Lost In Translation : Frankenstein

Buongiorno 😊

Alla fine sono riuscita a pubblicare anche oggi! E fa ritorno Lost In Translation, con un pezzo tratto da uno dei romanzi gotici che più adoro: Frankenstein di Mary Shelley!

Come sempre, prima avete la mia traduzione e poi l’originale 😊

CAPITOLO IX

Niente è più funesto per la mente umana, dopo che le sensazioni sono state rielaborate da una rapida successione di eventi, della calma mortale dell’inattività e della certezza che segue, che arida priva l’anima sia di speranza sia di paura. Justine morì, riposava, mentre io ero vivo. Il sangue scorreva libero nelle mie vene, ma disperazione e rimorso opprimevano il mio cuore, un peso che nulla avrebbe potuto rimuovere. Il sonno sfuggiva al mio sguardo; vagavo come uno spirito maligno, avendo commesso atti ignobili, orribili oltre ogni descrizione, e dell’altro, molto altro (mi convinsi), era là da venire. Eppure il mio cuore straripava di bontà e dell’amore per la virtù. Intrapresi la vita con benevole intenzioni, e assetato aspettai il momento in cui avrei potuto metterle in pratica e rendermi utile ai miei simili. Ora ogni cosa era esplosa: invece di una coscienza serena, che mi avrebbe permesso di guardare al passato con autocompiacimento, e da lì nutrire la promessa di nuove speranze, fui preso dal rimorso e dal senso di colpa, che mi spinsero verso un inferno di profonde torture, tali che non possono descriversi a parole.

Questo stato d’animo depredava la mia salute, che forse non si era ancora ripresa del tutto dallo shock iniziale che dovette sostenere. Sfuggii i volti degli uomini, ogni suono di gioia o compiacimento era una tortura per me; la solitudine fu la mia sola consolazione: una profonda, oscura e mortale solitudine.

 

CHAPTER IX
Nothing is more painful to the human mind, than, after the feelings have been worked up by a quick succession of events, the dead calmness of inaction and certainty which follows, arid deprives the soul both of hope and fear. Justine died; she rested; and I was alive. The blood flowed freely in my veins, but a weight of despair and remorse pressed on my heart, which nothing could remove. Sleep fled from my eyes; I wandered like an evil spirit, for I had committed deeds of mischief beyond description horrible, and more, much more (I persuaded myself), was yet behind. Yet my heart overflowed with kindness, and the love of virtue. I had begun life with benevolent intentions, and thirsted for the moment when I should put them in practice, and make myself useful to my fellow-beings. Now all was blasted: instead of that serenity of conscience, which allowed me to look back upon the past with self-satisfaction, and from thence to gather promise of new hopes, I was seized by remorse and the sense of guilt, which hurried me away to a hell of intense tortures, such as no language can describe.

This state of mind preyed upon my health, which had perhaps never entirely recovered from the first shock it had sustained. I shunned the face of man; all sound of joy or complacency was torture to me; solitude was my only consolation–deep, dark, deathlike solitude.

Spero che la mia versione vi sia piaciuta! Fatemelo sapere se vi va 😊

Come sempre, grazie per essere stati con me!

Alla prossima
Federica 💋

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Solitudine

Buongiorno 😊 e ben arrivato giugno, mi vien da aggiungere!

Approfittando di una breve pausa tra gli esami, oggi (e forse domani) riesco a pubblicare qualcosina! È un racconto per Il Club di Aven di questo weekend, a tema “Questa solitudine mi sta uccidendo”. Spero vi piaccia come l’ho rielaborato!

