Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar

Ciao a tutti!

Anche per oggi ho scelto di portarvi al cinema con me e vi devo confessare che ho impiegato un sacco di tempo per decidermi a scrivere la recensione di quest’ultimo pezzo della iper conosciuta saga di Pirati dei Caraibi… Ma adesso eccola qui!

Titolo
Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar
Titolo originale
Pirates of the Caribbean: Dead Men Tell No Tales
Regia
Joachim Rønning, Espen Sandberg
Anno
2017
Genere
Azione, avventura, fantastico
Lingua
Inglese
Paese di produzione
Stati Uniti d’America
Soggetto
Terry Rossio & Jeff Nathanson (storia), Ted Elliott, Terry Rossio, Stuart Beattie & Jay Wolpert (personaggi)
Sceneggiatura
Jeff Nathanson
Cast
Johnny Depp, Javier Bardem, Brenton Thwaites, Kaya Scodelario, Kevin McNally, Geoffrey Rush, Orlando Bloom, Keira Knightley, Paul McCartney

Quinto capitolo della saga dedicata a capitan Jack Sparrow, in questa nuova avventura i protagonisti diventano due new entry che, più che promettere di rilanciare ls saga in nuove avventure, la fanno atterrare in un “trito e ritrito” che mi ha un po’ delusa.
A fare da padroni in Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar, infatti, ci sono Henry Turner, figlio di Will ed Elizabeth Turner, e Carina Smyth, giovane intelligentissima accusata di stregoneria a causa della sua vasta cultura e della sua curiosità. Oltre che all’ormai imprescindibile capitan Jack Sparrow che, barattando la sua famosa bussola, si ritrova inseguito dal capitano Armando Salazar e dalla sua ciurma di morti. Differenze con il primo film? Nessuna. Differenze dagli altri? Poche.
Effettivamente è ormai un consueto meccanismo narrativo che Jack Sparrow venga inseguito a causa di qualcosa che ha fatto in passato e che questo si ripercuota anche sugli altri personaggi, costringendoli a fuggire e a barcamenarsi tra prigionie varie e imprevisti di ogni genere. 
Anche questa volta, poi, c’è un oggetto da recuperare e che promette di spezzare ogni maledizione lanciata dal mare (come quella che vincola Will Turner all’Olandese Volante). 
Tale oggetto, il Tridente di Poseidone, diventa il fulcro del viaggio di Henry, Carina, Jack e di Hector Barbossa, storico nemico-amico di Sparrow. Come vedete, a parte un cambio di nomi, la trama si riduce agli stessi espedienti di Pirati dei Caraibi – La maledizione della prima luna: coppia di giovani (innamorati o quasi), maledizione di un qualche tipo, flotta di non-morti e infine Jack Sparrow a fare da collante.
A rendere diverso quest’ultimo film dagli altri subentra solo una piccola parte verso il finale e che coinvolge Barbossa e Carina. Senza fare spoiler, posso dirvi che ho apprezzato la scelta fatta da capitan Barbossa e me lo ha reso ancor più simpatico di quanto già non fosse (è sempre stato il mio personaggio preferito)! E ovviamente mi è piaciuta la sconclusionata natura di Jack Sparrow, una caratteristica imprescindibile per la saga che qui compare, ma resta un po’ sotto tono, quasi che fosse oscurata dall’ormai evidente avanzare dell’età.
Ultima nota dolente del film sono i due cameo di Keira Knightley e Orlando Bloom, che riprendono i loro ruoli di Elizabeth e Will Turner per una reunion che forse poteva anche essere evitata. Non dico che non mi abbia fatto piacere, ma la avrei apprezzata di più se avesse significato la chiusura della saga e non l’inizio di un nuovo possibile ciclo!

Forse ho capito perché ho impiegato tanto a scrivere la recensione… Ho dovuto metabolizzare una scoperta poco piacevole: dopo il secondo film è iniziato il declino! È una bella saga però credo abbia perso l’appeal e la verve dei primi due capitoli! Voi che ne dite?

