[Domino letterario] “L’Atelier dei miracoli” di Valérie Tong Coung

Buongiorno e buon Sabato 😊

Il mese scorso mi sono assentata da questa iniziativa a causa di alcuni impegni, ma sono felice di tornare a proporvi il Domino letterario, la catena di libri che vi fa viaggiare tra i diversi blog! La mia tessera di questo mese si collega a Le sette sorelle di Lucinda Riley scelto da Every book has its story! Eccola qui!

Titolo
L’Atelier dei miracoli
Titolo originale
L’Atelier des miracles
Autore
Valérie Tong Coung
Traduzione
Riccardo Fedriga
Editore
Salani
Anno
2014
Anno prima edizione
2013
Genere
Narrativa contemporanea
Formato
Ebook
Pagine
166
Prezzo
8,99€
Acquisto
Kobo

Tre vite sull’orlo del baratro: Mariette, insegnante di storia che, provocata una volta di troppo, ha superato il limite e ha scaraventato uno studente giù dalle scale; Millie, che si è gettata nel vuoto dalla sua casa in fiamme; Mike, disertore dell’esercito e homeless che viene aggredito da una banda di balordi. A salvare tutti arriva all’improvviso Jean, un benefattore, che li accoglie nel suo Atelier dei Miracoli, dove le persone semplicemente guariscono. Ma Jean è un uomo ambiguo e manipolatore e forse i motivi della sua generosità sono più oscuri: eppure la salvezza può arrivare nelle maniere e dalle persone più impensate, e il confronto con i propri fantasmi e con lo spregiudicato Jean potranno aiutare Mariette, Millie e Mike più di ogni altro miracolo. Ma quanto si mescolano, nella vita reale, il Bene e il Male? Dov’è il confine? Chi non ha mai incontrato una persona che ci aiuta ma, al tempo stesso, ci manipola?

Quando le difficoltà della vita diventano troppo grandi per essere affrontate si corre il tutto per tutto, rischiando di finire anche per perdere la strada. È questo che accomuna Millie, il signor Mike e Mariette, tre parigini che si ritrovano contemporaneamente a vivere il momento peggiore delle loro vite. Millie, 23enne apatica e rassegnata, dopo essere miracolosamente sopravvissuta a un incendio che ha divorato il suo palazzo, finge di soffrire d’amnesia per poter fuggire dalla sua esistenza e dalle dolorose ferite del passato. Michel, che pretende di essere chiamato Signor Mike per recidere ogni legame con la sua vita, è un senzatetto finito all’ospedale dopo un’aggressione per il controllo dei gradini dove dormire. Mariette, un’insegnante che fatica ad avere il controllo della sua classe nonché della sua famiglia, cede ad una provocazione di un suo studente e si ritrova accolta in una clinica psichiatrica per far fronte ad una crisi di nervi.
Ad aiutarli appare il misterioso Jean Hart, direttore di un Atelier che accoglie le persone in difficoltà e le spinge a ritrovare un senso alle loro esistenze, fornendo loro tutto ciò di cui hanno bisogno.

«Del resto, ricaricare gli orologi, riparare la meccanica umana, è un po’ la nostra specialità, no?»

Chi sia quest’uomo non è dato saperlo ma grazie a lui Millie (conosciuta da tutti come Zelda, una giovane senza memoria), Mariette e Mike ritrovano fiducia in loro stessi, ricostruendo tutti i pezzi che le esperienze di una vita hanno contribuito a rompere e rovinare. L’Atelier “dei miracoli” è un grande centro di recupero che, caso per caso, non lascia nessuno alla deriva, ma contribuisce a ricreare quella determinazione, quel desiderio di riuscita, necessario a non lasciarsi sopraffare dalle difficoltà.

La bellezza si alimenta del tempo che passa. Tuttavia c’è qualcosa di vero nelle sue critiche. Per ottenere rispetto occorre alzare la testa. Credere nelle proprie capacità per ottenere disciplina.

Lo stile e i personaggi creati da Valérie Tong Coung sono una sorpresa dolce e malinconica allo stesso tempo, vividi e reali nell’approcciarsi tanto alle loro difficoltà quanto alla prospettiva di aver guadagnato una seconda occasione per poter diventare ciò che si desidera, per sperare di ottenere il meglio dalle opportunità della vita. Millie e Mariette sono le due che crescono maggiormente e con più profitto, soprattutto la seconda, perché imparano dalle ferite e dalle scelte sbagliate che hanno commesso e si sforzano di costruire qualcosa di positivo per loro stesse e per gli altri.

L’intenzione è quella estrema volontà di vivere nel senso più forte del termine. Vivere nella piena coscienza di ogni istante, di ogni elemento che ci circonda o ci governa, ma anche vivere nella piena fiducia, fiducia nell’avvenire, negli altri, nella possibilità di essere felici.

