Time Murder (Capitolo 8 – prima parte)

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VIII

Aveva provato a guardare Hayden mentre raccontava cosa le era accaduto. No, quello sarebbe potuto accadere se Samuel non fosse arrivato a salvarla. Non poteva dire di non essersi sforzata di guardarlo negli occhi, di mantenere la voce salda e di non tremare; ci aveva provato, sul serio. Però era stato il suo corpo a non volerle dare ascolto.
Dopo aver lasciato l’ingresso in fretta e furia, aveva salutato Samuel di fronte alla porta della sua stanza. Salutato… Gli aveva sbattuto la porta in faccia, ringraziandolo con un filo di voce per il suo aiuto. Dentro, era rimasta immobile a fissare il legno nero mentre Hayden alle sue spalle le chiedeva perché non fosse tornata da sola. Collegare i pensieri gli uni agli altri, sforzandosi di non cedere all’isteria, fu la parte più difficile. Tenne le dita conficcate negli incavi dei suoi stessi gomiti per tutto il tempo che le servì per spiegare a cosa era appena scampata.

Hayden ascoltò senza interrompere. L’aveva fissata mentre si lasciava andare sul letto, mentre tremava perché ancora sentiva sulle spalle la stretta cattiva di quelle mani e mentre lo metteva al corrente con la voce rotta e le guance solcate di lacrime, tutto senza aprir bocca. Sembrava una statua. Una stramaledettissima statua.
Che senso aveva parlare con una statua? Anne voleva sentirsi rimproverare, sentirlo dare ordini con quel tono perentorio e allo stesso tempo composto che aveva sempre usato con lei. Avrebbe ascoltato di tutto; le bastava sentire il suono della sua voce. Era quello di cui aveva bisogno per sentirsi viva, per sapere di non essere caduta da quelle scale e per sperare di poter tornare a casa, anche se non era ciò che voleva in quel momento. Hayden era il solo con cui potesse sfogarsi, cercare di capire fino in fondo perché l’avessero aggredita, e lui non faceva altro che fissarla con i suoi occhi trasparenti. Rimase appoggiato al davanzale interno della finestra quasi mezzora e non si mosse mai.

Quando Anne smise di parlare e singhiozzare, la stanza piombò in un silenzio tombale. Solo i loro respiri lo spezzavano. Era stanca, spossata dalla giornata, ma il pensiero di dormire non la sfiorò mai mentre aspettava che l’unica persona in grado di aiutarla si decidesse a parlare.
La stanza era poco illuminata e il viso di Hayden era in ombra rispetto alla luce della luna che entrava dalla finestra alle sue spalle. Non poteva vedere la sua espressione ma sentiva che era arrabbiato, molto arrabbiato. Forse non dava in escandescenze perché avevano appena cercato di ucciderla e non voleva infierire.

«Appena farà giorno ce ne andremo» sentenziò dopo un’infinità. La voce era tesa, tenuta sotto controllo a fatica. «Adesso cerca di dormire. Ne hai bisogno»

«Io…» la frase le si spezzò in gola. Aveva paura, una paura folle, di lasciarsi andare, di non essere più vigile.

«Sprangherò la porta, non preoccuparti. Non ho intenzione di far entrare nessuno»

Non era totalmente rassicurante. Cosa avrebbe potuto fare Hayden da solo se l’aggressore si fosse presentato con dei rinforzi, deciso a finire quello che aveva iniziato? Decise che non volle saperlo. Lui aveva ragione. Aveva bisogno di riposare, nonostante la testa dicesse che era pericoloso.

Si sdraiò su un fianco, dando la schiena alla finestra e a Hayden. Era convinta di trascorrere la notte in bianco, la prima della sua vita. Si preparò mentalmente a quell’eventualità, convinta che non si sarebbe mai addormentata. Tuttavia, Anne non aveva fatto i conti con il suo corpo e quando lasciò andare la testa sul cuscino il peso della giornata ebbe la meglio. Crollò senza nemmeno accorgersene.