Chiara restò a fissare la porta del loro appartamento.
Restò impalata a lungo lì davanti, le dita strette attorno alle chiavi, tanto da sentirne i denti affondarle nella pelle. Quel dolore era tutto ciò che ancora la sosteneva. Se non fosse stato per quelle tre chiavi si sarebbe lasciata andare già da mesi.
Si era ripetuta molte volte che sarebbe stata in grado di andare avanti senza di loro. La convinzione che una vita senza Kevin e Charlotte fosse piena di possibilità era diventata il suo mantra. Si era buttata a capofitto negli studi, per preparare la tesi e laurearsi, pur di non pensare al vuoto che quelle due persone sconosciute avevano lasciato nella sua esistenza. Nel suo cuore.
E ci era riuscita. Fino a quel giorno.
Prese un respiro profondo. Si fece forza più che poté, infilando la chiave nella toppa.
La serratura scattò di colpo, uno sparo inatteso che la lasciò sconvolta. Non aveva nulla per cui sorprendersi; sapeva che se n’erano andati tre mesi prima, che la casa era rimasta vuota e silenziosa da allora. Eppure il pensiero le suonava estraneo, sbagliato.
I primi passi nell’appartamento furono un sogno e un incubo insieme. La sua mente e il cuore rivedevano tutti i giorni che vi aveva trascorso; le sembrava di sentire il respiro trattenuto di Charlotte quando voleva sorprenderla, sbucando all’improvviso da dietro il mobile all’ingresso. Per un terribile istante le parve che anche la risata di Kevin fosse tornata ad avvolgerla.
Poi arrivò la ragione e tutto tornò a farsi silenzioso. L’odore di chiuso permeava la casa, il buio nascondeva i mobili ed era impossibile che fossero rimasti quei brandelli del passato, fantasmi ancorati a un luogo che era stato abbandonato senza rimorsi.
Si mosse con sicurezza, la luce lasciata spenta di proposito per non ritrovare nulla. Non voleva la familiarità, perché la certezza di ricordare dove si trovasse ogni cosa, pur senza vederla, bastava a farla sentire triste. La solitudine provata in quei mesi le era più che sufficiente. Aggiungerne dell’altra l’avrebbe uccisa.
Quindi avanzò tra le ombre, scivolando veloce per non cadere nella tentazione. Tutto ciò che la circondava si era impregnato della gioia e della felicità vissute lì dentro, due emozioni svanite dalla sua vita per colpa di una telefonata. Non voleva rivederle e affrontare la realtà.
Era attorniata da tutti gli oggetti che avevano assistito alla sua stupida resa. Avevano il potere di rinfacciarle quanto fosse stata ingenua a innamorarsi di un uomo appena conosciuto. Potevano riportare a galla i frammenti rimasti del suo cuore spezzato.
Perché il suo amore per Kevin non era il solo a svuotarla. Incontrando lui, Chiara aveva aperto il proprio cuore a due persone, trovando in una bambina di nemmeno quattro anni una parte della propria anima. Amava Charlotte incondizionatamente e con un’intensità tale da spaventarla. Da quando se n’erano andati, avvertiva la sua mancanza con un’acutezza che le toglieva il respiro, quasi le avessero strappato il suo stesso cuore dal petto.
Non si spiegava quella sensazione, l’idea che le fosse stata portata via una parte di sé. In fondo, la piccola Lotte non era sua figlia, né lei desiderava prendere il posto di sua madre. Chiara era, e sarebbe rimasta, sempre e solo la sua baby-sitter. Eppure, senza accorgersene, aveva iniziato a volerle bene in modo diverso, più profondo. E lo aveva fatto anche con il padre di lei.
Entrambi si erano trasformati in una parte fondamentale della sua esistenza. Si accorse, con disappunto, che lo erano ancora. Capì che lo sarebbero sempre stati.
Poteva ignorare il dolore, il vuoto; poteva ascoltare la ragione e accettare che era giovane e si sarebbe innamorata di nuovo. Poteva fingere che le stesse bene sapere di aver perso di fronte alla madre di Charlotte. Ma la verità era che non ci sarebbe mai riuscita, non sul serio.
Più si ripeteva che Lotte aveva bisogno della sua mamma e non di una baby-sitter, meno ne era sicura. La gelosia la faceva sentire egoista. Quella donna li aveva abbandonati entrambi, li aveva fatti soffrire, ma le era bastato alzare il telefono per riavere la vita da cui era scappata. Una vita che Chiara sarebbe stata ben felice di accettare per sé.
E mentre la rabbia e la gelosia la divoravano, la solitudine congelava il suo cuore e la sua mente.
Si era allontanata dalla verità per sopravvivere. Però capì che non aveva portato a nulla.
Chiara si sentì sola e vuota, chiusa, abbandonata a se stessa proprio come quella casa.

