Time Murder (Capitolo 10) ~ Finale

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Il dito attorno al grilletto, la pressione sulla levetta, il tuono dello sparo, il contraccolpo del calcio, l’odore penetrante di polvere bruciata.
Anne si fissò le mani e rivisse quelle sensazioni una per una, in sequenza.
George Froster era veramente morto il 25 Novembre 1841, pochi minuti prima che scoccasse la mezzanotte, a causa di un colpo accidentale partito dalla pistola che lei aveva in mano.
Chronos aveva avuto ragione fin dall’inizio e il corpo di Froster era ancora caldo quando la voce metallica si era fatta viva per informarli che avevano il permesso di rientrare.
Quegli occhi sbarrati la tormentavano e anche se Hayden si era addossato la colpa di tutto, sentiva sulla pelle le sensazioni che avrebbe provato sparando.

«Sono stato io. Il dito sul grilletto era il mio» le aveva ripetuto più e più volte dopo averla trascinata via e averle preso il volto tra le mani per impedirle di vedere i due cadaveri.

«Tu non hai fatto nulla. Ho premuto io il grilletto»

«No, Hayden, ti sbagli» aveva balbettato con la voce isterica mentre cercava di liberarsi dalla sua stretta. «Io ho ucciso George Froster»

A quel punto le mani che la tenevano si erano fatte di marmo e il tono deciso. Le iridi trasparenti avevano inchiodato il suo sguardo per non permetterle di distrarsi.

«Anne adesso mi ascolterai e accetterai come vero quello che ti dirò. Non voglio sentire obiezioni» l’aveva ripresa ancora prima che provasse a protestare. «Io ho sparato a Froster, non tu! Dimentica quello che credi di aver fatto. Intesi?»

Le mani si erano rilassate e la testa di Anne aveva accennato un sì muovendosi su e giù. Era talmente sotto shock in quel momento che avrebbe assentito a qualsiasi cosa.
Ora stava aspettando il suo ritorno seduta sull’ultimo gradino della doppia scalinata. Le aveva detto di non muoversi per nessun motivo mentre lui riportava in camera gli abiti d’epoca e sistemava gli ultimi dettagli prima della partenza.
Di cosa dovesse occuparsi non lo sapeva, ma non voleva nemmeno esserne messa al corrente. Stava bene così com’era.
Samuel le si sedette accanto, osservandola attentamente. I blue jeans di Anne stonavano accanto ai suoi vestiti; Samuel pensò che ci fosse qualcosa di strano in una ragazza con indosso dei pantaloni. L’aveva sorpreso più quella vista che sentire la voce di Chronos.

«Siete sicura che sia giusto?»

No, non era affatto giusto ma non potevano fare altrimenti se volevano che il presente da cui era partita restasse tale. Hayden era stato irremovibile.
Aveva reagito lucidamente e aveva preso il controllo della situazione, sia impedendo al secondogenito di Froster di dare l’allarme, sia spiegandogli perché i corpi dovessero essere trovati la mattina seguente.
Certo, all’inizio li aveva scambiati per pazzi e se non gli avessero mostrato i loro veri abiti – e se Chronos non si fosse messo a blaterare che potevano partire –, ora avrebbero dovuto risolvere ben altre complicazioni. Fortunatamente i dubbi di Samuel erano stati fugati abbastanza da farlo restare in silenzio e da convincerlo a seguire le direttive di Hayden.

«Non abbiamo alternative» la voce di Anne risuonò monocorde.

«Ma ho ucciso Theodore e Hayden ha sparato a… a…»

«A vostro padre» concluse per lui, sentendo sulle mani il peso della pistola, il rinculo del colpo e il bruciore dato dall’innesco della polvere da sparo.

Se il dito sul grilletto non era il suo, perché ricordava tutti quei particolari? Quegli istanti erano così confusi e forse era vero quello che le aveva detto. Forse era Hayden l’assassino di Froster.

