Tre anni di “Alethè”

Oggi ricorrono tre anni dalla pubblicazione di Alethè!

Il tempo passa incredibilmente in fretta, davvero! Però, guardandomi indietro, non posso dire di non essere soddisfatta 😊 Ci sono situazioni che avrei potuto gestire meglio? Sì. Peggio? Spero di no. Adesso tutto quello che conta è essere arrivata fin qui e festeggiare. Soprattutto, festeggiare con voi.

A questo proposito, come lo scorso anno,  ho pensato di farvi un regalo: solo per oggi, l’ebook di Alethè sarà scaricabile gratuitamente! Vi basta cliccare sulla copertina qui sotto

E se vi va, sarei felicissima di ricevere una vostra recensione, che vi sia piaciuto oppure no 😊

Vi auguro un buon weekend! A Lunedì
Federica 💋

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“Beautiful Bastard Series” di Christine Lauren

Buongiorno e buon Giovedì 😊

Oggi, diversamente dal solito, non vi parlerò di un solo libro, bensì di un’intera serie e dei suoi 10 titoli!

Serie: Beautiful Bastard
Autore: Christine Lauren
Traduzione: Cristina Chiappa
Titoli:
Beautiful Bastard (#1), Beautiful Bitch (#1.5), Beautiful Stranger (#2), Beautiful Bombshell (#2.5), Beautiful Player (#3), Beautiful Beginning (#3.5), Beautiful Beloved (#3.6), Beautiful Secret (#4)Beautiful Boss (#4.5), Beautiful (#5)
Cliccando sui titoli trovate le singole trame
Genere: Romance
Formato
: Ebook
Acquisto:
Amazon

Parlare di una serie intera non è facile, perché ogni libro e i suoi protagonisti sono diversi l’uno dall’altro e tutti hanno delle caratteristiche che li rendono unici, a modo loro.
Chloe e Bennett, Max e Sara, Will e Hannah, Ruby e Niall e Jensen e Pippa sono le cinque coppie che animano i dieci libri della serie (cinque principali e cinque spin-off), ognuna in un modo diverso ma tutte con una carica di sentimenti e di attrazione che rende i libri dei perfetti esempi del genere romance.
La serie Beautiful Bastard, in linea generale, segue lo stesso schema nello sviluppo delle trame e può essere riassunto in cinque tappe: incontro, attrazione, relazione, problema, lieto fine. Con espedienti narrativi diversi a seconda della coppia e dei sui personaggi, ogni libro segue questi passaggi e ci si ritrova in un prevedibile avvicendarsi di situazioni spesso uguali in cui l’idea chiave non è lo sviluppo emotivo dei protagonisti, ma come questi non riescano a contenere il desiderio fine a se stesso, ripresentando descrizioni dei loro rapporti che non lasciano nulla, o almeno niente di quello che si cerca nei romance, cioè i sentimenti che fanno battere il cuore.
I primi due volumi e gli spin-off collegati mi hanno un po’ delusa da questo punto di vista, perché la componente emotiva entra in gioco solo verso il finale, quasi come una forzatura per arrivare alla conclusione felice, una mancanza nella prima parte dei libri che tuttavia viene risollevata proprio da questo scoppio di sentimenti e che ti porta a fare il tifo proprio per i due protagonisti che meno sembrano volersi innamorare (Bennett e Max). Dal terzo libro in avanti, però, con Will e Hannah si cambia rotta e finalmente anche la serie di Christine Lauren coinvolge più i sentimenti che i rapporti “terra terra” – anche se restano comunque una parte centrale dei romanzi -, regalando sin dall’inizio quel coinvolgimento che mancava ai volumi precedenti.

Era lì la vita. L’inizio della nostra vita: i matrimoni, le famiglie e la decisione di fare un passo importante e diventare un uomo per qualcuno. Non si trattava dei nostri lavori o di qualche brivido passeggero, né di qualsiasi altra cosa. La vita veniva costruita mattone dopo mattone attraverso questi legami, questi traguardi, e questi momenti in cui dicevi ai tuoi due migliori amici che stavi per avere un figlio. Presi il cellulare e scrissi a Hanna una sola frase. ‘Ormai sei tutto ciò cui riesco a pensare.’

