Scomparsa

No, non sono scomparsa!

Settimana scorsa ho latitato a causa della “sessione invernale” in università: da questo giovedì è periodo d’esame per me e ho iniziato il ripasso per i tre appelli che mi terranno impegnata fino al 7 Febbraio… Perciò, se non mi sono più fatta vedere sul blog, è perché sono immersa nei libri da mattina a sera 😓 Mi manca scrivere recensioni, ma proprio non ho tempo…

Anche perché, quel poco che mi resta, lo passo scrivendo altro. A breve vedrà la luce il terzo volume della mia trilogia, Banríon, e sto ultimando gli ultimi capitoli 💪 Purtroppo, però, benché abbia ben chiaro come devono andare le cose, sto facendo un’immensa fatica a terminarlo, sia per via dello studio, sia perché sono letteralmente a corto di parole! Tra Giovedì e Domenica credo di aver scritto qualcosa come 3000 parole al giorno e mi sento abbastanza prosciugata al momento!

Quindi, ecco, anche se non sembra, ci sono! E spero di tornare presto da voi!

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The Jazz Club

Buongiorno a tutti!

Oggi vi lasci da leggere il racconto che partecipa a Il Club di Aven di questa settimana. Il tema, scelto da me, era “attrazione”! È un po’ diverso da quello che scrivo di solito ma la scrittura è fatta di esperimenti e spero che questo possa piacervi 😊

La musica vibrava per la stanza. Se ne sentiva avvolto, circondato, la mente soffocata dalla stretta di quelle note penetranti.
Gli sembravano le braccia di un’amante, colme di desiderio e della voglia di toccare ogni centimetro del suo corpo. Lo spogliavano, lo mettevano a nudo e gli facevano venire gli stessi brividi di eccitazione provati con l’ultima donna con cui era stato.
Anche lui ne aveva voglia. E ne aveva un’altra, forte e intensa, di sesso. Era quello l’effetto che aveva su lui e sentì scorrere su di sé quella voce con la precisa intenzione di provarla ancora, e ancora. Perché la sua testa già gli mostrava cosa sarebbe accaduto se l’avesse riascoltata con l’atmosfera giusta.
Avrebbe fatto crollare l’intero posto, ne era sicuro.
Se avesse riprodotto quei suoni nel locale affollato, con le luci basse e intime puntate sul palco, gli strumenti sullo sfondo in penombra, e un cono a illuminare il microfono, chiunque sarebbe impazzito per quel posto. E la per ragazza.
Soprattutto per la ragazza.
E lui ne avrebbe sfruttato il talento fino in fondo per raggiungere lo scopo. L’avrebbe posizionata avanti, sul quadrato al centro della pista, circondata dalla folla per creare l’illusione di intimità assoluta tra lei e il pubblico. Ognuno l’avrebbe potuta sentire rivolgersi solo a se stesso, e a nessun altro, come se nel locale il resto della massa fosse svanito grazie alle magiche note prodotte dalla sua voce. Li avrebbe attratti, sedotti e incatenati a lei. Tutto grazie allo sguardo che avrebbe loro rivolto.
Lo stesso che lui sentì su di sé mentre si spensero le ultime parole I’d Rather Go Blind. Non poteva essere visto, non così in alto nella balconata buia, ma la ragazza sembrava sapere che fosse lì, ad ascoltarla, mentre le sue mani si spostarono lungo le corde della chitarra acustica per cambiare ritmo e accelerare.
Brevi colpi contro la cassa e Hit The Road Jack riempì il locale. Era più veloce e graffiante dell’originale, più energica, ma lo stesso sensuale grazie alla sua voce calda, dolce come un frutto maturo. E mentre quella ragazza esile parlava di impacchettare le sue cose e andarsene, nella sua personale interpretazione delle parole di Percy Mayfield, a lui venne da ridere, perché non si sarebbe allontanata tanto in fretta. Né lo avrebbe fatto lui, nonostante lo stesse velatamente esortando a non fare ritorno.
Vattene Jack cantava, rendendone la pronuncia così simile al suo vero nome da farlo sorridere.
Gli piaceva, specie per quella sfrontatezza. E la voleva nel suo locale. Sarebbe stata la stella del Jazz Club.
Non spettava a lui occuparsi della parte artistica. Ogni assunzione in quel campo spettava al suo socio, però avrebbe cercato di renderlo possibile con ogni mezzo. Spiò oltre la balconata e guardò giù, proprio dove Dave stava ascoltando l’esibizione con Penny, la responsabile degli artisti.
Forse non avrebbe affatto dovuto insistere. Il suo amico sembrava altrettanto rapito dalla ragazza sul palco quanto lo era lui e se negli anni aveva capito qualcosa del suo modo di pensare era che, da tale attenzione, sarebbe scaturito un contratto non appena avrebbe posato quella chitarra.
Non mancava molto a quel momento. Le erano stati concessi tre pezzi e proprio nell’attimo in cui attaccò Be-Bop-A-Lula, tornò a guardare la cantante. Si sorprese nel vedere come riempisse il palco con la sua presenza, come se quel posto le appartenesse di diritto e loro non fossero lì che per una sua magnanima concessione.
Eppure entrando le era sembrata così fragile, così piccola rispetto alla chitarra appesa al suo fianco. Una ragazzina in un mondo di adulti, fuori posto finché non si era seduta e non aveva imbracciato lo strumento, schiarendosi la voce prima di alzare lo sguardo e iniziare a cantare. Allora era diventata una sirena, attraente e impossibile da ignorare.
Con rapidità scorse i fogli sparsi sul tavolino lì accanto, scorrendo tra i curricula dei musicisti che si erano fatti avanti quel giorno finché non trovò quello che lo interessava. Ed eccola proprio di fronte a lui.
In quella foto dimostrava ancora meno anni, nonostante tra i dati personali dichiarasse di averne ventisette. Questo lo spinse a osservarla di nuovo, trovando il suo aspetto ancora più interessante.
Nata e cresciuta ad Arlington, con una carriera scolastica di tutto rispetto alla Juilliard e un futuro ben più che glorioso nell’ambiente musicale, almeno secondo le lettere di referenza dei suoi docenti e degli ultimi datori di lavoro. Era tornata a Washington solo da un paio di mesi, “per il matrimonio di una cugina” aveva detto durante il colloquio iniziale, e aveva deciso di restarvi.
Bea Jones. Una donna adulta con il volto di una ragazzina e la voce di una dea.
Negli affari seguiva regole ben precise: mai mischiare lavoro e vita privata, nemmeno per i parenti. Nemmeno per gli amici. Men che meno per gli sconosciuti. E così avrebbe fatto anche con quella ragazza, nonostante l’attrazione che la sua voce aveva risvegliato.
L’avrebbe usata a suo vantaggio, però, trasformandola nella calamità che avrebbe attratto tutta la città tra quelle mura.

