Ghostwriter (Capitolo primo: Le finalità del corso)

Sarah corse veloce in mezzo alla strada, scivolando tra le auto bloccate nel traffico con il suo fisico snello e asciutto. La pioggia scendeva copiosa da quella mattina ma lei non aveva avuto tempo di prendere un ombrello prima di uscire, così adesso si ritrovava bagnata fradicia dalla punta dei capelli a quella delle scarpe.
Un’auto suonò il clacson facendola sobbalzare quando le passò davanti ma continuò la sua corsa senza degnare di uno sguardo chi l’aveva appena mandata al diavolo per avergli fatto perdere il semaforo verde.
Se doveva sforzarsi di odiare qualcosa era essere in ritardo e quella mattina l’universo intero si era svegliato con l’intenzione di farla arrivare tardi alla prima lezione del corso di scrittura creativa cui si era iscritta solo una settimana prima.
Svoltò l’angolo e vide in fondo alla strada l’ingresso della biblioteca sarebbe dovuta entrare quasi mezzora prima. Accelerò e si fiondò nell’atrio sparpagliando gocce d’acqua un po’ ovunque. Avrebbe chiesto scusa al guardiano, ma lui le rifilò un’occhiata acida che le fece passare la voglia e si arrampicò su per le scale.
La stanza in cui si stava svolgendo il suo corso era stata ricavata da un’ex sala computer dismessa dopo che tutti i server erano diventati obsoleti e troppo lenti anche solo per essere accesi. Sarah vi entrò spalancando la porta, attirando su di sé lo sguardo del docente e delle altre cinque persone che come lei avevano scelto quell’orario infelice nella speranza di imparare a scrivere.
«Buongiorno. Scusi il ritardo» farfugliò prendendo posto in uno degli ultimi banchi.
«Buongiorno. Il suo nome?» chiese l’uomo alla cattedra, un professore associato dell’università poco più che trentenne.
«Sarah Oswald»
Lui afferrò una penna e scribacchiò qualcosa su un foglio, poi tornò a guardare la sua rara platea.
«Come vi dicevo, le finalità del corso non sono trasformarvi nei prossimi Stephen King o nel Premio Nobel per la letteratura del prossimo anno. Quello che voglio è indicarvi la strada per esprimervi senza che i vostri testi assomiglino a un’accozzaglia di parole»
Sarah pensò di alzarsi, sfidare di nuovo la pioggia battente e ripercorrere la strada fino a casa per tornarsene a letto. Non capì cosa le avesse dato fastidio nel discorso di quell’uomo, ma l’idea di doverlo sentire parlare in quel modo per le prossime sei settimane fu abbastanza da farle desiderare di non aver mai accettato la proposta del suo migliore amico.
Jared era seduto al primo banco, dalla parte opposta di Sarah, e riusciva a vederlo bene dall’ultima fila. Pendeva letteralmente dalle labbra dell’insegnante e pensò che gli si leggeva in faccia quanto quell’uomo dall’aspetto curato fosse esattamente il suo tipo. Sarah aveva appena risolto il mistero sul perché Jared avesse insistito tanto per partecipare proprio a quelle lezioni.
Come primo giorno le attività non furono molte, ma il Professor Tamer affidò loro diversi compiti per il martedì successivo. Il più impegnativo sarebbe stato stilare una lista degli autori preferiti e elencare i motivi che li rendevano tali.
Sarah sospirò sconsolata. Per lei quel compito sarebbe stato una tragedia.
«Pulcino bagnato!! Hey!»
Jared le sventolò una mano davanti agli occhi e Sarah dovette sforzarsi per mettere a fuoco la chioma spettinata dell’amico. Quest’oggi indossava delle lenti a contatto color indaco davvero inquietanti e Sarah non poté fare a meno di farglielo notare.
Tra loro c’era sempre stato un buon rapporto. Essendo cresciuti nello stesso palazzo e avendo condiviso l’esperienza di crescere con un solo genitore, era stata naturale per loro avvicinarsi e diventare inseparabili. Se non fosse stato per la carnagione olivastra di Jared, avrebbero potuto essere scambiati per fratello e sorella tanto si assomigliavano nei modi di fare.