Ci risentiamo dopo il weekend per una nuova recensione!
Federica 💋

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2:22

Buongiorno e buon Venerdì! Anzi, buon inizio di Settembre 😊

Questo è il mio mese (tra qualche giorno ci sarà il mio compleanno) e non vedo l’ora di iniziarlo con nuove recensioni, tutte da leggere e da segnare, se volete vedere e scoprire film, libri e serie tv! Oggi inizio proprio con un film, non nuovissimo perché è uscito il mese scorso, ma che darà inizio a questa nuova serie di recensioni. Pronti??

Titolo
2:22 – Il destino è già scritto
Titolo originale
2:22
Regia
Paul Currie
Anno
2017
Genere
Thriller
Lingua
Inglese
Paese di produzione
Stati Uniti d’America
Sceneggiatura
Nathan Parker, Todd Stein
Cast
Michiel Huisman, Teresa Palmer, Sam Reid, Simone Kessell, Maeve Dermody, Kerry Armstrong, John Waters

Dylan è un controllore di volo particolarmente bravo nel suo lavoro, finché un giorno, distratto da un’anomalia nei sistemi causata da una interferenza interstellare, si ritrova a evitare per un soffio la collisione tra due aerei e la morte di quasi 900 persone. Momentaneamente sospeso dal lavoro, le sue giornate si ripetono identiche, tanto che Dylan inizia a notare uno schema ricorrente: tutti i giorni, gli stessi eventi si ripetono ad un orario preciso, in una sequenza che si conclude alle 2:22 del pomeriggio alla Grand Central Station di New York, dove una piccola esplosione sconvolge gli ignari passeggeri.
All’inizio, date queste premesse, il film si costruisce su una sorta di loop temporale, seguendo stampo dei classici film fantascientifici: una stella morente, con le emissioni cosmiche, influenza il tempo sulla Terra e il solo a percepirne l’esistenza e la portata è Dylan, il quale realizza che questa sequenza di eventi deve portare a una conclusione, a un evento culminante che segnerà la vita di Dylan.
È nella scelta di quale sia questo evento culminante che, a mio parere, la trama perde un po’ di consistenza e credibilità. Ci sta la storia d’amore tra Dylan e Sarah, scampata al disastro aereo che lui ha quasi causato, ma che questa fosse il motivo centrale e scatenante del loop temporale mi ha un po’ delusa. Fino a tre quarti del film il lato fantascientifico ha dominato e questo ha reso la storia davvero interessante, perché restavano un mistero le cause di questa ripetitività. Poi, rivelatane la causa, scade nel dramma romantico che, per carità, mi piace ma avrei preferito restasse più un contorno che la vera chiave attorno alla quale è costruita la storia.
2:22 è un bel film, con una recitazione credibile e non deludente da parte dei protagonisti e con degli effetti speciali che, sebbene siano pochi, rendono l’idea dell’influenza cosmica da parte della stella morente in maniera impeccabile. Tuttavia sono rimasta delusa dalla piega che ha preso verso il finale, sia perché dal trailer e dalla trama mi aspettavo tutt’altro, sia perché questa concentrazione romantica ha portato con sé anche delle rivelazioni decisamente scontate e senza sorprese.
Ve lo consiglio? Sì, se volete vedere una storia d’amore. No, se vi aspettate un film alla Limitless o alla Sliding Doors.

Voglio ovviamente sapere se lo avete visto e nel caso come vi è sembrato!! Ditemi tutto, anche se volevate vederlo e avete perso l’occasione 😊

A presto
Federica 💋

[Domino letterario] “Quattro tazze di tempesta” di Federica Brunini

Buongiorno 😊

Oggi il blog riprende le sue consuete attività e si riparte con un appuntamento mensile che tanto mi piace, il Domino letterario!! Ormai sapete che consiste in una catena di libri scelti per collegare i diversi blog partecipanti ed io questa volta vi par.o di Quattro tazze di tempesta di Federica Brunini!

