Heartbreaking Punches

Adesso sì che ero caduto in basso.

Raschiavo il fondo del baratro senza nemmeno accettare l’idea di esserci finito con le mie stesse mani. Con i miei pugni, ad essere onesto.

Stringere le nocche faceva un male cane, perciò le lasciai stese, le dita doloranti e rosse. Avevo la pelle spaccata là dove si era infranta contro gli zigomi e il faccione dell’ultimo tizio che mi avevano spinto contro. Erano passati tre giorni e ancora non ero riuscito a muovere nemmeno una falange, però quell’armadio vivente ci aveva rimesso i connotati. E la mandibola.

Mesi fa, addirittura un anno prima di questo giorno, avrei esultato per quello che ero riuscito a fare. Ora sentivo solo un senso di vuoto, lo stesso che non sono mai stato capace di placare in tutta la vita. E se il vuoto aveva la meglio era giunto il momento di smettere.

In fondo, non mi erano mai piaciuti i combattimenti clandestini. L’unico aspetto tollerabile erano i soldi e quei pidocchiosi figli di papà pagavano bene per vedere due coglioni fare a botte finché uno non stramazzava al suolo. Io generalmente ero quello che restava in piedi; sanguinante e ridotto a una merda, ma pur sempre in piedi. Stavolta ero stato a un soffio dal perdere la faccia, compreso l’occhio destro, e anche se quel lato tirava ed era gonfio peggio che con un’iniezione di Botox finita male, ero io quello che era riuscito a lasciare la bettola con le proprie gambe e non su una barella. Laggiù era tutto ciò che contava.

Lo scricchiolio delle assi ruppe il silenzio ma quando una figura mi si fermò accanto non fece o disse nulla. Stese gli avambracci sul parapetto in pietra del ponte su cui mi aveva trovato e si piegò in avanti, imitando con molta più grazia la posizione in cui mi ero bloccato io diverse ore fa.

Non avevo bisogno di voltarmi per riconoscerla; bastava la vicinanza. Mi aveva sempre fatto quest’effetto, nonostante l’averla sempre considerata quasi come una sorella. Appunto, quasi ed era questo a fregarmi perché, con lei qui, il sole diventò più caldo e l’aria piacevolmente irrespirabile. Mi sentivo come un’assetato nel deserto con accanto la fonte d’acqua più pura che potesse esistere al mondo e la certezza di non potermici avvicinare.

«Reen»

«Jakob»

Ecco il massimo dei saluti che avremmo mai potuto scambiarci. Intrecciai le mani trattenendo un’imprecazione per il dolore e continuai a fissare senza vederlo il fiume che ci scorreva sotto i piedi e che ci conosceva sin da quando eravamo piccoli, sfigati e pure un po’ bruttini. Crescere aveva fatto bene a tutti, ma a Reen era riuscito particolarmente bene.

«Come sta tuo fratello?»

Anche lei intrecciò le dita, ma con una disinvoltura da lasciarmi per un attimo senza fiato. Le sue erano mani perfette, immacolate e, ci avrei scommesso il lato buono della mia faccia, morbide. Niente a che vedere con le mie.

«È il solito rompicoglioni intrattabile»

Abbozzai un sorrisetto alla sua risposta ma solo con il lato sinistro della bocca. Se ci avessi provato con l’altro sarei caduto in ginocchio a piangere per il dolore. Tenevo ancora alla mia dignità per non farlo, non davanti a lei, nonostante mi avesse visto in condizioni peggiori.

«Mi ha detto di venirti a chiedere quando ti saresti fatto vedere»

«Immagino non con queste parole»

«Non esattamente» la sentii spostarsi verso di me e immediatamente la mia pelle prese fuoco. «Ma il concetto era quello»

«Sì, immagino» recuperai lo spazio vitale e accennai alle nostre spalle. «Sta’ nei tuoi confini»

Reen scoppiò a ridere e a quel suono il vuoto scavato al posto del mio cuore fu riempito fino a traboccare. Dimenticai tutto tranne quanto mi fece stare bene aver avuto la fortuna di sentirlo ancora una volta.

«Non dirmi che tieni ancora a quella sciocchezza?» si voltò indietro, guardando di certo la linea rossa che divideva il ponte in due metà perfette, la separazione tra le proprietà della sua famiglia e quelle della mia.

Così voltata riuscivo a scorgere il suo profilo con la coda dell’occhio. Mi sentii stupido come un quindicenne quando pensai di allungarmi verso di lei. Non mi chiesi a che scopo lo avrei fatto, volevo solo che accadesse.