Grazie per essere stati un po’ con me!

Buona giornata
Federica 💋

#CreativityBloggerWeek : Il Mondo delle Fiabe

Buongiorno 😊

Gli impegni sono tantissimi ma oggi non potevo proprio mancare! Perché è la #CreativityBloggerWeek! Grazie all’invenzione di Deb del blog Leggendo Romance… e non solo, è da Gennaio che prendo parte a questa favolosa iniziativa. Come nelle ultime occasioni, nell’ultima settimana di ogni mese il nostro gruppo di blogger pubblica dei post tutti diversi, tutti unici e meravigliosi. Non esistono limiti alla creatività, basta solo seguire il tema generale 😊

A Maggio si parte per… Il Mondo delle Fiabe!

Dalla prima volta in cui ho letto di questo tema, l’idea è stata quella di raccontarvi la mia fiaba preferita: La Bella e la Bestia!
Resa famosissima dal cartone animato della Disney, e poi dai due remake cinematografici, questa è una di quelle favole che credo sia stata riadattata di più nel corso della storia. Come tante fiabe, però, ha origini davvero molto antiche e significati ancora più profondi. Vediamo se riesco a sorprendervi
😉
La sua origine è nordafricana, meglio algerina! Può sembrare strano, ma non lo è, perché affonda le radici in un racconto altrettanto famoso, quello di Amore e Psiche. Questo è stato scritto da Apuleio in latino, è vero, ma deriva da una serie di storie di carattere orale che lo scrittore romano ha ereditato dalla sua infanzia. In queste fiabe berbere, a volte è un’eroe il protagonista, mentre la misteriosa creatura che ha al suo fianco è di sesso femminile. Altre è una fanciulla a dover cercare il proprio compagno.
Esattamente come in Amore e Psiche e, quindi, come ne La Bella e la Bestia.
Ma è solo nella Francia del XVIII° secolo che prende forma la fiaba come la conosciamo oggi. Il primato spetta a due donne: la prima è Gabrielle-Suzanne de Villeneuve, che ha l’onore di aver elaborato la sua versione originale; e poi Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, che, da quasi plagio della signora Villeneuve, ha rimaneggiato il racconto, trasformandolo nella fiaba arrivata fino a noi. C’è da dire che Madame de Beaumont ha cercato di rendere meno “peccaminosa” una storia destinata ai più giovani.
E in effetti, di dettagli peccaminosi, come di significati di questo tipo, ce ne sono abbastanza in questa fiaba (ma un po’ come in tutte). Basti pensare, per citarne uno anche insignificante, al colore delle due rose presenti nella storia: la prima, che doveva essere il dono per la Bella figlia del mercante e che scatena poi la furia della Bestia, è rossa scarlatta, in molte versioni, o bianca, non così frequente in realtà, entrambi simboli di due caratteristiche contrapposte della ragazza, da un lato la femminilità, dall’altro l’innocenza; la seconda, custodita nel castello, è rossa cremisi, o rossa tendente al rosa a volte, simbolo dell’amore e della passione amorosa.
Ovviamente, viste anche le origini, è normale che vi si nascondano molti più significati di quello che può sembrare a un primo sguardo, ma tra tutti quelli che si possono scovare in una ricerca anche frettolosa, il mio preferito è uno di quelli un po’ particolari e che vede la Bella e la Bestia come due lati della stessa medaglia. Entrambi, infatti, devono imparare ad amare un aspetto di sé e degli altri che hanno sempre rinnegato, vale a dire accettare la presenza di due elementi contrapposti in un unico essere, il Bene e il Male che ogni persona possiede. In quest’ottica, riconoscendo la bellezza e la bestialità insite in ognuno, si impara ad accettare se stessi ma anche gli altri, trovando coloro da amare davvero non per chissà quale carattere idilliaco, ma nella somma dei pregi e dei difetti.
È questo che mi è sempre piaciuto de La Bella e la Bestia: ti insegna che nessuno è perfetto, a iniziare dalla protagonista, ma che è possibile accettare e farsi accettare dagli altri anche quando tutto sembra far pensare il contrario. Nel bene e nel male di ciò che si è, è possibile trovare il modo di esprimere se stessi al meglio delle proprie possibilità, trovando la persona che dà significato a tutto il resto.