«È tutto pronto» il ragazzo venuto dal futuro scese le scale e si fermò di fronte a loro. «Ulstar e Morton sono nelle loro stanze?»

Era compito di Samuel: nessuno doveva restare nell’ufficio tranne padre e figlio.

«Tranne i cadaveri» aveva precisato subito dopo Anne, senza accorgersi di quanto fosse acuta e isterica la sua voce.

Il secondogenito di Froster annuì, sfoderando un’occhiata stupita quando Hayden gli mise di fronte alcuni fogli.

«Sono copie della lettera di Johanna e di quella per vostro zio. Vi torneranno utili, suppongo»

«E gli originali?»

«Sono al sicuro nella scrivania» protese una mano verso Anne. «Ti riporto a casa»

«Aspettate!» Samuel scattò in piedi vedendola accettare la mano e l’invito di Hayden. «Domani i corpi saranno scoperti e con la vostra assenza, la colpa ricadrà su di me! Credete che Ulstar e Morton non parleranno?»

Tenendole saldamente la mano, Hayden spiegò ad Anne di tenere gli occhi chiusi e di prendere dei respiri profondi per tutto il viaggio finché non si fosse sentita in grado di muoversi senza svenire.
Lei strinse forte le dita attorno al suo palmo e si voltò per salutare colui che aveva il sospetto sarebbe diventato il suo avo.

«È stato bello conoscerti. Addio»

«Voi…» voleva dire qualcosa ma si fermò pensieroso.

Samuel Froster si chiese cosa stesse facendo fuori dalla sua stanza in piena notte, fissando l’atrio poco illuminato e con dei fogli tra le mani.
Dandosi dello sciocco si avviò verso la zona dove dormivano i domestici, ignaro di quanto sarebbe cambiata la sua vita il mattino seguente.

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Anne fece esattamente come Hayden le aveva detto e quando una mano invisibile l’aveva afferrata per strapparla dal 1841 e depositarla nel suo anno, tenne gli occhi ben chiusi.
Rispetto all’andata le sembrò di stare meglio. Niente vertigini eccessivamente forti, niente stomaco sotto sopra e soprattutto niente api assassine nelle orecchie.

«Siamo davvero tornati nel 2014?» domandò, dopo essersi finalmente decisa a guardarsi attorno.

«Direi di sì» Hayden si staccò e puntò dritto verso il punto dove erano cadute le sfere.

«E tu ed io siamo appena partiti?» accanto alla porta trovò la sua pila. Era accesa e proiettava un cono di luce sullo stipite accostato.

«Sì, Anne» raccolse e mise via i globi luminosi all’interno della giacca. «Sono contento che gli effetti collaterali del viaggio siano passati»

«Effetti collaterali?»

«Non dirmi che hai quel pessimo carattere tutti i giorni?!» le passò accanto, superandola per andare verso la porta. «Comunque sia, aspettami qui. Recupero una cosa e poi ti spiego»

Lasciata da sola al buio, Anne si accorse che era successo davvero. Non era stato un sogno, nemmeno un incubo. Aveva passato due giorni nel 1841 e aveva visto uccidere George Froster.
Infilò le mani nelle tasche della felpa per non stringerle di nuovo. Lo aveva premuto lei il grilletto o era stato davvero Hayden? Nell’istante in cui Theodore le era stato addosso, le loro dita erano vicinissime e il dubbio poteva sorgere. In fondo, aveva smesso di tenerlo sotto mira da parecchi minuti e si era limitata a stringere tra le mani la pistola. Poteva non essere stata lei.
Si avvicinò alla scrivania, sollevata che non si trovasse nel vero studio di Froster. Non sarebbe riuscita a entrarvi così presto.
Guardò il rettangolo di pelle consumato dal tempo e sentì una fitta di nostalgia. Vi aveva scritto anche lei su quel tavolo, si era prestata alla menzogna di Froster per imbrogliare suo figlio e poi aveva contribuito alla sua morte.