11.01.1999 – 11.01.2019

Ciao!

Lo so, oggi arrivo più tardi del solito a pubblicare… Però oggi non c’è nessuna recensione.

È solo una condivisione, nel giorno in cui cadono vent’anni esatti dalla sua scomparsa, di una delle canzoni che più ascolto e adoro di Fabrizio De André. Forse non è la migliore, ma voglio ricordarlo nell’unicità della sua persona con qualcosa di, beh, poco ordinario.

Buona giornata 💋

Animali Fantastici – I crimini di Grindelwald

Buongiorno e buon Giovedì!

Oggi si torna al cinema e vi propongo l’ultimo film del fantastico universo creato da J. K. Rowling!

Titolo
Animali Fantastici – I crimini di Grindelwald
Titolo originale
Fantastic Beasts: The Crimes of Grindelwald

Regia
David Yates
Anno
2018
Genere
Avventura, fantastico
Lingua
Inglese
Paese di produzione
Stati Uniti d’America, Regno Unito
Soggetto
J. K. Rowling
Sceneggiatura
J. K. Rowling
Cast
Eddie Redmayne, Katherine Waterston, Dan Fogler, Alison Sudol, Ezra Miller, Johnny Depp, Jude Law, Zoë Kravitz, Callum Turner, William Nadylam, Claudia Kim, Olafur Darri Olafsson, Kevin Guthrie, Poppy Corby-Tuech, Brontis Jodorowsky, Carmen Ejogo, Ingvar Sigurosson, David Sakurai