Questa era la mia fiaba preferita 😊 Voi ne avete una? Quel è quella che ricordate con più affetto?

Mentre ci pensate, vi lascio il calendario e i link ai blog partecipanti a questa #CreativityBloggerWeek :

~ Lunedì 27:
Leggendo Romance… e non solo

~ Martedì 28:
Libri, libretti, libracci ~ Reading at Tiffany’s

~ Mercoledì 29:
I miei magici mondi ~ Bookspedia

~ Giovedì 30:
On Rainy Days ~ Il regno dei libri

~ Venerdì 31:
Romance e altri rimedi ~ Scheggia tra le pagine ~ La nicchia letterariaLe recensioni della libraia ~ Il salotto del gatto libraio

Grazie per essere state e stati qui con me!

Passate una buona giornata e alla prossima
Federica 💋

Crossberry Park [Parte 2]

Buongiorno e buon lunedì!

Come si può notare, ultimamente sparisco spesso… Ci sto provando a essere presente, ma gli impegni non aiutano 😞  Perciò ho idea che per un po’ sarà così. Pubblicherò quando potrò, incrociando le dita affinché sia spesso!

Oggi voglio proseguire un racconto di qualche settimana fa: Crossberry Park. La storia vede protagonista Jane Yates, giovane direttrice di una scuola inglese sull’orlo del fallimento, e Edmund Crowling, proprietario dell’edificio e del terreno su cui sorge l’Accademia di Crossberry Park. Nella prima parte racconto, Jane ha cercato di scampare all’incontro con l’uomo per non dover ascoltare i suoi piani di chiudere la scuola e liberarsi così di un investimento fallimentare. Intercettata, tuttavia, da Edmund e messa di fronte alla sua intransigenza, la direttrice si vede costretta ha trascinarlo con sé nella serra per rimetterlo al proprio posto.