Ad avermi un po’ rammaricata è la conclusione dedicata al terzo protagonista, il Signor Mike, perché dopo la sua esperienza all’Atelier e al contatto costante con il benefattore Jean Hart non riesce a cambiare la propria vita quel tanto che basta a risollevarsi. Si modifica la sua visione del mondo, aumenta la speranza che, per gli altri, sia possibile modificare in meglio le proprie esistenze, un aspetto che per lui viene purtroppo trascurato.
L’Atelier dei miracoli è un romanzo interessante e profondo nei suoi protagonisti, ma risulta un po’ trascurato a livello di intreccio e sviluppo della trama, specie per tutto quello che ruota attorno alla figura dell’enigmatico benefattore dell’Atelier. Jean Hart è un personaggio fondamentale per l’evoluzione di Millie, Mike e Mariette e sarebbe davvero un elemento di spicco nel romanzo se le sue motivazioni e gli interessi, che lo spingono ad aiutare il prossimo senza apparentemente chiedere nulla in cambio, fossero approfondite un po’ di più e non spiattellate in un finale fin troppo rapido. Sembra quasi che si stiano tirando le somme perché la trama ha esaurito gli argomenti, cosa che non è assolutamente se si prendono in considerazione i tre protagonisti. Millie, il Signor Mike e Mariette sono i veri gioielli de L’Atelier dei miracoli, loro hanno tutta la carica che serve a far appassionare al romanzo, regalandogli la quasi totalità dei suoi pregi. Se non ci fossero stati loro sarebbe stata una storia poco interessante, con un finale che lascia in sospeso e manca di qualcosa.

Qui accanto trovate le date del Domino e i blog partecipanti! Io sono stata la prima della giornata, ma non perdetevi tutte le altre tappe, sia prima sia dopo di me, perché ci sono dei libri davvero interessanti da scoprire e da tenere d’occhio!

Vi aspetto per sapere se avete letto questo romanzo e cosa ve ne è parso! Siete i benvenuti anche se non fa parte delle vostre letture 😉 Ditemi che impressioni vi ha fatto!

Un abbraccio
Federica 💋

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Penny Dreadful

Buongiorno 😊

Come state?? Spero sia andato tutto bene durante la mia assenza! Sto preparando un piccolo resoconto dei miei 7 giorni parigini ma nel frattempo vi porto a fare un giro in una serie tv ambientata qualche chilometro più a nord della capitale francese! Si va a Londra 😊

Titolo
Penny Dreadful
Ideatori
John Logan
Paese
Stati Uniti d’America, Regno Unito
Anno
2014-2016
Genere
Fantastico, horror, drammatico
Stagioni
3
Episodi
27
Lingua
Inglese
Cast
Eva Green, Josh Hartnett, Timothy Dalton, Harry Treadaway, Rory Kinnear, Billie Piper, Danny Sapani, Reeve Carney, Helen McCrory, Simon Russell Beale, Patti LuPone, Wes Studi

