Storytelling Chronicles #6

Ciao a tutti!

Siamo quasi arrivati alla fine del mese e diversamente dagli altri appuntamenti sono riuscita a partecipare alla Storytelling Chronicles (la rubrica di scrittura creativa creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom) soltanto oggi! Diciamo che sono sul filo del rasoio, ma non perché il racconto non fosse pronto (l’ho finito il 1 luglio, fate voi 😅). Tra recensioni e segnalazioni varie, praticamente mi sono ridotta ad oggi per postarlo. Spero ne sia valsa la pena attendere così tanto prima di pubblicarlo! Sì sa, la maturazione nel tempo a volte fa bene.

Ad accompagnare la stesura di questo mese più che è un tema, c’è stato un incipit comune. La traccia iniziale infatti doveva essere

Afferro al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apro e ne leggo il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i miei occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

Oppure

Afferra al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apre e ne legge il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i suoi occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

E questo è il risultato.

Afferro al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apro e ne leggo il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i miei occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

Può una bocca uccidere?
Se di amore si muore, a chuisle,
il tuo sorriso negato è la lama
che il petto mi squarcia.

Possono degli occhi uccidere?
Quando distogli il viso,
a chuisle, tu lasci annegare un disperato
che l’aria della tua anima anela.

A chuisle, la ragione per cui il rumore
al centro del mio petto
è un cuore che batte.
Può a chuisle uccidere?
Un volto amorevole, un sorriso
tenero anfratto di un sentimento
che devasta nella sua crudele,
insensata assenza.

