden le avesse chiesto come arrivare in una determinata stanza, lei lo avrebbe guidato senza problemi.

Rispetto al resto della casa, dove i domestici correvano a destra e sinistra, lì era ancora tutto tranquillo. Si sentì a proprio agio, specie perché durante la cena non aveva fatto altro nemmeno lei. Era stanca e soddisfatta al tempo stesso.
Ancora non credeva di aver ideato la strategia perfetta per risolvere l’unico omicidio mai avvenuto in tutta la storia della città. Avrebbe riabilitato il nome della sua famiglia e nessuno li avrebbe più guardati dall’alto in basso, additandoli come strani; avrebbe dato a Timmy la possibilità di avere degli amici senza che il suo cognome fosse un problema. Lei si sarebbe esposta per dimostrare che la sua famiglia era normale e che ciò che dicevano di loro o del vecchio Froster erano solo delle assurdità.

«Non succederà» Hayden le comparve accanto all’improvviso e soffiò quelle parole direttamente nel suo orecchio, poi si appoggiò al tavolo e si mise a fissare l’orchestra.

«Come scusa?» il suo arrivo l’aveva così spaventata che Anne si domandò se nel futuro, oltre ai viaggi nel tempo, avessero trovato il modo di leggere nel pensiero e muoversi senza far rumore.

«Ti stavo osservando e sulla tua faccia leggevo un’espressione da “Risolverò l’omicidio di George Froster”. Non succederà»

Anne si sentì offesa dalla facilità con cui era riuscito a capire cosa le passasse per la testa, ma sospirò di sollievo nel sapere che non era stato aiutato da improbabili abilità, psichiche e non. Lettura del pensiero e super velocità… Sì, come no.

«Sì, invece. Tanto siamo bloccati qui fino a dopodomani» provò a guardarlo in faccia ma Hayden si ostinò a fissare dritto davanti a sé. «Approfittiamone per fare qualcosa di utile»

«Utile per chi?» domandò, incrociando le braccia al petto e guardandola di sbieco. «Non certo per George Froster, visto che il tuo piano prevede che muoia»

«Cosa vuoi che faccia?»

«Che ne dici di salvarlo? Quello sì che sarebbe un buon modo per cercare di aiutarlo»

Scosse la testa con convinzione. «Se Froster non morisse, il mio antenato non si trasferirebbe qui e il ramo della mia famiglia non esisterebbe»

Hayden rise. «Ma guarda… Quando ti fa comodo sei un’esperta di fisica del tempo? Questa sì che è una sorpresa» la sua voce traboccava di disprezzo.

Era tornato lo stesso ragazzo scorbutico che le aveva detto di essere tornato indietro solo perché gli avevano detto di farlo. Non lo avrebbe sopportato facendo finta di nulla, perché lei non ci sarebbe mai voluta finire in quella situazione e cercava solo di trovare qualcosa da fare mentre aspettava di poter tornare dalla sua famiglia nel suo tempo.

«È semplice logica. Se non vivessi a Pearlhell, noi non ci saremmo mai incontrati e adesso non saremmo bloccati qui» iniziava ad odiarlo e non lo mandava al diavolo solo perché lui era il solo in grado di riportarla indietro.

«Ma allora non ascolti! Passato e futuro non esistono in realtà. Sono istanti costantemente presenti e possono comunicare tra di loro senza essere toccati dagli effetti. Per quanto ne so, tu ed io potremmo anche morire in questo preciso istante senza che il Tempo collassi su se stesso per risolvere il paradosso»

«È impossibile morire ancora prima di essere nati» cercò di opporsi non perché non credesse a Hayden – era lui l’esperto, come poteva non credergli? –, ma perché quell’eventualità la faceva rabbrividire.

«Ti sbagli, perché non solo è possibile, ma rischia di succedere se restiamo qui più del dovuto»

«Cosa ne sarà di Froster?» di fronte alla possibilità di morire tutto il resto diventava superfluo, però non voleva lasciare quel vecchietto così normale in balia del suo destino. «C’è qualcosa che non torna. Dovrebbe essere un mostro sadico odiato da tutti e invece…»

«Vuoi farmi restare solo perché non è come lo descrivono le dicerie? Scusa ma non è sufficiente per convincermi» la fermò, voltandosi verso Anne e inchiodandola con un’occhiata carica di rimprovero. «Proprio come non lo è il fatto di voler scrivere una relazione che smentisca tutte le voci»

Rimase di sasso per lo stupore e la rabbia. Sapeva tante, anzi troppe, cose che la riguardavano ma ciò che più la mandò su tutte le furie fu l’insinuazione che volesse restare solo per una banale ricerca scolastica. Lei non era così superficiale. Voleva aiutare la memoria di Froster perché non meritava un trattamento simile.