Trailer Prima Stagione

Trailer Seconda Stagione

Trailer Terza Stagione

La serie è una grande tragedia in tre atti, costruita con coerenza e in un crescendo di pathos, unito alla sempre maggiore profondità dei temi trattati. Questi passano dall’ovvio doppio mostro/umano a una riflessione sulla fede e su Dio, passando da quella a proposito del male come totalmente estraneo al bene e quindi come elementi divisibili e inconciliabili, da una sul rapporto familiare e su cosa determini la classificazione di una gruppo come “famiglia”. Altri temi affrontati sono l’analisi delle tendenze e le realtà sessuali come semplice appagamento di un desiderio fine a se stesso (che sia etero o omosessuale non importa), la vicinanza e la comunione spirituale di fronte agli stessi intenti, l’amore e la passione come un terreno incerto e che fa paura, le debolezze umane, la disparità tra uomo e donna e la differenza tra ciò che è accettato/accettabile e ciò che non lo è.
Ma la parte migliore è costituita dai personaggi e dal fatto che siano tutti estrapolati e riattualizzati (in un certo modo) dai romanzi ottocenteschi. I classici Frankenstein, Dracula, Dorian Grey, Henry Jekyll sono la base per lo sviluppo dei protagonisti principali. Sono figure, unite a quelle della medium e dell’uomo-lupo, che ricorrono nella letteratura del periodo e nei Penny Dreadful, libretti horror/macabri pubblicati a metà dell’800, e tutti presentano una personalità spaccata, a partire dai protagonisti principali. Vanessa Ives è l’incarnazione perfetta di tutti i temi che vi ho elencato, perché è combattuta tra la luce e l’oscurità, perché è così ricca di contraddizioni, paure e ferite che appare sin da subito incapace di seguire la strada giusta, quella che le impedirà di soccombere alle tentazione dell’oscurità e mettere il mondo in pericolo. È, tuttavia, una donna forte e combattiva, dolce con le anime solitarie e aliene alla società, ma profondamente critica e insicura se si tratta di se stessa. Trae la propria forza dal sostegno e dalla vicinanza di Ethan, Sir Malcom, Victor e Sembene (il tuttofare di Sir Malcom), perciò quando si separano la solitudine e le ferite causatele dalla crudeltà umana la rendono una facile preda del nemico, che sia Dracula o Satana non fa differenza. Eva Green è eccezionale nel dare vita a Vanessa, un personaggio estremamente mutevole e che richiede cambi di espressione e movimenti repentini, convulsi fin quasi al limite dell’elasticità umana.
Ethan Chandler è un americano perennemente in fuga: da se stesso, dalla sua famiglia e dal padre, dalle proprie responsabilità e soprattutto dalle conseguenze delle proprie azioni. Ha un carattere insicuro a causa del suo rifiuto di affrontare la propria natura e il senso di colpa che deriva dal non essere propriamente conscio delle proprie azioni, ma è anche attratto dall’oscurità e dall’idea che non possa vincerla, un aspetto di sé che trova stabilità grazie al rapporto con due donne: Brona Croft prima e Vanessa Yves poi. È il solo tra i protagonisti a mostrare il suo lato mostruoso in modo evidente e che nonostante tutto riesce a non perdere di vista la propria umanità e la propria coscienza. Josh Hartnett e la sua fisicità (è più alto di tutti gli altri attori) rendono bene la doppia natura di Ethan e la trasformazione in licantropo è fatta in modo tale da non perdere la sua fisionomia, lo trasfigura quasi come se il suo secondo aspetto fosse del tutto naturale, mentre la recitazione lo porta ad assumere atteggiamenti dimessi, in netto contrasto con la natura feroce del lupo ma che rendono alla perfezione il senso di colpa di Ethan, creando così un personaggio realista e più incline al riscatto rispetto alla stessa Vanessa.
Tutta la trama si sviluppa in modo lineare e coerente, intrecciando alla storia di Vanessa e Ethan quelle dei singoli personaggi e rendendola un’unica grande narrazione, in cui temi e metafore si richiamano a vicenda e nella quale la Londra di epoca vittoriana si fa cupa, nebbiosa e fredda. È una serie con scarse scene diurne e quelle presenti sono comunque poco luminose/soleggiate, il tutto contornato dagli elementi tipici della Seconda Rivoluzione Industriale, la forte presenza di macchinari automatici, dell’elettricità, del vapore, in una oscurità che caratterizza la mente e l’animo dei personaggi, ma anche l’attitudine negativa della società verso i poveri, i malati e i diversi. Come vi dicevo sono proprio i personaggi il punto di forza, anche perché giocano un ruolo magistrale nel creare empatia con chi guarda, mettendo in luce le debolezze, i pregi e i difetti che tutti loro hanno e che li rendono reali e umani.
Di Penny Dreadful ho adorato la continua messa in discussione delle certezze, del confine tra bene e male, tra ciò che è essere umano e ciò che è mostro, in una ridefinizione costante della realtà e dei suo significati. È una serie a tutto tondo, horror e letteraria insieme, con un pizzico di romanticismo che ha fatto gioire e soffrire il mio lato sdolcinato attraverso le storie dei personaggi, ma soprattutto con quella di Ethan e Vanessa, la “non-coppia” per eccellenza. Purtroppo il finale da “E vissero tutti felici e contenti…” è stato categoricamente escluso, il che mi ha portata a guardare l’ultimo episodio con le lacrime agli occhi e un groppo in gola. E non sono nemmeno riuscita a piangere!!! Il finale infatti, nonostante mi abbia spezzato il cuore per poi camminarci sopra, è stato giusto per le premesse che lo hanno preceduto. Per Vanessa e Ethan, ma anche per Malcom, Victor e gli altri personaggi (di cui non vi ho parlato per non tenervi qui a leggere fino a stasera…) non poteva esserci altro destino se non quello degli amanti tragici visto ciò che hanno affrontato e come sono cambiati nelle tre stagioni.

Una serie bellissima in cui il lieto fine sarebbe stato fuori luogo rispetto alla trama…
Però non mi avrebbe fatto schifo, anzi!! Al diavolo la coerenza e la verosimiglianza! I presupposti per il “Vissero felici e contenti” c’erano se solo avessero voluto seguire questo filone. Purtroppo così non è stato e adesso devo accontentarmi del finale giusto ma che spezza il cuore 😭

Voi che mi dite: conoscevate già questa serie? O la scoprite per la prima volta qui da me? Ditemi, che sono curiosa!!

A presto
Federica 💋

“Deathdate” di Lance Rubin

Buongiorno! E buon inizio settimana 😊

Ritorno a parlarvi di un altro libro appartenente alla mia lista di Libera lo scaffale 2017, una sfida di lettura che consiste nel leggere 12 libri che stazionano sulle nostre mensole da almeno un anno (quindi almeno dal 2016). È il sesto che termino e direi che sono già a un buon punto con questa challenge 😄 Per fortuna, perché tra un po’ gli esami mi assorbiranno e allora addio tempo libero!

Ma torniamo al vero protagonista della giornata!