Cerco la direzione da cui il foglio è arrivato. I miei occhi si alzano, su, sempre più su, verso il cielo e il ponte che attraversa il fiume lungo cui ho cercato rifugio. Altri fogli volano nell’aria e tra di loro, schiacciato sul parapetto in ferro del ponte, emerge la figura di un uomo.
Sono troppo lontana per vederlo in viso, ma bastano i suoi movimenti concitati, la furia con cui quelle mani strappano i fogli da un piccolo quaderno in pelle e li gettano nel vuoto, per trasmettermi l’idea di un animo tormentato. Decine di pagine fluttuano nell’aria tersa e fredda di febbraio, scivolano giù, sempre più giù, fino a gettarsi nel fiume che, ignaro della vista sopra di lui, le accoglie nel suo abbraccio eterno, soffocante di gelida indifferenza.
Abbasso di nuovo gli occhi sulla pagina, la sola che sia riuscita a sfuggire a quel naufragio di parole e tormento. Sfioro ogni tratto, lo assimilo, incidendo quei sentimenti nella mia mente, perché nel mio cuore già albergano da tempo. E, su tutto, sono otto simboli a devastarmi l’anima, un articolo e un nome che sussurrano al mio spirito promesse mancate e speranze facili da alimentare. Facili da distruggere.
A chuisle.
Tesoro. Amore. Mia adorata. Ma qualcosa di ancora più tenero. Di più vitale.
A chuisle mo chroí. Il battito del mio cuore.
Quante volte ho udito la sua voce sussurrare queste parole? Troppe per poterle rammentare tutte.
Quante volte le ha dimenticate, per addossarmi colpe che non erano soltanto mie? Troppe per poterne ignorare alcune.
Eppure il sentimento è ancora vivo dentro di me, una rosa dai petali di seta e lo stelo di metallo, le cui spine affondano nel mio di cuore. Lo fa sanguinare e lo accarezza per lenire il dolore, tutto in un unico ansito di vita che mi riporta a ieri, a quei giorni che so non vivrò mai più. Mi riporta alla gioia e al dolore di un amore che mi ha dato tutto. Che mi ha tolto tutto. E che di me non ha lasciato altro se non questo mio corpo distrutto.
Ho occhi stanchi di lacrime aride, stanchi di desideri impossibili da realizzare e sogni che hanno la dolcezza e il tepore della primavera, ma nascondono l’aridità di un inverno impietoso. Sono stanchi di affrontare tempeste e tormente, quando erano stati promessi loro colline erbose e oceani di gioia. Hanno esaurito ogni goccia di disperazione e si sono asciugati a contatto con il bruciante risentimento per accuse che non meritavano, per sospetti che non avevano nemmeno osato immaginare.
Le mie dita si aprono, arpioni che liberano la carta, con le sue parole strazianti e i ricordi di un passato che ha mandato in frantumi tutto ciò cui tenevo. Quelle parole corrono, il vento le porta a inseguire le loro sorelle nell’acqua grigia e indifferente; il rettangolo bianco volteggia prima di svanire sotto la superficie torbida, cancellato dall’esistenza ma non dai ricordi immateriali. Si dissolve e il vincolo che stringe il mio cuore si allenta, alleviato dalla scomparsa della prova tangibile di ciò che sono stata un tempo.
Di ciò che
siamo stati, lui e io.
«A chuisle.»
Non importa come mi abbia trovata. Non importa che, dopo tutta la sofferenza provata, la sua voce riesca ancora a smuovere certe corde segrete, corde che soltanto lui ha saputo trovare e suonare in una vita intera. Non importa averlo visto gettare al vento mesi interi, fatti di parole vergate alla ricerca di un senso per spiegare la fine di ciò che credevamo fosse amore. Quei fogli erano poesie nate senza pace, perché la pace è ciò che lui ha negato a entrambi scrivendole, ponendo il punto alla fine della frase formata dall’unione delle nostre esistenze.
«A chuisle?»
Una domanda questa volta, incerta, soffocata dall’inquietudine mentre mi rifiuto di guardarlo avvicinarsi. Mentre mi rifiuto di riconoscere la sua presenza quando si ferma accanto alla panchina ed esita. Non si siede. Il suo corpo trema dal desiderio inespresso di sedere al mio fianco, eppure si trattiene, bloccato dalle rigide catene del senso di colpa. E io non lo guardo; non infrango la parete di vetro che ci separa, fragile, invisibile, eppure invalicabile.
«No.»
Una sola risposta, molteplici domande inespresse da soddisfare. No, non credo più a quel sentimento. No, ciò che ha fatto non basta a cancellare il dolore e il tradimento per averlo visto cercare in un’altra ciò io gli ho donato senza riserve. No, non so se qualunque suo gesto basterà mai a dimenticare che ogni parola d’amore si è trasformata nel più devastante dei tormenti.
No, non sono ancora pronta a pensare a lui per come lo vedevo un tempo. È ancora la causa dei mio cuore ridotto a brandelli, milioni di pezzi di un puzzle scombinato e senza più tasselli di giunzione.
Due lettere, una parola. Non ho il suo stesso dono dell’eloquenza, ma tanto mi è bastato per tacere ciò che crede di dovermi chiedere, per impedirgli di insistere affinché forzi un cammino verso una meta che, al momento, potrebbe persino portarmi per sempre lontana da lui.
I suoi occhi disegnano percorsi sul mio viso. Li sento scavare strade là dove le lacrime hanno scavato la mia pelle nei mesi scorsi, cercando segni di una decisione che ancora non riesco a prendere. Che forse non sarò mai capace di prendere.
«Aspetterò finché sarà necessario.»

Non rispondo. Potrei dirgli che sarebbe inutile, che potrebbe marcire nel mio stesso inferno se davvero si aspetta un cambiamento di qualche tipo. Ma taccio, incapace di rompere quest’ultimo filo che ci lega, che avvolge i frammenti della mia anima e impedisce loro di andare davvero alla deriva.
Taccio, mentre i miei occhi vagano sulla superficie dell’acqua, saltando tra pagine nere di inchiostro e onde grigie, tra battelli fumanti e raffiche leggere di vento.
Un giorno troverò una replica adatta alla sua volontà di attendere un cuore che non possiede più nulla. Un giorno ci riuscirò, lo so.
Ma non oggi.

