Time Murder (Capitolo 3)

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III

Il primo viaggio nel tempo di Anne le tolse il respiro e le mandò lo stomaco sotto sopra.
Tutta la stanza danzava alla stessa velocità di una trottola e se non si fosse tenuta al braccio di Hayden, anche il suo corpo si sarebbe messo a ruotare. Teneva ancora gli occhi fissi sul profilo del suo viso perché gli oggetti tutt’attorno erano diventati un’unica linea dai molti colori, che si sovrapponeva e divideva a seconda di come girava la stanza. Nelle orecchie le rimbombava un rumore che avrebbe giurato appartenesse a uno sciame infuriato di api pronte a pungere e anche i suoi pensieri vorticavano in fretta, passando dal chiedersi cosa fosse successo alla paura di non poter tornare mai più a casa e all’orrore di non sapere dove fosse o se potesse fidarsi della persona che aveva davanti. Per quel che riguardava Hayden, Anne si accorse che il suo volto non tradiva nessuna emozione e che tutto quel roteare non aveva alcun effetto su di lui; se ne stava immobile con gli occhi chiusi e respirava il più lentamente possibile. Lo invidiò per tutta quella calma. L’unica cosa che avrebbe voluto fare lei in quel momento era vomitare e non appena la stanza si fermò, fu esattamente ciò che accadde. Non si guardò attorno per capire dove fosse finita, ma andò alla ricerca di un secchio e ci rimase sopra finché il suo stomaco non le assicurò che sarebbe rimasto al suo posto se lei avesse provato a muoversi.

Una mano esile la aiutò a tirarsi su e le passò uno straccio umido sulle labbra e sulla fronte. «Vi sentite meglio, cara?»

Anne ruotò la testa con estrema lentezza e mise a fuoco a fatica una signora della stessa età di sua nonna che indossava un abito verde oliva dalle maniche a sbuffo e un lungo grembiule quasi bianco; sopra i capelli portava una cuffietta dello stesso colore. Le diede l’impressione di essere sbucata da un quadro di metà ottocento, proprio come la cucina che stava iniziando a emergere dalla linea indistinta che le girava attorno. Dov’era finita?
Credette di annuire mentre con lo sguardo andava alla ricerca del responsabile di tutto quello. Trovò Hayden appoggiato a una parete lì accanto, che chiacchierava allegramente con una ragazza vestita in modo simile alla donna che stava aiutando lei a stare in piedi. Indicava i suoi abiti e rideva di cuore.

«Tu…» mormorò, ritrovando un po’ di forza per raddrizzarsi. «Tu!» questa volta lo disse a voce così alta che tutti si voltarono a guardarla, compresi la ragazza e Hayden, i cui occhi puntati sul suo viso la fecero infuriare. «Riportami subito indietro! Riportami a casa!»

Seguì un lunghissimo istante di silenzio, in cui Anne sentì solamente il ronzare furioso nelle sue orecchie e i suoi respiri affannosi che si facevano sempre più corti e irregolari. Hayden continuava a fissarla impassibile, poi le sue labbra si mossero, dicendo qualcosa a proposito di quanto il viaggio avesse sconvolto la sua piccola cugina e che avevano entrambi bisogno di riposare prima di presentarsi al padrone di casa e prendere servizio. Anne non ci stette a passare per la ragazzina cagionevole ma quando cercò di spostarsi verso il ragazzo venuto dal futuro, le gambe non la ressero e cadde in avanti, riuscendo a non finire sul pavimento solo perché qualcuno la afferrò all’ultimo. Tutto riprese a muoversi e Anne decise di chiudere gli occhi per non stare male di nuovo.

 *

Quando Anne si svegliò, si ritrovò sdraiata su un letto, avvolta in quattro coperte pesanti e con un macigno al posto dello stomaco. La stanza non girava più ma le orecchie le sembravano ancora invase dallo sciame di api; se ne stavano un po’ più tranquille ma erano ancora lì. Hayden era seduto su una sedia distante pochi centimetri dal bordo e controllava il suo orologio da polso con un’espressione apprensiva.
Anne cercò di alzarsi, o almeno di girarsi per riuscire a liberare un braccio, ma qualcuno l’aveva avvolta talmente stretta che non riuscì a fare assolutamente nulla e finì con il ritrovarsi il mento interamente nascosto sotto una coperta che le irritava la pelle.

