Una scribacchina bagnata fradicia #19 : La lettera

Questo racconto segue “Il trio

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A Violet e Luke. 


Se state leggendo queste righe significa che siete appena rientrati dal primo giorno di scuola e non mi avete trovato.
So cosa state pensando. Tu, Violet, ti stai sicuramente contorcendo le mani, camminando in tondo per il garage tra una scrivania e l’altra, e stai borbottando tra te quanto sia stato stupido ad andarmene così, mentre Luke legge con voce calma e controllata le mie parole, anche se dentro di sé sta già architettando un piano per venirmi a riprendere. È di certo un piano geniale, Luke, di quelli che solo tu sai mettere insieme, ma devi smettere immediatamente di pensarci. Non c’è modo che torni a casa, non questa volta.
I miei genitori adottivi ed io ce ne siamo andati il giorni in cui ho consegnato questi fogli a tua madre, Violet. Vorrei potervi dire che, se non ci fossimo trovati in punizione per tutto il resto dell’estate, vi avrei raccontato tutto faccia a faccia, ma non è così. Se non ho avuto il coraggio di farlo a Maggio, quando mi hanno avvisato che ce ne saremmo andati, non lo avrei avuto nemmeno il giorno della partenza. Mi credevate il più coraggioso, ma non è così. Sono solo un codardo che non è riuscito a dire addio ai suoi amici più cari
Da quando l’ho saputo mi sono sempre chiesto come potervi raccontare tutto senza sentire il peso che ci avrebbe schiacciati. Non sapete cosa si provi a dire addio alle persone che contano di più e voi due, dopo i miei veri genitori, siete coloro che faranno sempre parte della mia vita. Siete stati la sorella e il fratello che non ho mai avuto.
Per questo ho insistito nel mettere in piedi la nostra agenzia investigativa, la L.D.V., perché è stato il solo modo che avevo per tenermi stretti gli ultimi momenti con voi. Volevo fare in modo che questa fosse l’estate più bella delle nostre vite, così che la mia fuga venisse coperta dai giorni entusiasmanti che avevamo passato insieme e non restasse la conclusione di un’estate passata a contare i giorni prima della mia partenza. Non lo avrei sopportato e mi dispiace solo di non essere riuscito a dare una conclusione adeguata a tutto quello che abbiamo passato.
Violet so che vorresti tirarmi un pugno in questo momento e hai ragione, perché me lo merito. Tu mi hai sempre tenuto lontano dai guai, coprendomi quando combinavo qualcosa. Sei la sorella saggia, la nostra Lisa Simpson, e spero che questa rabbia non si trasformi in mutismo e risentimento. Ti conosco, perciò so che quando ti arrabbi ti chiudi in te stessa. Non farlo, per favore, mi farebbe stare male. Luke è il migliore ascoltatore che conosciamo e se continuerete a restare amici (so che è così, perciò non scuotere la testa), ricorda sempre che questo ficcanaso iperattivo e fissato con i polizieschi sarà sempre pronto ad ascoltarti e a tirare fuori tutte le cose negative che tenterai di nascondere.
Luke spero che tu capisca subito perché mi sono comportato in questo modo. Posso immaginare che non condividerai i modi, ma entrambi conosciamo cosa significa cambiare città e rifarsi una vita. Tu lo hai fatto una sola volta, da bambino, mentre per me è la terza. Non credo conti il numero, ma non cambia il fatto che, ogni spostamento, si prende una parte di noi. A voi volevo lasciare la migliore.
Sei un sognatore di natura quindi cercherai sicuramente di tenere viva anche per Violet la speranza che un giorno torneremo a essere un gruppo. Non voglio impedirti di farlo, ma non accadrà, perciò condividi i tuoi progetti con Violet, che è sempre stata la nostra voce della ragione. Anche tu hai bisogno di qualcuno che ti tenga con i piedi per terra.
Siete e resterete sempre la mia seconda famiglia. Non cercate di trovarmi, però, perché ho un brutto difetto: non credo nei rapporti a distanza e finirei per rovinare tutto. Lasciamo le cose come stanno. È meglio per tutti.
Può sembrare un discorso da egoista e in effetti lo sono, ma tengo troppo a entrambi per mettere anche i vostri nomi nella lista delle insoddisfazioni.
Eppure, in tutto questo, non voglio sparire senza dimostrarvi che siete davvero importanti per me e che sarò sempre al vostro fianco se avrete bisogno di me. Ve lo devo.
Ho pensato molto al nostro codice in questi giorni e c’è un modo per restare in contatto. Useremo la sezione degli annunci del nostro giornale preferito. So che sei abbonato, Luke, anche se hai cercato di tenerlo nascosto dicendo che era tua madre a continuare a comprartelo. Basterà pubblicare un’inserzione che solo noi sapremo decifrare. E quale simbolo usare se non la Vergine delle rocce? L.d.V siamo noi, ci rappresenta ed è ciò che più ci ha messo nei guai ultimamente, perciò se dovessimo avere bisogno l’uno dell’altro, quello sarà il segnale.
So che non potete obiettare a questa decisione e che quindi non è un compromesso ma un’imposizione, ma spero che possiate accettarla. Se è così, lasciate un annuncio per richiedere una registrazione de I Soprano. Così saprò che siete voi e che non siete arrabbiati con me tanto da ignorarmi, tanto da volermi dimenticare.