Titolo
Deathdate
Titolo originale
Denton Little’s Deathdate
Autore
Lance Rubin
Editore
DeAgostini
Anno
2015
Genere
Distopico
Formato
Hardcover
Pagine
400
Prezzo
8,42€
Acquisto
Amazon

Vi siete mai chiesti come sarebbe un mondo in cui tutti conoscono la data precisa della propria morte? Un mondo in cui nessuno ha più niente da vincere o da perdere? Questo è il mondo di Denton Little, diciassette anni e un’unica certezza. Morirà la notte del ballo scolastico. La sua vita è sempre stata piuttosto normale, ma – ora che mancano solo due giorni alla fine – Denton sente di non avere più tempo da sprecare. In meno di quarantotto ore vuole collezionare più esperienze possibili, come la prima sbronza o la prima volta. Ma le cose si complicano quando Denton incontra uno strano tizio che dice di avere un messaggio da parte della madre, morta ormai da molti anni. All’improvviso le ultime ore di Denton si trasformano in una corsa contro il tempo, una disperata ricerca della verità, e forse di una via di uscita.

Oggigiorno tutti conoscono il giorno della loro morte e Denton Little è conosciuto come il ragazzo che morirà durante l’ultimo anni di liceo, il secondo della sua scuola che non raggiungerà la maggiore età e che non parteciperà nemmeno al ballo scolastico. Ma il giorno del suo funerale (una celebrazione pre morte in cui il futuro defunto, i suoi parenti e gli amici si radunano per dirgli addio in tutta calma) Denton si risveglia inspiegabilmente a casa del suo migliore amico Paolo, senza avere idea di cosa sia accaduto la sera prima o del perché si trovi nella camera di Veronica, la sorella maggiore di Paolo, con in testa il vago ricordo di averla baciata.

È un posto in cui sono stato due o tre volte: la stanza di Veronica, la sorella maggiore-ma-non-di-molto di Paolo. Ricapitolando: oggi è il giorno del mio funerale, e mi sono appena svegliato nel letto della sorella del mio migliore amico. I miei progetti erano un po’ diversi.

Essendo l’ultimo giorno della sua vita Denton non ha tempo per cercare di scoprire cosa sia accaduto; ha dei parenti da vedere, deve presenziare al proprio funerale, deve tenere un discorso di commiato che non diventi la solita lagna di autocommiserazione che lo ha sempre annoiato agli altri funerali e poi partecipare alla sua Seduta, la lunga attesa di qualcosa, qualunque cosa, che trasformi un giorno come tanti altri nel Giorno della sua morte. Insomma, tutte le normali cose che ci si aspetta da chi sta per vivere le ultime 48 ore della sua esistenza.
Ma Denton non è come tutti gli altri e i suoi due ultimi giorni di vita si trasformano in una continua sequenza di incidenti potenzialmente mortali e di scoperte incredibili.
Leggendo la storia dal punto di vista del protagonista Denton Little mi sono chiesta cosa avrei fatto io se mi fossi trovata al suo posto. Avrei passato del tempo con la mia famiglia? O avrei cercato di spuntare più voci possibili dalla mia lista delle cose da fare prima di morire? Beh, credo che avrei agito come Denton, seguendo la corrente e condendo il tutto con una buona dose di avventura e comicità.

L’idea che domani morirò mi mette ansia lo stesso? Sì, accidenti. Ma devo per forza parlarne col tono accorato della voce fuoricampo nel trailer di un film? Probabilmente no. Il che non significa che la gente non possa dispiacersi per me, se proprio ci tiene. Tra tutti i miei compagni di scuola ci sono solo tre ragazzi destinati a morire prima del diploma: oltre a me c’era Ashley Miller, che è morta al primo anno per uno strano problema al cervello; e Paolo, il mio migliore amico, la cui data di morte cade ventisei giorni dopo la mia. Una splendida coincidenza, no? Due amici per la pelle che moriranno nell’arco di un mese! Anch’io la penserei così, se non sapessi che abbiamo fatto amicizia proprio per questo.

Più che il racconto delle ultime e tristi ore della vita di Denton, Deathdate è una divertente e misteriosa serie di incidenti e imprevisti che continuano a rimandare qualcosa che diamo per scontato sin dall’inizio e sappiamo essere inevitabile: la morte di Denton Little. Tra misteriose macchie cutanee, che si diffondono da Denton a chiunque abbia un contatto intimo con lui (un particolare che scatena diversi momenti ricchi di ironia e di battute sagaci), e lo strano interesse che tutti sembrano nutrire per lui e la sua dipartita, il romanzo porta avanti il tema della morte annunciata e dell’affrontare gli ultimi istanti di vita con grande ironia e ilarità, soprattutto quando ci si aspetterebbe di trovare dei personaggi e delle descrizioni estremamente seri.
Lo stile di Lance Rubin e la visione della vicenda attraverso lo sguardo di Denton rendono la lettura davvero piacevole e non c’è capitolo in cui non mi sia ritrovata a sorridere. Il nostro protagonista è diretto, positivo e sempre pronto alla battuta nonostante siano i suoi ultimi istanti e leggendo non si può che apprezzare questa sua attitudine ad affrontare la vita… meglio, la sua imminente morte.

Lance Rubin, pur trattando un tema così importante come il dare il giusto valore a ogni istante che fa parte della vita, crea una storia e dei personaggi che riescono ad affrontare tutto con la giusta misura di serietà unita a umorismo e leggerezza, due aspetti che rendono questo romanzo distopico una vera e propria ventata d’aria fresca nel genere. Tutto, anche il giorno della propria complemorte, può essere vissuto in semplicità, accettando ciò che viene e godendosi la vita, possibilmente in compagnia.