Ed è dal loro ingresso nella serra che si ricomincia oggi 😊

Edmund fu preso alla sprovvista. Miss Yates, la piccola, anonima Jane Yates, lo aveva trascinato quasi di peso oltre la soglia di un edificio spoglio e parco. Dentro regnava un calore insopportabile, che la faceva sudare dalla testa ai piedi, ma a lasciarlo completamente inebetito fu la vista che gli si parò davanti quando decise di affrontare la direttrice di Crossberry Park.
Tra tavoli invasi da rampicanti, piantine e fiori, tra vasi di terra sporchi e sparpagliati un po’ ovunque sul pavimento, dove cesoie e palette sembrano essere stati abbandonati da poco, Edmund si ritrovò impalato a fissare il viso esile e arrossato di una donna pronta a esplodere.
Aveva passato il segno. Se n’era reso conto nel momento in cui, nel giardino, aveva incrociato gli occhi verdi che negli ultimi due anni avevano reso la sua vita un vero inferno. Era pronto a sentirla urlare, si era persino preparato ai suoi insulti, ma si era detto che poi avrebbe potuto lasciarsi lei e il dannato Kent alle spalle senza rimpianti.
Quello che non aveva previsto era di ritrovarsi da solo con lei, vederla schiumante di rabbia e, allo stesso tempo, desiderare di non essere in nessun altro luogo sulla terra.
Perché Jane Yates, anonima direttrice di una scuola inglese, adesso sembrava una dea della guerra pronta a distruggerlo per aver osato mettere piede nel suo territorio. Non era più anonima, né insignificante; era la donna più bella che avesse mai visto.
Quel pensiero assurdo lo riscosse. Si era fatto annebbiare dal profumo dei fiori e dalla sorpresa di trovare in lei una vena combattiva che non sospettava esistesse, ma ciò non avrebbe cambiato nulla. Crossberry Park divorava le sue donazioni senza dare nulla in cambio, perciò avrebbe messo fine a quello spreco dei suoi soldi e del suo tempo entro la fine dell’anno. Poco importava che non avrebbe più rivisto lo sguardo colmo di furia che lo stava facendo sentire vivo.
«Che cosa diavolo le è preso?»
Non aspettò una risposta. Entrambi sapevano bene cos’era accaduto e perché si erano ritrovati in quella specie di serra malmessa. Erano lì perché lei non poteva permettersi di insultarlo di fronte a tutti.
Il suo tono duro e perentorio smosse qualcosa nella giovane donna che gli stava di fronte, perché la vide fare un passo avanti e puntargli l’indice al petto con un gesto secco.
«Tu sei il più grande, il più incredibile stronzo menefreghista che io abbia mai avuto la sfortuna di incontrare! Sei senza scrupoli! Te ne stai dall’altra parte del mondo tutto l’anno, metti piede qui solo quando ne hai voglia e hai la pretesa di decidere cosa fare della vita di queste persone, senza nemmeno pensare alle conseguenze! Arrivi qui, con il tuo bell’aspetto, le tue regole e il tuo dannato piano finanziario senza considerare che qui non si tratta di far quadrati dei numeri, ma di permettere a dei ragazzi di crescere e crearsi un futuro. Tu non ci hai salvati dal fallimento. Sei dannoso per la nostra esistenza. Tu sei… Sei come gli anguillulidi
Edmund si accorse di essere appena stato insultato non perché capì a cosa Miss Yates si stesse riferendo, ma perché lo stavo guardando in un modo tale da farlo sentire come in più orribile degli individui.
«Sono cosa?»
A quella domanda la donna sembrò perdere parte della sua rabbia.
«Un anguillulide» ripeté e arrossì quando si accorse che, per la seconda volta, lui non aveva idea di cosa stesse parlando. «È un parassita delle piante. Si nutre di quelle più giovani fino a farle marcire»
Perfetto. Lo vedeva come uno schifoso insetto pronto a cibarsi dei suoi studenti. Niente di più lontano dalla verità.
Stupito da un tale confronto, Edmund si avvicinò a uno dei tavoli, passando delicatamente il dito su uno dei boccioli colorati che adornavano l’interno della struttura. Quella donna, che tanto si era data da fare per osteggiare i suoi metodi e che credeva che non gli importasse delle vite altrui, si prendeva cura di quei fiori e degli studenti come meglio poteva.
