Una scribacchina bagnata fradicia #3 – L’ultima mano

«800.000 dollari?! Di debiti?!»
Il cellulare per poco non mi scivola di mano. Un’occhiata dall’altra parte del vetro e mi accorgo che la segretaria mi ha sentito. Maledetta impicciona.
Un cenno della mia testa le intima di tornare al lavoro. Se sto usando lo smartphone significa che è una telefonata personale e che non si deve intromettere, altrimenti avrei continuato ad usate il telefono dell’ufficio.
Mio fratello è ancora in linea. Piagnucola, dice che non sa cosa fare, che è disperato e che non mi avrebbe mai chiamato se non fosse stato importante. Questo sì che mi risolleva il morale…
«Steve adesso calmati!» il consiglio è diretto più a me, perché se lo avessi di fronte gli spaccherei il naso, ma credo faccia bene anche a lui sentirselo dire. «Hanno fatto del male a Eva o alle bambine?»
«No, no» articola fra i singhiozzi. «Sono passati alla galleria. A casa non sanno nulla»
Mi concedo un sospiro di sollievo. Almeno è riuscito a tenerle fuori da questa storia, per ora.
«Nick» lo sento balbettare. «Ti prego»
Appoggio i gomiti alla scrivania, tenendo la testa nascosta tra le braccia, e respiro. Il suo “Ti prego” è un coltello infilato in mezzo alla schiena. Tutti avrebbero potuto chiedermi una cosa simile, ottenendo come risposta un no, tranne Steve. Mio fratello non avrebbe mai dovuto farlo, perché sa cos’ho passato e quali rischi corro.
«Steve… rischio l’ergastolo» mormoro. «Potrei non vedere più Megs e i ragazzi»
«Nick è solo per questa volta. Te lo giuro, non succederà mai più» 
Quando è il tuo fratellino a chiederti di rischiare la prigione, di perdere lavoro, casa e famiglia, nonché di mettere i Federali sulle tue tracce, cosa puoi fare? Quando il moccioso, che hai sempre coperto dall’ira di un padre incline ad alzare le mani più che a parlare, ti chiede di salvargli la pelle perché questa volta chi ha fatto incazzare non è un vecchio alcolizzato ma il più grande trafficante di droga dello Stato, cosa ti resta da fare se non provare a tirarlo fuori dai casini anche questa volta?
Mi alzo dalla mia scrivania e guardo l’ufficio come se fosse l’ultima volta che ci metto piede. Non importa quanto solida sia la mia posizione, Lunedì potrei non essere più libero di tornarci.
«Prenota una camera a nome tuo nella zona più brutta che riesci a trovare» gli dico, scarabocchiando una nota che poi uscendo deposito davanti alla segretaria. «Non mi interessa quanti centoni devi allungare, ma nessuno deve chiedermi chi sono. Il mio nome è l’ultimo da usare. Intesi?»
«Sì, intesi» si trattiene ma la voce sprizza comunque euforia. «Eva sarà contenta…»
«Tua moglie non deve nemmeno sospettare che sono in città» tronco il suo discorso con rabbia. Quanto può essere decerebrato mio fratello? Se questo non è che l’inizio, ho paura a recarmi da lui. Tuttavia salgo in macchina e lascio l’ufficio controvoglia.
Adesso devo escogitare un piano per colmare il buco di denaro che Steve deve a quel tizio e non sarò il solo a fare dei sacrifici. Ha chiesto il mio aiuto? Bene, ma ci sono delle condizioni.«Steve» lo distraggo dal suo silenzio mentre imbocco la superstrada verso casa.
«Dimmi! Come posso aiutarti?»
Glielo spaccherei io il naso se non lo avesse già fatto qualcun altro. «Dobbiamo ridurre il debito, perciò tu adesso affitti un camion, vai a casa, raccogli ogni cosa di valore e la porti a un banco dei pegni. No, no» interrompo le sue proteste. «Non mi importa se Eva si lamenterà e se tu non vuoi vendere! Mi hai appena chiesto di rovinare la mia vita, quindi tu adesso fai come ti ho detto»
Lancio il cellulare sul sedile del passeggero e accelero. Venerdì nel primo pomeriggio è il momento peggiore per mettersi in viaggio ma devo essere da Steve prima di stasera.