Le note di un organo rintronano dagli alto parlanti, seguite dalla familiare prima strofa: «Bone Bone Bone Bone… BONE Bone BONE Bone BONE». I presenti si guardano l’un l’altro, perplessi. Ma io e Paolo riconosciamo subito la canzone.
«Amico» gli dico.
«Che c’è, amico? Se nessuno attacca con una coreografia spontanea, dovremo arrangiarci da soli! Alza il volume,
DJ
Molto tempo fa, quand’eravamo in terza media, l’amore di Paolo per l’hip-hop lo ha condotto a scoprire questa canzone intitolata
The Crossroads, di un gruppo chiamato Bone Thugs-n-Harmony. […] È diventata la nostra canzone non ufficiale. (Sì, lo so, abbiamo una «nostra canzone».)
[…] Abbiamo inventato anche un balletto da accompagnare alla canzone. (Sì, lo so.) Doveva essere una cosa buffa, ma poi una sera l’anno scorso sono rimasto a dormire a casa sua e ci siamo impegnati a fondo nella coreografia perché ci sembrava che così sarebbe stata ancora più buffa. Ci abbiamo lavorato fino alle tre di notte. (Sì, sì, fatevene una ragione.) Ogni tanto, negli anni di liceo, Paolo faceva partire The Crossroads dal telefono, e ovunque fossimo […] ci mettevamo a ballare. Non avevo mai previsto di esibirmi davanti a tutta la scuola, però. Né prevedevo che sarebbe stato questo il Gran Finale della mia vita.

È un romanzo che ho divorato in un pomeriggio e che ho trovato brillante, specie per i suoi personaggi. Primi tra tutti Denton e il suo migliore amico Paolo, un’accoppiata scoppiettante e molto divertente sempre pronta alla battuta di spirito, ma ho apprezzato tantissimo anche i genitori e il fratello di Denton (finalmente una famiglia unita che fa di tutto per il nostro protagonista!!), l’enigmatica Veronica e Millie (un personaggio che secondo me riserverà grandi sorprese nel prossimo volume).

Non vedo l’ora di avere tra le mani il secondo volume per sapere come andrà a finire questa duologia! Birthdate sarai mio ✌️ Spero di avervi fatto scoprire un nuovo libro e che decidiate di leggerlo perché merita davvero!!

Visto che domani è festa ed io sarò in viaggio per rientrare da Parigi (esatto, anche questo è un post programmato), vi do appuntamento tra due o tre giorni. Giusto il tempo di riprendermi dalla sfacchinata e poi sarò di nuovo da voi!

Un abbraccio
Federica 💋

Bad Wolf

Sin da quando ho memoria, ricordo di aver sempre sentito la foresta osservarmi. C’è sempre stato qualcosa in mezzo agli alberi che mi teneva d’occhio, uno spiritello dei boschi che mi faceva da guardia quando mi perdevo a giocare in mezzo alle secolari querce, tra gli alti fusti dei faggi o sotto le ampie fronde dei castagni.
A volte lo chiamavo, ma nessuno mi ha mai risposto.
Un giorno, però, mi è stato proibito di tornare da quell’amico invisibile. I boschi sono diventati pericolosi a causa dei lupi e i miei giorni spensierati sono finiti ancor prima che li apprezzassi appieno.
Per chi vive al confine con la foresta, come mia nonna un tempo, esiste un limite oltre il quale non ci si può inoltrare. La condizione è di essere sempre in grado di vedere le ultime case del villaggio. È un compromesso necessario per la mia famiglia, altrimenti non avremmo più potuto raccogliere le piante medicinali e nessuno sarebbe più guarito.
Adesso siamo rimasti mia madre ed io, e a volte Tobias, a preparare i rimedi naturali. Tra i tre, solo io conosco alla perfezione la foresta e so dove raccogliere le piante giuste. Ho cercato di insegnarlo anche a Tobias, ma non ne riconosce molte e se si inoltra troppo perde il senso dell’orientamento. Non gliene faccio una colpa; è stato abituato a cacciare restando vicino al villaggio e nessuno lo ha mai portato oltre una certa distanza.
Lui le regole le rispetta, non fa come me.
Io sono la ribelle, quella che Tobias ha sempre protetto quando mi avventuravo troppo lontano e non ritornavo prima che fosse buio. Lui ha sempre detto che veniva con me, ma mi aspettava su una roccia per ore finché io non tornavo. Anche adesso mi copre quando sparisco per un intero pomeriggio e rientro con la borsa carica di piante che non crescono da nessuna parte se non nelle profondità della foresta. Mia madre finge di crederci, ma non farebbe comunque nulla per impedirmi di andare dove è proibito. Sa meglio di me quanto quelle piante servano al villaggio.
La foresta è casa mia. Ho smesso di credere alla favola dello spiritello, ma sono certa che non mi accadrà nulla di male finché sentirò su di me lo sguardo degli alberi.

