Time Murder (Capitolo 6)

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VI

Dopo aver scoperto che il figlio di Froster stava organizzando una truffa ai danni di suo padre, e forse persino qualcosa di più grave, Anne fece la sola cosa che le sembrò logica. Si fiondò fuori dalla stanza e andò di nuovo alla ricerca di Hayden.
Voleva convincerlo che smascherare quei criminali era la cosa giusta da fare, e non solo per smentire le false voci su Froster; era giusto farlo per salvare un pover’uomo. Il fatto che lei si sentisse direttamente chiamata in causa per via del suo cognome non aveva nessun legame con tutto quello.

Era quasi arrivata in cucina, aveva già individuato Hayden tra gli altri, quando ripensò alla scena della sera prima e a com’era andata a finire. Si accorse che stava per commettere di nuovo lo stesso errore. Di certo lui si sarebbe arrabbiato con lei per aver frugato dove non avrebbe dovuto e non voleva che accadesse; il pensiero di sentire di nuovo quel tono tagliente la fece fermare di colpo. Hayden era da evitare categoricamente.
Lui, poi, era fin troppo impegnato a fingersi uno come tutti gli altri per starla a sentire; fingeva così bene che quando Anne guardò verso di lui lo vide socializzare con una delle cameriere in un angolo. Lei era tutta sorrisi, mentre Hayden le raccontava chissà cosa. Forse le stava dicendo che doveva prendersi cura di una cugina mezza matta. Certo, perché tra i due, lui era il povero ragazzo da compatire per essere stato obbligato a sopportarla. Lei, invece, era solo quella strana.

Durante il veloce pranzo dei domestici, Anne si sedette il più lontano possibile da Hayden. Lui di tanto in tanto guardava nella sua direzione, ma lei non alzò lo sguardo dal suo piatto nemmeno una volta. Aveva deciso di ignorarlo in qualunque occasione, perché in fondo bastava che si comportasse bene. Era infuriata con lui. Erano finiti nel periodo più importante della città di Pearlhell, si trovavano nella stessa casa con un truffatore – forse anche omicida e chissà che altro – e tutto ciò cui lui pensava era “fare amicizia”? Le aveva detto di voler cercare delle informazioni su George Froster ma non sembrava minimante interessato a lui.
Anne, invece, aveva le idee sempre più chiare e ogni secondo che passava la faceva tornare con la mente a quelle carte che aveva trovato nel baule. Doveva usarle per smascherare il figlio e fare in modo che al vecchio Froster non accadesse nulla. Si sentiva come Sherlock Holmes. Peccato non avere accanto uno come Watson; se avesse potuto decidere lei, l’avrebbe volentieri scambiato con Hayden. In realtà avrebbe scambiato chiunque con Hayden.

Ulstar quel pomeriggio la lasciò in pace. Quando tutti gli altri domestici sparirono dalla cucina, lui le disse di restare ad aiutare la cuoca e se ne andò in città.
La cuoca era una donnetta gentile e pratica. Mentre le diceva cosa fare fu la prima a chiedere ad Anne come stesse e come si trovasse in casa. Per un attimo si dimenticò di dove fosse finita, poi si guardò i vestiti e tutto tornò come prima.

«Ieri è stato tremendo, soprattutto il viaggio» Anne si mise a sedere accanto al camino mentre lucidava l’argenteria. «Vorrei tanto tornare a casa»

«Non dovreste essere così triste! Siete troppo giovane per sentire la mancanza di casa. E avete vostro cugino accanto a voi»

Una forchetta le scivolò dalle mani sentendo la cuoca parlare di Hayden. «Non siamo una vera famiglia. Ieri era la seconda volta che lo vedevo»

«Con il tempo si sistema ogni cosa. Ogni legame può essere rinforzato e ricreato» cercò di rincuorarla. «Anche il signor Froster ha perdonato gli errori commessi in passato e ha permesso al signorino Theodore di tornare»

«Ho sentito che era morto anni fa» Anne spiò il volto bonario della donna mentre si chinava a raccogliere una seconda posata. Le succedeva di continuo anche a casa ma lì non bastava mettere a posto. Doveva fare tutto alla perfezione, altrimenti Ulstar l’avrebbe di certo rimproverata. E dopo di lui, Hayden, che non voleva assolutamente essere cacciato. Come se a lei piacesse l’idea di finire in mezzo a una strada.