«Toglimi queste cose di dosso» intimò ma il tono perentorio fu attutito dagli strati di lana e quello che uscì fu poco meno di una supplica.

«No» non alzò nemmeno la testa per risponderle, ma continuò a far osservare il quadrante del suo orologio e a sfiorarne la cassa con l’indice. «Devi restare al caldo finché non ti sei ripresa»

«Sto bene!» protestò, cercando di nuovo di uscire da sotto le coperte.

«Potrai alzarti quando le tue orecchie smetteranno ronzare» la cascata di ricci si mosse e Anne fissò stranita gli occhi di Hayden. Sembravano ancora più chiari di prima. «E adesso fa silenzio!»

Restò bloccata con un gomito mezzo alzato ma si decise a fare come le aveva detto. Pensandoci meglio, si accorse che non stava poi così male se stava ferma e al caldo, perciò abbassò nuovamente il braccio e si mise comoda. Di guardare cosa stesse facendo Hayden o di capire perché fosse così preoccupato non aveva voglia; preferì controllare la stanza dove era finita ma quando si accorse che non c’era nient’altro oltre al letto, a uno specchio rotto e alla sedia su cui era seduto Hayden, decise che avrebbe dormito un po’ per far passare il tempo.

Il sonno di Anne non fu per niente tranquillo. Continuò a rigirarsi nel letto agitata da una sensazione di vertigine, con la paura di cadere dal tetto di un palazzo o dall’ultimo gradino di una scala a pioli. Un istante prima di volare di sotto una mano si faceva avanti per aiutarla, ma lei non era abbastanza veloce da afferrarla e cadeva nel vuoto. Si svegliò di soprassalto dopo l’ennesima caduta e la prima cosa che notò fu che tre delle coperte erano sparite, mentre la sua fronte era coperta di sudore.

Senza tutto quel peso addosso riuscì ad alzare la schiena e a mettersi seduta. Si sentì meglio senza il ronzio nelle orecchie e con una leggera brezza che le sfiorava le guance, ma aveva ancora l’impressione che stesse per cadere e non fermarsi più. Si voltò verso destra per vedere da dove entrasse la corrente d’aria e trovò Hayden appoggiato al davanzale di una finestra leggermente aperta. Fuori stava già facendo buio.
Doveva tornare immediatamente a casa. Dovunque fossero finiti, lei non voleva restare lì un secondo di più, né voleva avere di nuovo a che fare con lui o con tutto quello che lo riguardava. Aveva sbagliato a tornare a casa del vecchio Froster e fin dall’inizio non avrebbe dovuto dare ascolto alla curiosità. Ora, però, era troppo tardi per rimpiangere di non essersene infischiata di tutto quello e doveva trovare una soluzione, contando sull’aiuto di Hayden. L’idea non le piaceva ma non poteva fare altro.

«Cos’è successo?» era calma, forse ancora un po’ scossa. Era arrabbiata con lui per averla messa in quella situazione ma se voleva tornare a casa sarebbe dovuta scendere a compromessi.

Il ragazzo venuto dal futuro si voltò faccia a faccia verso Anne, restando appoggiato al davanzale della finestra con i gomiti in una posizione che fingeva rilassatezza ma che in realtà era estremamente rigida. Lasciava penzolare la testa leggermente all’indietro mentre la osservava e nello sguardo gli si leggeva l’intenzione di trovare una spiegazione comprensibile, abbastanza semplice da poter essere compresa anche da chi non sapeva nulla di viaggi nel tempo. Non era così facile e visto che Anne non ne poteva più di aspettare, fu lei a spezzare il silenzio, alzandosi dal letto e raggiungendolo alla finestra per guardare fuori. Diede una rapida occhiata sporgendosi sopra la spalla di Hayden, grazie alla quale capì di trovarsi in una delle stanze riservate ai domestici che davano sulla parte posteriore della casa del vecchio Froster; il cortile era diverso da come era abituata a conoscerlo, ma rispecchiava appieno l’idea che si era fatta sul suo utilizzo quando la casa era abitata: qualche gallina che scorrazzava in un recinto, perché al padrone di casa piacevano le uova fresche, e una fila di stalle dove venivano messi a riposare i cinque purosangue che si diceva avesse fatto allevare in centro Europa. Anne li contò uno per uno, trovandoli tutti, poi si appoggiò alla parete con una spalla, rivolta verso Hayden.