«Oggi mi sentivo da indaco» si giustificò lui, lanciando un lungo sguardo al Professor Tamer mentre usciva.
«Stai attento o finirai per consumarlo con gli occhi. Chi ci farà lezione poi?» scherzò raccogliendo la sua borsa. Ancora perdeva acqua, dopo quasi due ore.
«Almeno avrò guardato qualcosa di bello in questa vita orribile e grigia»
Sarah si mise a ridere e uscendo con Jared della biblioteca, lo seguì fino al piccolo caffè all’angolo della strada, un locale coloratissimo gestito una fatina tutta pepe di nome Penelope.
Il Chez Pen era una perla incastrata tra due palazzi grigi e anonimi, che si faceva riconoscere a chilometri di distanza grazie alle enormi vetrate della facciata, che lasciavano vedere l’interno e le sue pareti di un rosa shocking così intenso da fare quasi male agli occhi.
Penelope, detta Pen, era una donnetta bassa e formosa, sempre di buon umore e con una marcia in più rispetto a qualunque altra donna della sua età, qualunque essa fosse. L’età anagrafica di Pen era un segreto di stato, quasi quanto lo era la sua ricetta della glassa di frutta.
«Ecco i miei studenti preferiti» li salutò la proprietaria vedendoli entrare.
Sarah e Jared non studiavano più da qualche anno ma per Penelope sarebbero sempre rimasti i due ragazzi che si asserragliavano nel suo caffè dopo un esame.
«Zia Pen» Jared le stampò un bacio sulla guancia prima di accomodarsi al bancone. «Ho bisogno di una delle tue torte!»
«Con salsa» confermò Sarah, che già si preparava all’idea di dover dividere il dolce.
Che fosse per la linea o per altro, il suo amico si rifiutava di terminare tutto da solo una delle ingenti fette delle creazioni di zia Pen e toccava a lei dargli una mano. Era a Jared che doveva il cambio di taglia degli ultimi dieci anni, per quanto restasse comunque in forma.
«Cosa fate qui?» domandò Penelope servendo loro una fetta di torta al formaggio con glassa ai frutti rossi. Sul piatto scintillavano due forchette. «Siete passati in università?»
«Abbiamo iniziato il corso di scrittura creativa in biblioteca» la informò Jared con un sorriso a trentadue denti.
«Mi sembrate entusiasti» Pen avvicinò due tazze del suo speciale caffè espresso e li coprì con una spolverata di zucchero di canna.
«Jared lo è molto più di me. Si è preso una cotta per l’insegnante» Sarah lo guardò con un sorrisetto furbo mentre prendeva un’enorme forchettata di torta e la metteva in bocca.
«Continua a mangiare così e vedi che barilotto diventi» si schermì lui, posando la sua forchetta. Di torta non ne aveva mangiata che due bocconi e Sarah tirò il piatto davanti a sé con un sospiro.
«Com’è quest’insegnante?»
La ragazza alzò gli occhi verso il soffitto quando Jared lo descrisse come il più bell’uomo che avesse mai visto nella sua vita e si meritò una gomitata mentre gli fece il verso con la bocca piena di dolce.
«Non è perché a te non va a genio che dev’essere un orribile mostro. Qualcuno sa apprezzare la bellezza meglio di quanto faccia tu»
«Mmm…» concesse, pulendosi la crema dalle labbra e alzando il pollice per far sapere a Pen che la torta le era piaciuta. «Non dico che non sia un bel tipo, ma non puoi basarti solo sul suo aspetto. Lo hai sentito a lezione? Sprizzava ego da ogni poro»
Jared le gettò un braccio al collo e si mise a ridere. «Zia Pen ecco perché lo detesta. Sarah ha appena trovato qualcuno che ha ferito il suo di ego»
Penelope si limitò a sorridere di fronte alle espressioni divertite e contrariate dei due amici e portò via le tazze vuote e il piatto. Chez Pen non era mai stato un locale frequentato, ma se quella mattina non si fossero presentati Sarah e Jared si sarebbe decisa a chiudere per l’intera giornata e a tornarsene all’appartamento dove abitava.
I ragazzi le avevano risollevato la mattinata, oltre che al morale, e si sentì meglio quando la salutarono e li vide uscire stretti sotto l’ombrello verde di Jared.
Avrebbe tenuto aperto ancora per un po’.