Tra le cinque coppie, e i rispettivi libri, devo dire che la mia preferita è proprio quella formata da Hannah e Will, lui un’incallito donnaiolo e lei un’impacciata e un po’ nerd biologa, che brilla per lo spirito e la freschezza di entrambi i suoi protagonisti. Poi ci sono Chloe e Bennett, stakanovisti che se potessero si ucciderebbero prima di stare insieme per tutta la vita; Max e Sara, i più estremi tra le coppie descritte; Ruby e Niall (i secondi che preferisco), che sovvertono il classico cliché di un lui playboy e una lei fin troppo timida e riservata; e infine Pippa e Jensen, accoppiati per caso e ritrovatisi perfetti per stare insieme.
Ovviamente ogni libro è incentrato su una coppia, però quello che mi è piaciuta è l’idea del gruppo e dell’esperienza condivisa perché, lungo la serie sono presenti sempre tutti, o quasi, i personaggi, aiutando o divertendosi alle spalle degli innamorati di turno. Una caratteristica centrale negli spin-off.
Questi, invece che raccontare storie indipendenti dai libri principali, fanno da collegamento tra un volume e l’altro passando da una storia all’altra con fluidità e arricchendole di dettagli che le completano, senza i quali non si potrebbe avere una panoramica di tutto ciò che accade a Chloe e Bennett, Sara e Max, Will e Hannah, Ruby e Niall, Pippa e Jensen. È sia un punto a favore che a sfavore, perché gli spin-off sono fatti per influenzare relativamente poco la trama principale della serie, che può essere letta a prescindere dai volumi intermedi; qui, invece, si pongono più come volumi che come spin-off, dando uno sviluppo importate ai personaggi, senza il quale si capirebbe poco delle loro storie.
Quindi, per concludere, ho apprezzato appieno questa serie solo dopo il terzo volume, perché prima non era poi così coinvolgente. Sì, i personaggi sono ben fatti e intriganti, ma senza emozioni non ha la stessa attrattiva. Se non avete problemi a leggere scene un po’ più “spinte” in attesa del lato romantico, allora date a questo simpatico gruppo di amici una possibilità.

In realtà, sono due ombrelli e mezzo per la serie (la media aritmetica precisa tra i voti dei dieci libri), però ho voluto dare un bonus per le mie coppie preferite (Will e Hannah, Niall e Ruby) perché mi hanno davvero fatta emozionare!

A domani
Federica 💋

Voldemort: Origins of the Heir [2018]

Buongiorno 😊

Oggi vi porto alla scoperta del mondo (ormai non più) nascosto dei video realizzati dai fan di un determinato prodotto. Più che video, si tratta di un vero e proprio film, prequel di Harry Potter!

Titolo
Voldemort: Origins of the Heir
Regia
Gianmaria Pezzato
Anno
2018
Genere
Fantastico
Lingua
Inglese
Paese di produzione
Italia
Soggetto
J. K. Rowling (personaggi)
Sceneggiatura
Gianmaria Pezzato