La suoneria spezza il mortorio dell’abitacolo.
«Che c’è ancora?»
«Nick non sono mai stato in un banco dei pegni. Non so nemmeno dove trovarlo»
Invece di aiutarlo vorrei ucciderlo. «Vivi a Las Vegas! Ti basta girare l’angolo per trovarne dieci»
Steve biascica qualcosa come “Va bene…” e poi mi ringrazia.
«Sei un idiota»

*

«Mi prendi per un’idiota?!» Megan è su tutte le furie e non le do torto.
Non fa che urlare e mentre caccio qualche vestito in un borsone lei se ne sta sulla porta, le mani ancorate agli stipiti. Vorrei bastasse ad impedirmi di uscire.
«No, Megs. Lo sai che non lo farei mai»
«E allora spiegami perché Steve, che non ti chiama da cinque anni, si è misteriosamente ricordato di te? Voglio la verità e non quella storiella melensa della riunione tra fratelli»
Chiudo la cerniera della sacca con un gesto secco e me la carico in spalla. È il momento.
«Mi ha chiesto aiuto. Deve dei soldi a un tizio e non sa come trovarli»
Ha capito. Glielo leggo nell’angolo incurvato della bocca che sa cosa sto andando a fare a Las Vegas; quell’espressione impassibile che in realtà cela la rabbia più potente che si possa immaginare è la mia condanna, perché Megan è sempre stata dalla mia parte anche quando non ero nel giusto. Ho giurato sui ragazzi che non lo avrei più fatto e non tradirei mai la promessa. Ma Steve… 
«È mio fratello» mi giustifico, prima ancora che esploda.
«E tuo fratello vale il rischio di essere arrestato? Di non vedere più i tuoi figli?» scatta «Nick mi avevi giurato che non ci saremmo più trovati in quella situazione! Che non avremmo più rivisto l’agente Donovan!»
«E non lo rivedremo. Megan ti giuro che andrà tutto bene» ma le parole mi nauseano, come se in cuor mio sapessi che non è così. «Te lo giuro»
«Fa come vuoi» si allontana dalla porta. «Ma se ti prendono, non verrò a tirarti fuori»
Annuisco e prima di uscire mi fermo accanto a lei. «Di ai ragazzi che ho i biglietti per la partita»
Deluderla è l’ultima cosa che avrei voluto fare, eppure non ho potuto evitarlo. Il suo rifiuto di parlarmi mentre me ne vado è il segno che, se mai riuscirò a salvare Steve, avrò davanti una strada molto lunga per riconquistare mia moglie.

*

Sono stato a Las Vegas una sola volta in tutta la mia vita e non ci potrei nemmeno tornare. I Federali non sono mai felici quando un ex giocatore d’azzardo e evasore si aggira in una città con più casinò che supermercati, specie se gli è stato intimato di stare ad almeno 150 miglia di distanza dalla città del Nevada.
Aver truffato il governo e essermi giocato tutto nei casinò europei senza lasciare prove certe della mia colpevolezza ha dato così fastidio che per rientrare negli Stati Uniti senza essere arrestato ho dovuto fare un accordo con un agente F.B.I., vendere l’organizzazione in cui ero finito per sbaglio e giurare che non avrei mai più giocato a Blackjack in vita mia, nemmeno con gli amici.
Non vorrei davvero essere qui ma la figura emaciata che mi aspetta nel parcheggio della bettola dove dormirò stanotte mi causa un dolore sufficiente a farmi ricredere. 
Steve ha il naso rotto, il labbro gonfio e il modo in cui si tiene il braccio mi preoccupa. Quando lo abbraccio, lo sento irrigidirsi e emette un lamento a denti stretti. Al telefono ha minimizzato quello che gli hanno fatto.
«È bello che tu sia qui» mi dice con imbarazzo.