«Dovrò anche scrivere una relazione su di lui, ma non lo faccio per quello!»

«Ipocrita» sibilò a denti stretti.

«Come scusa?» scattò all’indietro per guardarlo dritto in faccia. Non doveva permettersi di ripeterlo.

«Sei un’ipocrita» la trapassò di nuovo con quegli occhi trasparenti prima di staccarsi dal tavolo. «Ti riporto indietro non appena Chronos finisce le analisi. Niente più spiegazioni. Fine della discussione» con passo deciso uscì dalla stanza attraverso un’uscita laterale, lasciandola sola proprio mentre le porte principali iniziavano ad aprirsi per far entrare gli ospiti.

Fine della discussione? Quello era tutto fuorché una fine e non sarebbe riuscito a farla passare per chi non era. Lei non avrebbe mai cercato di scoprire chi stava per uccidere Froster solo per fare bella figura con gli insegnanti e smettere di essere presa in giro da degli adolescenti senza cervello. Quel pazzoide venuto dal futuro non la conosceva proprio per niente se era convinto di quello che aveva detto. Voleva che provasse a salvare George Froster? Bene. Visto che non era importante per il suo futuro, avrebbe fatto di tutto per tenerlo in vita finché si fosse trovata lì.

Per tutta la durata del ballo Anne non smise di pensare a quanto odiasse Hayden e pur di non vederlo rimase in un angolo della sala tenendo tra le mani un vassoio vuoto, che gli ospiti potevano usare per liberarsi dei bicchieri. Era così nascosta che in pochi si avvicinarono per lasciarle qualcosa ma da lì poté osservare la figura di Froster quasi per tutto il tempo. Non le sembrava che il vecchio si trovasse a suo agio in mezzo a tutte quelle persone, a stringere mani e scambiare sorrisi, ma gli sguardi che lanciava di tanto in tanto alla ragazza al suo fianco convinsero Anne che doveva essere lei la sola in grado di dargli il coraggio per non andarsene. Trovò strana la timidezza di un uomo così importante e che mandava avanti la vita della città da più di trent’anni, soprattutto se dava per vero ciò che aveva sempre sentito dire di lui, eppure si disse che era bello vederne il lato umano. Stava vivendo una possibilità unica e non se la sarebbe lasciata sfuggire, nemmeno se Hayden si fosse messo in testa di ostacolarla.

«Quello è il figlio del padrone» le mormorò una cameriera che le si era avvicinata per darle un vassoio vuoto. Non che ne avesse bisogno, perché molti degli ospiti se n’erano andati da chissà quanto tempo.

«Come?» Anne smise di fissare la schiena che si era messa sulla traiettoria tra lei e il vecchio Froster e che le impediva di vedere cosa stesse facendo.

«L’uomo che fissate da qualche minuto» la donna la guardò con disappunto. «È il figlio del padrone»

«Oh» quindi valeva anche per lui la regola “sguardo basso e silenzio di tomba”.

Il figlio di George Froster… Anne si infischiò della regola e puntò nuovamente lo sguardo davanti a sé. Quella schiena era figlio di Froster? Il figlio che si diceva fosse stato fatto orribilmente uccidere davanti agli occhi del suo stesso padre? O in quella casa sarebbero accaduti due omicidi nell’arco di due giorni, o anche quella era una delle tante voci inventante sul conto di quel vecchietto. Per un millesimo di secondo rimpianse di aver lasciato il telefono sul bancone della cucina prima di uscire di casa quella mattina, poi scacciò quel pensiero con foga. Ammettere di voler fotografare quel momento non solo era stupido, ma avrebbe dato ragione a Hayden e non sarebbe mai accaduto.

«Ma non era morto? Cioè, ho sentito dire che era morto» bisbigliò e allora la donna le afferrò un braccio e la fece voltare, dicendole di aiutarla a sistemare sul vassoio i bicchieri abbandonati sui tavoli e di portarli in cucina.

«Voi parlate in modo strano» le disse prima che si allontanasse con le braccia cariche di bicchieri. «Vostro cugino no, ma voi sì»

Anne, costretta a seguirla per portare altri vassoi e bicchieri, avrebbe volentieri lasciato cadere tutto pur di sfogarsi. Certo, Hayden era perfetto e sapeva esattamente cosa fare. Per lui quell’orologio aveva creato una copertura perfetta, con tanto di lettera di referenza e magari dandogli anche un nome falso, mentre lei si doveva arrangiare e passare per quella che parlava in modo strano, che attirava l’attenzione del vecchio Froster e che doveva seguire per filo e per segno quello che le diceva il ragazzo venuto dal futuro perché lui era quello che dava gli ordini ma che, caso vuole, la lasciava sempre sola. Se la abbandonava, poi non poteva pretendere che non prendesse l’iniziativa. Però lui dava ordini e dopo spariva, non restava ad aiutarla.