Titolo
Quattro tazze di tempesta
Autore
Federica Brunini
Editore
Feltrinelli
Anno
2016
Genere
Narrativa
Formato

Cartaceo
Pagine

205
Prezzo
12,75€
Acquisto
Ibs

Viola vive in un paesino del Sud della Francia, in una grande casa che divide con la sua cagnolina Chai. Ha un negozio di tè provenienti da tutto il mondo. La sua passione è trovare la miscela giusta per le emozioni di ogni cliente e inventare ricette gourmandes a base di tè. C’è un infuso per ogni stato d’animo, e lei li conosce tutti: strappa-sorrisi, leva-paura, antimalinconia, sveglia-passione, porta-gioia, tè abbraccio…
Per il suo compleanno, Viola raduna sempre a La Calmette le sue tre amiche storiche per un rendez-vous a base di chiacchiere, relax, bagni di sole e profumo di lavanda.
Quest’anno, però, è diverso. Nonostante la gioia di rivedere le amiche, Viola è tormentata dal dolore per la morte del marito. Mavi, l’unica mamma del gruppo, è perennemente stressata. Chantal, insegnante di yoga in cerca del suo posto nel mondo, è insicura del compagno, molto più giovane di lei. E Alberta, un architetto in carriera, è distante, troppo presa dal lavoro e da un nuovo, misterioso amore.
Nessuna delle quattro donne sembra essere la stessa che le altre conoscono, o credono di conoscere. Ognuna cova dentro di sé un’inaspettata inquietudine, che monta di ora in ora come una tempesta fino a scoppiare all’improvviso davanti alla torta di compleanno di Viola e alla sua ignara assistente Azalée.
Tra illusioni e delusioni, rimpianti e rivincite, lacrime e risate, le quattro donne si confronteranno con i loro sogni di ragazzine e le realizzazioni più o meno mancate dell’età adulta. E attraverseranno la tempesta per uscirne trasformate e più forti.

Quattro amiche quarantenni che, per il terzo anno di fila, si ritrovano a festeggiare il compleanno di una di loro nello sperduto paesino camarguo La Calmette. Questo è lo sfondo sul quale si intrecciano le vite di Viola, Mavi, Chantal e Alberta, amiche e sorelle da vent’anni, e che rappresenta il momento di svolta che le porterà a dover fronteggiare ricordi dolorosi, desideri e aspettative disilluse, nonché tutta una serie di delusioni nate da una routine quotidiana per nulla soddisfacente.
Queste quattro donne, ognuna con il proprio bagaglio emotivo carico di amarezza e rimpianto, si trova al centro, in questa cinque-giorni-tra-ragazze, di una vera e propria eruzione vulcanica che metterà a soqquadro le loro esistenze: Viola, trasferitasi a La Calmette tre anni addietro per sfuggire al dolore e al senso di colpa, è costretta a immergersi di nuovo nella propria sofferenza e a scrollarsi di dosso l’apatia che ha caratterizzato e reso vuota la sua esistenza; Mavi, donna in carriera/moglie/madre iper realizzata, vede andare in fumo le certezze che fanno di lei la più soddisfatta della propria esistenza tra tutte le amiche e si ritrova a chiedersi chi sia lei, la vera se stessa, rispetto a tutte le etichette con le quali credeva di aver soddisfatto i desideri di una vita; Chantal, anima zen del gruppo, artista mai realizzata e maestra di yoga a tempo perso, deve fare i conti con i pro e i contro che la sua esistenza senza schemi ha comportato, trasportandola verso i quarant’anni senza che lei se ne accorgesse e mettendola di fronte al grande dilemma di cosa farne adesso della sua vita così libera; infine, Alberta, interior designer di successo ma senza una vita quotidiana regolare, si ritrova faccia a faccia con i propri problemi relazionali e con quelli che non ha mai saputo affrontare in passato, relegandole in un angolo dimenticato della propria mente.
Queste quattro amiche, all’apparenza realizzate e senza grandi rimpianti, si sgretolano durante i cinque giorni insieme, restando precariamente attaccate a se stesse e alle altre solo grazie a un elemento centrale nella vita di Viola, il tè. Tazze di tè, infusioni di ogni genere e cibi realizzati a partire da una particolare miscela di foglie sono il filo conduttore che impedisce a queste quattro donne di crollare, che ne accompagna la discesa verso il momento più buio delle loro esistenze e che rappresenta il culmine della riscoperta di loro stesse e di ciò che è necessario fare per risollevarsi e ricominciare da capo. E devo ammettere che è il punto che più mi è piaciuto in tutto il libro, perché sono abbastanza teinomane anche io e ho trovato incredibile questa corrispondenza tra infusi e stati d’animo. Esiste una miscela per ogni situazione e sentimento e Quattro tazze di tempesta ne racconta l’importanza pagina dopo pagina.
Devo ammettere, però, che una delle poche cose che mi ha entusiasmato nel libro. All’inizio infatti ho fatto fatica a farmi coinvolgere dalle storie di Viola, Mavi, Chantal e Alberta. Ho avvertito un certo distacco, stilisticamente parlando, tra le emozioni descritte e le parole usate per farlo, come la distanza emotiva che mi ha impedito di immedesimarmi nelle quattro storie raccontate (quella di Mavi in particolare, perché mi è sembrato strano il suo riferirsi a suo figlio come a “l’Erede”, senza mai chiamarlo per nome una volta! Quale madre lo farebbe?).
Tuttavia, nonostante non abbia avvertito questa vicinanza alle quattro protagoniste, con il procedere della trama e la scoperta di ciò che ha portato Viola a trasferirsi a La Calmette, si avverte un cambio emotivo che mi ha avvicinata di più ai sentimenti che cercano ognuna di affrontare e trasmettere a chi legge. Questo aspetto lo rende un bel libro, non entusiasmante ma pur sempre una lettura gradevole che lascia qualcosa una volta ultimata: la certezza che, in ogni momento della nostra vita, vale la pena dare tutto ciò che abbiamo per affrontarlo, sia nella felicità sia nel dolore.