«È stato il tuo orologio a portarci qui?»

Doveva essere stato quello, perché aveva emesso un lungo fischio e detto qualcosa dopo che lei aveva toccato il braccio di Hayden. Se non ricordava male, aveva anche pronunciato il suo nome, come se già sapesse chi fosse. Il che, per Anne, era oltre ogni modo assurdo.

Lui annuì, slacciando il cinturino e passando l’orologio ad Anne. Lo lasciò cadere nelle sue mani chiuse a coppa e poi le fece cenno di stare in silenzio. Lei non capì il perché di tutta quella premura per farla tacere, ma non disse più nulla e si mise a studiare il quadrante dell’orologio, che era incredibilmente pesante per essere così piccolo. Rettangolare, ma dagli angoli arrotondati e coperti da quattro placchette dorate a elle, la parte superiore era occupata dalla scritta “CHRONOS”, mentre sotto si distinguevano due righe diverse: quella di mezzo doveva essere lo spazio per immettere la data; la terza, invece, era una successione di cifre per lei incomprensibili. Il resto del quadrante era occupato da diversi simboli, uno dei quali identico a un tasto di pausa, e da una banda luminosa sulla quale scorrevano le parole: “Quarantena avviata. Tempo di silenzio rimanente: 2 min.”. Il quadro aveva anche una rotella, ma quando Anne provò a muoverla non successe nulla.
Restituì l’orologio a Hayden e aspettò che il timer arrivasse a zero riprendendo a guardare fuori dalla finestra. Da quell’angolo Anne intravedeva un uomo alto e distino, ma dall’aspetto stanco; il suo viso le dava l’impressione che fosse consumato dalla stanchezza e solo di tanto in tanto rivolgeva qualche sorriso rugoso alla ragazza che lo accompagnava. Lui si aiutava a camminare con un bastone longilineo dalla testa a forma di animale e ogni passo era accompagnato dal rintocco della punta di ferro sul lastricato. Assomigliava in maniera incredibile al bastone di Froster che suo nonno aveva fatto mettere in una teca all’ingresso della casa. George Froster… In quel momento stava guardando il vecchio Froster!

Li osservò passeggiare davanti alle cinque stalle dei cavalli. Tra i due era per lo più la giovane a parlare o a cercare di avere una conversazione ma da quel che vedeva Anne, non le sembrava poi così spaventata dal trovarsi accanto a un mostro sadico e sanguinario. La ragazza, anzi, appariva a proprio agio e anche Froster dava l’impressione di sforzarsi di sorridere per rispondere al chiacchiericcio della sua compagna di passeggiata. Ad Anne fece uno strano effetto; qualcosa non coincideva con quello che lei aveva sempre sentito dire a proposito dell’ultimo signore di Pearlhell.
I due camminarono fino a sparire dal campo visivo di Anne, ma lei continuò a pensare a loro e soprattutto a come la ragazza non fosse terrorizzata dall’avere accanto il vecchio Froster. Poi si accorse davvero di quello che era successo: lei aveva appena viaggiato nel tempo fino al 1841, si trovava davvero nella stessa casa dell’uomo sul quale avrebbe dovuto scrivere una relazione per la scuola.

«23 Novembre 1841» Hayden riallacciò l’orologio attorno al polso e si voltò anche lui per guardare fuori. «Benvenuta a Pearlhell, Anne Froster»

Lei voltò appena la testa nella sua direzione. «23 Novembre 18…41?!» lo fissava ma non lo vedeva veramente, perché nella sua testa si mischiavano i timidi sorrisi che aveva appena visto sul viso di Froster, l’idea che forse non era poi come le dicerie lo descrivevano e il pensiero che presto sarebbe morto. Lei sapeva già come sarebbe andata a finire la vita di quell’uomo e come sarebbe proseguita la storia della città dopo la sua scomparsa.

«Forse devo darti delle spiegazioni. Quanto hai capito di quello che è successo?»

«Me lo hai chiesto seriamente?» lo fissò scettica.

