Una scribacchina bagnata fradicia #14 : Gli esempi sbagliati

• Questo è una side story legata a Un weekend in montagna e a Orientarsi a Natale, pertanto vi consiglio la lettura di questi due per riferimenti a personaggi e situazioni citati nel racconto.

• Non aspettatevi qualcosa di sdolcinato. Sapete che mi piace spaziare, perciò l’amore a lieto fine della storia è reinterpretato in una chiave un po’ diversa.

Coraggio-tattoo

Nella mia vita ho sempre seguito gli esempi sbagliati.
Da bambino era David Ruskin, il mio compagno di banco con le scarpe firmate e i giocattoli più belli. Lo seguivo ovunque, facevo tutto quello che faceva, dicevo le stesse cose e ne imitavo il modo di parlare, così buffo, con quella sua leggera erre moscia. Volevo essere come lui, no, volevo essere lui, in ogni senso possibile, così il giorno della festa per il suo settimo compleanno mi sono intrufolato in camera sua – una stanza immensa, troppo per essere quella di un bambino – e ho indossato i suoi vestiti.
Lascio immaginare il finimondo che è scoppiato quando mi hanno scoperto. Sembrava fossi io quello strano, ma nessuno si è mai chiesto se invece non fosse stato David, con i suoi commenti entusiastici su quanto fossero belle le sue cose, a spingermi verso quel comportamento maniacale. Ovviamente non era colpa di David, ma mi sarebbe piaciuto che qualcuno ci avesse pensato.
Poi è toccato ai fratelli Grey, Marcus, di 16 anni, e Tom, mio coetaneo. Ai miei occhi erano perfetti, di bell’aspetto e con gli agganci giusti. Erano i migliori esempi che potessi trovare da dodicenne e ancora una volta sono caduto nello stesso errore commesso con David. Però con loro è stato peggio, perché alla mania di essere uno dei due fratelli ho aggiunto l’emulazione ostentata. Se ero con Marcus, mi fingevo una versione più buffa di Tom; viceversa, con Tom avevo l’aria da adolescente tormentato di suo fratello ed ero così convincente che il mio amico credeva mi sarei suicidato entro l’anno. Anche con loro non finì bene, mi scoprirono, ma fortunatamente traslocarono dopo solo un anno, senza sapere fino in fondo cosa stessi cercando di fare.
Memore di queste esperienze, crescendo ho abbandonato la mania di sostituirmi all’esempio di turno. Richiedeva troppe energie e spreco di soldi, soprattutto perché, approdato davvero all’adolescenza, avevo scelto Tayler Vaughn, il ragazzo più popolare e ambito della scuola. Sinceramente non ricordo come io abbia fatto, ma il primo anno di liceo sono entrato nella squadra di football e di conseguenza nella cerchia di quelli che contavano qualcosa. Non solo, Tayler Vaughn, di un anno più grande, mi prese sotto la sua ala e divenne il mio migliore amico.
Se lui usciva con una cheerleader, anche io dovevo trovarne una; se lui la lasciava, tornavo immediatamente single. Tayler indossava una certa t-shirt? Io ne avevo due, una identica alla sua e un’altra in un colore diverso, così da distinguermi un po’ dall’originale. Non troppo però. Mettevamo le stesse scarpe, stesso taglio di capelli, ecc. ecc. ecc.. Ci chiamavano i gemelli del football.
Poi un giorno, durante l’estate prima del mio ultimo anno e del suo primo da studente del college, l’ho beccato in un parcheggio che si faceva la mia ragazza di quel periodo, Sherley. È stata la fine di Tayler Vaughn come esempio.
Non me la presi perché mi rubò la ragazza, Sherley era infatti un’oca con un Q.I. costantemente in retromarcia, ma perché mi disse di averlo fatto solo per ripicca, perché avevo preso il suo posto come modello da seguire e questo non gli andava a genio. Io non ero un esempio, io li seguivo gli esempi, e non potevo sopportare l’idea di trovarmi tra i piedi uno identico a me.
Fu questo pensiero a redimermi e l’ultimo anno di liceo appesi letteralmente la palla da football al chiodo, solo che lo feci sul cofano della macchina di Tayler. Ci fu un po’ di marasma a scuola ma quando una del mio anno si ritirò per partorire, il mio gesto passò in secondo piano. Tutti si dimenticarono di me ed io, libero dall’ossessione di essere qualcun altro, mi concentrai su chi ero davvero e su cosa mi piaceva. Fu in quel periodo che incontrai Jasmine. È rimasta la mia ragazza da allora.