«Già… Dovevo, no?» gli appoggio la mano sulla spalla sana e lo spingo verso le stanze. «Su, entriamo e spiegami tutto»
So già che non dormirò molto e vedere il letto me lo conferma. La poltrona dove siede Steve sembra molto più comoda, tanto da spingerlo finalmente a parlare.
La galleria d’arte che gestisce avrebbe dovuto essere una base di scambio con i piccoli spacciatori, ma qualcosa non ha funzionato e si è messo nei guai con il signore della droga perché gli ha fatto perdere l’intera partita, dal valore di 800.000 dollari. Ora Steve glieli deve rendere e ha tempo fino alla mezzanotte di Domenica. Dopo si rifaranno sulla famiglia e sulla galleria.
Qui nasce il piano geniale del mio fratellino. Come ottenere tutti quei soldi in meno di tre giorni a Las Vegas, con un fratello decisamente fortunato con le carte? Facile: convincerlo a tornare quello di un tempo e a riprendere quello che sapeva fare meglio.
Quando sai che i Federali aspettano solo l’occasione giusta per sbatterti in cella, in teoria dovresti fare tutto ciò che è in tuo potere per evitarlo, ma ascoltando Steve il mio cervello non fa che ripetere quanto sia giusto fare quello che mi ha chiesto.
Steve, che non mi ha mai chiamato in cinque anni, ha alzato la cornetta per chiedermi di vincere 800.000 dollari in tre giorni truffando i casinò. Vuole che vinca a Blackjack contando le carte.
All’inizio i soldi li ho fatti così, prima che tutto degenerasse. Il trucco per non farsi scoprire è sempre stato perdere ogni volta un terzo del guadagno, e ritirarsi al momento giusto ovviamente. Fa parte di un’altra vita, finita vent’anni fa con la promessa che avrei rigato dritto fino alla fine dei miei giorni, ma oggi sono venuto meno alla mia parola.
Mio fratello ha già organizzato tutto. Nel casinò scelto per questa e domani sera entro senza problemi e per tutti sono pressoché invisibile; un giocatore come chiunque altro ma pronto a lasciare una lauta mancia a fine serata. Non gli chiedo quanto ha pagato, ma dei 200.000 ricevuti al banco dei pegni ne restano meno di 50.000, tutti convertiti in fiches.
La sua fiducia, e la sua vita, è risposta completamente in me e non posso tradirlo, anche se rischio ogni cosa per aiutarlo. Spero davvero che sia l’ultimo favore che mi chiede. In futuro potrei non concedergliene altri, perciò deve augurarsi che vada tutto per il meglio, altrimenti sarà in guai ben peggiori.
Quando il croupier distribuisce le prime carte la mano mi trema. Lo sto davvero facendo. Dopo tutto questo tempo passato lontano dalle carte per paura di essere arrestato, sto mandando tutto all’aria per salvare la pelle di quell’imbecille di mio fratello.
È solo per caso che guardo le facce assiepate attorno al tavolo – visi del tutto anonimi, eppure con qualcosa di familiare –, come se mi servisse a svuotare la mente. L’ultima cosa a cui penso è che ho paura; ho paura di perdere Megan e i miei figli, James e Malcolm, di non vederli crescere e di passare il resto della mia vita dietro a delle sbarre mentre loro si dimenticano di me.
Penso un’ultima volta a perché lo sto facendo, poi mi metto a contare e tutto il mondo evapora.

*

Nel tardo pomeriggio di Domenica Steve sta già contando i soldi. Non sono ancora tutti quelli di cui ha bisogno, ma entro stasera credo di potergliene procurare di più degli 800.000 che deve al tizio della droga. Quando le carte iniziano a girarmi tra le mani, non c’è nulla che possa fermarmi.
Avevo dimenticato la sensazione che si prova: ti senti il padrone della situazione, conosci le mosse degli altri giocatori prima ancora che le facciano perché li hai guardati per tutta la sera e hai imparato a leggere i loro tic e quello che non dicono; li conosci come conosci te stesso e questo ti da la sicurezza necessaria a perdere anche due mani di fila, per poi togliere loro buona parte di quello che hanno guadagnato.