Non aveva grandi possibilità, né per gli uni né per gli altri visto lo stato in cui versavano, eppure non si lasciava abbattere dalle difficoltà. Neppure dai suoi resoconti trimestrali e dalle mail che le inviava. Servivano a ricordarle che spettava a lui decidere quali spese fossero necessarie e quali no. In quei due anni gliene aveva inviate parecchie.
Però Jane Yates era ancora lì. Se avesse dovuto riconoscerle un merito, sarebbe stato quello. Era resiliente, proprio come lo era lui.
«Come si chiama?»
La sua domanda la colpì e stordì al tempo stesso. Fu evidente dallo sguardo confuso che gli lanciò, prima di capire che parlava del fiore e avvicinarsi. Fianco a fianco, la osservò con attenzione, passando in rassegna i suoi lineamenti e le gote arrossate, segno di un disagio che gli procurò una curiosa soddisfazione. Stava iniziando a piacergli quel lato suscettibile del suo carattere, lei che non sembrava mai perdere la pazienza.
Gli piaceva essere colui che riusciva a scatenarlo.
«È un alstroemeria. Alcuni lo conoscono come giglio degli Incas. Questo, però, è un ibrido abbastanza raro che ho coltivato con i ragazzi» allontanò il vaso dalle sue mani con un gesto secco. «È un fiore estremamente delicato»
«Così sembrava»
Edmund non guardava il fiore, non più. I suoi petali candidi e striati di sfumature cremisi avevano perso ogni attrattiva nel momento in cui lei era arrivata a un passo da lui. Averlo trascinato con sé aveva allentato la treccia corvina di Miss Yates, liberando alcune ciocche lungo il suo profilo e tentandolo per sistemargliele, solo per avere una scusa di cancellare anche l’ultima distanza tra loro.
Ritirò la mano, serrandola per impedirsi di toccarla. Sarebbe morto piuttosto che commettere una sciocchezza simile. Non importava quanto sembrasse eterea e splendida in quel momento; Jane Yates era la sua nemesi, l’ultima e unica difficoltà da sistemare per riavere indietro la sua vita.
«Non permetterò che tu chiuda l’Accademia» proseguì senza guardarlo, del tutto ignara di ciò che gli passava per la testa. «Crossberry Park accoglie studenti da quasi trecento anni e non lascerò questi ragazzi in balìa delle tue assurde pretese economiche, né ti permetterò di cacciarci. Fosse l’ultima cosa che faccio come direttrice»
Quando alzò il viso nella sua direzione, Edmund non riuscì a trovare le parole per contraddirla. Quelle iridi verdi brillavano con un’intensità fuori dal comune, trafiggendolo nel profondo e mettendo a dura prova la sua proverbiale intransigenza. La sua sicurezza non vacillava, perché sapeva cosa fosse meglio fare per evitare un fallimento, e lo stesso non riusciva a stroncare la fiducia di quella donna.
Tutti e due erano pienamente consapevoli del buco nero nelle finanze di Crossberry Park, era innegabile quanto fosse disperata la situazione di quella scuola. Edmund sentiva le parole premergli sulle labbra, sufficienti a metterla di fronte all’evidente tracollo del suo progetto ancora prima di iniziare, eppure l’idea di cancellare quella determinazione dal suo viso gli lasciava l’amaro in bocca.
Non voleva vederla delusa. Sentiva uno strano peso sul petto immaginando i suoi occhi tristi, distrutti dalla fine del sogno di vedere quei ragazzi prosperare e crescere grazie all’Accademia.
Capì di non voler essere lui il responsabile della fine di Jane Yates, indipendentemente da quello che gli sarebbe costato.
«Questa serra non è tenuta benissimo» commentò alla fine, sostenendo l’immediato sguardo in cagnesco di lei. «Ma mi aspettavo di peggio»
«Grazie, suppongo»
Il tono caustico gli strappò un sorriso, ma lo cancellò subito. Non doveva lasciarsi intenerire, poco importava quanto trovasse esilarante pungolarla. Stava per mettere un freno alla sua esuberanza, perciò doveva mantenere un contegno.
«Anche se è fatiscente all’esterno. Mi chiedo come faccia a non crollare» lei masticò un insulto che riuscì a sentire solo in parte, ma vide bene il fuoco omicida che la infiammò. «Ciò nonostante, i fiori sono splendidi»