Fine!
Se volete lasciarmi un commento, sarò felice di leggervi e rispondervi qualunque siano le vostre impressioni su questa mia nuova storia!

Federica 💋

15 pensieri su “Storytelling Chronicles #6

  1. Penso che questo incipit abbia messo tutte alla prova – brava Stephanie – e mi è piaciuto molto come tutte l’abbiamo modificato e usato a nostro piacimento anche se doveva essere un incipit forzato e comune, la tua rappresentazione che prevede un continuo dell’inizio è perfetta come se facesse già parte tutto insieme fin dall’inizio.
    Bravissima

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  2. Ciao Federica! Tante caratteristiche di questo tuo racconto mi hanno piacevolmente sorpreso. Innanzitutto, complimenti per esserti dedicata alla poesia: è uno dei miei primissimi amori (ho scritto le prime alle elementari), ma con l’età adulta mi sono resa conto che non è sempre facile scegliere le parole giuste e la posizione corretta per dar loro un significato che sia il più possibile pregnante. La tua mi è piaciuta molto!

    La tua storia prosegue con un lirismo davvero delicato. Mi sono piaciute in particolare l’immagine della rosa con lo stelo di metallo che graffia il cuore e la muta domanda del protagonista maschile che trova già una risposta negli occhi sofferenti di lei. Hai giustamente posto l’accento sul percorso di “cura interiore” della protagonista, che desidererebbe ricominciare con il “lui” della storia ma sa di dover riflettere ancora. L’utilizzo dell’incipit e del tema, inoltre, non è solo corretto, ma risulta anche naturale.

    Complimenti davvero, la tua storia mi è piaciuta molto!

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    • Grazie!
      Di solito io e la poesia siamo due rette parallele, anche perché trovo molto difficile accostare le parole per fare in modo che si crei qualcosa di unico. Questa però devo dire che è uscita praticamente da sola, forse proprio per merito dell’incipit comune 😅

      Devo dire che l’immagine che avevo in testa non era chiarissima, nel senso che riuscivo a capire poco gli antefatti di questi personaggi, però sapevo che doveva esserci stato un momento di rottura tra i due e che lui era il “colpevole” della storia, soprattutto perché ha lasciato lei come un involucro spezzato, stanco ma comunque non del tutto insensibile… Boh, spero di esserci riuscita 😅

      Comunque grazie di nuovo!

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  3. Leggere le tue parole è stato come sentire una melodia. E’ stato un racconto breve ma intenso che ha spiegato il percorso di cura della protagonista nei confronti del suo cuore spezzato. Ti senti vicina a lei e comprendi quanto sia difficile, e a volte impossibile, riacquistare fiducia nell’amore. Bravissima, Federica.

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  4. Inizio facendoti i miei complimenti per come hai usato l’incipit, per come hai sviluppato tutto il resto: pura poesia. Non solo i versi, ma ogni frase secondo me ha una sua melodia, proprio come se fosse stata tutta una poesia. I sentimenti, le fragilità, le paure della protagonista, le domande e le rispose silenziose, danno mistero e allo stesso tempo ti fanno vedere tutto in modo chiaro: un amore travolgente, non sappiamo nulla del tempo, di come sia successo, tuttavia è chiaro che i sentimenti sono orti e la storia deve essere stata tormentata. Ti faccio i miei complimenti per tutto, sei stata davvero brava.
    Liv

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    • Grazie ❤️

      Sono contenta che ti sia piaciuto, anche perché, come dicevo qualche commento più su, non sono ferratissima con la poesia, quindi ero un po’ titubante nel pubblicarla! Soprattutto, grazie a questa rubrica, mi sto sforzando di esprimere un po’ di più i sentimenti, cosa che non mi riusciva particolarmente bene, come dicevo nel primo racconto (una vita fa ormai)