La cuoca rise, chiedendole dove avesse sentito un’assurdità simile. Theodore era stato diseredato dopo aver abbandonato l’accademia militare, non era morto, anche se il signore non lo aveva nominato per quasi dieci anni. Secondo la cuoca, era stata quella decisione a far ammalare la povera moglie del signor Froster.

«Per nostra fortuna, è arrivata Miss Agathe a riportare la pace»

«È la fidanzata del signor Theodore?» più informazioni otteneva, più probabilità aveva di smascherare la truffa.

«Una così cara ragazza» la cuoca si girò verso Anne e le sorrise. Non capì se aveva ignorato la domanda di proposito o se non l’aveva sentita. «Perciò non disperate. Tra voi e vostro cugino si sistemerà ogni cosa»

Sì, si sarebbe sistemato tutto non appena lui avesse smesso di trattarla da peso e l’avesse riportata a casa. La prima idea era impossibile, l’altra probabile. Ad Anne non restava altro che aspettare e nel frattempo continuare con il suo piano.
Doveva rivederlo, perché quello originale prevedeva solo di aspettare che Froster morisse. Adesso, invece, doveva tenerlo in vita a ogni costo e per riuscirci doveva fermare Theodore.
Per prima cosa doveva avere tra le mani delle prove della sua colpevolezza. Le aveva già trovate, ma non credeva fossero abbastanza. Poteva sempre essere accusata di aver scritto lei la lettera e di aver cercato di incolpare una persona onesta.
Onesto… Theodore Froster poteva essere qualsiasi cosa ma di certo non era onesto. Peccato che lo sapessero solo lei, il suo domestico e Theodore. Aveva provato a coinvolgere anche Hayden, ma lui non aveva voluto saperne. Era quello a darle più fastidio, la sua pretesa di sapere cosa fosse meglio fare e il suo totale disinteresse per gli imprevisti o per l’opinione altrui. Erano finiti entrambi in un’altra epoca, non soltanto lui. Avere il suo aiuto sarebbe stato importante.

Stava ancora pensando a come fare per avere ciò di cui aveva bisogno quando il capo stalliere entrò in cucina, immediatamente seguito da Hayden. Si squadrarono per mezzo secondo, poi lei distolse lo sguardo e tornò a occuparsi delle posate. Avrebbe tanto voluto ignorarlo come aveva fatto da quella mattina, ma lui le si sedette di fronte.

«Come va?» chiese, con un fil di voce. Il perfetto viaggiatore del Tempo non poteva certo farsi sentire mentre usava un linguaggio così strano.

«Magnificamente, cugino» fregò con forza il coltello che aveva appena avvolto nel panno per lucidare. Se non poteva sfogarsi a parole, lo avrebbe fatto in quel modo. «Voi?»

«Non sono stupido» le tolse tutto di mano. «Cosa stai combinando?»

Anne lo fissò seccata. «Niente. Faccio quello che mi è stato detto di fare. Ti dispiace?» allungò una mano per farsi restituire le cose che le aveva rubato.

«Anne» Hayden ricambiò l’occhiataccia nel tentativo di capire se stesse nascondendo qualcosa di cui si sarebbe dovuto preoccupare.

«Isaac andiamo. Il signor Froster e Miss Agathe non devono aspettare» il capo stalliere lo richiamò e Hayden fu obbligato ad alzarsi.

«Uscite?»

«Sì, vogliono fare acquisti in città. Non cacciarti nei guai» le bisbigliò prima di allontanarsi e sparire nel cortile.

Quella era l’ultima delle sue intenzioni. Non gli avrebbe fornito nessun altro motivo per giudicarla o prendersela con lei. Una volta era stata più che sufficiente. Ad ogni modo, non aveva certo bisogno che le ricordasse di non comportarsi in modo strano tutte le volte che la vedeva. Il suo essere maniaco del controllo la irritò di nuovo.
Perché, non appena riusciva a calmarsi, Hayden si rifaceva vivo con quel suo tono insopportabile? Sembrava avere un orologio biologico fatto apposta per farla innervosire. E se diventava nervosa, aveva solo voglia di fare di tutto pur di portare a termine quello che aveva iniziato. Sì, avrebbe salvato Froster da ciò che stava architettando suo figlio.