«Oh, perfetto! Dovevi metterti esattamente lì» Hayden rientrò chiudendo la porta dietro di sé. Raccolse la torcia e la raggiunse. Nell’altra mano aveva il bastone di Froster.

«Cosa ci fai con quello?»

Hayden accennò un mezzo sorriso. «È una sorpresa. Ora devo darti delle spiegazioni»

«Mi sembra tardi» era inutile in quel momento. Ormai era di nuovo a casa e non aveva certo intenzione di ripetere l’esperienza.

«Pensavo fossi curiosa»

«Lo sono, o lo ero» ciò le sembrò strano. Qualche ora prima si sarebbe arrabbiata non poco con lui per il suo comportamento. «Ieri ti avrei strozzato se non me l’avessi detto»

«Gli effetti collaterali del viaggio. Chronos lavora sul D.N.A. e ad ogni nuovo salto fuori dal tuo tempo genera dei minuscoli cambiamenti nella sequenza cromosomica» spiegò, senza preoccuparsi di chiederle se volesse saperlo. «Su di me di solito colpisce gli occhi. Ne cambia il colore»

«Pensavo fossero trasparenti di natura»

«Nel mio presente sono castani. Su di te, invece, ha trasformato il carattere. E la coordinazione» aggiunse con un sorriso, mentre lei faceva cadere il calamaio per sbaglio.

Nel passato la sua goffaggine non era così pronunciata; era riuscita a cavarsela piuttosto bene, ma non avrebbe faticato ad abituarsi di nuovo alle conseguenze del suo essere impacciata. Anzi, era contenta di essere tornata se stessa.

«Se su di te ha effetto solo sugli occhi, mi spieghi perché adesso sei così gentile con me»

Stava ancora parlando quando la vide creparsi. La maschera di Hayden aveva perso la propria compattezza per un solo secondo ma le era bastato.
Sapeva perché lo stava facendo. Capì anche che sorpresa aveva preparato: nel cassetto con l’apertura segreta avrebbe trovato le lettere di Theodore, di Johanna e quella per Benjamin.
Hayden aveva organizzato tutto per la sua relazione sul vecchio Froster ed era chiaramente un tentativo di distrarla. Entrambi sapevano chi aveva premuto quel grilletto e l’improvvisa accondiscendenza di Hayden fugò ogni suo possibile dubbio. Lei aveva sparato a Froster ma grazie a Chronos era diventata un assassino senza volto.

«Dammi la torcia e quel bastone» gli disse, per dargli la possibilità di ricomporre la sua maschera.

Non aveva bisogno che le spiegasse perché – non voleva nemmeno che ci provasse. Hayden si era già spinto oltre tentando di convincerla che fosse stato lui.
Tastando con le dita per trovare la fessura, Anne vi appoggiò la punta a becco d’animale e la serratura scattò.

«Prima che tu apra» la fermò quando aveva già le dita strette sulla maniglia. «Volevo ricordarti che non potrai parlarne con nessuno di dove siamo stati. Sarebbe meglio che pensassi di non avermi trovato e che hai notato la fessura per caso»

Anne non si raddrizzò per guardarlo storto e chiedergli se la credeva davvero così stupida. Era convinta di aver già dimostrato ampiamente di non esserlo.
Era ovvio che avrebbe detto di essere entrata nella villa perché pensava di aver visto un ladro e di non aver trovato nessuno. Lo aveva fatto anche la settimana prima senza che lui glielo suggerisse.
Pensò che nessuno sapeva di quell’apertura e in quasi duecento anni lei doveva essere la prima persona ad aprirlo, perciò il meccanismo doveva essersi arrugginito in tutto quel tempo. Per tirare la maniglia dovette usare tutta la forza che aveva.

Il cassetto si mosse a fatica e non appena fu aperto del tutto, una nuvola di polvere le investì il viso.
Iniziava a essere stanca e a odiare tutto quello. Perché era rimasta in quella maledettissima casa anche dopo aver capito di essere stata fregata?