Ed eccoci alla fine della mia “tessera” del domino di Agosto! Io sono la prima della giornata e vi aspettano altre tappe! Vi lascio il calendario completo 😊

A presto
Federica 💋

In vacanza con “Glow”

Ciao e buon Sabato ❤️

Quest’oggi chiudo la settimana con una nuova recensione di una serie tv che ho adorato e che mi auguro venga continuata perché è una delle migliori che ho guardato nell’ultimo periodo!!

Titolo
Glow
Ideatori
Liz Flahive, Carly Mensch
Paese
Stati Uniti d’America
Anno
2017
Genere
Commedia, drammatico
Stagioni
1 —
Episodi
10
Lingua
Inglese

Ruth Wilder, un’aspirante attrice che riceve un invito per partecipare a un nuovo programma di wrestling, le Grandiose Lottatrici del Wresting (GLOW). Ruth si ritrova a dover lottare con un gruppo di donne dalla personalità eccentrica sotto la guida di Sam Sylvia, uno scorbutico regista di B movie.

La serie, targata come originale Netflix, affronta la nascita del primo programma televisivo di wrestling femminile a metà degli anni ’80 e lo fa con uno sguardo divertito, canzonatorio, ma anche attento all’aspetto psicologico che si cela dietro i protagonisti e ai cambiamenti che Glow (questo il nome scelto per lo show) porta nelle loro vite.

GLOW

Nessuno, dal produttore al regista e alle attrici che dovrebbero mettere in scena lo spettacolo per il pubblico pagante, è umanamente integro, soddisfatto o privo di problemi. Ognuno di loro, per vari motivi, fa acqua da tutte le parti e se messi insieme non sembrerebbero in grado di portare avanti il progetto senza rischiare di colare a picco di fronte a ogni nuovo ostacolo da superare.
Eppure, senza nessuno che scommetta veramente su di loro, ci riesco, si risollevano, e Le Gloriose Lottatrici del Wrestling (in originale Gorgeous Ladies of Wrestling o GLOW) diventa non solo un programma, ma prima di tutto è il collante capace di rimettere tutti in carreggiata e di creare dei legami tra donne che non avrebbero mai avuto nulla in comune.
La trama, di certo, crea una selezione tra il pubblico, perché chi detesta il wrestling non credo le darebbe un’occasione. io, quando mi capita di trovare programmi di wrestling alla tv, cambio senza nemmeno dare loro una chance, ma voglio comunque consigliarvela. Il centro dell’interesse qui è sul dietro le quinte di questa attività d’intrattenimento, su come da uno scatafascio più totale si possa costruire qualcosa di buono e redditizio, senza tralasciare lo spazio per scavare nei problemi quotidiani e nel contesto storico-sociale, trasformando tutto in un elemento dello spettacolo e far così sparire il confine fra realtà e finzione.