«Ancora stasera e sarà tutto finito. Grazie Nick» Steve è seduto sul pavimento, davanti alla poltrona, con così tanti soldi tra le mani che non sa dove metterli.
«Se ti resta qualcosa, vedi di usare il denaro in modo più intelligente» gli ricordo, avvertendo un brivido d’eccitazione al pensiero di giocare di nuovo.
«Oh, sì, sì. Te lo pro…»
La porta della mia camera cade sul pavimento con un tuffo improvviso. L’hanno sfondata con una spallata e il gorilla che entra come una furia deve esserne il responsabile. Si dirige verso Steve e lo blocca a terra.
Vorrei dagli una mano, ma mentre mi alzo dal letto qualcosa mi afferra e finisco anch’io sul pavimento, steso accanto alle gambe di mio fratello e con un piede premuto sulla guancia. Poi sento avvicinarsi un altro paio di passi.
«De… Devon!» il tono allarmato di mio fratello mi preoccupa. 
Qualcosa mi dice che quelli che ci tengono fermi sono i tirapiedi del tizio a cui deve i soldi, che si tiene tranquillamente in disparte. Con buone probabilità non sono qui per una semplice chiacchierata.
«Buongiorno Steve. Vedo che te la passi bene»
«No, no, no» come sempre quando è spaventato, la sua voce squittisce. Adesso sta letteralmente morendo di paura. «Sono i soldi che ti devo»
«E questo chi è?» l’uomo sopra di me enfatizza la domanda aumentando la pressione sulla mia faccia.
«È mio fratello Nick» balbetta. «Mi sta aiutando a raccogliere quello che ti devo»
Non so perché, ma sento che questo non cadrà a mio favore. È un pizzicore allo stomaco, quasi un senso di nausea, che mi avverte dell’errore che Steve può aver appena commesso.
Mai dire a un creditore che hai chiesto aiuto per ripagare il debito, specie se rientra della categoria di “socialmente non raccomandabile” come è per questo Devon.
«E quale sarebbe il suo prezioso contributo?»
«Lui sa…»
«Ho fortuna a carte» interrompo quell’imbecille di mio fratello prima che si metta a scavare una fossa anche per me, non soltanto per lui. «Solo fortuna»
«Interessante» un paio di scarpe nere eleganti si fermano di fronte a me. «Quindi sei tu che ha portato via mezzo milione dal casinò?»
«Fortuna» ripeto, mentre la scarpa si stacca dalla mia guancia e un tizio nerboruto mi fa alzare.
Devon deve avere la mia età, forse qualche anno in meno, ma ha un volto scavato e segnato dal tempo, come se la vita si fosse trasformata in uno scalpello e lo avesse usato per fare pratica.
«Quindi la Dea bendata ti ha aiutato a svaligiare il casinò del mio socio per due sere di fila?» si avvicina mentre l’altro mi tiene fermo. «Mi stai dicendo che deve chiederli a lei i soldi?»
Il pugno arriva dritto nello stomaco e anche se me lo aspettavo fa male da morire. Mi spezza il fiato e non riesco a rispondere alle domande che, tra un colpo e l’altro, continua a farmi questo tizio. 
Vorrei vedere lui al posto mio, ma se così fosse non mi troverei in questa situazione. Non avrei nemmeno un fratello tanto stupido.
Quando è soddisfatto mi lasciano andare e cado in ginocchio senza nemmeno provare a stare su.
«Qui non si bara» ci avverte, staccandosi da me e raggiungendo Steve. Trema come una foglia quando gli si inginocchia accanto. «Però devo ringraziarvi. Era da un po’ che volevo fregare il mio socio e voi due mi avete dato un grosso aiuto» sorride e anche Steve ridacchia con lui.
Mio fratello è decisamente un idiota. E io più di lui, perché mi sono messo ad aiutarlo e sono stato pestato per i suoi debiti.
«Adesso torniamo alle cose serie» con un braccio cinge le spalle di Steve e stringe. «Quanto avete fatto di preciso?»