Luke, vorrei fossi fiero di me per l’ingegno che ho messo nel reinventare il codice.

Violet, perdonami se puoi.

Resterò per sempre lo stesso David di quest’estate.


Anche dopo quindici anni le parole scritte da David le facevano male. Violet non si era sorpresa nel sentire che li conosceva così bene da aver indovinato ogni reazione che ebbero lei e Luke nel leggere la lettera, ma da quel giorno aveva smesso di tenere David su un piedistallo.
Lo avevano fatto entrambi, Luke e lei, ma per Violet la caduta dell’amico sul loro stesso piano significava restare in collera con lui anche dopo aver rassicurato tutti di non esserlo più. Si portava dietro quella rabbia da quindici anni, perché era stata abbandonata dal suo primo fratello, e mai come in quel momento sentiva di aver fatto bene a nasconderla. La ragazzina che loro consideravano la più saggia del gruppo non aveva voluto sentire ragioni e aveva chiuso dentro di sé la ferita per lasciarla crescere fino a non riconoscerne più i confini.
Era da una settimana che ripensava a come avesse sofferto. Dalla sera della cena infatti non era più riuscita a smettere di perdersi nei ricordi, complice l’aver ritrovato quel vecchio foglio scritto a mano da un amico scomparso da tempo. Non era andata a cercare la lettera di proposito, ma le era capitata tra le mani rovistando in soffitta e quella coincidenza l’aveva convinta che, forse, era davvero ora di cacciare i propri demoni e cercare di perdonare. Non lo aveva fatto in tutti quegli anni, ma non era mai tardi per provarci.
Un messaggio di Luke la distrasse dal foglio e da un lavoro che, comunque, non stava considerando. Era quasi ora di pranzo perciò nessuno la fermò quando lasciò il suo ufficio e la banca con circa mezzora di anticipo e una fretta incredibile. L’unica a notarlo fu l’impiegata, ma non ebbe tempo di chiedere dove andasse così di corsa che Violet era già sparita.
L’amico la aspettava nel ristorante all’angolo tra Oxford St. e la 1ª, un locale piccolo ma decisamente carino. Luke conosceva i proprietari perché era uscito con una delle cameriere per qualche mese e gli avevano lasciato occupare un tavolo per due prima che fossero ufficialmente aperti per pranzo.
Quando Violet entrò e lo raggiunse, il loro era il solo tavolo occupato e se ne rallegrò. Sentiva che, per portare a termine quella storia, dovevano essere solo lei e Luke.
«Sono anni che non pranziamo fuori, solo tu ed io» salutò l’amico, abbracciandolo di slancio quando si alzò per accoglierla. In quella settimana non si erano mai visti ed era il periodo di separazione più lungo dopo quell’estate.
«Jeff non ne sarebbe entusiasta» le rispose, in un sorriso sinceramente felice di rivederla.
«Lui pranza con sua madre e la sorella due volte la settima. Perché non dovrebbe esserne entusiasta?»
«Perché tu ed io siamo una famiglia atipica» scherzò, sedendosi di nuovo. «Pronta per sapere cos’ho scoperto?»
«Sì, ma prima mangiamo. Sto morendo di fame»
Da molto tempo Violet e Luke non trascorrevano del tempo in quel modo, in semplicità. Risero e si persero nella complicità di due vecchi amici quali erano, consapevoli che stavano preparando i loro cuori per riammettere nel gruppo il terzo fratello, un’assenza quasi dimenticata che non sarebbe più stata tale.
Fecero ciò che David aveva suggerito loro molto tempo prima: si confidarono. E come d’incanto sentirono di essere pronti per qualsiasi cosa avrebbe portato loro quell’annuncio. Violet avrebbe accettato la scelta di David e avrebbe provato a perdonarlo; Luke, di ritorno dal viaggio che la sua fantasia lo aveva spinto a seguire, si disse pronto a ridimensionare i sogni di ritrovare l’amico in favore di una più contenuta possibilità di un nulla di fatto.
«Guarda cos’ho trovato» Violet tolse dalla borsa la lettera e lasciò che l’amico la prendesse.