Come sempre, spero di avervi fatto conoscere qualcosa di nuovo e che vi possa piacere!

Per circa una decina di giorni il blog andrà in vacanza, perciò oggi non solo vi lascio questa recensione e vi auguro di passare un buon weekend, ma vi saluto anche per un po’! Ci risentiamo a fine mese con il ritorno del Domino letterario!!

A presto!
Federica 💋

Bad Wolf [Capitolo 2]

Ciao 😊 Chiudo la settimana con questo secondo capitolo del racconto Bad Wolf! Come al solito, io ho controllato che non ci fossero refusi ma non sono sicura che sia effettivamente così… Spero non ce ne siano!

Buona lettura!!

Rientrando dalla porta sul retro sono sorpresa da tre paia di occhi. Tobias e la nonna mi salutano alzando il cucchiaio dalla ciotola di quella che ha tutta l’aria di essere minestra di cavolo, invece mia madre mi rifila un’occhiata torva.
Appena uscita dal folto della foresta, ho costeggiato un quarto del perimetro del villaggio per arrivare all’edificio di pietra che fino a due anni fa era casa di mia nonna e mi ci sono sprangata dentro.
Mi serviva un posto in cui calmarmi e dove potessi riparare la tracolla. Ci ho passato un’ora buona, controllando che non avessi tagli o ferite visibili, e sono riuscita a trovare anche la mantella di scorta.
La appoggio al chiodo infilato nella parete. È identica a quella che ho lasciato nel bosco, perciò nessuno si accorgerà della differenza. Nessuno sospetterà che mi è accaduto qualcosa. Se mia madre intuisse che un lupo mi ha attaccata, sarebbe la fine. Impazzirebbe.
«Sei in ritardo» si avvicina al camino, dove sobbolle un pentolone mezzo pieno, e versa un mestolo di zuppa in una scodella, dopodiché lo appoggia con un gesto secco sul lato del tavolo più vicino a me. È furiosa.
«Mi sono fermata a casa della nonna per riparare la borsa» afferro la cena e prendo posto accanto a Tobias. «Si è impigliata in un ramo mentre rientravo»
La zuppa calda è un toccasana, sia per lo stomaco, sia per i nervi. Il calore mi da un po’ di stabilità e la certezza di essere in un territorio che conosco, di poter affrontare il da farsi con la mente lucida. Le gambe tremano ancora un po’ ma finché riescono a tenermi su, io non vacillo. Tutti hanno bisogno che continui ad andare nei boschi. Un lupo non mi fermerà.
«E la mantella?» la nonna alza gli occhi dalla zuppa e mi fissa. «L’hai cambiata»
«È la stessa di questa mattina» sorrido. «Mamma ti ho preso la corteccia di castagno. Ce n’è abbastanza per un centinaio di decotti»
«Un’altra epidemia di prurito?» Tobias allunga le dita verso il collo, dove i funghi dell’inverno scorso gli hanno lasciato delle macchioline rosa scuro.
Per evitare che grattasse le croste ho dovuto legarlo al letto e nonostante tutto, non sono riuscita a evitare che gli lasciassero i segni.
«Tranquillo, quest’anno le cinghie non si allenteranno»
«Quest’anno si spera che non succeda di nuovo, altrimenti i danni non si conteranno» il lato positivo di mia madre colpisce sempre nel segno, specie se è arrabbiata. È capace di gelare il sangue alle persone più di quanto possa fare un predatore dei boschi.
«Come vanno le cose con i sorveglianti?» al mio rientro, il registro era già stato firmato nella colonna con il mio nome. Tobias deve averlo fatto prima di smontare dal turno di guardia.
«Conb mi fa lavorare parecchio. Ma se si tratta di controllare i registri, direi che ha molta fiducia in me» occhiata furtiva, sorrisetto.
Tobias è veramente facile da leggere e anche mia madre e mia nonna capiscono cosa ha fatto oggi e cosa fa sempre per me.
Lo sguardo di biasimo di mia madre centra entrambi, ma io sono la sola a risentirmene. Il suo continuo astio per quello che faccio e per i luoghi in cui vado mi fa soffrire. Amo i boschi, ma non ci vado solo per me stessa. Lo faccio per lei, per la nonna, per mio padre e per tutte le persone che vivono nel nostro villaggio. Non sono io ad aver bisogno di tutte quelle medicine.