Rifece la strada dalla cucina alla sala da ballo molte e molte volte. Per quanto le avesse sempre messo i brividi preferiva la versione disabitata della casa, solo perché non aveva mai dovuto percorrere tutte quelle volte gli stessi corridoi e caricare su vassoi pesanti dei bicchieri estremamente fragili. Per ogni viaggio aveva rischiato di mandarne in frantumi la metà e anche se avrebbe voluto rompere qualcosa, sapeva che non poteva iniziare dai bicchieri di Froster.

Ulstar alla fine l’aveva anche spedita a controllare che non fosse rimasto nulla da sistemare e mentre tornava indietro per l’ennesima volta, piuttosto che lamentarsi tra sé di quanto quell’insopportabile altezzoso la trattasse male, si guardò attorno domandandosi dove fosse finito Hayden. Aveva la capacità di sparire come se sapesse diventare invisibile e nessuno gli aveva ancora fatto il più piccolo rimprovero. Per quello le dava così sui nervi e lei non era il tipo che si arrabbiava così in fretta. Nemmeno Freddie Coffman l’aveva mai irritata tanto con i suoi insulti gratuiti e stupidi.

Perché proprio lei era finita in quella situazione? Hayden aveva detto che non le avrebbe più spiegato nulla e ormai non le importava più di tanto. Al diavolo lui e il suo maledettissimo orologio parlante; si sarebbe concentrata su Froster e sull’evitare che morisse.

Mancavano meno di due giorni e l’omicida doveva di sicuro trovarsi già in casa, perché il cadavere era stato trovato in una delle stanze private. Pensandoci bene, Anne si accorse che doveva trovarsi dietro una delle porte che si affacciavano sul corridoio in cui si era appena infilata. L’aveva fatto senza pensarci, perché sperava di trovare una specie di scorciatoia, però ora che prestava attenzione a dove andava si sentì rabbrividire. Strinse al petto il vassoio vuoto mentre avanzava; non andava più spedita e controllava cosa si nascondesse in quelle stanze, senza avere un vero motivo per farlo. Forse sperava che, vedendolo, avrebbe riconosciuto il luogo grazie ai racconti che aveva sentito. Si sentì una di quei fuori di testa del turismo macabro, che visitavano i paesi dei crimini più efferati pur di poter dire “Io c’ero”, ma l’idea, per quanto le desse fastidio, non le impedì di continuare a cercare. Stava per appoggiare una mano sulla maniglia di una porta come le altre quando sentì che qualcuno lì dentro discuteva animatamente. Se ne sarebbe andata all’istante, anzi aveva già un piede pronto a scattare per portarla via di lì, se non avesse sentito pronunciare il nome di Froster. Fu una tentazione troppo forte. Fece scattare la molla per aprire leggermente la porta e appoggiò l’orecchio contro la superficie di legno, a pochi millimetri dall’apertura. Le voci erano di due uomini.

«Non è abbastanza. Se vogliamo che il piano vada come previsto, devi fare come ti ho detto»

«Ma, signore, è impossibile. Fare di più metterebbe in pericolo le vite di entrambi. La vostra fidanzata e…»

«La sicurezza della mia fidanzata non rientra nei tuoi compiti. So quello che deve essere fatto e Froster non rinuncerà alla propria decisione finché non la crederà in pericolo di vita. Tu non sai ciò di cui è capace. Mi farebbe uccidere se lo scoprisse» il tono del primo uomo era passato dall’essere teso e adirato a un sottile filo di voce, quasi supplicasse di essere creduto.

Se l’interlocutore sembrò accettare di continuare il loro piano, ad Anne qualcosa non tornava. Magari, se non avesse visto il lato umano del vecchio Froster e avesse continuato a credere alle voci su di lui, avrebbe potuto pensare che avesse ragione, ma così era sospetto. Sembrava escogitato di proposito.
Stava cercando di truffare Froster ma non capì per quale motivo; soprattutto non la convinceva l’enfasi con cui aveva cercato di persuadere il secondo uomo che quella a rischio era la sua di vita, non quella di Froster o della ragazza. Ad insospettirla si aggiungeva anche il cambio repentino del tono, come se si fosse accorto che non avrebbe convinto l’altro parlandogli in quel modo duro e perentorio.