Capito? Lei non aveva capito assolutamente nulla; al massimo aveva tratto tante ipotesi su dove fosse finita e su come avesse fatto, ma di certezze non ne aveva. Come poteva aver capito davvero cosa fosse successo? Un orologio l’aveva appena trasportata più di un secolo e mezzo prima della sua nascita nella casa da dove era scomparsa. Già quello era impossibile da capire.

«Perché voi dei secoli precedenti dovete sempre rispondere a una domanda con un’altra domanda? Anche Einstein ha fatto la stessa cosa»

«Hai incontrato Albert Einstein?» strabuzzò gli occhi per lo stupore.

Hayden accennò un sorrisetto. «L’ho incrociato per strada. Stava andando in università e si era fermato per parlare con uno studente. Mi sono avvicinato con una scusa e dopo avergli detto che uno degli inservienti si lamentava di quanto fosse disordinato, gli ho chiesto perché non svuotasse il suo ufficio. Sai cosa mi ha risposto? “Se una scrivania in disordine è segno di una mente disordinata, di cosa, allora, è segno una scrivania vuota?”. Poi mi ha salutato e se n’è andato. È stato il mio primo viaggio nel tempo»

«Ne hai fatti altri?»

«Questo è il sesto, ma è la prima volta che mi capita un viaggio nel viaggio»

Una mano leggera bussò alla porta. Hayden andò subito ad aprire e dall’altra parte comparve la stessa ragazza con la quale stava parlando in cucina, con le braccia occupate da una pila di abiti. Anne la sentì dire che il padrone di casa li aspettava nel suo studio prima dell’ora di cena e che erano tenuti a indossare i vestiti di servizio. Hayden la ringraziò, assicurando che lui e sua cugina non avrebbero tardato, ma quando se ne fu andata, richiuse la porta e scaraventò gli abiti sul letto con un gesto di stizza.

«Problemi?»

«Dipende da come ti comporterai dopo essere uscita da qui. Se seguirai quello che dirò, non ce ne saranno»

Dal tono sembrava che Hayden non riponesse molta fiducia in lei e ciò le fece ricordare che all’inizio lui non voleva nemmeno darle delle spiegazioni. Anzi, non sarebbe nemmeno venuto all’incontro se non fosse stato costretto a tornare di nuovo nel suo anno.

«Farò di tutto pur di tornare a casa in fretta» incrociò le braccia al petto.

«Questo potrebbe essere difficile. Vedi, siamo bloccati qui per altre trentotto ore a causa della quarantena»

«Che vuol dire che siamo bloccati? Io non voglio restare nella stessa casa di George Froster quando mancano meno di due giorni al suo omicidio. Riportami indietro!»

«Non posso farlo, non finché Chronos non avrà terminato le analisi» si passò una mano sugli occhi, sfregando le palpebre con forza. «E non abbiamo il tempo di metterci comodi. Dovrò spiegarti tutto mentre ci prepariamo»

«Prepariamo?» fissò sbalordita Hayden, poi passò ai vestiti sul letto e li collegò alla situazione. «Non ci pensare nemmeno! Io non mi spoglio!»

«Fa’ come ti pare, ma poi non chiedermi di toglierti dai guai se qualcuno ti scambia per una strega a causa dei tuoi jeans» la foga nella sua voce si ripresentò anche nel movimento delle mani mentre apriva simultaneamente le due cerniere della giacca. «Ho dovuto dire che ti sei vestita in quel modo per non essere attaccata da dei malviventi lungo la strada»

«Chi credono che siamo?»

«Due cugini, i nipoti del sud della vecchia governante. Ovviamente quelli veri arriveranno nel momento in cui noi ce ne andremo» Anne fece fatica a capire ogni parola perché Hayden aveva continuato a parlare anche mentre si chinava in avanti per slacciare le scarpe, ma non le sfuggì il fatto che in quel momento loro due stavano fingendo di essere qualcun altro.

«Com’è possibile?»

