Una scribacchina bagnata fradicia #38 : Dieci piccoli racconti (Finale)

Prima, Seconda & Terza parte

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GIORNO 11 – SARAH

«Possiamo parlare cinque minuti?» lo psicologo mi ferma fuori dalla stanza ricreativa con una mano sulla maniglia per non farmi aprire la porta.
«C’è qualche problema?»
«No. Solo una chiacchierata»
Ci spostiamo di qualche metro e aspetto che mi dica quello che tanto lo interessa. Spero non sia un qualche richiamo per la storia di ieri.
«Volevo farti i complimenti. Quando mi hanno parlato del progetto di assistenza ero scettico sulla sua utilità, soprattutto dopo la morte di Richard. Ma ieri sono rimasto colpito dal modo in cui te la sei cavata con gli altri pazienti»
«I bambini sono davvero perspicaci» sentirli chiamare in quel modo mi ricorda il mio definirli equazioni e loro non si meritano una simile freddezza. «Mi sorprendono sempre»
«Già. Assisterò anche oggi, poi da domani tornerete a essere da soli. Ho capito di essere di troppo»
«Non è che sei di troppo» devo riscattarmi, soprattutto da una possibile figuraccia per le occhiate di ieri. «Però è più facile credere che le storie siano vere se ci sono solo dei bambini ad ascoltare»
«Stai comunque facendo un buon lavoro. Puoi aiutarli molto più di me»
Torniamo indietro a pochi passi di distanza l’uno dall’altra e mentre prendo posto noto meno lo sguardo dello psicologo. Forse ero solo preoccupata che non approvasse quello che racconto.
«Lizzy per chi è la storia oggi?» Tim vuole sentire la sua da quando hanno fatto i sorteggi però deve avere ancora un po’ di pazienza.
«È il turno di Sarah» mi metto comoda e li osservo tutti per un attimo. Sarah ha due occhi grandi ed espressivi, davvero profondi per la sua età. «Conoscevo una ragazza identica a te,  Sarah, solo che si chiamava come me. Elizabeth. Aveva dei grandi occhi castani, dei lunghi capelli ed era la seconda di cinque sorelle. La maggiore, Jane, era la più bella ma Lizzy, dalla sua, aveva una mente sveglia e intelligente. La sua famiglia però non era molto ricca e quindi sua madre faceva di tutto per far sì che Lizzy e le sue quattro sorelle si sposassero presto»
Pian piano arrivo a presentare i coprotagonisti, soprattutto Mr. Darcy, sottolineando tutti i luoghi comuni, le antipatie, i balli e i dialoghi che quest’ultimo instaura con Elizabeth. È una storia per ragazze, infatti tutte le bambine mi seguono senza fiatare, ma con un piccolo stratagemma riesco a trascinare anche i ragazzi nelle vicende di Elizabeth Bennet e Mr. Darcy. In fondo, non è poi così improbabile che Darcy e Wickham si sarebbero potuti sfidare per dimostrare che avesse ragione e chi torto… Non è una grandissima licenza creativa, non se serve a mantenere tutti attenti.
La dichiarazione d’amore, il rifiuto e tutto quello che accade fino al finale è un tripudio di romanticismo e, ancora, un pizzico di licenza artistica per aumentare l’avventura, senza però cambiare il finale. Tra ironia, esagerazioni e un più che mai rocambolesco incontro tra Elizabeth e la zia di Mr. Darcy, con quest’ultima che finisce per cadere per un pendio erboso, sul finale i due protagonisti riescono ad appianare qualsiasi divergenza e a sposarsi finalmente. 