«Già. Se non si è scolorita in tutti questi anni ci sarà un motivo» ritornai al poco interessante spettacolo del fiume, allentando le mani perché iniziavo a non sentire più le dita. «Io mi limito a stare dalla mia parte del ponte, cosa che tu non stai facendo»

«Mi scusi, signor Hicker» quando si spostò mi rilassai ma il vuoto riprese a fare male. «Dimentico sempre quanto sei fissato»

«Non sono stato io a iniziare questa storia. E Hunter ha fatto il resto»

«Tu e mio fratello siete i soliti bambini» mi riprese con il suo tono canzonatorio da mestrina. «Sarete vecchi e decrepiti prima di ammettere che è una scemenza»

Reen, implacabile voce della ragione, che da bambini toglieva il divertimento a me e a suo fratello con i suoi ragionamenti saccenti. La ignoravamo ogni volta e poi toccava a lei fare in modo che arrivassimo a casa ancora tutti interi.

«Non ho mai capito perché nostro padre e il tuo abbiano disegnato questa linea» si voltò verso di me, con solo un gomito poggiato sul parapetto. «Sono sempre stati grandi amici, come lo siete tu e Hunter del resto»

Secondo le regole che avevamo stabilito da ragazzini avrei dovuto mettermi esattamente come lei, ma restai immobile, incapace di mostrarle cosa avessi combinato alla faccia. Avrebbe capito subito perché non mi fossi ancora fatto vivo da Hunter e non volevo infierire più del necessario.

«Lo sono diventati dopo averla tracciata. Prima litigavano per qualsiasi cosa. Poi, quando è stato chiaro quali fossero i confini di uno e dell’altro, hanno smesso e si sono trovati simpatici. Come abbiamo fatto tuo fratello ed io»

La prima volta che incontrai il mio futuro migliore amico e la sua meravigliosa sorellina, avevo sette anni. Accadde su questo stesso ponte e di fronte a un coetaneo con le mie stesse rivendicazioni di proprietà su chi potesse restare e chi dovesse andarsene, finimmo per fare a botte. Eravamo due incapaci più che altro, ma scoprimmo dell’esistenza della linea e da allora decidemmo di rispettarla. Nessuno poteva andare oltre senza aver ricevuto il permesso e quando ci fossimo trovati entrambi lì, ognuno sarebbe rimasto nella sua metà. La sola a cui fu concesso di trasgredire la regola fu Reen, ma accadde solo una volta.

«Pensavo che vi sareste uccisi a vicenda. Invece avete scoperto che vi riusciva meglio farlo insieme»

«Eravamo bravi a farti morire di paura»

«Lo siete di più adesso» confessò, facendomi sentire tutta la potenza del suo sguardo sulla parte intatta del mio viso. «Perché non ti giri e mi fai vedere che hai combinato alla faccia? Sono stanca di guardarti le mani e immaginare il peggio»

Sentii le sue dita sfiorarmi e le seguì come una sirena, lasciando che mi osservasse il viso tumefatto con occhio esperto. Restai fermo mentre accoglievo il tocco fresco della mano all’altezza dello zigomo e poi del labbro e mi chiesi come fossi potuto restare lontano da questo posto e da lei così a lungo. Non mi ero sbagliato: aveva le mani morbide e delicate.

«Hanno mancato l’orbita per un soffio. Sei fortunato a riuscire a tenere l’occhio ancora aperto»

«Una settimana e sarò come nuovo» provai a scherzare ma Reen non sembrò apprezzarlo e il sorriso che cercai di farle mi strappò un gemito. «Ho chiuso con quella gente»

Lei si staccò e la bocca mi si seccò in risposta, di nuovo assetata della sua vicinanza. Passò alcuni istanti a fissarmi e io mi persi nei suoi occhi più blu dell’oceano stesso, senza immaginare che in questo modo le avrei permesso di vedere il vuoto che mi divorava da una vita.

«Lo dici sempre, lo sai Jakob? Ma se non saranno loro, ne troverai degli altri e ricomincerai da capo. E avanti così finché non ci ritroveremo di nuovo qui, tu pestato a sangue, a chiedermi come sta Hunter e altre cazzate di circostanza, e io a fingere di non dovermi sentire in colpa e a ricordarmi che non dovrebbe importarmi un’accidenti di te»

«Reen…»

Alzò una mano per farmi stare zitto. «Risparmiamelo, Jakob. Ho sentito le tue giustificazioni troppo spesso per poterti credere ancora. Però pensavo che dopo quello che è successo a Hunter ti saresti fermato. Sai, da ingenua quale sono, credevo che vedere il tuo migliore amico su una sedia a rotelle ti avrebbe fatto riflettere» scosse la testa e puntò un dito in direzione delle mie mani. «Invece no. Frequenti ancora gli stessi tizi che gli hanno spaccato la schiena e fai le stesse cose che facevate insieme fino a…»

Sentire la voce cristallina di Reen morirle in gola mi colpì e mi stese al tappeto la mente. Un gancio poderoso che mi mandò KO, incapace di riprendere fiato e che ridusse la percezione del mondo attorno a me completamente in frantumi.