Newt Scamander è rientrato a Londra e si occupa di tutte le creature magiche che ha accolto e raccolto durante il suo lungo viaggio, un’avventura che lo ha portato a New York, dove ha finito per inseguire un Obscurus di nome Credence e per catturare il grande mago Grindelwald.
Un mago che, durante il suo trasferimento dagli Stati Uniti all’Europa, riesce a evadere e a mettere in atto le fasi iniziali di un piano crudele e terribile contro i Babbani. Un piano che, per il Ministero della Magia britannico, solo il potente Albus Silente può sventare. Ma se l’ultima speranza del mondo magico rifiuta di scendere in campo e Newt, pur di fronte alla promessa di poter riprendere i viaggi internazionali, non accetta di andare alla ricerca di Credence Barebone, al Ministero non resta che una sola scelta da prendere: sguinzagliare gli Auror e chiudere da sé la questione.
Tuttavia i compiti sono più difficili del previsto, perché Grindelwald è ancora sulle tracce di Credence ed è disposto a tutto pur di trovarlo.
Tra incantesimi spettacolari, personaggi mitici e animali fantastici (anche se, purtroppo, sono meno questa volta), il secondo capitolo della pentalogia filmica tratta dall’universo di J. K. Rowling (e scritta da lei) si innesta sul film precedente e dà inizio a quella parte del mondo magico che precede e forgia gli eventi della serie dedicata a Harry Potter, raccontando i protagonisti dell’ultima grande guerra tra maghi prima di Voldemort, quando anche il resto del pianeta è alle porte di un nuovo conflitto mondiale.
Tante, quindi, le informazioni lanciate per tutto il film, sia sulla vita di Newt, sia sul passato condiviso di Silente e Grindelwald, costruendo un articolato mondo che, prima, si conosceva solo a sprazzi e mai nel dettaglio. Questa costruzione a posteriori, tuttavia, si scontra con le inevitabili incongruenze o omissioni che si è, in qualche modo, costretti a commettere pur di far filare la trama generale. Per questo, nonostante ci venga raccontato dei giovani Albus e Gellert, le informazioni non sono mai abbastanza per dare un quadro reale del rapporto tra i due, né, a proposito di Newt, per capire come il suo soggiorno a Hogwarts abbia determinato il suo carattere e la sua vita.
Vero, è solo il secondo di cinque film, però il mistero, quel non detto che aleggia su tutte e due le ore della pellicola la rende lenta, specie nella prima metà, rendendo piatti le scene e i temi profondi che emergono, soprattutto attorno ai discorsi di Grindelwald.
Perché siamo nel 1927, di fronte all’avvento del nazismo e della Seconda Guerra Mondiale, e anche se le parole di Grindelwald suonano come uno specchio di quelle di Hitler, la patina del politicamente corretto che le permea (la reiterata diversità dei Babbani) è tipica del nostro tempo, della nostra mentalità e soprattutto della modernissima divisione tra noi (occidentali o maghi) e loro (orientali o Babbani). È un film ambientato novant’anni fa che, nonostante le incongruenze rispetto ai capitoli di Harry Potter (come l’aspetto di Silente rispetto a quello mostrato nel 1937 – nel film Harry Potter e il principe mezzosangue), trasporta il messaggio nel 2018 e in un contesto occidentale preso dalla paura, da un lato, e dall’odio, dall’altro.
Quindi… Un gran film nelle intenzioni e nei possibili risvolti futuri ma che, almeno per ora, subisce l’effetto negativo delle sviste cronologiche e storiche che emergono di volta in volta, compresa la grande rivelazione finale e come questa sarà il centro dei successivi film.

Sarebbe tre e mezzo in realtà, perché davvero le incongruenze non giocano a suo favore… Io però ho fiducia in loro e so che le renderanno di poco conto! Io ci spero!

Ditemi se lo avete e cosa ve ne è sembrato 😊 Sono curiosa di sentire anche altri pareri!

A domani
Federica 💋

“La chiamata dei tre” di Stephen King

Buongiorno!

La primissima recensione di questo 2019 riguarda un libro che fa parte della mia reading challenge dello scorso anno! È il penultimo libro de #LiberaLoScaffale2018 😊 (Scusate, ma c’è qualche spoiler!)

Titolo
La chiamata dei tre
Titolo originale
The Drawing of the Three
Autore
Stephen King
Traduzione
T. Dobner
Saga
La Torre Nera
Editore
Sperling & Kupfer
Anno
2017
Anno prima edizione
1987
Genere
Dark fantasy, science fantasy, new weird
Formato

Cartaceo
Pagine

359

“La chiamata dei tre” riprende la narrazione delle gesta di Roland, l’eroe solitario deciso a raggiungere la misteriosa Torre. Nel loro definitivo confronto-scontro l’uomo in nero aveva predetto la sorte a Roland con uno strano mazzo di tarocchi. Ora il pistolero si ritrova seduto su una spiaggia del Mare Occidentale, dopo un sonno che forse è durato anni. Sa che dovrà trovare le tre porte spazio-temporali per introdursi nel nostro mondo e raggiungere così i tre predestinati. Ma come individuarle? Mentre medita sul da farsi, mostruose creature emergono dalle acque e tentano di divorarlo, mutilandolo orrendamente.

