“Terre desolate” di Stephen King

Buongiorno 😊

Wow, siamo già alla fine di Gennaio! Vola il tempo!

Visto che oggi finisce il mese, ho pensato di chiudere anche con le recensioni delle letture fatte lo scorso anno per Libera Lo Scaffale! Finalmente! Non vedevo l’ora di avere tempo per parlarvi di questo libro 😊

Titolo
Terre desolate
Titolo originale
The Waste Lands
Autore
Stephen King
Traduzione
T. Dobner
Saga
La Torre Nera
Editore
Sperling & Kupfer
Anno
2017
Anno prima edizione
1991
Genere
Fantastico, narrativa
Formato

Cartaceo
Pagine

452

Nel terzo volume della saga, Terre desolate, ritroviamo Roland di Gilead, Eddie Dean (il Prigioniero) e Odetta Holmes (la Signora delle Ombre) impegnati ad acquisire le doti indispensabili per proseguire la ricerca della Torre Nera. Grazie alla guida tenace e imperturbabile dell’ultimo cavaliere, Eddie e Susannah (la nuova donna nata dalla fusione fra Odetta e il suo spaventoso alter ego Detta) stanno infatti sviluppando insospettabili abilità: Susannah si rivela una pistolera provetta, mentre Eddie riscopre la capacità di sentire la voce nascosta delle cose. Ma soprattutto i tre stanno imparando a fidarsi l’uno dell’altro, via via sempre più consapevoli che la loro diversità è la loro forza, la forza del ka-tet, cui però manca ancora un elemento. Cioè il piccolo Jake, il perduto compagno di Roland. Ci sono altri mondi oltre a questo, aveva detto morendo. E infatti è di nuovo a New York, vivo e in procinto di raggiungerli.

Dopo aver trovato Eddie e Susannah (come Odetta ha deciso di chiamarsi dopo aver risolto il conflitto tra le sue due diverse personalità), Roland di Gilead, ultimo tra i pistoleri, intraprende il grande viaggio verso la Torre Nera, ma a rendere ancora più difficile il compito arriva un ostacolo impensabile: la pazzia.
Perché dopo essere stato nella mente di Jack Mort e avergli impedito di “spacciare” Jake, il ragazzino che ne L’ultimo cavaliere lo stesso Roland ha lasciato morire per arrivare all’uomo in nero, la mente del pistolero è divisa a metà, una convinta che il ragazzo sia morto, l’altra che non lo abbia mai incontrato per davvero.
E mentre i tre pistoleri si mettono in cammino verso il luogo in cui si erge la Torre, nella New York del 1975 anche il povero Jake lotta contro la follia, contro la certezza di essere morto e la sensazione che l’avventura lo attenda nella sua vita, che per lui ci sia da attraversare una porta. Una soglia che potrà essere aperta solo grazie agli altri membri del gruppo.
Come i due volumi precedenti, la coralità dei personaggi e il loro reciproco coinvolgimento anche in eventi che non li riguardano direttamente, come la centralità di ognuno di loro nei momenti chiave, è il punto focale dell’intero romanzo. Il loro essere ka-tet, l’uno da molti, fa muovere i personaggi all’unisono, in sincronia, trascinandoli gli uni verso gli altri, in direzione delle terre che danno anche il nome al romanzo, quella parte del Medio-Mondo che più di tutte sta subendo gli effetti della distruzione iniziata nel mondo che è andato avanti.
Stephen King costruisce il primo vero tassello del viaggio verso la meta finale, gettando le basi dell’intera struttura narrativa della saga. E non solo di questa, perché (avendo letto It) ci sono un sacco di riferimenti ad altri suoi romanzi, ambientati in “realtà” diverse da quelle in cui avviene il viaggio di Roland, Eddie, Susannah e Jake. Ma è qui, nel mondo dei pistoleri, che tutto si gioca e che King trasmette un senso di completezza che mi ha stupito.
Attraverso uno stile quasi poetico, che si completa di rime e con una cadenza al limite del musicale, Roland si ritrova ad affrontare il difficoltoso viaggio verso la Torre Nera, in compagnia degli altri membri del suo ka-tet… e non solo. Perché la strada verso il centro si prospetta colma di pericoli.

Adesso si tratta di leggere gli altri quattro libri della saga e scoprire come andrà a finire il pericoloso, ma inevitabile viaggio dei pistoleri! Ecco, altri libri da comprare e da togliere dalla mia infinita wishlist 😅 Questo e altro per King!