Sto salutando la mia responsabile quando sento lo psicologo schiarirsi la voce alle mie spalle.
«Scelta interessante» commenta con un’espressione furba. «Sarah sarebbe un’Elizabeth Bennet perfetta»
«Già, non appena l’ho vista mi ha ricordato l’immagine che mi ero fatta di lei»
«Miss Austen avrebbe da ridire sulle licenze poetiche di oggi, ma credo che nessuno le dirà nulla»
«Credo anch’io» sorrido e lo psicologo ricambia, invitandomi a prendere un caffè prima di lasciare l’ospedale.
Per qualche minuto chiacchieriamo parlando principalmente delle impressioni e delle domande con cui i bambini mi hanno tempestata una volta terminata la storia, trovando nella loro curiosità più un motivo di gioia che di preoccupazione, perché tutti, a modo loro, sono riusciti a capire le vere intenzioni del racconto. Lo fanno sempre, in realtà.
«Dieci giorni fa non avrei scommesso un centesimo sulla riuscita del progetto» confesso, realizzandolo per la prima volta solo adesso. «Ma è bastato un giorno in loro compagnia per farmi cambiare idea»
«Niente più ripensamenti sull’utilità dei servizi socialmente utili? Meglio questo dei domiciliari, no?»
Lo guardo forse in malo modo perché subito alza le mani in segno di resa.
«Non intendevo giudicarti. Sono stato avvisato del motivo per cui sei qui solo stamane e già ieri ho smesso di essere scettico sull’aiuto che puoi dare ai bambini. Era solo un tentativo di capire»
«Capire cosa?» sento prudere le mani dalla voglia di metterlo al suo posto, magari con l’avanzo del mio caffè rovesciato sulla testa.
«Come hanno fatto a farti cambiare idea così in così pochi giorni»
Il fastidio un po’ si attenua ma ancora lo trovo invadente. «Quando ti trovi davanti dieci timer pronti a suonare fai di tutto per occupare il tempo che resta nel migliore dei modi. Spesso ci riesci. A volte non sai correre abbastanza in fretta»
«Richard?» annuisco, incapace di esprimere quanto mi abbia segnato la scomparsa di un bambino che conoscevo appena.
«Conoscere questi bambini ha messo in discussione le mie priorità. Prima pensavo solo alla matematica e alla mia carriera da ricercatrice, non esisteva altro»
«Poi hai incontrato loro, pieni di sogni e speranze per il futuro quando non sanno nemmeno se lo avranno mai, un loro futuro»
«Sono così piccoli» sento gli occhi umidi ma mi costringo a non piangere. I ragazzi non hanno certo bisogno della pietà di qualcuno. «È ingiusto che stia accadendo loro tutto questo. La vita è ingiusta»
«La vita è vita, siamo noi uomini a attribuirle un grado di giustizia a seconda del nostro sistema di valori»
«Ma sono solo dei bambini!»
«Li hai mai sentiti lamentarsi? O chiedere perché sia toccato a loro dover trascorrere mesi interi in un’ospedale?» scuoto la testa e lo psicologo sorride soddisfatto. «Tu ed io siamo quasi coetanei, credo, ma quei bambini hanno molto da insegnarci. Loro non dimenticano mai che, anche nelle difficoltà, sono i nostri sogni a tenerci a galla. Non perché siano migliori di altri, semplicemente perché vogliono credere che la vita sia ancora bella nonostante tutto. Tu cosa vuoi fare?»
Fisso la tazza di cartone per un po’, indecisa della risposta. All’inizio li avrei voluti riportare con i piedi per terra ma adesso capisco che non avrei mai potuto farlo.
«Voglio aiutarli a credere nei loro sogni»