Il ladro della settimana prima non si era ovviamente fatto vivo e lei doveva proprio essere una sciocca per avergli creduto. Viaggi nel tempo… Certo, come no.
Tossì e si fregò gli occhi finché il fastidio per la polvere divenne sopportabile, tornando subito a controllare il cassetto che aveva aperto quasi per disperazione.
Non sapeva come si fosse accorta della fessura nella costa interna della scrivania e come l’avesse collegata all’intaglio sulla testa del bastone di Froster, ma era lì e tanto valeva controllare cosa avevano nascosto nel cassetto.
Prese tutto quello che conteneva e per poco non le venne un colpo leggendo di cosa si trattava. Più le parole le scorrevano sotto gli occhi, più riusciva ad avere una chiara idea di cosa avesse portato alla morte dell’unico figlio di Froster. Ucciso per aver tentato di truffare suo padre a causa di alcuni debiti. Forse il vecchio Froster l’aveva scoperto e aveva fatto arrestare e condannare il figlio.
Le sembrò plausibile, almeno finché non trovò due lettere, una della signora Froster e l’altra per il fratello maggiore del signore di Pearlhell, e una specie di testamento. Gli ultimi risalivano al giorno della sua morte.
Tutte quelle informazioni non avevano senso. Cosa avevano a che fare i debiti di Theodore Froster con un figlio illegittimo che suo padre voleva fosse riconosciuto dal fratello? E chi era l’assassino?
Doveva mostrare quei documenti a suo padre e allo zio. Quasi certamente loro e suo nonno Bert sarebbero riusciti a venire a capo di quel mistero.

Raccolse con ordine i fogli, chiuse il cassetto e uscì dallo studio, riportando il bastone nella sua teca. In fondo era una fortuna che il ragazzo non si fosse presentato, altrimenti non avrebbe scoperto quelle carte.
Nell’atrio si fermò a osservare le scale e il mezzobusto di Froster. Né lui, né il marmo bianco, né la villa stessa le facevano più paura, niente più brividi lungo la schiena. La statua, poi, aveva lo stesso sguardo acuto e sveglio che avrebbe potuto avere l’uomo in carne e ossa.
Osservandolo avvertì una fitta di rimorso e nostalgia. Le dispiaceva perché, se non aveva interpretato male le lettere, forse quel George Froster brutalmente ucciso da un uomo senza volto era una brava persona, non un sadico omicida.

Nei giorni successivi, con l’aiuto dei Froster al completo, Anne scoprì che il signore di Pearlhell era un suo diretto antenato e dimostrò che era ben diverso da come lo dipingevano le dicerie.
Fu un lavoro lungo ma quando consegnò al professore di storia la relazione che aveva chiesto sentì di aver fatto la cosa giusta, anche se dalle carte non era riuscita a scoprire il nome dell’assassino.
La città accolse la notizia con incredulità. L’ipotesi che si diffuse vide padre e figlio uccisi dal complice sconosciuto di quest’ultimo a causa di una truffa finita male, anche se nessuno sembrò esserne troppo convinto. Quasi tutti continuarono a credere e a raccontare la storia dell’omicida senza volto.
Anne passò l’anno scolastico al centro di mille attenzioni a causa della relazione ma nulla cambiò per lei e la sua famiglia. Restarono sempre gli strani discendenti del Diavolo di Pearlhell.
Lei che aveva desiderato di cambiare le cose per Timmy non si spiegava come le fosse venuta quell’idea e come avrebbe potuto farlo con una semplice relazione scolastica. Si arrabbiava molto, però, se sentiva parlar male di George Froster, perché era più che convinta che fosse stato una persona estremamente buona.
Era così ossessionata da quell’idea che per mesi sognò di trovarsi in casa di Froster nel 1841, con un cugino di nome Isaac dagli occhi trasparenti.
Non ripensò mai più al ladro che aveva provato a convincerla di essere venuto dal futuro e quando anche quel sogno svanì, la sua vita tornò ad essere esattamente quella di prima, con la sola differenza che la casa in cima alla scogliera non le dava più i brividi.

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