Voi avete letto qualcosa di suo? Vi siete mai fatti tentare da questo autore, visto che è ormai riconosciuto come un genio?

A domani
Federica 💋

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#CreativityBloggerWeek : Desideri nella Calza

Buongiorno!

Quest’oggi arriva un post speciale, legato alla nuovissima rubrica della #CreativityBloggerWeek! Quest’iniziativa, organizzata da Deb di Leggendo Romance (Grazie Deb ❤️ anche per avermi lasciata divertire con la parte grafica ❤️) e portata avanti da diverse blogger, è una novità del 2019 a cui ho deciso di partecipare!

Come dice il nome, si tratta di una settimana in cui pubblicare un articolo ispirato a un tema speciale ed è una rubrica di cui sentirete parlare spesso da adesso fino alla fine dell’anno.

Il bello della Creativity Week? Non ci sono limiti ed esiste solo una regola: lasciare libera la propria creatività!

Questo mese il tema che apre le danze è Desideri nella Calza!

Cosa vorreste trovare nelle vostre calze dei desideri?
O quali speranze avete messo nella “Calza” del 2019?

Io ci ho pensato parecchio e la mia risposta, ciò che ho messo e che vorrei estrarre dalla mia calzettina personale, è la “Traduzione”. Vorrei diventare una traduttrice, trovando il mio piccolo spazio nell’oceano dei libri. È un desiderio di cui, a grandi linee, vi ho già accennato qualcosina, però oggi mi sembra giusta raccontarvi perché è così importante per me!

Ebbene, la ragione è più o meno simile a quella che mi spinge a scrivere: in ogni storia, che sia scritta, raccontata, pubblicata e via dicendo, è presente un aspetto secondo me magico. Questo aspetto è la passione che l’autore cerca di trasmettere attraverso le sue parole e i suoi personaggi; li condivide con chi legge per trasmettere anche solo un pochino dell’amore con cui, ne sono certa, ha steso uno dopo l’altro i capitoli della sua storia. I libri sono la condivisione di qualcosa con gli altri, ci accrescono come persone, sia che ci piacciano sia che non ci convincano, ed è ciò che, passando da una lingua all’altra, la traduzione ci aiuta a realizzare. Ecco perché vorrei diventare una traduttrice: perché voglio aiutare le storie a condividere tutto ciò che ci possono insegnare!

Perciò, per riprendere il filo del post, è questa la mia proposta per la #Creativitybloggerweek : una veloce traduzione, un piccolo tassello estratto dal capitolo XXVII di Jane Eyre, il meraviglioso romanzo di Charlotte Brontë!

[…] On a frosty winter afternoon, I rode in sight of Thornfield Hall. Abhorred spot! I expected no peace, no pleasure there. On a stile in Hay Lane I saw a quiet little figure sitting by itself. I passed it as negligently as I did the pollard willow opposite to it: I had no presentiment of what it would be to me; no inward warning that the arbitress of my life – my genius for good or evil – waited there in humble guise. I did not know it, even when, on the occasion of Mesrour’s accident, it came up and gravely offered me help. Childish and slender creature! It seemed as if a linnet had hopped to my foot and proposed to bear me on its tiny wing. I was surly; but the thing would not go: it stood by me with strange perseverance, and looked and spoke with a sort of authority. I must be aided, and by that hand: and aided I was.

[…] In un gelido pomeriggio d’inverno, cavalcai in vista di Thornfield Hall. Che luogo ripugnante! Lì non mi aspettava pace, né gioia. Seduta in disparte, su una scaletta in Hay Lane, vidi una piccola, silenziosa figura. La superai con la stessa negligenza con cui oltrepassai il salice spoglio di fronte a essa: non ebbi alcun presagio di ciò che avrebbe significato per me; nessun interiore avvertimento che la guida della mia vita – il mio nume per il bene e il male – lì attendesse con umili sembianze. Non lo capii nemmeno quando, al momento dell’incidente di Mesrour, si avvicinò e solennemente mi offrì aiuto. Puerile e minuta creatura! Era come se un fanello avesse saltellato fino ai miei piedi e avesse proposto di portarmi sulle sue minuscole ali. Fui scortese; ma la creatura non volle andarsene: mi restò accanto con curiosa determinazione, dimostrò e parlò con una certa autorità. Dovevo essere aiutato, e da quella mano: e lo fui.