Sarah si era fatta lasciare da Jared all’agenzia viaggi dove lavorava come contabile. Non le era mai piaciuto occuparsi di numeri e conti ma suo padre aveva avuto ragione a spingerla verso quel lavoro. I sogni non pagavano le bollette e per Sarah quel pensiero era abbastanza opprimente da tenerla sveglia la notte.
Era sempre stata responsabile; tra i doppi lavori di suo padre e le scadenze dalla banca non aveva avuto tempo di passare un’adolescenza spensierata e sapeva bene quanto fosse difficile arrivare a fine mese con due bocche ancora da sfamare.
Per quello aveva stretto la cinghia e si era buttata nello studio. I soldi stanziati dall’Università per la sua istruzione le avevano fatto comodo, almeno finché il suo professore non le aveva chiesto di diventare la sua assistente. Le sarebbe piaciuto, ma le spese a suo carico sarebbero state più alte degli introiti e non se l’era sentita di chiedere aiuto a suo padre.
Da allora aveva sempre lavorato in quell’agenzia, sognando i viaggi verso le mete lontane che prenotava chi poteva davvero permetterseli. Nella sua mente era stata a Bali, Bora Bora e alle Hawaii, aveva visitato Parigi e Monaco più volte e aveva passato le ultime vacanze di Natale ad Aspen.
Ma invece di oceani e monumenti meravigliosi, tutto ciò che lei aveva visto erano le facce soddisfatte dei turisti non ancora tali mentre si portavano via le carte e le prenotazioni.
Le colleghe e il proprietario dell’agenzia la accolsero con un abbraccio e un applauso generale. Stringevano tutti tra le mani una copia del giornale su cui pubblicava racconti. O meglio, su cui Greg Dalton firmava le storie scritte da lei.
Quella settimana aveva mandato un racconto molto corto, ma su cui aveva lavorato tutto il weekend per cercare di renderlo perfetto, e il risultato era stato avere un’esclusiva sulla seconda pagina.
«Dicono che creeranno una rubrica settimanale. Congratulazioni!»
«Sì… “L’Universo fantastico di Greg”» mimò con le mani un’insegna mentre il titolo lasciava la sua bocca con astio.
La possibilità di avere uno spazio tutto suo all’inizio l’aveva riempita di gioia. Poi però le avevano annunciato che il suo nome non sarebbe comunque apparso, nemmeno una citazione tra i tanti collaboratori, e allora si era accorta di aver venduto l’anima al diavolo senza poterla riavere.
«Sempre meglio che scrivere solo per te stessa» il suo capo le scompigliò i capelli ancora umidi mentre lei gli passava accanto per raggiungere lo sgabuzzino dove teneva i conti.
Sarah non sapeva se fosse stato meglio tenere per sé le proprie storie ma quando quella sera rientrò nel suo appartamento, si adagiò sulla poltrona consumata con penna e taccuino e lasciò che le parole sgorgassero dalla sua anima ancora una volta.

Coraggio-tattoo

Buongiorno 😊

Sono stata un po’ assente ultimamente e visto che ci sono stati molti nuovi iscritti in questo periodo, ho pensato di farmi perdonare con un racconto (a proposito, spero vi sia piaciuto!). È una storiella cui ho iniziato a lavorare l’altra sera mentre guardavo Alta fedeltà e vediamo come andrà avanti.

Non perché sia particolarmente cattiva, ma questo racconto non sarà pubblicato tutto sul blog. I capitoli successivi faranno parte de Una scribacchina bagnata fradicia. I racconti, che sarà pubblicato a Dicembre insieme a Curadh! Però non è detto che qualche d’uno possa tornare a trovarvi, perciò… Stay tuned 😊

Prima regalo e poi tolgo… Forse un po’ cattiva lo sono 😈 comunque vi ricordo che avete la possibilità di vincere la raccolta di cui farà parte, più altri due libri! Come? Cliccate sull’immagine qui sotto e lo scoprirete 😄

On Rainy Days Contest

Per questo Lunedì vi saluto! Passate una buona giornata!

Federica 💋

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