«650.000 dollari» 
«Mmm» un sorriso meschino si ritaglia sul viso di Devon. «Allora direi che abbiamo un accordo»
«Un accordo?»
«Esatto, Steve, un accordo. Tu e tuo fratello mi porterete altri 800.000 dollari, oltre a quelli che già mi devi» si alza. «Se ha tutta la fortuna che dice di avere, non dovrebbe essere un problema. Chissà, può essere l’inizio di una collaborazione»
Tra l’arrivo di quei tre e la loro uscita di scena sarà passato un quarto d’ora, ma è stato il peggiore della mia intera esistenza.
«Nick? Stai bene?» 
«È la domanda più idiota che tu possa farmi!» inveisco a denti stretti mentre mi aiuta ad alzarmi. «Sul serio? Il casinò del suo socio?! Sei proprio un idiota, Steve»
«Io che ne sapevo! Devon ha affari dovunque»
«Proprio per questo dovevi informarti! A volte mi chiedo se tu non abbia gettato il tuo cervello nel cesso»
«Nick io davvero non lo…»
«Senti, sta zitto! Adesso abbiamo un altro problema e meno di sei ore per guadagnare un milione» raccolgo la giacca dal letto e mi avvio verso l’apertura dove prima c’era la porta. «Tu trova un casinò che non abbia legami con quel tipo e fa cambiare tutti i soldi in fiches. Chiamami tra un’ora»
«Tu dove vai?»
«A sbollire la rabbia»
Un’ora dopo raggiungo mio fratello davanti a un casinò abbastanza grosso. Ha detto di non preoccuparmi ma grazie a dei vecchi amici sono più che certo che quello spacciatore non ha interessi anche qui. Steve non è così affidabile e io non voglio avere una fossa ancora più profonda. 
Camminando mi si sono spezzati il fiato e le costole per il dolore, però non mi sono fermato. Ho dovuto assimilare quel quarto d’ora da inferno per capire come andare avanti e un po’ di movimento è stato d’aiuto.
Non ho una soluzione, ma forse un piano sì e devo sperare che funzioni per non correre il rischio di restare legato a quel Devon per tutta la vita. Non ho intenzione di “collaborare” con lui, né ora né mai.
«Che fine hai fatto?» è tesissimo e la sua mano mi stringe come una cesoia.
«Ho fatto quattro passi e qualche telefonata. Volevo essere certo del casinò»
«Siamo in una stanza privata. Ho già occupato un posto al tavolo da Blackjack» mi indica dove andare e tralascia la mia non fiducia. Fa bene, altrimenti lo avrei strozzato. «Puntata minima 20.000»
Entrando e raggiungendo il tavolo gli chiedo anche dei soldi, ma li trovo già là, tutti convertiti in fiches e guardati a vista da un tirapiedi di Devon. Dev’essere quello che teneva fermo me.
A un tavolo vicino c’è anche lui. Completo, cocktail e sigaro lo rendono l’immagine perfetta di una persona rispettabile.
«Che ci fa qui?» domando sedendomi al mio posto in una sala quasi vuota.
«Il capo voleva essere sicuro che rispettaste l’accordo»
E va bene. I rischi si corrono tutti i giorni anche in situazioni meno pericolose e si superano con la logica, giocando d’astuzia o grazie alla fortuna. Stasera io avrò bisogno di tutte e tre e in dosi massicce.
Imposto un timer di tre ore sull’orologio – è il nostro tempo limite, oltre il quale è inutile sperare di riuscire a farcela – e poi do il via alla serata più importante di tutta la mia vita negli ultimi vent’anni.

*

Ho perso tutto. 
Ogni dollaro vinto stasera è svanito per la maledizione di una carta e le speranze di Steve ora sono distrutte, come le mie, perché quell’uomo mi conosce e non è qui per caso. Hanno saputo tutto.
Appena usciremo di qui sarò arrestato e mio fratello sarà pestato finché non saranno soddisfatti o finché non si alzerà più, eventualità che potrebbero anche coincidere.