Spero che il post e la mia traduzione vi siano piaciuti 😊

La #CreativityBloggerWeek continua, con tanti bellissimi blog da scoprire e post da leggere, tutti davvero sorprendenti e fantastici! Vi lascio le date e i link per trovarli tutti!

~ Lunedì 28:
Leggendo Romance ~ Scheggia tra le Pagine ~ The library of Jane
~ Martedì 29:
La nicchia letteraria ~ Libri, Libretti, Libracci ~ Bookspedia
~ Mercoledì 30:
On Rainy Days I miei magici mondi ~ Romance e altri rimedi
~ Giovedì 31:
Reading at Tiffany’s ~ Le recensioni della libraia ~ Il salotto del gatto libraio ~ Il regno dei libri

A presto
Federica 💋

Il guerriero di pietra

Buongiorno 😊

Oggi un breve racconto che partecipa alla XXVI Challenge di Raynor’s Hall! Il tema è “Fedeltà” e spero possa piacervi!

Era rimasto accanto a quell’ingresso per decenni. Il tempo era scivolato su se stesso, un granello dopo l’altro, sfiorandolo e rincorrendo la sua immobilità attraverso le rughe che aveva scavato sul suo viso nel corso degli anni.
Generazioni di Signori si erano succedute mentre il guerriero di pietra svolgeva il suo sacro compito; governi brevi e lunghi erano nati, caduti e rinati a decorrere dalla sua investitura, fragili espressioni del potere che non avevano intaccato il suo giuramento, né ne avevano messo a rischio la sua devozione alla causa.
La tua guardia ha inizio. Essa terminerà al risveglio dell’ultimo Imperatore.
Tre secoli prima quelle parole incatenarono la sua esistenza, la legarono a doppio filo alle porte sigillate che si ergevano alle sue spalle e che ancora si stagliavano dietro di lui, perfette nonostante l’incuria dei posteri, o la furia delle intemperie abbattutasi su di loro nelle ere dei piccoli re.
Trecento e più anni erano passati da quel giorno, centinaia di migliaia di notti passate a vegliare sul riposo del prescelto, colui che avrebbe riportato la pace nel continente in guerra e avrebbe riunificato le terre un tempo appartenute ai suoi avi. Il guerriero di pietra, nato come un semplice scudiero, aveva scoperto la propria vocazione nel momento più oscuro della sua vita. Per essa rinunciò a ogni cosa, si isolò dal mondo e dai suoi simili, rinfoderando la propria spada e mettendosi al servizio della giustizia. La lunga lama, mietitrice di tanti nemici, avrebbe atteso l’ordine del suo padrone, fedele all’unico giusto sovrano, prima di versare nuovo sangue.
Così era stato deciso e così sarebbe stato, fino alla fine dei tempi.
«Così è stato deciso e così sarà, fino alla fine dei tempi»
La voce del giovane rimbombò lungo le pareti di pietra levigata, scivolò sul pavimento marmoreo e riecheggiò nell’infinito corridoio che conduceva alla sua postazione. Nessun altro oltre a quel soldato sentì le sue parole, ma in lui risuonarono forti, quanto lo erano state il giorno del suo giuramento, tre anni prima. Da allora serviva nell’ordine dei guerrieri di pietra, il più antico della città, fondato all’alba dei regni dagli Antichi conquistatori.
Il suo compito era sorvegliare le immense porte all’interno del tempio sacro. Su di esse, scolpita a vivo nella grezza roccia nera, si innalzava l’imponente figura di Astor Ni’Lisar, primo del loro ordine, iniziatore della guardia e protettore di tutti i confratelli giunti dopo di lui.
Il leggendario guerriero osservava dall’alto della sua statura il giovane, la spada stretta tra le sue mani che incombeva su di lui, con la punta acuminata splendente nella luce dei bracieri. La leggenda sulla sua storia, sul coraggio della sua decisione e del giuramento di fedeltà eterna all’unico vero sovrano del regno erano i motivi che avevano spinto quel ragazzo a scegliere di seguirne le orme. Che il nome della sua famiglia fosse Ni’Lisar, a conti fatti, non aveva avuto grande rilevanza; il peso della responsabilità che quel giovane sentiva di dover portare dipendeva solo dalla sua sete di rendere onore al giuramento fatto da quel suo lontano antenato. E da un pizzico di stupidità, erroneamente scambiata per il fuoco giovanile dell’eroismo.
Responsabilità e avventatezza, unite all’imberbe saggezza del giovane guerriero. Quelle erano i requisiti fondamentali della fedeltà professata dall’ordine, scolpite nella pietra da tempo immemore sotto forma di un uomo che, solo in pochi ricordavano, aveva giurato di vegliare su un passaggio segreto fino alla fine dei suoi giorni solo per fare ammenda.
Perché ciò che solo i più anziani e coraggiosi osavano rammentare, era che la fedeltà di Astor Ni’Lisar all’ultimo legittimo sovrano fu costruita su fondamenta di lacrime e sangue. Il primo guerriero di pietra serviva la causa più nobile per fare ammenda ai crimini perpetrati, al tradimento tramato contro la mano che lo aveva vestito e nutrito.
Fedeltà nata dal massacro di innocenti. Fedeltà pagata con il sangue.
Ma pochi osavano ricordarlo. Perché una minaccia maggiore incombeva su di loro, mettendo a rischio le sciocche speranze dei giovani idealisti come il fuoco attecchisce su un fascio di rami secchi. Quel pericolo aveva nome e volto, era reale.
E persino la fedeltà di un traditore poteva aiutarli ad affrontarlo.