«Papà ha già mangiato?» domando e al cenno di no di mia madre mi alzo e riempio di nuovo la scodella.
«Glielo porto io» vicino alla porta della camera mi passa un boccettino di vetro. Dentro, una purea biancastra ondeggia a ogni movimento.
Detesto vederlo prendere questo intruglio ma serve a farlo stare meglio, anche se il solo momento che gli è rimasto per stare bene è quando non sente dolore.
Con passo felpato entro nella stanza dove dormono i miei genitori e Tobias, cercando di non far spaventare mio padre. La sua testa si muove nella penombra, un soffio leggero come respiro e un nome sussurrato quasi senza voce. Il mio. Mi riconosce sempre.
Non mi stupisce che sia sveglio; sono poche le ore in cui riesce a rilassarsi abbastanza da prendere sonno. Sposto la sedia appoggiata alla parete vicino al letto e accendo una candela nuova con il moncherino di quella vecchia.
Adesso il viso scavato di mio padre si vede benissimo. La pelle bianca e grinzosa gli segna gli zigomi e gli angoli degli occhi, perennemente chiusi; ha le labbra secche e la pezza che dovrebbe usare per tenerle umide è appoggiata di traverso sul collo. La sposto sulle mie ginocchia mentre mi siedo e lo scopro leggermente, liberando dalla coperta il petto scheletrico. Quando ero piccola era così forte e grande; mi fa male vederlo così.
«Melody» mormora e dopo aver posato la scodella sul comodino, lo aiuto a raddrizzare la schiena per mangiare. «Li hai trovati?» chiede, con la voce rotta per lo sforzo.
Il cuore mi si spezza. Non avrebbero dovuto dirgli che sono andata nei boschi.
«No, papà. Mi dispiace» lo vedo spegnersi e non posso fare nulla per consolarlo.
Vorrei dirgli che ho trovato le tracce degli animali che si nutrono dei fiori che tanto vuole ma non è così. Non so nemmeno se esistano davvero.
Sciolgo un cucchiaio raso di purea bianca nella minestra e imbocco mio padre finché non la finisce tutta. Lo faccio stendere di nuovo e resto seduta in silenzio accanto a lui finché il suo respiro non si fa calmo e rilassato.
Era a quei fiori che pensava nel sussurrare il mio nome.
Sono chiamati Blue Melody, per via del loro colore, ma al villaggio sono conosciuti come Melodia di lacrime, perché credono che siano in grado di curare qualsiasi malattia e che possano persino vincere la morte in cambio di alcune lacrime. Sono tutte stupidaggini e nessuno ha mai visto davvero un fiore di Blue Melody. Ma mio padre si aggrappa alla loro esistenza come un disperato e io non riesco a cancellare le sue speranze. Fino a qualche anno fa li cercavo, ma adesso ho smesso di farlo. Sono stanca di inseguire qualcosa che non esiste.
Bagno la pezza nel catino di acqua accanto al letto e tampono per un po’ le labbra di mio padre. La malattia lo sta consumando sempre di più; giorno dopo giorno le sue condizioni peggiorano e nessuno è riuscito a capire quale sia la causa del suo male. Tutto ciò che possiamo fare è sciogliere quella purea bianca nel cibo e calmargli il dolore.
Uscendo dalla camera mi ritrovo faccia a faccia con mia madre. Ha ancora la stessa espressione dura.
Prende la scodella e la boccetta senza dirmi nulla, ben sapendo che un suo silenzio fa più male di un rimprovero. Non parlarmi era la punizione che adottavano quando ero piccola; fingevano che non esistessi finché non ero io a chiedere scusa. Adesso può anche comportarsi come se non fossi qui, ma per quanto mi ferisca non le dirò che mi dispiace di essere andata nei boschi.