Alle undici e quaranta ho avuto l’ultima possibilità di raccogliere tutti i soldi. Ne avevamo due terzi e mancano solo 500.000 dollari ma sentivo che quest’ultima mano non sarebbe andata bene, prima di tutto perché ho stupidamente scommesso tutti i soldi, e poi perché ho ricevuto l’Asso.
La stupidaggine della puntata è successa a causa del panico. Se sento puzza di Federali il mio cervello smette di funzionare a dovere e il tizio dall’accento texano al mio fianco emana proprio quell’odore. Che mi abbia salutato nel momento esatto in cui si è unito al tavolo, poi, non è stata altro che la prova definitiva del mio esser stato scoperto. E fregato, visto che mi ha appena ripulito.
Quello dell’asso è un altro tipo di problema.
In tutta la mia vita ho perso solo in due modi: di proposito, con perdite moderate, o con l’Asso di Picche come prima carta. In questo secondo caso, i soldi persi sono sempre stati tanti.
Dire che la carta porta sfortuna sarebbe esagerato. Eppure, anche l’altra volta è finito tutto proprio a causa di quest’asso e ritrovarmelo tra le mani è il colpo basso che non volevo ricevere, non quando stava andando così bene. Se prima ero indeciso, con l’Asso di Picche e un nove, se fermarmi o no, adesso so che avrei fatto meglio a tirarmi indietro.
«Mi dispiace per lei. Il rischio c’è sempre, signor Poole» commenta sarcasticamente l’uomo che mi ha appena tolto 950.000 dollari.
Ha ragione e questo mi ricorda una cosa importante: avere sempre un piano di riserva, nel caso in cui la situazione si metta male.
Trovo la forza e la sfacciataggine di sorridere al Texano. «Vero, c’è sempre un alto tasso di rischio. Che ne dice di un’ultima mano?»
«E come pensa di giocare? Non ha più fiches»
Ne estraggo due dalla tasca dei pantaloni e le metto sul tavolo. Gli ultimi 1000 dollari che ci sono rimasti.
Le ho nascoste prima di iniziare a giocare. Una vecchia abitudine che il tempo non mi ha fatto perdere, per fortuna.
«I miei 1000 dollari contro tutti i suoi»
«Ha voglia di scherzare?» si mette a ridere. «Perché dovrei rischiare tutto per due sole fiches?»
«Per il gusto del gioco. Io e lei lo facciamo per questo, no?»
Steve è alle mie spalle, accanto al tirapiedi di Devon, e non riesce a stare fermo. Lo sento spostare il peso da un piede all’altro e se non mi avessero pestato questo pomeriggio mi volterei per fermarlo con uno scatto. Ci vuole pazienza.
«Può anche essere» avvicina la mano e soppesa le fiches. «Ma non stasera»
Non appena me le rende e se ne va, Steve ed io ci ritroviamo trascinati fuori dal casinò, dritti nell’auto dello spacciatore e diretti fuori città.
«È un peccato, sapete. Avremmo potuto fare affari d’oro, se solo non vi foste giocati tutto come due principianti»
Mio fratello mi lancia l’occhiata più spaventata che mai gli ho visto fare. Però non so cosa dirgli, perché ho esaurito le idee e quello che potevo fare l’ho già fatto. 
Ci stiamo ancora muovendo quando, come fossero spuntati degli spuntoni dal nulla, tutte e quattro le ruote dell’auto si bucano e noi iniziamo a sbandare.
Se mai mi ricapiterà in futuro, devo ricordarmi di specificare che non voglio più trovarmi a bordo di un’auto in corsa durante un’operazione dell’F.B.I. o che ho bisogno di sapere tutto in anticipo.

*

Vent’anni fa sono stato fermato, interrogato e quasi incarcerato per aver imbrogliato dei casinò federali e aver giocato i soldi in Europa. Me la sono cavata solo perché non avevano prove certe sul mio conto e perché gli ho fatto arrestare i capi di un’organizzazione che sfruttavano i casinò per riciclare soldi sporchi. Da allora non ho più rivisto l’agente che si è occupato del mio caso, Cyril Donovan, finché tre mesi fa non mi ha contattato lui. Voleva che stessi pronto.