“Je viens d’Alep: Itinéraire d’un réfugié ordinaire” di Joude Jassouma

Buongiorno e buon Lunedì!

Oggi ritorno in carreggiata e voglio farlo con la recensione di un saggio biografico. Generalmente, non è un genere che leggo spesso ma, su gentile prestito, sono riuscita a scoprire questa storia toccante, interessante e, soprattutto, molto attuale!

Titolo
Je viens d’Alep: Itinéraire d’un réfugié ordinaire
Autore
Joude Jassouma, Laurence de Cambronne
Editore
Allary
Anno
2017
Genere
Saggio, biografico
Formato

Cartaceo
Lingua
Francese
Pagine

220

Giugno 2015, Aleppo sprofonda nel caos. Come altre centinaia di migliaia di civili, Joude Jassouma decide di fuggire con sua moglie Aya e la loro bambina Zaine.
Da tre anni, in Siria è scoppiata la guerra civile. Gli scontri tra l’armata di  Bachar al-Assad e le forze ribelli guidate dai jihadisti di al-Nosra e dallo Stato Islamico diventano quotidiani. Joude, giovane professore di francese delle superiori, rifiuta di scegliere di schierarsi in un conflitto che non gli appartiene. Assieme alla sua famiglia, si nasconde, trasloca quattro volte per fuggire ai bombardamenti. Poi sceglie l’esilio.
Dalle rive del Levante alle coste bretoni, passando da Istanbul e dai campi profughi dell’isola di Lèros, questo libro racconta l’esodo di un bambino dei quartieri poveri di Aleppo, innamorato di Flaubert e di Éluard. L’odissea di un eroe anonimo che, a rischio della propria vita, ha attraversato il mar Egeo a bordo di un gommone alla ricerca di un paese d’asilo.
Per la prima volta, la più importante crisi migratoria dalla Seconda Guerra Mondiale ci viene raccontata dall’interno, attraverso lo sguardo di un normale rifugiato.