«È la nanotecnologia di Chronos» Hayden alzò la testa solo per spostare i capelli dagli occhi. «Se il punto di arrivo è in mezzo a delle persone, ti crea una copertura. Qui stavano aspettando due cugini, perciò quando l’orologio si è inserito nel ciclo temporale del 23 Novembre 1841, il sistema ha fatto in modo che tutti ci riconoscessero come i due di cui avevano bisogno. Quando tu ed io torneremo nel tuo tempo, Chronos attiverà il processo contrario e noi saremo dimenticati»

«Ma io non ti ho dimenticato»

«Perché quando sono arrivato nello studio di Froster non c’era nessuno. Tu sei entrata dopo e la copertura dell’orologio scatta solo se al tuo arrivo sei vicino a qualcuno»

«Ma…»

«Non ho tempo per rispondere a ogni tua singola obiezione» sbottò esasperato. «Quindi adesso smettila di parlare e cambiati. Io cercherò di spiegarti l’indispensabile, o almeno le cose più semplici» si voltò per darle la schiena e tolse la parte superiore della sua tuta.

Anne si accorse che lui non era poi così felice di trovarsi in quella situazione anche dalla riluttanza con lo disse. Hayden poteva pure trovarla una seccatura, ma era lei quella che si era stata coinvolta senza volerlo. Se qualcuno aveva il diritto di essere seccato, quel qualcuno era proprio lei e non un ragazzo abituato a quel genere di vita. Tuttavia, sapeva perfettamente che se voleva tornare dalla sua famiglia non poteva permettersi di litigare con lui o di farlo arrabbiare, non con un omicida in circolazione, perciò acconsentì per l’ennesima a fare ciò che le aveva detto e si tolse la felpa.

«Non so quale sia il tuo livello di istruzione, ma penso sia impossibile che una ragazza di sedici anni abbia grandi conoscenze di meccanica quantistica o delle leggi fisiche necessarie e contrarie ai viaggi nel tempo, e poi nel tuo secolo stanno ancora discutendo se i paradossi sui viaggi nel tempo siano o no validi, perciò non fissarti troppo se ci sono dettagli che non capisci» allungò una mano per prendere la camicia bianca che aveva lanciato sul letto insieme al resto. «All’incirca tra cinquant’anni… però non da adesso, ma dal tuo anno, cioè dall’anno in cui ci siamo incontrati… Beh, verso il 2067 sarà inventato il primo prototipo di Chronos e si inizierà a viaggiare nel tempo. I viaggi sono possibili perché il Tempo non è altro che una successione continua di istanti presenti e i concetti di passato e futuro non sono altro che un presente rievocato al di fuori del suo ciclo temporale. Non hanno alcun valore. Noi non facciamo altro che spostarci da un presente all’altro e…» Hayden si voltò per prendere la giacca della divisa ma si bloccò quando vide Anne che lo fissava a bocca aperta e con la felpa ancora stretta tra le mani in una posa rigida.

Non stava capendo assolutamente nulla di ciò che aveva appena detto. Se quello era semplice, non osava immaginare la spiegazione di qualcosa di più complicato. L’idea di passato e futuro come istanti presenti, quella del ciclo temporale e chissà che altro erano per Anne difficili da immaginare, oltre cha da capire, soprattutto perché non le era mai interessato un granché delle lezioni di scienze o di fisica. Forse avrebbe dovuto seguirle un po’ di più.
Hayden, che si era solamente infilato la camicia senza chiuderne il collo o sistemarla e che perciò sembrava indossare un’enorme camicia da notte bianca da cui sbucavano i suoi strani pantaloni, si girò completamente e si sistemò in modo da essere di fronte a Anne anche restando dall’altra parte del letto.

«Prova a immagine un corridoio con tante porte, così tante che non le puoi contare. Ci riesci?» dopo un istante lei annuì. «Bene. Quel corridoio è il Tempo e le porte sono gli istanti presenti. Grazie a Chronos, noi siamo usciti da una di quelle porte e abbiamo aperto quella del 23 Novembre 1841. È un po’ più chiaro?»

Anne continuò a tenere a mente l’immagine del corridoio. Immaginò Hayden mentre apriva la porta del suo anno e poi si vide anche lei, mentre insieme passavano attraverso la soglia del 1841. Era una situazione paradossale ma la aiutò a sentirsi meno persa. Non aveva capito del tutto perché in quel modo passato e futuro non avessero più valore, ma era un punto di partenza.