*

 La mattina seguente, alzandosi, scoprì che Hayden aveva dormito su una sedia con lo schienale contro la porta. Era così profondamente addormentato che immaginò fosse rimasto sveglio fino a tarda notte. Poteva non andargli a genio, ma non avrebbe mai lasciato che le accadesse qualcosa.
Nonostante lei avesse fatto di tutto per non seguire ciò che le aveva detto, Hayden non si era arrabbiato, non l’aveva rimproverata, ma aveva passato la notte a fare la guardia alla porta. Avrebbe dovuto fidarsi di più di ciò che diceva e non comportarsi di testa sua come aveva fatto fino a quel momento. Tuttavia era tardi per i ripensamenti. Quel che era successo non poteva essere cambiato. E poi, la quarantena stava per finire e lei sarebbe finalmente rientrata a casa.
La notizia, sebbene positiva, la lasciava insoddisfatta. Aveva ancora così tanto da scoprire su Froster, e su Samuel. Non sapeva nulla di quel ramo della famiglia, né aveva ben chiaro dove avrebbe condotto la truffa di Theodore. Poteva essere quella la causa della morte di suo padre ma non ne era certa. Quello che lei sapeva sul futuro escludeva categoricamente che Theodore ereditasse tutto, ma si ricordò subito della spiegazione di Hayden sul tempo. Il presente da cui era arrivata poteva ancora essere cambiato, non era inciso nella pietra.

Stese i suoi vestiti sul letto e ci si sedette accanto. Jeans, maglietta e felpa stridevano con quello che la circondava. Le Converse abbandonate davanti all’armadio la fecero sorridere. Aveva davvero viaggiato indietro nel tempo fino al 1841! Come gita di fine estate era stata decisamente fuori dagli schemi e ora stava per tornare a casa senza avere più certezze di quando era arrivata. Era stato un viaggio destabilizzante, incredibile e irripetibile! Guardare le sue scarpe le ricordò proprio quanto unica sarebbe stata quell’esperienza. Per tutta la sua vita si sarebbe ricordata di quel pomeriggio d’Agosto in cui aveva viaggiato indietro nel tempo di due secoli e non avrebbe potuto raccontarlo a nessuno.

Stava per iniziare a spogliarsi per cambiarsi quando qualcuno bussò alla porta. Hayden scattò in piedi come se fosse sempre stato sveglio e vigile. Lanciò una velocissima occhiata a lei e ai vestiti abbandonati sul letto, allungando l’indice davanti alle labbra.

«Sì?» chiese, appoggiando una mano sullo schienale della sedia e l’altra contro lo stipite.

«Isaac, sono Samuel. Volevo sapere se vostra cugina stesse bene»

Anne abbandonò le braccia lungo i fianchi, sollevata. Non si era accorta di averle tenute strette al petto per tutto il tempo.

Hayden indicò con lo sguardo lei e poi i vestiti abbandonati sul letto mentre spostava la sedia. Anne si accovacciò sul pavimento, facendo sparire i suoi vestiti sotto il letto, e solo dopo lui aprì la porta a Samuel. Così com’erano non poteva vederla, ma lei lo teneva d’occhio grazie al riflesso sullo specchio. Le ombre scure sul suo volto la fecero sentire in colpa. Che fosse rimasto sveglio tutta la notte?

«È ancora scossa ma sta bene» Hayden era teso come un arco, ma il solo dettaglio che tradiva la sua maschera impassibile erano le dita arpionate allo schienale della sedia.

«Posso chiedere se…» Anne vide Samuel sporgersi in avanti con la testa ma Hayden lo bloccò prima che finisse la domanda, accostando la porta un po’ di più.

«Sta ancora dormendo. Più tardi, forse»

Quando Samuel se ne fu andato, Hayden rimise la sedia contro la porta e misurò la stanzetta un paio di volte, fermandosi a guardare fuori dalla finestra quando disse ad Anne di rimettersi i suoi vestiti e di prepararsi a partire. Quando ebbe finito e si voltò verso di lui, si accorse che Hayden pronto lo era già. I suoi vestiti anacronistici, molto più di quelli di Anne, assumevano ora l’aspetto di qualcosa che le era familiare, che prometteva di riportarla a casa.

«Che giorno sarà al nostro rientro?» chiese, pensando per la prima volta che forse il tempo aveva continuato a scorrere anche nel suo presente. Se così fosse stato, mancava da casa da quasi due giorni.

«Lo stesso della partenza, solo avanti di due secondi. Non vorrai rischiare di trovarti faccia a faccia con la te stessa di prima del viaggio?»

«Non credo di volerlo» si mise al suo fianco, le mani stese sul davanzale della finestra. «Però può succedere? Cioè, potrei davvero vederci partire?»