Aleppo, la città multietnica in cui è cresciuto e ha studiato, è distrutta da una guerra civile sanguinosa. Tra le due fazioni opposte, ognuna pronta a perseguire i propri interessi più che il bene della popolazione comune, Joude e la sua normalissima famiglia si ritrovano a vivere nel pericolo costante, tra bombardamenti, assalti e uccisioni sempre più cruenti di giorno in giorno. E di fronte a un tale spettacolo, all’insicurezza per la propria vita e per quelle delle persone care, arriva il momento di prendere una decisione, molto più difficile di quella se credere a un fronte piuttosto che a un altro: restare nel proprio paese, là dove si è sognato di costruire un futuro, oppure partire, abbandonare ogni cosa e ogni persona per andare alla ricerca di un luogo dove non aver paura che una bomba rada al suolo la tua casa, dove nessuno minacci l’incolumità della tua famiglia.
Je viens d’Alep: Itinéraire d’un réfugié ordinaire è un saggio biografico toccante, in cui una persona normalissima descrive ciò che significa ritrovarsi, da un giorno all’altro, in un paese distrutto, attraversando zone di guerra che non erano altro che le vie e i quartieri della città in cui è nata e cresciuta. Senza enfatizzare la drammaticità degli eventi, ma raccontandoli con uno sguardo partecipe e comunque lucido, Joude ripercorre i momenti che lui e la moglie hanno vissuto e che li hanno portati a scegliere di intraprendere un viaggio difficile, lungo ed estenuante verso un paese in pace, dove poter smettere di avere paura.
Ma non è solo la vita da rifugiati a emergere, perché questa esperienza arriva alla fine. Per tutta la prima parte del libro, infatti, si ripercorre l’infanzia e la giovinezza di Joude, le sue speranze, gli studi, le fatiche fatte per emergere da un quartiere povero e degradato, in cui le aspettative di successo sono esigue (se non inesistenti), conoscendo una voce narrante del tutto identica a qualsiasi altra nata e cresciuta in occidente, nelle zone delle grandi città magari più marginali e guardate con sospetto. Joude il rifugiato, il richiedente asilo, non è distante da noi e dalle nostre esperienze, ma è ed emerge dalle parole come un ragazzo e un uomo qualunque, come potrebbe esserlo un nostro vicino di casa. Come lo siamo noi.
Prima di leggere questa biografia, devo ammettere che conoscevo poco le vicende della guerra in Siria. A grandi linee sapevo chi era coinvolto e perché, da cosa i civili stessero fuggendo, ma ne avevo un’idea molto vaga, consapevole solo in parte delle conseguenze che gli scontri hanno avuto e continuano ad avere per i siriani. Con la storia di questo professore, invece, si “tocca” da vicino l’esperienza traumatizzante della guerra civile, del vedere il proprio paese e la propria città fatti a pezzi, insieme alla normalità delle proprie vite. Perché è questo che più mi ha colpita, il realizzare che l’etichetta di “rifugiato”, di “profugo” e di “immigrato” non è che la parte marginale, l’ultima da considerare, della persona che ci si trova davanti in queste pagine. Essa è l’ultima opzione rimasta a persone che, in modo cruento, si sono viste strappar via tutto il resto e che sono state costrette ad andarsene se volevano restare in vita, se volevano tenere al sicuro chi amano.
È una lettura intensa, istruttiva anche, perché spesso, e ingenuamente, non ci si prende la briga di pensare che, prima di intraprendere il loro viaggio, Joude e chi si è trovato nella sua stessa situazione avevano una vita loro, che non sono comparsi dal nulla con lo scopo di richiedere asilo e aiuto, ma che si sono ritrovati costretti a farlo, volenti o nolenti, perché non esistevano alternative.

Io non mi sbilancio mai, né commento, gli eventi che accadono nel nostro tempo, perché non fa parte del blog, ma se conoscete il francese date una possibilità a questo libro. Negli ultimi mesi si sta stigmatizzando una condizione, delle persone, per scopi diversi, dimenticando, o ignorando, un aspetto fondamentale: siamo esseri umani, noi e loro, tutti accumunati da desideri e speranze, da vite vissute e da affetti profondi, come da paure e da tentativi di condurre un’esistenza priva di pericoli.

Tutti abbiamo un passato, un mondo che ci siamo lasciati alle spalle magari a malincuore, e nessuno dovrebbe essere giudicato per la speranza di una vita migliore.

A domani
Federica 💋

Scomparsa

No, non sono scomparsa!

Settimana scorsa ho latitato a causa della “sessione invernale” in università: da questo giovedì è periodo d’esame per me e ho iniziato il ripasso per i tre appelli che mi terranno impegnata fino al 7 Febbraio… Perciò, se non mi sono più fatta vedere sul blog, è perché sono immersa nei libri da mattina a sera 😓 Mi manca scrivere recensioni, ma proprio non ho tempo…

Anche perché, quel poco che mi resta, lo passo scrivendo altro. A breve vedrà la luce il terzo volume della mia trilogia, Banríon, e sto ultimando gli ultimi capitoli 💪 Purtroppo, però, benché abbia ben chiaro come devono andare le cose, sto facendo un’immensa fatica a terminarlo, sia per via dello studio, sia perché sono letteralmente a corto di parole! Tra Giovedì e Domenica credo di aver scritto qualcosa come 3000 parole al giorno e mi sento abbastanza prosciugata al momento!

Quindi, ecco, anche se non sembra, ci sono! E spero di tornare presto da voi!