Appoggiò la felpa sul letto. «Credo di aver capito»

«Ottimo. Adesso facciamo un altro passo in avanti. Chronos, anche se in realtà sono i nanogeni al suo interno, è programmato in base al materiale genetico di chi lo porta. Questo» alzò il braccio per mostrare ad Anne il suo orologio «è regolato in base al mio DNA»

«Però quando ti ho toccato ha detto di aver riconosciuto anche il mio» il che non aveva senso, sempre che lei non fosse conosciuta da quando arrivasse Hayden. «Come sapeva che ero io?»

«Questo è compl…» Hayden fu interrotto di nuovo da qualcuno che bussava sulla porta e che disse che il padrone era rientrato e presto sarebbe stato nel suo ufficio, perciò era meglio non farlo aspettare. «Arriviamo» aggiunse, rivolgendosi a chi si trovava dall’altra parte, dopodiché abbassò la voce e tornò a parlare con Anne. «Ti spiegherò anche quello, insieme al motivo per cui non possiamo rientrare nel tuo presente finché non finisce la quarantena, ma adesso devi cambiarti»

Non era poi così convinta che lo avrebbe fatto. Senza che riuscisse a spiegarselo, aveva la sensazione che, non appena avesse potuto, Hayden l’avrebbe riportata indietro e poi sarebbe scomparso come la prima volta. Però, finché entrambi restavano bloccati nel 1841, non aveva altra scelta che fidarsi di lui e accettare che doveva seguire le sue istruzioni senza chiedere troppe spiegazioni. Perciò, dopo aver aspettato che si voltasse di nuovo per finire di vestirsi, fece lo stesso anche lei e in meno di cinque minuti si ritrovò nei corridoio brulicanti di persone, diretta verso lo studio di George Froster e vestita come una delle tante domestiche che incrociarono lei e Hayden lungo la strada.

Quella casa così viva e indaffarata la inquietava e, al tempo stesso, la affascinava. Rispetto all’immagine che Anne aveva di quel luogo, le sembrava di essere finita da tutt’altra parte tanto era inconsueto per lei il senso di calore emanato dalle persone e persino dai mobili o dalle pareti; davano l’idea di essere felici di lavorare per il vecchio Froster e ciò faceva a pugni con tutto quello che era stato detto su di lui, su come dovesse essere vivere in quella casa o sulle condizioni di chi era alle sue dipendenze. Mentre si spostavano dalle stanze dei domestici alla zona padronale, guidati verso lo studio dall’uomo che era venuto a chiamarli, Anne si chiese come fosse possibile che ciò che aveva davanti agli occhi in quel momento si fosse trasformato nel suo opposto in meno di duecento anni. Grazie agli stralci di conversazione che riuscì ad ascoltare mentre camminava, si accorse che tutti erano sovraeccitati a causa della cena di quella sera e felici che il padrone avesse deciso di festeggiare una tale occasione. Per cosa si festeggiasse non riuscì a capirlo, ma doveva essere una bella notizia per tutti.
Dopo una serie di porte, Anne si ritrovo a camminare lungo la balconata che alla sua destra si affacciava sull’ingresso. Lanciò uno sguardo oltre la balaustra, ma la fredda stanza in marmo cui era abituata ricambiò l’occhiata mostrandosi calda e addobbata a festa come il resto della casa. Dal soffitto pendeva un lampadario gigantesco e ricoperto di gocce di cristallo, che riflettevano un curioso gioco di luci esattamente al centro dell’intricato disegno sul pavimento del piano sottostante. Del mezzobusto di George Froster, logicamente, non vi era nemmeno l’ombra.

«Se non la smetti di guardarti in giro, penseranno tutti che non hai mai visto una casa come questa» le sussurrò d’un tratto Hayden. «O peggio»

«Peggio?» Anne si ricompose e continuò dirigersi verso le porte a doppio battente dello studio guardando dritta davanti a sé. Mancavano pochissimi passi.

«Ci scambieranno per ladri» Hayden balzò sull’attenti e sorrise conciliante quando il domestico che li stava accompagnando si voltò di scatto verso di loro.