Gli occhi di Luke sfiorarono ogni parola. Non le aveva dimenticate eppure si sentì nuovamente un ragazzino con la voglia di mettere in pratica quel piano assurdo, che prevedeva anche una marcia in bici di diversi chilometri.
«Non c’è che dire. David è sempre stato capace di capire chi fossimo meglio di noi»
«Allora… Novità?»
Nel restituirle i fogli ingialliti Luke fece cenno di sì con la testa. Quella settimana era stata proficua per la ricerca e subito dopo aver ottenuto tutte le informazioni possibili dall’inserzionista, si era buttato a capofitto sulle tracce che aveva trovato. Sapeva bene che gli erano stati lasciati dei margini di manovra, perché David voleva essere raggiunto, altrimenti sarebbe arrivato a un vicolo cieco come l’ultima volta.
«Chi ha richiesto l’annuncio ha lasciato come recapito solo una casella postale, ma l’impiegata delle poste non ha saputo dirmi chi fosse il proprietario. È pagata da circa vent’anni e lei non ha mai visto nessuno, né per ritirare, né per spedire»
«Dimmi che non ti sei fatto prestare di nuovo il tesserino da Winston»
«Non te lo dico» l’espressione sorniona di Luke non lasciava spazio a dubbi. Aveva finto nuovamente di essere un agente della polizia postale. «Però sono riuscito a farmi dare un indirizzo»
Il biglietto che passò a Violet era segnato da una scrittura femminile e le servì un secondo per sapere esattamente dove si trovava quel posto. Fissò la calligrafia incredula. Era impensabile che avessero accettato quell’indirizzo come residenza, perché tutti sapevano che non era una zona abitativa.
«Mi prendi in giro?» appoggiò il ritaglio di carta sul tavolo e si concentrò sul viso di Luke. Erano troppe le emozioni che la agitavano in quel momento.
«Magari potessi»
«Ci sei già stato?» l’idea che potesse averlo fatto le era insopportabile.
Luke appoggiò il mento sui pugni chiusi e scosse la testa. «L’ultima volta che ho messo piede al Deposito c’eravate anche tu e David ed è stato quindici anni fa»
Guardò l’amica tirare un sospiro di sollievo, ma non riuscì a capirne il motivo. Avevano deciso di affrontare quella situazione insieme e non avrebbe di certo mancato la promessa solo perché moriva dalla voglia di scoprire se fosse davvero là.
«Che facciamo?» le chiese, davvero indeciso sulla prossima mossa.
Se fosse stato per lui, avrebbe preso l’auto e guidato fino al magazzino in quel preciso momento, ma non era da solo e conosceva Violet. Lei doveva metabolizzare la nuova informazione prima di arrivare a una decisione.
«Ora devo tornare in banca» guardò distrattamente l’orologio pur di non lasciar intravedere che sapere dove sarebbero dovuti andare l’aveva turbata. «Ti richiamo appena ho finito»
«Violet…» cercò di trattenerla ancora per un attimo. Sentiva che se l’avesse fatta andare via così si sarebbe richiusa in se stessa.
«Abbiamo rimandato questa storia per troppo tempo e è ora di metterci una pietra sopra» lo bloccò, senza mai guardarlo. «Devo solo sistemare un paio di pratiche e poi chiederò un permesso per il resto del pomeriggio»
Ciò di cui aveva veramente bisogno era passare del tempo da sola per capire come sentirsi. Stavano per tornare là dove tutto era iniziato e finito, perciò non riusciva a decidere se esserne sollevata o se cedere al panico. Il Deposito rappresentava per lei il luogo dove riposavano le sue più grandi paure e un solo attimo di spensieratezza, perché era lì che per la prima volta i tre amici avevano deciso di diventare dei detective. Era destino che dovesse essere il luogo anche della loro resa dei conti, positiva o negativa che fosse.
Entrò in banca solo per avvisare che non si sentiva affatto bene e che si sarebbe presa mezza giornata di riposo, trascorrendo le due ore successive seduta su una panchina nel parco dove portava a giocare i suoi bambini.