1

La giornata di raccolta non poteva iniziare in modo peggiore.
L’autunno è arrivato con due settimane d’anticipo quest’anno e le erbe tardive sono già state tutte rosicchiate. Sono le preferite degli animali che vanno in letargo, perché hanno un potente effetto calmante e aiutano ad assimilare il cibo più lentamente, così da non consumare tutte le scorte. Ne vendiamo molte durante la stagione fredda ma se non riuscirò a trovarne abbastanza, il prossimo inverno molte famiglie si ritroveranno con le dispense vuote.
È il quindicesimo anno che le provviste vengono razionate a partire dai primi freddi; lo facciamo per non andare a caccia troppo lontano dai confini del villaggio. Serve per proteggerci dai lupi che infestano i boschi.
I vecchi e i bambini credono alla leggenda dei Figli dei lupi, una vecchia storia su alcuni uomini che bevvero il sangue dei lupi per ottenere l’immortalità. Alcuni sono convinti che vivano nella foresta attorno al villaggio, ma io non ho mai incontrato nessun essere metà umano e metà lupo; altri dicono che un solo lupo si aggiri tra gli alberi e assuma le sembianze di un uomo prima di rapire chi si perde nella foresta e divorarlo. Non credo più a certe storie da bambini. Io non ho paura del lupo cattivo.
Controllo il cielo per decidere cosa fare. Il sole ha da poco superato la metà del suo arco e mi restano circa due ore buone di luce. Per arrivare fin qui ho camminato per tutta la mattina ma il ritorno dovrebbe essere più veloce.
Dovrei tornare, perché non voglio rischiare di passare i cancelli con il buio e dover rispondere alle domande dei sorveglianti. Ma nella borsa ho solo una manciata di erbe tardive e se non ne cerco altre subito, potrei non trovarne più. Andrò avanti ancora, finché non sarò in cima alla collina, e se non troverò niente nemmeno lì, mi metterò in cammino per rientrare.
Con un po’ di terra copro i segni che ho lasciato ai piedi del castagno dove mi sono fermata per mangiare. Prima di andarmene raccolgo un po’ di corteccia con un coltello, infilandola in una scatolina di ferro. È da un po’ che mia madre me la chiede per tingere dei vecchi vestiti. E possiamo anche usarla per preparare dei decotti contro il prurito.
La collina non è molto alta, ma impiego un altro quarto di sole per arrivare fin sulla sommità. La raccolta non ha dato i frutti che speravo e una volta arrivata su un terreno abbastanza pianeggiante, dove scorgo alcune piantine di erica che possono esserci utili, ricontrollo la borsa e mentalmente annoto le quantità di medicine che potremo ricavarne io e mia madre.
Con venti piantine di erbe tardive non arriveremo che a metà dell’inverno prima di finirle. Le radici di artemisia che ho trovato appena uscita dal villaggio bastano per gli infusi calmanti e non sono mai in molti a chiederli; di bardana non ne ho raccolta tanta, ma non sarà un problema né cercarne altra, né terminarne le scorte; e infine i fiori di calendula, ottimi per piaghe e piccole ferite, dureranno abbastanza da permetterci di arrivare a primavera senza correre il rischio di finirli.
Ho trovato molte piante utili, ma quelle di cui avevo più bisogno sono già state prese. Sarà un inverno difficile per tutti.
Dopo aver raccolto l’erica, ricomincio a scendere dal lato nord della collina, così arriverò a casa passando dal cancello sorvegliato da Tobias. Con un registro che tiene nota dell’ora in cui si esce e rientra, ho bisogno di tutto l’aiuto possibile per tenere segrete le mie escursioni.
Il terreno da questa parte è più scivoloso e devo fare molta attenzione a dove metto i piedi, tanto che più di una volta sono costretta ad appoggiarmi ai tronchi dei faggi per non scivolare.
Quasi verso la fine del declivio mi fermo a riprendere fiato. La pendenza è aumentata molto negli ultimi metri e qua e là sono sparpagliati dei grossi speroni di roccia, oltre i quali la collina sprofonda a precipizio. Se cadessi da uno di quelli mi farei molto male, perciò percorro con lo sguardo la foresta che mi circonda alla ricerca di un lato dolce da cui scendere. Trovo un punto che fa al caso mio proprio vicino a uno di quegli speroni; è una decina di metri alla mia sinistra, leggermente più in alto rispetto alla mia posizione. Se mi spostassi obliquamente lungo il fianco della collina, dovrei raggiungerlo senza scivolare troppo a valle.
Un ululato mi fa trasalire. È troppo presto per i lupi. Il sole dovrebbe tenerli lontani ancora per un po’ di tempo. Spostando il cappuccio sulle spalle, inclino la testa all’indietro. Il cielo è ancora limpido e luminoso, perciò non capisco perché siano già usciti dalle loro tane per andare a caccia. Devo trovare il sole per sapere quanto…