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  5. Ciao Federica! Ho letto il tuo racconto tutto d’un fiato ed è stato come spiccare il volo e tornare sulla terra in un lasso di tempo troppo breve. La poesia è splendida, ma l’impronta poetica permea l’intero scritto, è evidente, è commovente, così come naturalissimo è come hai inserito l’incipit molto difficile che dovevamo usare. Di certo mi hai commossa con le tue parole, solo che il non riuscire a comprendere il significato del titolo (e delle volte che usi lo stesso termine durante il racconto) mi ha un po’ spaesata… sono corsa subito sul traduttore e ho scoperto che dovrebbe essere irlandese? Oppure ha tutt’altro significato e io non ci sono arrivata! xD A parte questo dettaglio, la lettura è stata un’immersione totale nella poesia… bravissima!

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    • Ciao Anne!
      Sì, la parola è irlandese, ed è un modo affettuoso di chiamare la persona amata (credo di averne anche messo la traduzione nel racconto, ma potrei sbagliarmi 😅) e mi spiace che questa sua particolarità te lo abbia reso meno godibile! Ne terrò a mente per la prossima volta 😉

      A parte questo, grazie per le tue parole ❤️ ne sono davvero felice!

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  6. E io che pensavo di leggere adesso qualcosina di easy per andare a letto contenta… Perché mi do ascolto e decido di affrontare i vostri racconti ad orari improponibili? 😛 -tra l’altro, ho scelto due scritti profondamente drammatici… Penso di avere una sorta di lanternino con cui mi cerco ‘ste rogne di notte ahahah- Uffaaaaa ahahah Per colpa tua sono tristissima, sappilo, e ora voglio il seguito -perché ci sarà un seguito, vero? U_U- :3 Lei ha assolutamente bisogno di un riscatto, alla faccia di quello st****o, e so che tu gliene regalerai uno all’altezza 😉 Lo aspetto con gioia, soprattutto se risulterà “musicale” quanto questo suo predecessore vergato ❤

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    • Un seguito?! Oh, mamma, non credo – ti prego, non linciarmi! – anche perché non saprei dove andare a parare 😅 Scusa per averti appioppato una depressione emotiva 😓 però, anche tu, eh! Chiedi prima quando è meglio leggerli, no? Al prossimo ti metto il bugiardino con le direttive 😘😉

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  7. Questo tuo racconto è pura poesia. Complimenti. Scritto benissimo e in grado di donare forti ed intense emozioni. A presto. Silvia di Silvia tra le righe.

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  8. Ciao Federica! Sono commossa, sinceramente. Credo che tu sia riuscita a comporre qualcosa di veramente meraviglioso con l’incipit che vi ho proposto. Hai prodotto non solo una poesia che mi ha toccato il cuore, ma anche un racconto che ha saputo raggiungere le corde giuste dell’anima e incidersi a fondo, dove si conservano le cose belle. Questo tuo scritto è qualcosa di molto più che bello: è vero, è sincero, è la descrizione perfetta di come ognuno di noi si è sentito vivendo la fine di quello che credeva un grande amore. E tu l’hai raccontato con una dolcezza e una consapevolezza e una delicatezza raffinate, che incantano. Complimenti, di cuore. Sei stata bravissima!

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  9. Ciao Federica. Te la sei giocata proprio bene questa partita! Per prima cosa, hai recepito in pieno il tono dell’incipit, l’hai fatto tuo e l’hai reso ancor più potente nel racconto. E non era facile. Poi sei stata capace di creare una poesia davvero intensa. Non meno importante è il fatto che hai di netto cancellato il fattore tempo, dando al tutto quel sapore di universalità che permette a chi legge di immedesimarsi, a prescindere dal proprio vissuto. Hai raccontato attimi drammatici con una fluidità incredibile, la stessa dei pensieri che scorrono nella mente di chi vive questo tipo di situazione. E come quei pensieri, le tue parole sembrano scivolare via, ma di sicuro lasciano il segno nel profondo. Scrittura molto bella. Complimenti davvero.

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