Anne aspettò che la cuoca si allontanasse per sgattaiolare fuori dalla cucina senza che nessuno la vedesse. Con Ulstar fuori dai piedi e Hayden impegnato in città con il vecchio Froster e l’attrice, Anne poteva tornare indisturbata nella sua camera. Avrebbe copiato la lettera dall’inizio alla fine. Sarebbe stata la prima prova della truffa. Poi ne avrebbe cercate altre, ma doveva avere almeno quella.
Non era capace di spiegare perché si sentisse obbligata ad arrivare fino in fondo a quella storia. Non lo faceva per una relazione scolastica, né per dimostrare a Hayden che su di lei aveva torto marcio. Non era nemmeno per l’orgoglio di chiamarsi Froster. Doveva farlo e basta.

Arrivò nella camera della finta fidanzata in un baleno. Non sapeva per quanto sarebbero rimasti fuori, né se Ulstar avesse deciso di rientrare prima e tormentarla di nuovo, perciò doveva fare alla svelta. Si fiondò davanti al letto e dopo essersi inginocchiata accanto al baule, si tolse una delle scarpe e assestò un colpo con il tacco sulla costa di metallo. Provò altre volte, colpendo ogni millimetro dello spigolo, ma nessun ingranaggio si mise in moto.
Anne si accanì di nuovo con la scarpa e in ogni nuovo colpo che sferrava, cercò di mettere sempre più forza. Si ritrovò sudata per lo sforzo, ma lo scompartimento segreto non si aprì. Maledisse la sua sfortuna e in preda a uno scatto d’ira, lasciò andare la scarpa e colpì il baule con un gomito.
Strinse i denti così forte per non urlare dal dolore che finì per mordersi un labbro. Ora Anne aveva caldo, un gomito e il labbro doloranti e nessuna prova tra le mani.
Avrebbe dovuto davvero lasciar stare; forse quel paranoico di Hayden non aveva sbagliato a dirle che non si sarebbe dovuta immischiare, che tutto quello non aveva nulla a che vedere con lei. Era un’estranea per Froster e forse avrebbe fatto bene a rassegnarsi a vederlo morire. Aveva sempre pensato che la sua morte fosse stata giusta e in fondo poteva anche essere vero; lei non sapeva chi fosse in realtà e magari dietro a quel vecchio tranquillo si nascondeva il mostro di cui aveva tanto sentito parlare.
Doveva ripensare a tutto ciò che aveva sempre saputo su di lui e sulla sua famiglia. Se si accaniva nel credere alle maldicenze, allora, per quanto ingiusto fosse, Theodore aveva ragione di vendicarsi per come era stato trattato e lei non avrebbe dovuto immischiarsi. Ma, ed era quello a impedirle di lasciarsi tutto alle spalle, perché una persona che appariva così mite e timida dovesse tenere nascosta la propria natura. Scrooge era Scrooge indipendentemente da chi si trovava di fronte o dalla situazione.

Delusa perché il suo piano non aveva funzionato, Anne si alzò da terra. Era rimasta seduta con la schiena appoggiata al baule per un po’ e non aveva idea di quanto tempo le restasse prima che Froster e la ragazza rientrassero a casa.
Si concesse un ultimo tentativo. Dopo avrebbe smesso di fingersi un’investigatrice e avrebbe seguito alla lettera le istruzioni di Hayden. Non era poi un così grande sforzo; il giorno dopo sarebbe tornata a casa sua, nel suo tempo, e avrebbe detto addio a quelle stranezze per sempre.
Arrivata davanti allo scrittoio, fece esattamente come quella mattina. Il risultato fu lo stesso. Non che si aspettasse chissà quale scoperta, ma sperava almeno in un cambiamento.
Quello che, però, la lasciò di sasso fu sentire che la porta alle sue spalle veniva aperta. Non riuscì a voltarsi per vedere chi stesse entrando. La voce acuta di una ragazza le tolse ogni dubbio. Agathe si mise ad urlare vedendola con le mani appoggiate sullo scrittoio, proprio sopra alcune delle sue lettere. Nella sua testa Anne sentì solamente le parole “furto” e “ladra”. Tutto il resto fu coperto dal tono piatto della sua voce che le faceva i complimenti. Quello sì che era un gran bel casino.