v

GIORNO 12 – TIM

Io e i miei ragazzi oggi siamo soli. Si respira un’aria più tranquilla, la giusta atmosfera per raccontare una storia di mostri e morti viventi.
«È così! Ve lo giuro» Tim lo ripete da quando sono arrivata e ha capito che oggi è il suo turno. «Quando tutto sembra andare per il verso giusto, ecco che gli zombie sono dietro l’angolo»
«E sentiamo, cosa fanno questi mostri?» lo sfida Vivian.
«Non so…» alza le spalle e punta l’indice verso di me. «Lizzy conosce tutte le storie»
«Grazie, Tim, ma non sono così brava» lo vedo aggrottare il visino mezzo incredulo e mezzo deluso. «Però conosco quella di un dottore davvero speciale e del suo tentativo di riportare in vita un uomo»
«Uno zombie!!» esclama su di giri.
«Il primo vero zombie della storia» gli faccio l’occhiolino prima di iniziare. «Un giovane capitano, di nome Robert Walton, decide di avventurarsi in un viaggio alla scoperta del Polo e fare il giro del mondo. Dopo essere arrivato in quella terra freddissima, però, la sua nave rimane intrappolata fra blocchi di ghiaccio. Ogni tentativo di liberarsi fallisce. I giorni passano identici finché, sperduta fra i ghiacci, appare una figura enorme e mostruosa su una slitta»
«Zoooooombie» lo sento sussurrare ma fingo di non notarlo.
«Il giorno successivo appare una seconda slitta che, questa volta, traina un uomo congelato»
«Zombie?»
«No, Tim, questo è ancora vivo» mi sporgo verso di lui come se gli stessi confidando un segreto prima di riprendere. «Quest’uomo, il dottor Victor Frankenstein, viene fatto salire sulla nave ed è proprio lui a spiegare a Walton chi è l’enorme creatura vista il giorno prima. Preparatevi perché Frankenstein ha la lingua lunga e le sue storie partono da molto, molto lontano»
Racconto con calma della sua infanzia, senza aggiungere dettagli inutili ma cercando di dare loro la giusta importanza, della scomparsa della madre, di come questo lo spinge a coltivare un sogno impossibile per chiunque: la creazione di un essere umano più intelligente, dotato di salute perfetta e lunga vita.
Frankenstein studia medicina, è uno dei più bravi allievi della sua scuola, e questo gli permette di creare vita nella morte, di riportare in vita qualcuno.
«Quest’essere, chiamato la Creatura»
«Zombie» mi corregge subito Tim.
«Questo Zombie, però, non è una gran bellezza e Frankenstein lo lascia fuggire perché sconvolto dal risultato»
«Cosa si aspettava? Miss Mondo?»
Tutti ridiamo alla battuta di Ivy, persino Tim, che ha fatto dei morti viventi i suoi eroi.
«No, però ha paura di ciò che potrebbe fare, perciò lo abbandona»
«E lo zombie torna a tormentarlo» Tim si dondola avanti e indietro, felice come non l’ho mai visto.
«Ma qui qualcuno conosce già la storia. Posso anche andare per oggi» mi alzo subito come se volessi farlo davvero e Tim scatta in avanti, stringendomi le braccia attorno ai fianchi.
«Scusa, Lizzy, non lo faccio più. Non andare, ti prego» 
Gli scompiglio un po’ i capelli, il cuore stretto in una morsa di tenerezza che mi sorprende e preoccupa allo stesso tempo. Sarà difficile rinunciare a tutti loro, a questo legame stranissimo che ci ha uniti. Sarà difficile tornare a vedere il mondo come un’equazione.
«La Crea… Ehm, lo zombie torna a tormentare il suo creatore, la sua famiglia, facendo cose molto brutte»
«Come staccare loro la testa e mangiare i cervelli?» Tim proprio non riesce a resistere ma è stranito guardandosi attorno. Non tutti apprezzano il suo gusto per il macabro. «Che c’è?»