Era ancora bloccata vicino alla porta a pensare quanto fosse strano e incoerente quel comportamento, quando si accorse che nessuno dei due aveva più detto niente. Ebbe solo il tempo di allontanare il volto dalla fessura prima di ritrovarsi faccia a faccia con un domestico.
Era in grossi guai, oltre ad avere per la prima volta seriamente paura di essersi spinta fin dove non avrebbe dovuto. Il secondo pensiero fu che non doveva restare lì e nell’attimo di sorpresa che aveva colto entrambi, il suo corpo si mise in moto da solo. Balbettò una scusa come “Mi sono persa”, o qualcosa di molto simile, e se ne andò quasi correndo.

Hayden. Doveva trovare Hayden. Se gli avesse raccontato cosa aveva scoperto lui avrebbe di certo saputo cosa fare, o almeno lo sperava. Quello che aveva sentito era una notizia bomba e adesso non poteva più dirle che si era messa in testa di scoprire l’omicida per scrivere una buona relazione; lo faceva perché forse si trattava di un complotto vero e proprio ai danni di un uomo onesto. Anche Hayden le avrebbe dato ragione a questo punto.
Aveva ancora il cuore che le batteva a mille quando lo raggiunse nel cortile sul retro, davanti alle stalle. Fuori faceva freddo ma l’adrenalina che era entrata in circolo dopo essere stata vista la rendeva insensibile a tutto. Voleva solo riferirgli quello che aveva scoperto e sentirsi dire che aveva ragione.
Sentiva che qualcosa non quadrava e lui avrebbe dovuto ammettere che si era sbagliato, sia nel dire quelle cose su di lei, sia nel considerare il suo piano come il tentativo di una ragazzina di fare bella figura a scuola. La relazione era il suo ultimo pensiero; ormai si trattava di scoprire che intenzioni avesse quell’uomo e come evitare l’omicidio di George Froster. Si rendeva conto dell’assurdità di tutto quello ma, se proprio doveva considerare la situazione dal punto di vista della logica, non avrebbe potuto nemmeno trovarsi nel 1841, perciò tanto valeva cercare di salvare un uomo destinato a morire di lì a due giorni.

«Tu non ci crederai mai» si piazzò davanti a Hayden senza badare a quello che stava facendo e gli riversò addosso un fiume di parole. Sentiva di aver scoperto una cosa sensazionale e tramutò quello che sapeva in una cascata ininterrotta di “ma” e “perché”, che Hayden dovette ascoltare senza avere la possibilità di fermarla. Non gli permise di aprire bocca finché non ebbe finito e dopo avergli trionfalmente detto che era più che mai necessario scoprire cosa stessero architettando quei due per salvare Froster, lo osservò con un’espressione soddisfatta dipinta sul volto. Chi era l’ipocrita ora?

«Hai finito?» domandò lui, guardandola di sbieco mentre la superava.

«Sì ma…» si voltò per seguirlo «Non hai altro da dire?»

Hayden si fermò di colpo e incrociò le braccia al petto. «No»

«Vuoi lasciare che freghino il vecchio Froster?»

Non che si aspettasse chissà quale cambiamento in Hayden – ormai aveva capito che non gli andava a genio e lei avrebbe detto lo stesso di lui –, però sperava almeno che si scusasse con lei per averla trattata da ragazzina superficiale. Aveva o no appena detto di voler aiutare George Froster? Almeno per quello meritava un po’ di riconoscimento.

«Non mi sembravi così propensa a salvarlo qualche ora fa. Per caso, sentirti dire che sei un’ipocrita ti ha fatto cambiare idea?» si chinò verso Anne e le rifilò un’occhiata carica di astio. «Tu ed io siamo qui per un errore e non ficcherai il naso in qualcosa che non ti riguarda. A te interessa solo che il vecchio muoia e non ho intenzione di stare al tuo gioco»

Un ragazzo si avvicinò a Hayden e gli diede una pacca sulla spalla per richiamare la sua attenzione.

«Siete pronto, Isaac?» gli domandò, stampandosi in faccia un sorriso sciocco quando si voltò verso Anne. «Non porterete anche lei?»

Era allibita. Allibita e anche infuriata, sia con Hayden che con quel suo dannatissimo orologio. Lui aveva una copertura perfetta, era più bravo di lei a immedesimarsi e adattarsi allo stile e al modo di parlare delle persone e, a quanto sembrava, era già entrato nelle grazie di chi lavorava in casa. Isaac! Che razza di nome era Isaac?!