*

 Ulstar e Hayden si contendevano l’attenzione di George Froster da più di una ventina di minuti quando lui li pregò di fare silenzio. Entrambi avevano cercato di portare il padrone di casa dalla loro parte, tentando di far cacciare Anne e spedirla in prigione per furto o assicurando la sua più completa e totale innocenza. Tra i due, chi sembrava avere più prove era Ulstar, ma Hayden non smise un secondo di provarci. Non poteva permettere che Anne finisse in prigione, perché altrimenti anche lui avrebbe dovuto lasciare la casa, oltre che escogitare un piano per farla evadere. Sospettava che stesse tramando qualcosa, ma aveva sperato fino all’ultimo che fosse abbastanza furba da non farsi beccare. Evidentemente l’aveva sopravvalutata.

George Froster li aveva ascoltati senza mai interromperli, con le mani intrecciate davanti alla bocca e lo sguardo fisso sul profilo basso di Anne. Lei, immobile davanti alla scrivania del suo studio, non aveva alzato gli occhi da terra una sola volta, nemmeno quando Ulstar aveva proposto di farla arrestare.

«Miss Agathe dice di avervi vista accanto al suo scrittoio, con le mani sopra delle lettere. È così?»

Anne annuì. Era stata vista dalla ragazza, da Ulstar e da un’altra cameriera. Negare era inutile.

«Ulstar e vostro cugino sostengono due diverse versioni su quello che stavate facendo nella stanza di una mia ospite. Ora, giusto per correttezza, lo chiedo a voi. Che cosa facevate nella camera di Miss Agathe?»

Anne aveva pensato a una giustificazione per tutto il tempo, ma il suo cervello continuava a girare a vuoto. Le ripeteva sempre quanto grande fosse il casino in cui si era ficcata. Non era decisamente d’aiuto.

Era andata in quella stanza per copiare una lettera che non doveva essere trovata. Meglio non dirlo a nessuno.
Cos’altro avrebbe potuto fare una ragazza di sedici anni a metà dell’‘800? Se era una cameriera, ben poco. Se l’avessero trovata accanto al letto o al baule, poteva dire che stava sistemando. Essere stata sorpresa allo scrittoio dava pochissime alternative.

«Io stavo…» iniziò, senza avere idea di come concludere la frase. Si disse di smettere di pensare, perché più lo faceva, meno possibilità aveva di trovare qualcosa da dire. Per distrarsi si guardò le mani. Erano coperte di piccoli segni neri. Come aveva fatto a sporcarle in quel modo? E quando era successo? Con un polpastrello cercò di cancellare una delle macchie. Al tatto era umida, ma solo in alcuni punti, e vischiosa. Era inchiostro!

«Mi stavo esercitando a scrivere. Quando Miss Agathe è rientrata, stavo cercando una piuma, una di quelle rotte» si azzardò a guardare il vecchio Froster. Sua madre Jane, che faceva la psicologa a scuola, le ripeteva sempre che il miglior modo per convincere qualcuno è guardarlo dritto in faccia. «Non stavo rubando nulla»

Hayden, fisso come una statua fino a quel momento, ruotò la testa a piccoli scatti verso di lei. Sì, aveva appena mentito spudoratamente alla sola persona che poteva salvarla dal finire in prigione. Era stato lui a dirle che non voleva in alcun modo essere cacciato di casa e quello era il meglio che aveva potuto fare per togliersi dai guai. Era una bugia a fin di bene, che avrebbe aiutato anche lui.

Quando capì che non era uno scherzo, Ulstar protestò e accusò Anne di prendersi persino troppo libertà. Fortunatamente il vecchio Froster lo zittì subito con uno sguardo impassibile.

«Vi esercitavate a scrivere?»

«Sì, signore»

«E chi vi ha insegnato a farlo?»

«Mio padre»

«Quindi eravate appoggiata allo scrittoio perché cercavate delle penne dismesse dalla mia ospite, così da poterle usare per i vostri esercizi» Froster si alzò in piedi e, aiutandosi con il bastone dalla testa lavorata, arrivò esattamente di fronte a Anne. «Ulstar» guardò oltre la sua testa, verso il capo dei domestici.

«Sì, signore?»

«Fate in modo che sia dispensata da ogni incarico» abbassò lo sguardo su Anne e le rivolse un mezzo sorriso. «Questa sera, dopo aver servito la cena, raggiungetemi qui nello studio. Considerato il vostro desiderio di imparare, sarò io a darvi lezioni di scrittura»

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