Una scribacchina bagnata fradicia #35 : Dieci piccoli racconti (Prima parte)

Avete mai provato a descrivere la vostra vita a qualcun altro attraverso i vostri libri preferiti, le canzoni che cantate la mattina appena svegli o i film che rivedreste ancora, ancora e ancora?
Non è facile. Per niente.
Sul serio, se adesso vi chiedessi i tre libri che sapete aver avuto un impatto così forte su di voi da cambiarvi, voi cosa rispondereste? Così, a bruciapelo, senza attimi per riflettere o ritrattazioni in seguito. La maggior parte di voi non saprebbe cosa dire, ve lo assicuro.
Non pretendo di saperlo perché mi reputo migliore di voi che leggete, certe volte mi sento addirittura un gradino sotto il normale livello del genere umano e non chiedetemene il perché – sarebbe una storia lunga e ultimamente il tempo a mia disposizione scarseggia –, ma lo so per esperienza diretta. Ho dovuto rispondere io stessa alla domanda e non è stato un test facile da superare. Ed io ho dovuto stilare una lista di dieci elementi, non di tre, perciò la difficolta era una cosa come

R = 3D + 1

La mia risposta era tre volte + 1 più difficile rispetto a quella della domanda che vi ho appena posto.
Come mai vi sto dicendo tutto questo? In parte perché sono obbligata a farlo, in parte perché ne sento un disperato bisogno. Voi siete i burocrati che valuteranno il mio appello contro l’espulsione dal corso di matematica avanzata del professor Monstre (che se fosse francese, il suo carattere rispecchierebbe appieno il significato del suo cognome in quella lingua),  perciò a chi altri devo rivolgermi se non a voi? Avete in mono la mia carriera universitaria e lavorativa; in un certo qual modo avete nelle vostre mani il mio futuro, anche se la mia recente esperienza mi ha insegnato che non è così.
Ma come potete capire se non conoscete gli antefatti? Come potete rispondere se non sapete perché vi ho posto proprio quella domanda? Spiegarvelo sarà lo scopo di questo mio resoconto dei fatti e delle attività socialmente utili che ho dovuto svolgere. Ne riceverete uno anche dagli agenti, e uno dai responsabili dell’ospedale, ma voglio che conosciate anche ciò che ho imparato io. Così, perché è giusto.
Prima di iniziare, però, ho una critica. Ampliate la lista delle attività socialmente utili. Tra i “servizi urbani” – abbiate il coraggio di dire che spedite i ragazzi a fare i netturbini – e l’assistenza ai bambini malati di cancro deve esserci di certo una vasta gamma di possibilità!
Adesso è il momento della mia versione e se siete impressionabili preparatevi, perché non farò una versione edulcorata di ciò che si vede e sente negli ospedali. A me non è stata risparmiata e non vedo perché dovrei risparmiarla a voi.

GIORNO 1 – INSERIMENTO

Equazioni. Tutto il mondo è fatto di equazioni.
Se provocato, un essere umano irascibile risponderà a tono e questa risposta porterà a una conseguenza.

Provocazione + Reazione = Conseguenza.

Insulto alla mia intelligenza + Aggressione (verbale e fisica) = Condanna per aggressione.

Niente di più di un’equazione semplice.
Anche la mia condanna condanna è un’equazione, forse più complessa, ma nella sostanza non cambia.

(Quaranta giorni x Pentimento)^Buona condotta = 11 giorni di servizi socialmente utili

Servizi socialmente utili = Assistenza ai bambini malati

Equazioni. Pure e semplici equazioni che in un modo o nell’altro posso risolvere.
«Agitata?»
L’infermiera che mi ha accolta in reparto e che sarà la mia responsabile sorride maniacalmente da quando mi sono presentata. È inquietante il suo buonumore. Anche adesso che cammina e mi da la schiena mi sembra di vedere quelle labbra dischiuse fino a toccare gli angoli delle orecchie. Ho più brividi per lei che per la possibilità di non trovare mai un numero quasi perfetto. E la seconda possibilità mi tiene sveglia la notte.
«Sono solo dei bambini»
«Bambini malati di cancro» precisa. «È un gruppo piuttosto piccolo, ma non per questo sarà facile»
«Devo solo passare un paio d’ore con loro. Non capisco cosa possa esserci di difficile»