Si mise a camminare per la serra, passando in rassegna le diverse piante che ospitava. Ce n’erano di diverse, tutte molto colorate, ed Edmund si sorprese nel trovarle interessanti. Ne aveva sempre ignorato l’attrattiva, non capendo come quella regione potesse essere diventata famosa per i suoi festival floreali. In quel momento ne comprese la ragione.
«Ho sempre pensato che il Kent fosse il mio inferno personale, a maggior ragione da quando ho ereditato questo posto»
«Beh scusa se fatico a…»
«Jane» la interruppe Edmund con fermezza, chiamandola per nome per la prima volta in due anni. Gli aveva dato dello stronzo, perciò poteva tralasciare le formalità. «Lasciami finire. Poi potrai insultarmi quanto vuoi»
La donna si zittì, intrecciando le braccia al petto in un movimento secco. Le labbra rosee erano tirate in una linea rigida e scontenta, tuttavia se ne stettero chiuse. Gli diede fastidio quella specie di smorfia. Quella megera lo stava plagiando e nemmeno si degnava di esserne soddisfatta. Certo, lei ancora non ne aveva idea, eppure pensò che avrebbe potuto dimostrarsi meno ostile.
«Alla fine del prossimo anno scolastico, Crossberry Park chiuderà» l’ammonì con un’occhiataccia quando provò a protestare. «Succederà, che io continui a finanziare questo posto oppure no, e lo sappiamo entrambi. Io lavoro con i numeri e so riconoscere un fallimento quando ne incrocio uno» lo stomaco di Edmund si contrasse vedendola abbassare le spalle di colpo, abbattute dal peso della verità. «Però puoi provare a dimostrarmi che la tua visione e la mia possono coesistere»
«Cosa?!» spalancò gli occhi, scioccata dalle sue parole. «Come?»
Edmund sospirò pesantemente, preparandosi a correre il rischio più grosso della sua carriera. «Ci sono più di cento show ed eventi floreali che vengono organizzati ogni anno, in ogni angolo del Kent, e per alcuni sono previsti dei premi in denaro e riconoscimenti, se si presenta una varietà molto rara. Se tu e i ragazzi riuscirete a partecipare ad almeno dieci di quelli, io creerò una campagna pubblicitaria per far conoscere le eccellenze di Crossberry Park»
«Quali eccellenze?» Jane seguì lo sguardo di Edmund per la serra e la sentì trattenere il respiro. «I nostri fiori?!»
«Esattamente. Trasforma questa serra sgangherata in un’attività. Gestiscila con i ragazzi, se preferisci, ma se vuoi che l’Accademia resti aperta, questa è l’unica possibilità che ti concedo, l’ultima. Se non funzionerà, chiuderò e venderò la tenuta»
Miss Yates abbracciò l’intera stanza con gli occhi velati di incertezza e preoccupazione. Assistere a quel momento lo fece sentire un bastardo senza cuore, perché lei stava di certo considerando le vite di chi a Crossberry Park ci viveva e sperava di continuare a viverci. Però era anche un uomo d’affari e non poteva permettersi di cedere, nemmeno per la bella e interessante miss Jane Yates.
«Perché?»
Perché mi piace vederti così agguerrita.
Si schiarì la voce, facendo a brandelli quel pensiero incoerente e recuperando un certo distacco. Doveva uscire e allontanarsi da quella gabbia di matti prima di esserne contagiato. Se non smetteva di trovare carina e desiderabile quella donna, di certo sarebbe impazzito anche lui. Già pensava di esserci pericolosamente vicino.
«Perché se è vero che so riconoscere i fallimenti, so anche capire quando un affare può diventare vantaggioso» infilò le mani in tasca, resistendo all’impulso di cancellare la ruga scettica in mezzo alla sua fronte. «Spero di non sbagliarmi»
La lasciò lì, da sola. Percorse la strada a ritroso verso l’edificio principale come se avesse il diavolo alle calcagna, invece di una anonima giovane donna.
Doveva andarsene da Crossberry Park. No, dal Kent. Meglio ancora, se ne sarebbe andato dall’Inghilterra per tornare a Washington. Laggiù stava bene, lontano da ogni problema che il suo passato gli aveva propinato sotto forma di una scuola e di una direttrice non poi così insignificante.
Non sarebbe rimasto un giorno di più. Né avrebbe ripensato alla visione che aveva avvolto Miss Yates. Se ne sarebbe dimenticato, anche se aveva l’impressione che sarebbe stato più difficile del previsto. Incredibilmente più difficile.