Dopo la traversata del deserto, la (seconda) morte di Jake e l’aver finalmente raggiunto Walter, l’Uomo in nero che tanto ha inseguito, Roland di Gilead, l’ultimo cavaliere di quello strano mondo che è andato avanti, si ritrova su una spiaggia sconfinata, oltre i confini impossibili del grande deserto, in balia della “aramostre”, esseri voraci e crudeli simili ad aragoste che gli portano via due dita della mano destra e un alluce, lasciandolo febbricitante e in punto di morte.
Benché presto gli effetti dell’infezione mettano a rischio il suo cammino, l’ultimo pistolero non può permettersi di rinunciare e fermarsi, non quando ha da svolgere una missione di vitale importanza, un recupero necessario se vuole aggiungere la Torre Nera.
Perciò, sconvolto dalla febbre crescente e dalla minaccia delle numerose aramostre, il lungo cammino di Roland riprende e lo conduce a una scoperta fantastica e incredibile, così magica e misteriosa da essere degna del mistero che avvolge la sua meta finale e il percorso che lì vi conduce: al centro della spiaggia, visibile solo da un lato, si erge una porta che lui sa di dover attraversare.

Non commettere l’errore di avvicinare il tuo cuore alla sua mano.
Ottimo consiglio. Ti sei fatto male per il bene di coloro ai quali alla fine male si dovrà fare. Ricorda i tuoi doveri, Roland.

In questo secondo capitolo della saga fondativa dei diversi universi di Stephen King, la storia complessa e vagamente inaccessibile de L’ultimo cavaliere inizia qui a dipanarsi, a diventare più comprensibile e meno spaesante, coinvolgendo sempre di più nella ricerca di Roland delle tessere mancanti per poter raggiungere la Torre, gli “apprendisti” indicati proprio da Walter nel loro ultimo e decisivo conciliabolo, l’incontro che, alla fine del primo libro, ha segnato il destino di entrambi. Ed è quello che Roland fa, intraprendendo questa pericolosa e lunga marcia per raggiungere “Il Prigioniero”, “La Signora delle Ombre” e “Lo Spacciatore”.
Tutti e tre provengono dalla nostra realtà, la Terra che noi conosciamo, e tutti dalla città di New York ma da tre quando alquanto differenti: il primo, “Il Prigioniero” Eddie, è un ventenne tossicodipendente del 1987 che, cacciatosi in una situazione difficile per salvare suo fratello, solo il pistolero può aiutare; “La Signora delle Ombre” Odetta, invece, è una ragazza afroamericana del 1964, la cui particolarissima personalità sembra quasi mettere i bastoni tra le ruote alla missione di Roland; “Lo Spacciatore” Jack Mort, infine, è il più complesso tra i tre, colui che non doveva essere davvero trovato ma che, nel corso della sua esistenza, ha inconsapevolmente unito le esistenze di Roland, Eddie, Odetta e… Jake, il ragazzino che il pistolero ha scelto di sacrificare ne L’ultimo cavaliere.
Attraverso La chiamata dei tre Stephen King costruisce un altro tassello della serie incentrata sulle avventure di Roland il pistolero e lo fa con un taglio dark che mi ha sconvolta, sì, ma che è riuscito anche ad affascinarmi, soprattutto perché non risparmia nulla al lettore, nel bene quanto nel male di ciò che accade ai protagonisti. Qui mi sono sentita più partecipe della storia, meno spaesata nel mondo alternativo e futuro di Roland, del quale (grazie a Eddie, soprattutto) sono finalmente riuscita a costruire una descrizione abbastanza accurata.
Ma non è solo grazie ai dettagli in più su di lui o sul suo mondo che la storia è risultata più godibile. Tanto è dovuto anche allo stile che, rispetto al primo libro, si fa più articolato, più musicale, e perde quella patina grezza e mascolina che tanto mi ha condizionata nell’apprezzare davvero L’ultimo cavaliere. A questi si aggiunge anche un altro aspetto, un elemento che mi ha fatto divorare questo libro in un solo giorno, ed è la costante determinazione di Roland, anche se per la maggior parte del tempo è un po’ cieca e insensibile per un meccanismo di autodifesa. Questo suo continuare sempre, nonostante tutto e tutti, è ciò che rappresenta il punto di forza del suo personaggio (ma pure una debolezza) e del libro stesso, perché la stessa determinazione viene trasmessa anche ai suoi altri compagni di viaggio secondo un incredibile senso di inevitabilità. Tutti loro si sentono accumunati da una missione, da un destino comune, perché sono un ka-tet, un “uno da molti” e questo li porterà sulla strada giusta per la Torre Nera.
Con ancora molti segreti da scoprire, su tutti i protagonisti ma soprattutto su Roland, La chiamata dei tre è un romanzo interessantissimo, ricco di riflessioni, temi e spunti che tengono incollati alle pagine dall’inizio alla fine.

Per oggi è tutto!

A domani
Federica 💋