«Non specificare cosa fa. Lascia spazio all’immaginazione, sì?» propongo e con sollievo annuisce. Meglio evitare incubi a Paula o Zack, mi sentirei in colpa.
«A questo punto, però, lo zombie fa al suo creatore una richiesta insolita: la creazione di una compagna, con la promessa che i due zombie si ritireranno insieme nelle terre sconosciute dell’America del Sud»
«Perché una compagna? Non sapevo che gli zombie vivessero in coppia» Marco sembra divertito più che spaventato dalla storia ma come sempre dimostra una voglia incredibile di conoscere cose nuove.
«Certo! Così mentre uno tiene ferma la vittima, l’altro può…» inizia Tim, salvo fermarsi subito prima di aggiungere un dettaglio raccapricciante.
«Perché, anche se è uno zombie, si sente solo e vuole qualcuno identico a lui con cui passare il tempo»
«E Frankenstein che fa? Lo aiuta?»
«In un primo momento Victor accetta, ma poi pensa che ciò potrebbe avere conseguenze tragiche e distrugge il secondo mostro ancora prima di dargli vita. Lo zombie si vendica facendo sparire la fidanzata di Frankenstein e suo padre, lasciandolo solo esattamente come lo è la Creatura. Victor, dopo tutto questo dolore, decide di vendicarsi, seguendo le tracce dello zombie per il mondo, fino al Polo Nord, dove incontra Walton. E qui finisce il racconto di Frankenstein»
«Ma Walton cosa fa? E la creatura enorme vista il giorno prima di Frankenstein è lo zombie?» Mai avrei creduto che Sarah si sarebbe interessata tanto a questa storia eppure si ricorda tutti i dettagli raccontati dall’inizio.
«Sì, era lui. Quando Frankenstein si spegne, lo zombie si fa avanti e parla con Walton, raccontandogli che il suo odio e la sua cattiveria sono nate dal trattamento che gli uomini gli hanno riservato dal momento in cui ha riaperto gli occhi. Dopodiché se ne va, per non permettere a nessun altro di scoprire come Frankenstein ha riportato in vita un morto. Fine»
Far togliere i mostri dalle storie per gli altri è stata un’impresa, ma quest’oggi è Tim ad essere il fortunato perciò per il tempo che resta lo ascolto tartassare tutti con “Le Avventure dello Zombie”, la sua personale interpretazione di cosa può aver fatto la creatura dopo essersi separato da Walton. Tutto è una sequenza di cadaveri striscianti, mostri e quant’altro che di certo terrà sveglio qualcuno di loro questa notte.
«Perciò tutta questa storia sugli zombie mirava a farci capire che l’aspetto esteriore non conta, che l’anima è ciò che fa di noi esseri umani, che non si deve trattare male qualcuno e crederlo malvagio solo perché appare così… Sbaglio?» Ivy ammicca e poi guarda Tim. «Sai che andrà avanti per settimane a credere che lo zombie viva ancora al Polo Nord e a insistere per andare, vero? Lo sopporterai tu per noi?»
«Ci proverò, almeno fino a domani»
«Si sono dimenticati che è il tuo ultimo giorno. La mia storia sarà l’ultima che dovrai raccontarci» Ivy appoggia la testa sulla mia spalla e sospira. «Non credo di volerla ascoltare»
«Così saresti la sola a non aver avuto una storia. Ti sembra giusto?»
«Non importa. Se può farti restare, non raccontarla mai»
«Ivy mi prometti una cosa?» non so come riesco a mantenere salda la voce ma fortunatamente non trema, non tanto quanto fa il mio cuore. «Promettimi che qualunque cosa succeda tu ti ricorderai sempre della mia storia e ti prenderai cura di loro»
«Come faccio se non l’ho ancora sentita?»
«Tu promettilo. Ok?»
«Ok, promesso»
La stringo forte e poi li guardo tornare tutti nelle loro stanze. Domani sarà una lunga giornata.