Spero che la continuazione della storia vi sia piaciuta! Personalmente mi piacciono molto questi due personaggi, ma io sono un po’ di parte ovviamente 😉 Fatemi sapere, soprattutto in caso qualcosa che vi non abbia convinto!

Grazie per essere stati con me e per essere passati a conoscere Jane ed Edmund!

Alla prossima
Federica 💋

The Last Kingdom (2ª Stagione)

Ciao a tutti 😊

Oggi pubblico un po’ prima del solito, perché sono un po’ di corsa! Questa mattina, infatti, si apre l’ultima sessione d’esame e da oggi fino a metà Giugno sarò super impegnata… Ma questo non mi impedisce di lasciarvi una recensione! E si prosegue con la seconda stagione della serie tv di cui vi parlavo un paio di settimane fa.

Titolo
The Last Kingdom
Ideatori
Paul Knight
Soggetto
Le storie dei re sassoni di Bernard Cornwell
Paese
Regno Unito
Anno
2015–
Genere
Storico
Stagioni

Episodi

26
Lingua
Inglese
Cast
Alexander Dreymon, David Dawson, Tobias Santelmann, Emily Cox, Simon Kunz, Harry McEntire, Joseph Millson, Ian Hart, Thure Lindhardt, Eva Birthistle, Gerard Kearns, David Schofield, Peri Baumeister, Eliza Butterworth, Peter McDonald, Mark Rowley, Alexandre Willaume, Julia Bache-Wiig, Ole Christoffer Ertvaag, Björn Bengtsson, Christian Hillborg, Cavan Clerkin, Arnas Fedaravicius, Jeppe Beck Laursen, Toby Regbo, Millie Brady, James Northcote, Adrian Bouchet, Ewan Mitchell

Subito dopo aver aiutato Alfred a sconfiggere i danesi, il guerriero Uthred parte alla riconquista della terra natìa. Ma il giovane non ha fatto i conti con le richieste del re sassone, né con la volontà dello zio paterno di mantenere il controllo su Bebbanburg, nonostante ne abbia ottenuto il dominio con l’inganno.
Infatti, dopo aver salvato dalla schiavitù un futuro possibile alleato di Alfred e averlo aiutato a riconquistare i suoi domini, la fiducia e la lealtà di Uthred vengono tradite proprio dall’uomo che ha salvato: venduto come schiavo, viene imbarcato su una nave come rematore e non fa ritorno a casa che dopo molti mesi di navigazione. Ma Alfred ha un debito con lui ed è pronto a tutto per salvargli la vita, affidando la missione a Ragnar, un danese suo nemico ma fratello di Uthred (in realtà, figlio dell’uomo che, nella prima stagione, lo ha rapito, cresciuto e trasformato in un danese).
La seconda stagione di The Last Kingdom, partendo con questa trama e seguendone gli sviluppi successivi, vede il guerriero instancabile Uthred vacillare, sia nelle convenzioni sia nella propria professione di lealtà nei confronti di Alfred, soprattutto quando appare chiaro che quest’ultimo non si fa scrupoli nello sfruttarlo a suo piacimento, tutto pur di ottenere l’unificazione dei diversi regni anglosassoni sotto un’unica corona.
Esattamente come la prima stagione, quello che mi ha colpito di questa serie è l’attenzione verso il dettaglio storico, la resa dei protagonisti e delle vicissitudini realmente accadute loro ma plasmate seguendo una narrazione fittizia che vede al proprio centro questo finto personaggio che svolge un ruolo fondamentale per l’avverarsi della Storia, quella successione di eventi e fatti tramandata fino ad oggi. Elemento chiave è sicuramente la doppia natura di Uthred: indeciso tra il suo essere sassone o danese, quello che fa di lui un individuo a tutto tondo è la forte etica e lealtà verso gli affetti e le persone che hanno importanza per lui, portando a un livello più quotidiano e umano quegli stessi eventi che sono finiti sui libri di storia e che oggi possono sembrare un po’ più impersonali.
Caratteristiche di questo personaggio sono anche, e soprattutto, l’irruenza e l’avventatezza, due elementi che contribuiscono a plasmarne il carattere, i comportamenti e le decisioni, le quali vengono anche prese in rapporto a un altro elemento fondamentale, il fato. È questo a muovere le azioni di Uthred, finendo per legarlo sempre di più ad una storia, dei personaggi e dei momenti chiave che non sembrano conservare traccia della sua presenza ma che, proprio per questo, ne diventano dipendenti.

Devo proprio dirvelo: questa serie mi sta appassionando sempre di più! E adesso non vedo l’ora di guardare la terza stagione!! Chissà cosa succederà!

Io ora scappo all’esame! Grazie per essere stati con me 😊

A domani
Federica 💋