I Federali sapevano da tempo che Steve stava per mettersi in affari con Devon, un criminale abbastanza famoso per spaccio, riciclaggio e prostituzione, e aspettavano solo l’occasione giusta per arrestarlo. Questa è arrivata quando mio fratello a bruciato una partita da 800.000 dollari, diventati il suo debito, e mi ha chiamato per avere il mio aiuto.
L’agente non mi ha dato istruzioni. Ha semplicemente detto che ci sarebbero stati, ma io ho lasciato un appunto con la frase “Biglietti x la partita. Weekend” alla mia segretaria in ufficio – non me lo ha mai detto, ma so che lavora per Donovan – e l’ho ripetuto anche a Megs, nel caso avessero riacceso i microfoni nella lampada della camera.
Una volta arrivato a Las Vegas ho agito di testa mia, facendo come meglio credevo fino a Domenica, quando la visita a sorpresa dello spacciatori mi ha persuaso a lasciar fare l’eroe a qualcun altro. Finché si trattava di recuperare i soldi e poi incastrarlo potevo andare avanti da solo, ma dopo il nuovo “accordo” non me la sono sentita di rischiare oltre. 
Ho chiamato Donovan e gli ho raccontato cos’era successo, dicendo che quella sarebbe stata l’ultima occasione utile di arrestare Devon e di tirare fuori mio fratello dai casini. Mi ha detto che ci avrebbero pensato loro. Io dovevo solo perdere tutti i soldi e lasciare che gli uomini di Devon ci portassero fuori, poi sarebbero intervenuti e avrebbero messo fine a tutto.
Vederlo entrare nel casinò mi ha spiazzato, ancora di più che sentirlo parlare con accento texano subito dopo. Però giocare con lui è stato divertente e non credo mi capiterà più di perdere di proposito con un asso e un nove. La sfortuna deve essere sapientemente simulata con una mano del genere, ma credo di essermela cavata abbastanza bene.
È tardo Lunedì pomeriggio quando riaccompagno l’agente Donovan verso la porta di casa mia, dopo due buone ore di spiegazioni a mia moglie.
Megan è rimasta spiazzata nel vedermi rientrare con l’uomo dell’F.B.I. che tanto vorrebbe far sparire dalla nostra vita, però le è bastato sentire la storia per calmarsi. Certo, ha preteso e ottenuto la rimozione di tutti i possibili microfoni sparsi per la casa e nelle nostre auto, ma adesso riesce a chiamare Cyril per nome. Io faccio ancora fatica e spero di non vederlo più così di frequente da diventare buoni conoscenti.
«Agente Donovan» gli stringo la mano, grato finalmente di averlo conosciuto.
«Nick» ricambia con una stretta energica. «Questa volta mi dia retta: non si metta più nei guai. Ah! E non risponda alle chiamate di suo fratello» aggiunge divertito, mentre ritorna alla macchina.
Non ce ne sarà bisogno se dalla settimana prossima Steve e famiglia si trasferiranno nel mio quartiere.  Vivendo qui nei dintorni potrò tenerlo d’occhio e evitare che si metta a fare affari con individui non raccomandabili. L’F.B.I. l’ha definito un compromesso accettabile, così da sapere sempre dov’è, e il mio fratellino, pur di non finire in galera, non ci ha pensato due volte prima di dire sì. 
Io me la sono cavata bene tutto sommato, con un solo rimprovero da parte di Megs e una serata di racconti con i ragazzi ma, per quel che mi riguarda, ne ho avuto veramente abbastanza di giocare a Blackjack. Basta, ho chiuso con quella vita.
Aspetto che l’auto di Donovan se ne vada prima di entrare in casa. In tasca ho ancora le due fiches da 1000 dollari, quelle che ho sottratto dal gruppo e che non mi ha mai chiesto indietro.
Resteranno come ricordo della mia ultima mano.

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