È splendida, intelligente e con quel guizzo in più che la rende diversa da chiunque altra abbia mai visto. È a causa sua se adesso ripenso agli esempi sbagliati che ho seguito in vita mia, perché, dopo quasi dieci anni insieme, non so come comportarmi, non so quale sia il prossimo passo, e nessuno dei miei esempi va bene.
David, dopo una brillante ma alquanto breve parabola all’università, ha convinto i suoi genitori a intestargli tutti i risparmi di una vita e a 25 anni si è trasferito in Thailandia, dove da tre anni gestisce strane attività di scambio.
Marcus Grey e la sua aria da vittima del Mondo si sono suicidati davvero alcuni mesi dopo il fatidico trasloco. Quando l’ho saputo ero al terzo anno di college, grazie a un incontro casuale con Tom. Di sé mi disse di essere in libera uscita. Non capii da cosa e su due piedi pensai alla prigione, ma in realtà in quel periodo faceva dentro e fuori da una clinica per disintossicarsi. Ora sta bene e ci lavora come volontario.
E infine Tayler. Lui è forse il più soddisfatto della propria vita, o almeno quello con un’esistenza nella media. Lavora come impiegato alla motorizzazione locale, è sposato, padre di due figli, il più grande dei quali compirà dieci anni il prossimo Maggio. Lui e Sherley stanno insieme da quella sera nel parcheggio e mi sembrano felici, invecchiati, ma felici.
I miei esempi, di cui andavo tanto fiero, si sono rivelati essere quelli sbagliati e adesso non ho idea di cosa fare con Jasmine.
L’istinto è quello di mettere finalmente su famiglia insieme, perché abbiamo entrambi un lavoro fisso e una certa stabilità economica. Io non posso immaginare una vita senza di lei e credo sia un indicatore fondamentale per capire se sono pronto o meno al grande passo. Però… Però… C’è sempre questo però e la sospensione che lo segue a frenarmi, come se non volessi sposare Jasmine. Io voglio che diventi mia moglie! Lo voglio, ma…
Forse è l’esperienza di mia cugina Rebecca a bloccarmi e ritrovarci tutti per Natale me lo ricorda. Si è sposata giovanissima, all’epoca una ventitreenne come tante, e ha divorziato cinque anni fa, definendo il suo ex marito come il peggiore uomo sulla Terra.
La intercetto in fondo al salone addobbato per le feste. Sta sorridendo, più per cortesia che per altro, a un tizio che indossa un imbarazzante maglione con le renne. Scommetto l’ennesimo appuntamento combinato da sua madre. 
A guardarla da quaggiù sembra una donna davvero austera, quasi rigida, ma Jim dice sempre che da giovane non era così, che a cambiarla è stato proprio il matrimonio. Io fatico a ricordarla, abbiamo sette anni di differenza, ma non è mi è difficile credere che un tempo fosse intraprendente. Ha la faccia da ribelle, altrimenti non si sarebbe sposata così giovane.
In un disperato tentativo di sciogliersi dalla pesante compagnia, ruota lo sguardo e mi vede. D’istinto stacco una mano dal bicchiere per salutarla. Rebecca ricambia immediatamente e approfittando dell’occasione, dice qualcosa all’uomo prima di venire da me.
«Devo fingermi particolarmente felice di rivederti?» le chiedo quando è a pochi passi da me, fuori portata dalle orecchie della cozza che ha appena lasciato. «O basta questo a salvarti?»
«No, cuginetto, basta solo che mi saluti per bene» in uno slancio euforico mi bacia su entrambe le guance. «Come stai, Robbie?»
«Non c’è male. Come vanno le cose a Washington?»
«Ho i miei alti e bassi, ma va bene così» sorseggia il punch con avidità, facile distrazione dall’ambiente circostante. «E Jim dov’è?»
«Lui e Karen sono alle Hawaii con il pargolo. Mio fratello ha saggiamente deciso di passare il Natale con i suoceri» entrambi ridiamo, ma sappiamo bene quanto sia provante passare le feste con la famiglia Stewson.
Rebecca mi sembra stare meglio dall’ultima volta che ci siamo visti. Sarà per una deformazione professionale, ma tendo troppo spesso a indovinare come vanno le cose osservando le posture degli altri e la sua trasmette sicurezza, oltre a un certo distacco da tutto il resto.