«Sai qual è la cosa che più mi fa incazzare, Jakob?! Che tu hai sempre avuto il permesso di oltrepassare questa maledetta linea, che lo chiedessi o no, e nonostante questo non ti sei fatto vedere per due anni. Non ti sei più fatto vivo da quando Hunter è uscito dall’ospedale e te ne sei fregato, come se il tuo migliore amico avesse smesso di esistere solo perché non poteva più fare a pugni insieme a te»

«L’ho fatto per lui» le parole mi scivolarono con facilità tra le labbra. Ci credevo, ci avrei sempre creduto, ma sembrarono così prive di valore e significato in quel momento. «Pensavo fosse meglio così»

«Per te, forse. Perché per Hunter è stato come perdere un altro pezzo di sé»

«E per te?»

«Io non ti ho mai avuto, Jakob»

La sua voce fu un suono chiaro, deciso, impossibile da fraintendere e allora tutto il mondo tornò ad essere come era prima dell’arrivo di Reen. Il sole si raffreddò, l’aria tornò respirabile ma nonostante questo non mi sentii meglio. La avvertii issare la stessa barriera che le avevo ricordato esistere tra le nostre proprietà, solo che lei lo fece tra noi.

«Hunter ha perso molto di più del suo stupido passatempo, come lo chiamavate voi. Ha perso un fratello e anche per te è stato lo stesso, solo che tu continui a combattere come se non fosse mai accaduto nulla. Ti rifiuti di vedere che c’è altro nella vita oltre al fare a pugni capace di riempire il vuoto che ti tormenta»

«Non ne sono capace» distolsi lo sguardo, tornando ad appoggiarmi al parapetto del ponte con i gomiti.

«No, hai solo scelto la strada più facile, ma continua a ripetertelo e forse un giorno ci crederai»

Sentii la mano di Reen all’altezza della mia spalla ma non mi toccò. Il suo calore filtrò attraverso la maglietta e la mia pelle dandomi un secondo di pace prima che si allontanasse nella direzione da cui era arrivata.

Mi obbligai a non guardarla mentre andava via. Avevo raggiunto il fondo del baratro da solo e non avrei trascinato dentro lei e Hunter, non di nuovo, perciò tenni lo sguardo fermo sulle mie mani rovinare.

Le avevo detto di aver chiuso con gli incontri ed era così, almeno finché non sarebbero stati di nuovo capaci di farmi dimenticare che aver perso Hunter e lei aveva ingrandito una voragine ben più grande. Capii in quel momento che non lo avrei mai superato, ci sarei sempre ricascato finché non mi fossi deciso ad ascoltare la verità nelle sue parole.

Non vedevo Hunter dal giorno in cui mi disse che non avrebbe più camminato. Era vero che fingevo di non sapere cosa gli avessero fatto,, ma Reen ci aveva visto giusto: mi rifiutavo di vedere come stavano realmente le cose perché così era tutto più facile.

Non lo aveva detto ma lei ed io sapevamo cosa fossi; ero solamente un codardo.

Ripensai a tutto quello che avevamo passato insieme. Troppi guai ci avevano uniti per dimenticare adesso cosa sarebbe stato giusto fare, come mi sarei dovuto comportare per non abbandonare il mio migliore amico e la sola ragazza che fosse mai riuscita a mandarmi al tappeto.

Istintivamente mi voltai e guardai in basso. Avevo un piede sulla linea. Reen aveva detto che non avevo bisogno di un permesso per oltrepassarla.

Strinsi i pugni, imprecando tra me per il dolore. Pregai con tutto me stesso che il ponte sotto i miei piedi non cedesse e solo allora iniziai a camminare, un passo dopo l’altro, raggiungendo una riva che toccavo da più di due anni.

Buongiorno 😊

Questo racconto è stato scritto per il contest XV Challenge Raynor’s Hall ( => qui <= trovate il sito), una sfida di scrittura creativa tra blogger e scrittori, del tutto amatoriale e senza premio. Così, uno stimolo per far viaggiare la nostra fantasia! Il tema di questo mese era “PUGNI” e l’ho interpretato in questa versione… Spero vi sia piaciuta 😊 (mi trovate anche su Wattpad 😓😅)

A presto
Federica 💋

Annunci

Your answer

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...