Nel tono più piatto e a suo modo seccato che Anne avesse mai sentito, l’uomo disse che, dopo essere entrati, avrebbero mostrato al padrone la lettera che lui porse a Hayden mentre parlava e che avrebbero fatto esattamente ciò che il signor Froster avrebbe detto loro di fare. Mise anche chiaro che avevano il permesso di parlare solo se venivano poste loro delle domande e che, qualunque compito avesse affidato loro il signor Froster, non si sarebbero dovuti permettere di obiettare. Sguardi diretti erano allo stesso modo vietati, così come a lei era categoricamente negato di prendere la parola senza aver ricevuto una specifica domanda; tra i due, il primo a rispondere doveva sempre essere Hayden.
Un comportamento sessista e ingiusto, ma lasciò perdere. Aveva ben altro per la testa che prendersela con un maggiordomo ignorante. Dall’altra parte di quella porta si trovava l’incubo della sua infanzia, la causa dei bisbigli che accompagnavano lei e i membri della sua famiglia dovunque andassero, e lei stava per incontrarlo. Quando riuscì a scorgere l’interno della stanza, la trovò vuota. Non c’era niente di più di quanto era abituata a vedere nel suo tempo.

«Ma non…» stava per chiedere perché non ci fosse nessuno, però fu bloccata dallo sguardo fermo di Hayden e da quello irritato dell’uomo che li aveva accompagnati. Niente domande, soprattutto perché non avrebbe dovuto sapere nulla di quella casa, e lo ripeté fra sé e sé una dozzina di volte mentre tutti e tre si avvicinavano alla porta sulla destra.

Era in quel piccolo salottino che li stava aspettando il vecchio Froster. In realtà era uno studio molto simile a quello di suo padre, solo molto più antico e meno tecnologico, ma le sembrò lo stesso troppo piccolo, quasi claustrofobico. Più si ripeteva che non doveva pensare a ciò che sapeva sul padrone di casa, meno ci riusciva e tutto assumeva ai suoi occhi l’aspetto spettrale cui era abituata. Avvertì anche lo spiffero gelido che la accompagnava da sempre quando entrava nella casa di Froster.
Se si fosse guardata attorno, avrebbe visto la finestra leggermente accostata e l’avrebbe associata all’aria che le solleticava i capelli alla base del collo, ma era troppo concentrata a fingere di non conoscere l’uomo che le sedeva davanti, e quindi a ricordare tutte le voci che circolavano su di lui, per immaginare anche solo lontanamente che fosse una casa come tante e non la dimora di chissà quale demonio. In fondo, gli stessi avvertimenti dati dal domestico non facevano altro che convincerla di quanto fosse dispotico in realtà George Froster.

«Grazie Ulstar» lo congedò il padrone di casa, mentre alzava appena lo sguardo da dei documenti per osservare Anne e Hayden. «Voi sareste i nuovi domestici? Invero giovani. Quanti anni avete?» domandò allungando distrattamente una mano.

«Ventidue» Hayden fece mezzo passo in avanti per consegnargli le carte, poi tornò accanto a Anne. «Mentre mia cugina ne ha sedici»

«Mmm» Froster scorse rapidamente la lettera, accennando di tanto in tanto qualche movimento di assenso con la testa. «A quanto leggo, voi avete prestato servizio presso il figlio del Governatore per meno di un mese. Siete stato licenziato?»

«No, signore. Un lutto in famiglia mi ha richiamato a casa»

«E voi?» George Froster alzò gli occhi su Anne e la fissò dritta in volto.

Un nodo le chiuse la gola e sentì il suo corpo farsi rigido mentre quegli occhi così normali aspettavano una risposta fissandosi nei suoi. Si era aspettata di vedere chissà cosa nelle iridi scure del signore di Pearlhell, dalla cattiveria più atroce alle fiamme dell’inferno, ma tutto quello che sentì fu una sensazione di umanità, così disarmante da lasciarla senza parole. George Froster era un uomo di mezza età come gli altri, come avrebbe potuto incontrarne anche nel suo tempo, e non riusciva a scorgere nessuno degli aspetti negativi del suo carattere.

Solo dopo alcuni secondi si ricordò del divieto di guardarlo negli occhi e abbassò i suoi con una tale paura di aver fatto qualcosa di male che la forza di rispondere, già inesistente, la abbandonò del tutto. Non si sentiva più padrona della propria voce, eppure sapeva di dover parlare, anche soltanto per dire che si trattava del suo primo lavoro e che avrebbe fatto del suo meglio. Persino i movimenti impercettibili e nervosi del piede di Hayden le dicevano che non poteva starsene zitta ancora per molto.