Non c’è sole. Sono sul lato nord e qui le piante sono troppo alte perché la luce riesca a filtrare attraverso i loro rami dall’altro lato della collina. Per questo i lupi sono a caccia. Se resto qui sarò la loro cena.
La terra è una distesa di muschio umido, erba bagnata e sassi scivolosi ma mi metto lo stesso a correre, salendo in diagonale fino allo sperone di roccia e prendendo la depressione più dolce per arrivare in fondo al pendio in fretta. Mi sposto tra gli alberi con movimenti precisi e rapidi, appoggiando le mani ai fusti degli alberi per rendere la corsa più stabile mentre appoggio i piedi sulle loro radici.
Nessun lupo ha più ululato ma ho passato troppo tempo tra questi alberi per non riconoscere i suoni prodotti dai loro artigli contro la roccia, per non sentirli affondare nel terreno ad ogni mio respiro.
Vicini, i predatori sono sempre più vicini. Avverto i ringhi soffocati nelle loro gole, lo scattare delle fauci per afferrare l’aria che mi lascio alle spalle. Sono due, no, tre e mi hanno raggiunta.
La prima zampa mi sfiora la spalla nell’istante in cui i miei piedi raggiungono la parte pianeggiante della foresta. Mi lascio andare ma è troppo tardi per salvare la tracolla della borsa, che cade a terra con pezzo di stoffa della mantella.
Non sono ferita per fortuna. Dovrei rialzarmi subito e correre verso casa ma lì dentro ci sono i frutti di una giornata di lavoro, le piante officinali che servono al villaggio per passare l’inverno. Non posso lasciarla qui.
Il lupo che mi è balzato sopra la testa non si è ancora spostato dal punto in cui è atterrato dopo avermi mancata; ringhia come un forsennato verso di me, il muso basso a sfiorare il terreno, in attesa del momento migliore per saltarmi addosso.
Dove sono gli altri due? Uno scricchiolio su una roccia alle mie spalle mi avverte che sono ancora qui. Qualcosa fruscia vicino al mio orecchio e un gigantesco lupo nero mi passa accanto, con il passo lento di una creatura superiore. I suoi occhi gialli mi inchiodano a terra mentre mi oltrepassa, paralizzandomi con un brivido lungo la schiena.
E poi lo vedo.
È accovacciato sull’ultimo sperone di roccia della collina, il volto nascosto da una maschera di lupo e le spalle coperte da una grossa pelliccia argentata. Le braccia sono protese in mezzo alle gambe per restare aggrappato alla punta della protuberanza che spunta dalla terra; le sue mani, affusolate e bianche come la luna, assomigliano a enormi artigli e dietro le labbra leggermente aperte si nascondono dei denti affilati come zanne pronte a squarciarmi.
Il primo lupo che mi ha attaccata ringhia con più rabbia e affonda gli artigli nel terreno quando quella creatura si mette in posizione eretta sulla roccia. La mano si piega all’indietro ed estrae un’ascia da sotto il mantello di pelliccia.
Devo andarmene, subito. Con il piede trascino la sacca finché non è a portata di mano. La tracolla della borsa è inutilizzabile, quindi la stringo al petto mentre mi inginocchio e mi alzo con gesti lenti. Uno strattone della mantella mi costringe a piegarmi di nuovo. È incastrata tra le radici di un albero. Allento il cordino alla base del collo e lascio che scivoli giù dalle spalle, ma adesso che sono libera di andare una sensazione che conosco fin troppo bene si fa strada nel mio corpo.
La foresta mi osserva e l’ho sempre pensato, eppure chi adesso mi sta fissando non sono gli alberi, bensì la creatura per metà umana e per metà lupo. Le sue labbra si dischiudono, disegnano un imperativo silenzioso e io lo ascolto.
Scatto in piedi, attirando l’attenzione dell’unico lupo che vuole attaccarmi, e riprendo la corsa. Lo sento che si lancia al mio inseguimento, ma i suoi passi sono disturbati dalla presenza delle altre due creature. Avverto il suo fiato caldo sul collo solamente una volta, quando sono costretta a deviare leggermente verso di lui per evitare una depressione nel terreno.
La riconosco. Ci sono caduta una volta da bambina.
La sagoma nera del secondo lupo si frappone fra me e il predatore, tenendolo a distanza, mentre l’altra creatura salta alle sue spalle e gli assesta un fendente con l’ascia alla base del collo.
Tutto tace in un istante e io resto la sola a correre verso l’uscita della foresta. Raggiunti gli ultimi alberi mi fermo per guardarmi indietro.
Non c’è nessuno. L’enorme lupo nero e l’uomo sono spariti.
È successo realmente?
Sposto un piede di nuovo nei boschi ma un ululato secco e minaccioso mi ghiaccia il sangue. Stringo la tracolla rotta tra le mani e riprendo la strada verso casa.