11 giorni x (Bambini malati + 2 ore di svago) = Fine condanna

L’infermiera scuote la testa. «Sono un gruppo abbastanza omogeneo come età. Hanno tutti tra i dieci e i tredici anni, ma una di loro ha solo sei anni»
«Perché è con loro?»
«Perché sono nella fascia d’età più vicina a quella di Paula. Ha la leucemia e si trova qui da quasi sei mesi»
La presentazione del gruppo che dovrò distrarre per due ore tutti i giorni prosegue finché non arriviamo di fronte alla stanza dei giochi. Entrando li riconosco tutti.
Richard, detto Ricky. 11 anni e capelli di un biondo paglierino. Cannule nel naso per l’ossigeno.
Gregory, 10 anni. Magro come un chiodo, indossa una felpa verde del fratello maggiore.
Sarah, 12 anni. Lunghi capelli castani raccolti in una traccia; occhi grandi, espressivi e profondi.
Paula, 6 anni. Corre sempre per la stanza anche se non dovrebbe.
Zack, 12 anni. Ascolta il rap e parla spesso in rima.
Ivy, 13 anni. La più grande, con un’attitudine a fare da portavoce per gli altri.
Marco, 10 anni. Italiano, l’accento si sente molto. È il più allegro e positivo.
Vivian, 11 anni. Appassionata di supereroi. Porta sempre con sé un peluche di Hulk.
Uma, 12 anni. Convinta di essere una strega.
Tim, 10 anni. È convinto che gli zombi esistano.
Cinque maschi e cinque femmine. Tutti con un diverso tipo di leucemia, tranne Gregory, che ha un tumore al midollo spinale, e Sarah, che attende di essere operata per un tumore al cervello.
Anche loro e le loro condizioni sono equazioni, alcune risolvibili, altre no.
«Preparati alle domande e cerca di sorridere spesso. Io resterò qui per oggi, ma domani te la caverai da sola» mi sussurra prima di richiamare l’attenzione dei piccoli malati. «Lei è Elisabeth e da domani, per dieci giorni, vi terrà compagnia per due ore» mi presenta con fare sbrigativo ma non accenna a rilassare i muscoli della faccia da quella sua paresi.
Tutti si radunano attorno a me, un’estranea da guardare fissa. Chissà se sanno che sono qui per i servizi socialmente utili.
«Signorina Milly è un’altra di quelle?» è Tim a chiederlo, senza staccare gli occhi dai miei. Non devo essere la prima che vedono.
«Sì, l’ha mandata l’associazione»
«Che hai fatto per finire qui?» sempre lui a chiedere. «Hai ucciso qualcuno?»
«Tim!!» viene richiamato ma non sembra esserne molto sconvolto.
«Ho lanciato una calcolatrice in testa al mio professore»
«Forte! Perché?»
«Non è importante» interviene l’infermiera. «Perché non spiegate a Elizabeth quali sono i vostri passatempi preferiti?»
Con gli hobby di questi bambini c’è un problema. Non possono rientrare nelle loro equazioni. Per loro non c’è spazio per viaggi, avventure e giochi più faticosi del muovere un pupazzo, non sono assolutamente contemplabili.
«Non avresti dovuto dire quelle cose» mi riprende la mia responsabile mentre usciamo. «Un po’ di tatto sarebbe gradito, non credi?»
«Ho solo detto loro come stanno le cose» mi giustifico, sentendo un’oppressione al centro del petto. Le equazioni non fanno male, quei bambini sì.
«Allora non dovevi venire qui. Non ci servono persone come te»
«Non c’erano alternative»
«Ti conviene cambiare atteggiamento. Io non ho intenzione di lasciare quei bambini nelle tue mani se ti comporti così, ma non ho nemmeno il tempo di chiamare una sostituta. Devi trovare qualcosa per tenerli occupati, qualcosa che non li deprima»
«Cosa? So occuparmi solo di equazioni e non riesco a inventare i giochi come hai fatto tu. Lo trovo strano» per un attimo mi sono sentita esclusa quando è riuscita a far divertire i bambini semplicemente con un pupazzo.
«Vuoi un consiglio?» annuisco e lei accantona per un attimo l’eterno sorriso. «Scegli i tuoi dieci libri preferiti, quelli che hai letto fino a consumarne le pagine, e raccontali a quei bambini. Non devi per forza scegliere storie a lieto fine, basta che siano racconti che hai amato. Vedrai che li ameranno anche loro»

Coraggio-tattoo

Come l’ultimo racconto, anche questo è la mia personale reinterpretazione di un tag per cui sono stata nominata. È il Dieci cose che vorrei sapere e la nomina è arriva da Alessia (il tag è stato inventato da Shioren). Il compito era parlare nel dettaglio delle 10 storie che più mi hanno colpito. L’ho fatto con questo racconto, collegandomi anche al tema della settimana (I Classici), e avrei voluto pubblicarlo tutto oggi, ma sta diventando più lungo di quanto avessi previsto all’inizio…
So che l’argomento non è bello, né leggero, ma è una cosa che mi ha coinvolta da vicino e visto che devo raccontare le mie 10 storie preferite, ho deciso di farlo dando loro lo scopo che credo abbiano, cioè ampliare il nostro mondo e mostrarcene i lati migliori anche quando non sembra averne.
Credo ci terrà compagnia per altri due weekend, perciò spero possa piacervi 😊

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