Subito dopo l’uscita di Violet dal ristorante, Luke aveva passato ancora qualche minuto in silenziosa contemplazione del biglietto. Aveva così tanto da cercare di capire a proposito dell’amico che si dimenticò dello scorrere del tempo. Per lui ciò che non aveva un vero senso era il motivo per cui si rifaceva vivo proprio in quel momento, dopo aver ignorato i loro messaggi cinque anni prima. Eppure non smise per un solo istante di sentirsi felice. Era fiero del modo in cui David aveva riutilizzato il loro codice e finalmente era usato per ciò che era stato concepito.
Luke passò il pomeriggio a scrivere alcuni articoli per il lavoro e a buttare giù qualche idea per un romanzo, rimasto nel cassetto fino a quel momento e per chissà quanti altri mesi ancora. Pensava di scrivere di loro, del gruppo L.D.V., ma non era mai riuscito a superare il centinaio di pagine senza sentire di aver snaturato gli eventi e lo spirito dei personaggi. Forse il ritorno di David avrebbe segnato la svolta di cui aveva bisogno.
Violet e Luke si incontrarono nella libreria dove lavorava Jeff. Gli spiegarono la situazione e lo misero al corrente di ciò che stavano per fare, perché altrimenti non avrebbe saputo di dover andare a prendere i bambini e di portarli a cena fuori. Anche se leggermente stupito dalla novità si disse contento del cambio d’idea della moglie; era più che sicuro che quella nuova “avventura” le avrebbe fatto bene, soprattutto l’avrebbe aiutata a superare quella delusione.
Né Luke né Violet ricordavano con esattezza quanto fosse distante il Deposito dalla città ma il tragitto non sembrò loro così lungo come immaginavano, non con la nuova superstrada e il tempo trascorso a rivivere i loro comuni ricordi del giorno in cui ricevettero la lettera di David. Riuscirono a ridere delle rispettive reazioni, una offesa e l’altra stralunata, solo grazie alla polvere che gli anni aveva depositato su quel momento. La vista del magazzino fatiscente li riportò alla realtà.
Se gli anni li avevano aiutati a attenuare lo spavento e l’eccitazione di quel particolare giorno, altrettanto non avevano saputo fare con il Deposito, lasciandolo intatto nella sua rovina. Una farfalla avvolta nell’ambra dell’abbandono. Ne ritrovarono ogni anfratto rovinato, ogni detrito e ogni parte crollata della struttura originaria, risalente a un abuso edilizio di molti anni prima. Era ancora il loro Deposito e tale sarebbe rimasto, un miracolo che si reggeva in piedi grazie ai ricordi e alle paure che suscitava su chiunque vi si avvicinasse.
L’ingresso principale era crollato a causa di una trave mal messa un decennio prima che loro ci mettessero piede da ragazzi e l’unica via di accesso era una finestra rotta lungo il lato a nord-est, la sola che permettesse di raggiungere le scale interne e scendere nel magazzino. La trovarono anche dopo tutti quegli anni, ma non entrarono facilmente come riuscivano da ragazzini. Per quanto fosse un luogo pericoloso e che incuteva timore, sembrava fatto a misura di adolescente.
«Se penso che tra qualche anno i miei figli potrebbero venire qui, mi sento male» commentò Violet superando l’entrata dopo Luke. «Era già messo così male?»
«È sempre stato fatiscente» la aiutò a superare alcuni pezzi di soffitto crollati chissà quando. «Ti ricordi quando quella trave si è staccata e stava per finirmi sulla testa?» domandò, vagando con lo sguardo alla ricerca della responsabile di un suo possibile trauma cranico.
Violet sbuffò divertita. Ricordava bene che per giorni si era lamentato di aver sfiorato la morte per un soffio.
«Non ti è caduta addosso solo perché c’ero io a coprirti»
Violet non dovette alzare gli occhi per sapere chi si fosse appena aggiunto alla loro conversazione. Ricordava bene la voce di David e il modo unico in cui la sua voce si fletteva durante la pronuncia delle “c”, diventando più profonda. Luke, che in quel momento gli dava le spalle, si lasciò andare ad una risata liberatoria. Era certo che lo avrebbero trovato e ancora una volta il suo istinto aveva avuto ragione.

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