“Strider – La grande foresta” di Andrea Grassi

Ciao 😊 buon Venerdì, lettori e lettrici!

Oggi come anticipazione del weekend vi propongo la recensione di un fantasy/distopico tutto italiano interessante e che promette bene con il suo seguito!

strider-lgf-andrea-grassiTitolo
Strider – La grande foresta
Autore 

Andrea Grassi
Illustrazioni

Ivan Calcaterra
Editore
Amazon Self Publishing
Anno
2013
Genere
Fantasy
Formato
Cartaceo ~ Ebook
Pagine
340
Prezzo
8,22€ (cartaceo) ~ 0,99€ (ebook)
Link acquisto
Amazon

Un tempo vi fu una guerra terribile, un conflitto tra gli uomini… e qualcos’altro. 
La Storia è un susseguirsi d’invasioni e soprusi, ma nessuno era preparato ad affrontare ciò che uscì dalla nebbia che un giorno avvolse il Nord. Da quel momento qualcosa cambiò per sempre, nel mondo e nelle persone. 
Ma, per due ragazzini di quello che potrebbe essere l’ultimo villaggio ancora esistente, la Nebbia Nera ed i guerrieri conosciuti come Strider sono solo vecchie storie… 
Fino a quando un orfano senza alcuna memoria del proprio passato sconvolge le loro vite, perché la Progenie non è solo un ricordo e la guerra… forse non è mai davvero finita.

In quello che ricorda a tutti gli effetti un futuro post apocalittico si sviluppa la storia dei tre tredicenni protagonisti, Ian, Elana e Nora, presi dal desiderio di scoprire il mondo che li circonda, di crescere e di dimostrarsi all’altezza dei pericoli da affrontare nella vita di tutti i giorni. Tre adolescenti come tanti, se non fosse che il loro mondo è abitato da creature impensabili e mostruose, retaggio di una guerra che quattordici anni prima ha scatenato il caos e la devastazione, e da individui dalla forza sovrumana addestrati per sconfiggerli.
Gli Strider, questo il loro nome, sono guardati come degli eroi da chi è cresciuto nel culto della loro figura, ma anche temuti per via delle loro abilità fuori dal comune e i tre ragazzi di Cori, il piccolo villaggio sperduto nella Grande Foresta, si trovano ben presto coinvolti nel ritorno di una minaccia che è più grande di loro e che vede nell’intervento di questi straordinari soldati il solo modo per uscirne vivi.
Strider – La Grande Foresta è il primo volume della saga di Andrea Grassi ed è una grande introduzione all’universo che ha creato, nonché alle avventure che di certo aspettano Ian, Nora ed Elana nel libro successivo. Serve a mettere a fuoco tutti i dettagli che poi verranno di certo svelati più avanti e a introdurre i personaggi e i diversi rapporti che li legano.
È una storia coinvolgente e accattivante, anche se manca di un vero e proprio collegamento tra il prologo iniziale e le vicende dei tre amici protagonisti dell’intero romanzo. Si percepisce un legame e gli indizi lasciati di tanto in tanto avvalorano l’ipotesi che per Nora, Ian e Elena ci sia un collegamento con i due Strider (e con il loro scontro) che fanno da apripista al volume, ma non sono abbastanza marcati da mettere in moto l’ansia che spinge a divorare le pagine per scoprire cosa accadrà ai tre amici. Ovvio, non tutti i libri svelano gli intrighi e i dettagli fondamentali nelle prime pagine, però credo che, con una dose di colpi di scena in più e qualche velato accenno aggiuntivo a proposito del legame di cui vi dicevo qui sopra, questo romanzo sarebbe potuto esplodere come una bomba.
Strider – La grande foresta ha tutti gli elementi per diventare una di quelle storie che lasciano il segno nei lettori – l’amicizia e la rivalità tra ragazzi, delle figure femminili forti e capaci al pari di quelle maschili, l’idea dell’avventura e della minaccia da sconfiggere come un percorso di crescita e formazione, gli intrighi e i misteri di un passato sconosciuto, la varietà di esseri e gruppi da far invidia a altri universi fantastici – ed è un peccato che restino un po’ sottotono. Scatenano la curiosità di chi legge e di certo invitano a scoprire come proseguirà la storia, però il ritmo della narrazione andrebbe velocizzato e reso un po’ più incalzante per sfruttare appieno il potenziale che possiede.
strider-andrea-grassi-uomo-leopardoUn occhio di riguardo va alle illustrazioni, un accompagnamento alla lettura che ne diventa parte integrante quando si tratta di mettere in evidenza certi eventi della trama o alcune caratteristiche dei personaggi. Le ho trovate davvero molto belle e, soprattutto, utili, funzionali a far entrare in contatto la storia e i suoi protagonisti con il lettore, benché alcune di esse non siano messe esattamente in corrispondenza di ciò che rappresentano e si debba fare un piccolo lavoro di avanti/indietro tra le pagine.
In conclusione, è un romanzo interessante e particolare, che ha tutte le carte in regola per essere una di quelle storie che ti restano nel cuore. Vanno solo sfruttate al meglio!
Un piccolo consiglio prettamente grammaticale: attenzione all’accento. “É” invece di “È” non pregiudica la lettura né l’apprezzamento o meno della storia, ma vista la frequenza con cui appare non può essere giustificato come un semplice refuso e è poco piacevole da vedere.

Ovviamente sono curiosa di sapere come continuerà l’avventura di Nora, Ian e Elana in Strider – I marchiati di Minharan! È sempre bello sostenere il made in Italy, specie se promette bene, perciò stay tuned e tra un po’ vi parlerò di nuovo di questa storia 😉

Ci risentiamo presto
Federica 💋