Regge il bicchiere con entrambe le mani, i gomiti fissi in una posizione ad angolo retto e a stretto contatto con il corpo, segno che non si trova molto a suo agio. Le spalle dritte e lo sguardo alto però segnano la sua fiducia in se stessa. Semplicemente non vorrebbe essere qui.
«Ah!» si volta verso di me, costringendomi a riscuotermi dalla mia meditazione. «Tua madre mi ha detto che ti sei fidanzato. Congratulazioni!»
«Grazie» cerco di sorseggiare lo scotch ma finisco per ingoiarlo in un sol sorso. Un fiume caldo mi scorre lungo la gola, depositandosi nel mio stomaco a corto di cibo e per questo facile alla capitolazione.
«Tu e Jasmine avete già pensato a una data?»
«No. In realtà ci siamo presi una pausa» la guardo con la coda dell’occhio e sorrido. «Non guardarmi così. È solo una cosa temporanea»
«Robbie posso dirti per esperienza personale che temporaneo e matrimonio non si conciliano molto bene. Tu o Jasmine?»
«Io. Ho avuto un ripensamento» nella tasca dei pantaloni sento il peso della scatola e dell’anello che contiene.
Mia cugina scuote la testa, quasi sapesse perché, e mi fissa con due occhi increduli da dietro il bordo del bicchiere. Un punch non è mai stato sorseggiato così a lungo.
«E come mai?»
Alzo le spalle. «Sinceramente non lo so»
Rebecca mi studia, con quella sua espressione seria ma allo stesso tempo partecipe. Avevo dimenticato quanto lei potesse essere diretta con certe occhiate, ma è vero che sono anche anni che non le sfodera.
«Uno psicologo comportamentale che non sa perché sta avendo un ripensamento. Questo sì che è da non credere»
«Touché»
«Che c’è che non va?» insiste, afferrandomi per l’avambraccio e spostandomi più in disparte quando il tizio vestito di renne si fa di nuovo avanti. «Da quel che ricordo, Jasmine è la tua ragazza da un sacco di tempo. Dal liceo, no?»
«Sì, dall’ultimo anno di liceo»
«E allora?»
Sospiro mesto, mentre insieme scansiamo i parenti in direzione del ripiano dei liquori. Una nuova dose di scotch mi aiuterà di certo a sentirmi meno in ansia.
Sono quasi arrivato alla soglia dei trent’anni eppure mi sento ancora come un ragazzetto bisognoso d’aiuto e di un esempio da seguire. La mia vita parla chiaro: in quanto a eroi e figure ispiratrici non ho mai fatto scelte azzeccate e tuttavia adesso sono ricaduto nella spirale di emulazione maniacale da cui sono faticosamente uscito e al centro della quale riconosco Rebecca.
«Subito dopo aver chiesto a Jasmine di sposarmi ho pensato a te»
«A me?» anche Rebecca, con dell’altro punch tra le mani, è più sciolta e meno rigida, almeno nella posizione dei gomiti. «Perché?»
«Jim una volta mi ha detto che il matrimonio ti ha cambiata» ne studio il viso e un lampo le attraversa gli occhi, benché stia ancora sorridendo. «Ecco, quando ho fatto la proposta a Jasmine, ho pensato a te perché non ricordavo come fossi prima di sposarti e questo mi ha spaventato. Ho pensato “Dio, fa che non succeda anche a me”»
«Robbie, io non sono il migliore esempio che si possa scegliere in fatto di matrimonio»
Annuisco in risposta, mandando giù dell’altro scotch.
«Non credo di essere tornato a quei livelli» spiego, mentre entrambi sorridiamo sentendo l’esibizione canora della zia Maddy.
Rebecca, come mio fratello Jim, sa della mia fissazione giovanile per gli esempi, era più una psicosi che altro, ma sa anche che ne sono uscito.
«Jasmine conosce tutta la storia?»
«Certo!» come può pensare che le abbia tenuto nascosto una cosa simile? Jasmine è la sola a conoscermi davvero.
Rebecca scuote leggermente la testa. Mi guarda come se stesse fissando un povero sciocco che non capisce cosa stia succedendo. In effetti mi sento così, ma il divertimento nei suoi occhi non mi aiuta.
«Sai cosa non ha funzionato nel mio matrimonio? Non conoscevo abbastanza mio marito» risponde senza aspettare un mio cenno. «Io e Benjamin ci amavamo, molto, ma gli piacevo di più se mi comportavo come faceva comodo a lui. Voleva una moglie da esibire»
Mi sorprende sentirle un tono così tagliente e secco, preda delle emozioni. Forse dovrei cambiare idea su mia cugina, perché in fondo la sua compostezza non è che una facciata; è una maschera importante e che probabilmente l’aiuta a stare bene, ma è pur sempre qualcosa che non le appartiene.