«Dove vai?» lo apostrofò stizzita. Non solo voleva saperlo, Anne pretendeva di sapere perché a Hayden era concesso tutto mentre lei quasi non poteva respirare senza chiedere il permesso.

«Vostra cugina ha dello spirito!» il ragazzo le si avvicinò e appoggiò una mano sulla sua testa. «Dovreste quietare il vostro carattere, altrimenti non avrete vita facile con Ulstar. Isaac vi aspettiamo fuori dai cancelli»

Hayden annuì, assicurandolo in tono divertito che li avrebbe raggiunti subito dopo aver messo a letto sua cugina, ma mentre il domestico si allontanava, guardò truce Anne. Lei non abbassò mai lo sguardo, nonostante le sue iridi trasparenti la inquietassero. Lui non aveva il diritto di essere arrabbiato.

«Ti diverti a metterci nei casini? Non so se l’hai capito, ma siamo bloccati qui ancora per due giorni e non avremo un posto dove andare se ci fai cacciare. Novembre non è un mese estivo, lo sai?»

«Mi credi davvero così stupida» era una costatazione, non una domanda. Lui la credeva un’incapace e la trattava come si tratta qualcuno che non si sopporta ma con il quale si è obbligati a restare. La trattava da peso; per Hayden lei era un peso che non era disposto a tollerare più di tanto. Capirlo la offese.

«Non so se sei stupida, ma sprovveduta lo sei di certo. E io non ho intenzione di chiedere aiuto perché una ragazzina iperattiva del XXI secolo non sa tenere a freno la curiosità. Adesso dimenticati di tutte quelle scemenze su Froster e va a dormire»

«Io non prendo ordini da uno che mi tratta in questo modo! E non sono scemenze!» protestò ma Hayden non la prese sul serio. Scosse semplicemente la testa e dopo aver recuperato una vecchia giacca da uno spuntone appeso alla parete della stalla, fece per avviarsi nella stessa direzione in cui era sparito l’altro ragazzo.

«Te ne vai sul serio?!»

«Sì, Anne. Ho intenzione di raggiungere un gruppo di ragazzi e con loro scendere in città. Fingermi uno di questo secolo è il solo modo che ho per andarmene alla svelta e se a te non sta bene, non è una cosa di cui debba preoccuparmi! Ora finiscila di fare la mocciosa blaterando cose senza senso e va in casa»

Benché non avesse alzato la voce, Hayden l’aveva aggredita in tono duro e proprio la sua lucida freddezza la immobilizzò sul posto. Non disse niente e lui se ne andò con passo svelto. Per la prima volta da quando era uscita sentì freddo, un gelo innaturale che le stringeva lo stomaco e le ossa di tutto il corpo. Non se l’era ancora chiesto, ma chi era Hayden in realtà? Non le aveva detto nulla su di lui. Era bloccata nel 1841 con un perfetto sconosciuto e per la prima volta da quando l’aveva incontrato, Anne ebbe paura.

Ho un blog

imageQuesta perla me l’ha regalata Facebook, o meglio, il profilo Facebook di una mia amica. All’inizio – e comunque anche adesso – mi ha fatta ridere perché, io per prima, sono convinta che tenere un blog ti renda effettivamente uno scrittore/una scrittrice fondamentalmente perché qualcuno (forse) legge ciò che scrivi. È proprio come spacciarsi per un pilota guidando un vecchissimo Ciao della Piaggio (sì, ho meno di 30 anni e so cos’è 😊), uno di quelli consumati dalla ruggine  e con il quale fai prima spingerti con i piedi che usare i pedali!

Però poi ci ho riflettuto e anche se continua a farmi sorridere, per chi vuole che il proprio blog sia una vetrina per ciò che scrive, essere un blogger è in effetti come essere uno scrittore – magari una sua sotto-categoria non così “aulica” – perché ci si mette impegno e dedizione. Il mio blog e lo scrivere nuovi articoli per farlo crescere sono un lavoro (che non si sappia in giro perché potrei dover pagare le tasse come lavoratrice autonoma e di questi tempi non si sa mai…).

Alla fine mi son chiesta: sono una scrittrice perché ho un blog? Credo che la risposta sia sì, perché in fondo è vero. Io scrivo – lo faccio anche in questo momento – e se non lo facessi non esisterebbe un blog, proprio come non esisterebbero gli altri. Che poi, ha davvero senso chiederselo? Se è una cosa che ci rende felici, soddisfatti e che ci fa stare bene, beh basta farla, anche solo per cinque minuti al giorno.
Altrimenti finiremo per diventare pazzi, per sentirci dimenticati e non faremo mai ciò che vogliamo!