«Il vostro nome è Anne, giusto?»

Il piede di Hayden si bloccò come pietrificato. Doveva essersi chiesto anche lui come fosse possibile che il vecchio Froster conoscesse il suo nome e per quanto lo trovasse sconcertante, la sorpresa ebbe su Anne l’effetto contrario a quello che aveva avuto sul ragazzo del futuro: lei era pur sempre una Froster e non aveva nulla da temere, non dopo aver scoperto che forse George Froster era un uomo normale.

«Sì, signore» con calma raddrizzò le spalle curve e smise di fissare il pavimento, evitando però il volto del padrone di casa.

«E ditemi, Anne, avete mai lavorato come domestica?»

«Mai. L’ho fatto solo per la mia famiglia» mentre rispondeva, Anne si sorprese a pensare a quanto le sarebbe stato utile l’aver passato l’estate ad aiutare sua madre con le pulizie. Le mancavano… Le mancavano quei momenti e le occhiatacce dei suoi genitori per non aver fatto come le avevano detto. Voleva tornare al più presto e rivederli, nonostante nessuno a casa avrebbe mai creduto a una singola parola se avesse spiegato cosa le era successo.
Stava ancora pensando ai suoi genitori quando sentì Hayden e l’uomo alle sue spalle trattenere il fiato. George Froster si era allontanato dalla scrivania per fermarsi proprio di fronte a lei! La sorpresa la irrigidì come fosse stata un pezzo di ghiaccio. Si sentiva piccola in confronto a George Froster, eppure, trovandosi a una distanza così ravvicinata, Anne avvertì per la prima volta la sensazione di avere davanti una persona in carne e ossa. Fino a quel momento tutto aveva avuto una consistenza irreale, come in un sogno. Lo capì proprio nel trovarsi di fronte il corpo del vecchio Froster.

«Anne mostratemi le mani, per favore»

Trovò la richiesta strana, ma fece come le aveva detto perché lo aveva chiesto in modo così gentile da lasciarla di stucco. Doveva essere proprio un vecchietto tranquillo, non un macabro tiranno come aveva sempre creduto.
Stese leggermente le braccia in avanti e attese che finisse di osservarle le mani prima di lasciarle andare di nuovo lungo i fianchi. Era rimasta immobile mentre Froster scrutava attentamente le sue dita, ma Anne non si mosse neppure dopo che lui le ebbe dato il permesso di abbassare le braccia. Non osò muovere un muscolo finché Froster rimase davanti a lei.
Non capiva cosa avesse fatto o detto per attirare tanto la sua attenzione, fatto sta che la osservava con interesse e lei non voleva che continuasse. La agitava sapere di avere addosso il suo sguardo; sarebbe stata una delle ultime persone che quegli occhi avrebbero visto e l’idea la inquietava.

«Ulstar vi dirà quali sono i vostri compiti per la cena di stasera. Domani vedremo di assegnarvi delle mansioni adatte a entrambi»

Senza nemmeno accorgersi che quello fu il modo del padrone di casa per dire loro di andarsene, Anne si ritrovò a improvvisare un inchino seguendo l’esempio di Hayden e poi fu di nuovo nei corridoi, dietro al silenzio Ulstar e accanto a un impassibile ragazzo del futuro, che sembrava a proprio agio nonostante tutto.
L’immensa paura che aveva di incontrare uno dei peggiori incubi della sua infanzia non le aveva lasciato altro che ansia, la quale nascondeva in realtà il dispiacere di sapere che un uomo fondamentalmente buono sarebbe morto presto e in un modo tanto orribile.
Solo una settimana prima sarebbe stata disposta a scrivere una relazione in cui dava per comprensibile, e quasi giustificabile, un’azione atroce come un omicidio; ora era impensabile per lei fare una cosa simile, le sembrava un crimine. Era così sconvolta da quello che aveva scoperto che prese la decisione più assurda della sua vita: avrebbe dimostrato a tutti che l’ultimo signore di Pearlhell era un uomo come gli altri e non un sadico mostro; lei avrebbe mostrato chi era in realtà George Froster.
E per fare davvero giustizia, avrebbe scoperto anche il nome del suo assassino.

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