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GIORNO 13 – IVY

«Non mangi la torta?»
Abbasso lo sguardo sul piattino tra le mie mani e scuoto la testa. L’infermiera assume un’espressione dispiaciuta, mi appoggia la mano sulla spalla e dopo aver rimosso i segni della mia festa d’addio sparisce per lasciarmi campo libero. Le ultime due ore del mio servizio socialmente utili. Le ultime due ore con questi nove fantastici bambini.
«D’accordo» li richiamo dopo esserci tutti radunati. «Chi vuole sentire la storia di oggi? Ivy?»
«Direi. È la mia» è sprezzante ma so cosa nasconde. È la più grande, deve dare l’esempio.
«Il protagonista di oggi si chiama Arthur e da poco si è trasferito in un nuovo appartamento»
Questa storia parla di avere fede. In molte cose, non solo in senso religioso. Fede in se stessi, negli altri, fede nell’Amore e fede nel soprannaturale, perché possono accadere cose che vanno al di là della nostra comprensione. Arthur, come spero facciano questi ragazzi, impara ad averne dopo l’incontro con Laureen, una giovane donna che sostiene di essere uno spirito il cui corpo giace in coma in ospedale in seguito a un incidente.
La vita di Laureen e Arthur e ciò che imparano l’uno dall’altro è ciò che voglio lasciare a tutti loro. Un’idea ben precisa, che anche se qualcosa sembra impossibile non significa che lo sia davvero. Tutto ciò che devono fare è credere nei loro sogni, appigliarvisi e tenerli stretti, perché sono ciò che li spingerà a lottare.
Fallire in quest’impresa è un’eventualità, ma non sarà un fallimento finché ci saranno gli uni per gli altri e finché continueranno a credere nella forza che questo gruppo ha dimostrato di avere. Come Arthur riesce a salvare Laureen, sono convinta che questi bambini riusciranno a salvare loro stessi e i loro sogni. Sono timer pronti a squillare ma quando ciò accadrà tutti loro avranno dato vita a qualcosa di meraviglioso. Non so perché ne sono sicura, è così e basta.
Tutti loro trasformeranno il ticchettio del loro timer in una musica unica e splendida.

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CONCLUSIONE

I miei giorni di servizi socialmente utili, signori burocrati, sono terminati due settimane fa. Se devo essere sincera, dopo questo resoconto degli eventi, non ho più interesse a conoscere la vostra decisione in merito alla mia espulsione dal corso del professore che ho aggredito.
Sto passando il tempo libero che mi è concesso ancora in quell’ospedale, con quei bambini che avete conosciuto attraverso le mie pagine, e sono felice di potervi dire che, tra alti e bassi, non ho più perso nessuno di loro.
Li tengo stretti e continuerò a farlo finché non arriverà il giorno in cui la sveglia dei loro sogni e desideri li porterà lontano da me, nel mondo che tanto ha bisogno di essere visto attraverso i loro splendidi occhi.

Con i miei più sinceri saluti.
Elizabeth S.

Coraggio-tattoo

Finalmente è giunto al suo finale il racconto-tag per cui sono stata nominata da Alessia, Dieci cose che vorrei sapere, e che chiedeva i miei 10 racconti preferiti in modo dettagliato. Ora, se non li avete indovinati man mano che la storia procedeva, è giunto il momento di svelare i dieci racconti:

  1. Eragon di Christopher Paolini
  2. Da qualche parte suona un’orchestrina di Ray Bradbury
  3. Qualcuno con cui correre di David Grossman
  4. Harry Potter e il prigioniero di Azkaban di J. K. Rowling
  5. Il leone, la strega e l’armadio di C. S. Lewis
  6. La bambina Icaro di Helen Oyeyemi
  7. Il canto del ribelle di Joanne Harris
  8. Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen
  9. Frankenstein. O il moderno Prometeo di Mary Shelley
  10. Se solo fosse vero… di Marc Levy

Li avete riconosciuti tutti?? Spero di essere riuscita a renderne un po’ lo spirito e a trasmettere i diversi motivi per cui adoro queste storie 😊 Ringrazio ancora Alessia per avermi nominata e, come sempre, spero che il racconto e i suoi personaggi vi siano piaciuti!

Vi auguro un buon Sabato!

Federica 💋

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2 pensieri su “Una scribacchina bagnata fradicia #38 : Dieci piccoli racconti (Finale)

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