«Non fraintendermi, però» continua, versandosi ancora da bere. «La colpa è soprattutto mia, perché ho fatto di tutto per essere il tipo di donna che desiderava. L’errore più grande è stato pensare che, se avesse visto chi ero davvero, mi avrebbe lasciata»
Inizio a capire cosa vuole dirmi. Jasmine è accanto a me da tanto di quel tempo e mi conosce così bene che non devo avere timore di mostrarle le mie debolezze. Ogni scheletro che potrei nascondere nell’armadio lei lo ha già trovato e nonostante ciò è ancora al mio fianco.
«Avessi studiato psicologia, saresti stata un’ottima terapeuta» le concedo, facendo un cenno in direzione dell’inquietante maglione a renne. «Lui che tipo è?»
«Sei tu l’esperto» replica, inarcando le sopracciglia mentre lo vede iniziare un duetto con la zia Maddy. «Dimmelo tu»
«Per sua fortuna sono in vacanza» scherzo e Rebecca ne ride di gusto. Non avrei una valutazione molto lusinghiera per lui e il suo abbigliamento.
«Ho un amico che farebbe di tutto per competere con lui su chi riesce a mettersi di più in mostra. E sarebbe l’uomo perfetto per la zia Maddy»
«Sai bene che la zia ha uno standard irraggiungibile. Sean Connery non si batte» anche Rebecca lo dice insieme a me e scoppiamo di nuovo a ridere.
Sta decisamente meglio rispetto all’anno scorso; è molto più espansiva, o almeno si sforza di esserlo con chiunque, persino con quello dell’appuntamento combinato.
Ci salutiamo presto. Rebecca, con la scusa di dover salvare la zia, si trascina vicino al duo e riprende la conversazione con il maglione con le renne, che è diventato il solo modo per identificare quell’uomo senza nome.
Io, invece, ho una telefonata da fare.
Jasmine è tutto ciò che potrei mai desiderare dalla vita, ogni ragione che mi spinge a essere e restare chi sono, l’uomo che ho faticosamente costruito in questi anni. Con lei ho vissuto i momenti più felici e più veri, e quelli peggiori, fatti di litigi che ci hanno messi alla prova più volte.
Lei è tutto per me, ogni mio desiderio e in ogni secondo della giornata mi impegno per essere abbastanza per lei, essere chi davvero sono, perché lo merita. Senza Jasmine potrei tornare quello di un tempo e non ho intenzione di lasciare che accada.
Grazie a Rebecca ho capito anche il motivo che mi ha spinto a cambiare: è stata sempre Jasmine. Ho smesso di cercare esempi perché non ho avuto bisogno di imitare qualcuno per conquistarla, si è accontentata di me, delle mie imperfezioni e adesso so quanto può averle fatto male sentirmi dire “Ho bisogno di una pausa”.
Il suo numero è l’ultimo che ho chiamato, una settimana fa, prima di chiudere lo studio e partire per le vacanze in famiglia. Una settimana senza sentire la sua voce. Non avrei potuto essere più stupido…
Squilla a vuoto. Aveva un evento a teatro stasera ma spero che decida di guardare il telefono, anche se lo fa raramente.
«Robbie» risponde quasi allo scadere del tempo, poco prima dell’arrivo della segreteria telefonica.
Sento il frastuono della festa in sottofondo.
«Ciao Jaz» sorrido tra me, sollevato e finalmente con il cuore leggero. «Sono stato un’idiota! Non avrei dovuto e… Ti amo»
Sento la festa e i respiri di Jasmine dall’altro lato, nient’altro. Mi aspettavo che non volesse parlarmi. La capisco.
«Domani mattina preparo la valigia e ti raggiungo» non posso vederla, ma so che in questo momento sta alzando gli occhi al cielo con un sorriso che le sfiora le labbra.
L’amore, per quel che ne so, è fatto così. Ci riempie di paure e insicurezze; devi essere pronto ad accettare ogni cosa della persona che ami, nel bene e nel male, e capire che è proprio ciò che non va a rendere speciale e unica quella persona. Jasmine con me lo sta facendo e se non fosse per lei adesso non avrei il mio lieto fine.
Ho ancora molto da lavorare per raggiungerlo, evitando i passi indietro come questo ripensamento, ma con lei al mio fianco posso dare per certo la strada, benché in salita, non sarà poi così faticosa.

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