Mi siedo di nuovo al tavolo, dove Tobias sta schiacciando nel mortaio alcune radici di artemisia che ho raccolto oggi. I suoi movimenti non sono fluidi come vorrebbe la nonna, che lo tiene costantemente sotto controllo, ma ha abbastanza forza da ridurre tutto in una pappetta grossolana in poco tempo. Gli do il cambio quasi subito, sia perché deve tornare ai cancelli per fare la guardia di notte, sia perché la nonna vuole insegnarmi delle nuove ricette.
La nostra famiglia si occupa di rimedi da otto generazioni, trasmessi dalla capofamiglia più anziana, e nel villaggio siamo gli unici a usare ancora le piante selvatiche.
La nonna mi mette davanti ad un volume enorme, pieno di ricette e di descrizioni di piante. Le mani le tremano mentre lo apre ma cerca di trattenere i movimenti involontari quel tanto che basta per non lasciarsi sfuggire la carta.
Sulla pagina fissata dietro la copertina è disegnata una mappa dei boschi attorno al villaggio, con indicate le posizioni precise di alcuni alberi secolari e delle piante che crescono lì attorno. Il mio primo incarico è controllare se i nomi delle piante raccolte oggi sono già segnati nei luoghi dove le ho trovate; aggiungo solo “erica” nella zona pianeggiante sopra la collina.
«Melody fa’ attenzione» la nonna solleva dalla mappa la mano con cui non sto scrivendo.
Il polpastrello dell’indice è cosparso di inchiostro e sulla carta c’è una chiazza nera invece della piccola traccia che dovrebbe rappresentare la depressione nelle quale ho rischiato di cadere oggi.
L’ho completamente cancellata, ho continuato a sfregare la carta finché il calore del mio corpo non ha sciolto l’inchiostro. Una parte di me vorrebbe sciogliere in quel modo anche il ricordo di ciò che ho visto.
Lascio immediatamente cadere la piuma sul tavolo e mi alzo per prendere dell’acqua, un pennellino e il mio coltello.
Mi sembra di soffrire dello stesso male che tormenta la nonna mentre cerco di rimediare al danno che ho causato; non riesco a mantenere la presa attorno al pennello e devo sforzarmi più volte di tenere la mano ferma nel passarne la punta umida di acqua sulla pagina. Ripeto l’operazione finché non resta solo un alone grigiastro e poi appoggio il libro dal lato del tavolo più vicino al caminetto, aspettando che la carta asciughi abbastanza da poter raschiare via la macchia senza romperla.
Fortuna che mia madre si è ritirata per la notte poco dopo che Tobias se n’è andato, altrimenti mi avrebbe guardato storto anche per aver rovinato la mappa delle erbe. La nonna non è entusiasta per quello che è successo, ma almeno non mi rimprovera per ogni cosa che faccio.
Credo abbia capito che mi è successo qualcosa; la nonna è sempre perspicace quando si tratta del mio rapporto con la foresta, però non sono sicura che i suoi pensieri si siano avvicinati alla verità. Ha vissuto una vita intera a contatto con quel luogo ma nemmeno lei potrebbe immaginare che esiste una creatura come… No, non può sapere cosa ho incontrato.
La guardo mentre sfoglia il libro, senza più voglia di insegnarmi nulla per questa sera. Ha la schiena curva, girata verso la bocca del camino per tenerla al caldo, e le mani affusolate e grinzose, come vecchie pagine vissute e consumate dal tempo.
Ricordo che da bambina passavo molto tempo a casa sua, la guardavo preparare infusi e medicine per tutto il giorno; una volta ho assistito mentre curava un giovane cacciatore ferito e allora quelle mani così capaci e instancabili sono diventate il simbolo di tutto ciò che io avrei voluto essere. Vedere come tremano adesso è qualcosa che mi lascia ogni volta un senso di tristezza, lo stesso che provo guardando mio padre nel suo letto.
Le persone che fino a ieri mi hanno protetta, oggi hanno bisogno che sia io ad avere cura di loro.  Se potessi stringere un patto con il tempo, chiederei di restituire loro ciò che è già trascorso.
Se i Blue Melody esistessero, piangerei fino a non avere più lacrime.