«Se imposti Chronos correttamente, no, ma agli Antichi Viaggiatori accadeva di continuo. Calcolavano male i dati e finivano per guardare i loro se stessi pre-viaggio dritti negli occhi»

«Un’esperienza scioccante»

«Mm-mm, soprattutto se torni senza un arto» annuì, increspando le labbra. «Il nostro Primo Viaggiatore, l’Inventor di Chronos, si è visto rientrare in casa senza una mano. Puoi immaginare come avrà reagito»

Hayden si era girato verso di lei, fissandola come per capire se quello che aveva detto l’avesse in qualche modo spaventata o fatta agitare. Non era una bella notizia, non dopo l’aggressione della notte prima, ma poteva benissimo sopportare di sapere certe cose senza esserne sconvolta.

«Hai preso tutto? Perché se dimentichi qualcosa non tornerò a prenderlo»

Fece cenno di sì e mentre Hayden si spostava in mezzo alla stanza, lei fece vagare lo sguardo fuori, sulle stalle e sui domestici già svegli. Era un addio a tutta quella vita, perché la prossima volta che avrebbe rivisto la casa non sarebbe stata altro che un museo semi-abbandonato.

«Come funziona? Devo appoggiare la mano sulla tuta e l’orologio farà il resto?» si fermò di fronte a Hayden, ma tenne le mani nelle tasche della felpa. Rivivere così presto l’esperienza del viaggio non le faceva fare i salti di gioia.

Lo sguardo che ricevette in risposta fu abbastanza. Se era una domanda così stupida poteva semplicemente dirlo, non lanciarle certe occhiatacce. In fondo lei che ne sapeva di come funzionava quel dannato aggeggio?
Aveva un disperato bisogno di tornare nel suo tempo, dalla sua famiglia. Era decisamente stanca di Hayden e del suo senso di superiorità. Restava sempre l’incognita di Froster ma ormai doveva rassegnarsi. Non avrebbe saputo cosa ne sarebbe stato di tutte quelle persone, non direttamente almeno.

Hayden tolse l’orologio da una delle tasche interne della sua strana giacca e lo allacciò sul polso destro. Ci fu un lungo ticchettio metallico proveniente dal quadrante, dopo il quale ricomparve la voce che aveva strappato Anne dal suo presente.

«Chronos modello SCX94F2Z operativo. Cosa posso fare per te, Hayden?»

«Avvia sequenza di rientro a 453.621.832, con modulo M3. Destinazione Pearlhell, Agosto 2014. Istante di arrivo: inizio viaggio precaricato con ritardo di due secondi»

«Nome e cognome, prego»

Il silenzio che seguì sorprese Anne. Già le sembrava assurdo che un orologio fosse in grado di articolare una frase come “Cosa posso fare per te, Hayden?”, imitando alla perfezione il tono di un essere umano, ma perché lui non rispondeva?

«Parla con te, Anne»

«Con me?» strabuzzò gli occhi e per una volta fu lei a guardare Hayden come se avesse detto la cosa più stupida e inutile del mondo. «Ma è un orologio! Come può sapere che sono qui?»

«Il modulo M3» fu la voce metallica a rispondere. «presuppone un viaggio con passeggero sprovvisto di un modello Chronos funzionante o, in casi eccezionali, di un ALF»

«Un ALF?» Anne stava ancora guardando Hayden ma già sapeva che lui non le avrebbe spiegato niente. Era compito di Chronos.

«ALF: Ancient Life Form. Una vecchia forma di vita, nata prima del 2067. Ora ho solo bisogno del suo cognome, Anne»

«Froster, ma già dovresti saperlo» incrociò le braccia al petto, sperando che da come gli aveva risposto quell’orologio capisse che si era offesa. Un ALF? Lei non era antica, né tantomeno vecchia. E lui già conosceva il suo cognome, altrimenti non sarebbe mai finita nel 1841.

«Chronos controlla il registro. Dovresti avere una copia del D.N.A. di Anne catalogata tra gli attivatori»

«Analisi in corso» la ruota a lato del quadrante che Anne aveva provato a muovere due sere prima scattò e girò in senso antiorario completamente da sola, accompagnata da un ticchettio interno alla cassa. La barra luminosa dove aveva visto lampeggiare la scritta “Quarantena” si oscurò per poi far scorrere le stesse parole appena pronunciate dall’orologio.

«D.N.A. confermato. Viaggiatrice Anne Froster, modulo di viaggio S1. Sono desolato Hayden, ma non posso avviare la sequenza di rientro nel 2014»

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