Autoprodotto dalla Tryangle Films con soli 15000€ di budget (raccolti con una campagna di crowfinding), questo mediometraggio sulla nascita e l’ascesa di Lord Voldemort prima degli eventi narrati nella saga di Harry Potter parla interamente italiano! Eh sì, perché nonostante il titolo richiami l’Inghilterra e la Warner Bros., il film è in realtà frutto del genio nostrano e della bravura di Gianmaria Pezzato e Stefano Prestia, le menti dietro alla casa di produzione indipendente Tryangle Films. E non ha nulla da invidiare alle grandi case di produzioni hollywoodiane. Anzi, ha tanto da insegnare!
Tutto è fan-made, compresa la storia (ispirata ovviamente alle informazioni su Lord Voldemort che J. K. Rowling ha sparso nei suoi libri), e per una volta è il tanto temuto Tu-sai-chi a tenerci incollati allo schermo!
L’Auror Grisha McLaggen, ultima erede di Godrick Grifondoro, cerca disperatamente di entrare in una sede degli Auror in Unione Sovietica, per recuperare qualcosa di molto potente e a cui il Signore Oscuro sta dando disperatamente la caccia: il diario di Tom Riddle! Catturata all’interno della sede e sottoposta al Veritaserum, Grisha racconta i suoi anni di scuola, l’amicizia con Tom e con altri due studenti, tutti rispettivamente eredi dei quattro grandi fondatori di Hogwarts, arrivando fino al motivo del suo furto: impedire a Voldemort di trasformare il diario in un Horcrux.
Questa la trama generale e in questa spaccatura nel passato da studente di Tom Riddle emerge una storia che non solo è intrigante (tiene incollati allo schermo ed è davvero avvincente), ma che nemmeno delude dal punto di vista degli effetti speciali, delle ambientazioni e di tutti quei dettagli che ormai riconosciamo come tipici dell’universo creato da J. K. Rowling (come i giornali e le fotografie che si muovono, gli incantesimi, ecc.). Tutto è ben ricreato, dalle divise ai luoghi dentro e fuori Hogwarts, fino al mondo magico e babbano degli anni ‘50, in cui gli attori (anche qui, tutti italiani) recitano e interpretano alcuni eventi della vita di uno dei più conosciuti cattivi letterari degli ultimi vent’anni, in un’ambientazione magica che però non si allontana dal nord Italia.
Imprecisioni ce ne sono, ovviamente, come il doppiaggio fuori sincro, che rende la recitazione non così godibile dal punto di vista dell’intrattenimento. Si sente che non c’è un super team alle spalle che ne cura i dettagli (e con “super” intendo numeroso e con a disposizione budget stellari, non più capace/migliore), però la realizzazione e l’idea regalano comunque un buon prodotto, che non mi ha delusa assolutamente (è migliore di Harry Potter and the Cursed Child, ad esempio) e che dimostra come di possa ottenere dei prodotti di qualità anche con cifre più ridotte.

E ora, dopo avervene parlato, vi lascio alla visione del film! Ebbene sì, potete vederlo, perché è stato distribuito gratuitamente su YouTube!

A domani
Federica 💋

“Questo canto selvaggio” di Victoria Schwab

Ciao a tutti!

Per oggi arriva una recensione che non vedevo l’ora di pubblicare. Si tratta di un altro libro di Victoria Schwab e ne sono super entusiasta, perché mi sono innamorata di quest’autrice e del suo stile!

Titolo
Questo canto selvaggio
Titolo originale
This Savage Song
Autore
Victoria Schwab
Traduzione
Roberto Serrai
Saga
Monsters of Verity
Editore
Giunti
Anno
2017
Genere
Distopico, fantasy
Formato

Cartaceo
Pagine

400
Prezzo
18€
Acquisto
Giunti al punto

Per anni Verity City è stata teatro di crimini e attentati, finché ogni episodio di violenza ha cominciato a generare mostri, creature d’ombra appartenenti a tre stirpi: i Corsai e i Malchai, avidi di carne e sangue umani, e i Sunai, più potenti, che come implacabili angeli vendicatori con il loro canto seducente catturano e divorano l’anima di chi si sia macchiato di gravi crimini. Ora la città è attraversata da un muro che separa due mondi inconciliabili e difende una fragile tregua: al Nord lo spietato Callum Harker offre ai ricchi protezione in cambio di denaro, mentre al Sud Henry Flynn, che ha perso la famiglia nella guerra civile, si è messo a capo di un corpo di volontari pronti a dare la vita pur di difendere i concittadini e ha accolto come figli tre Sunai. In caso di guerra la leva più efficace per trattare con Harker sarebbe la figlia. Così August, il più giovane Sunai, si iscrive in incognito alla stessa accademia di Kate per tenerla sotto controllo. Ma lei, irrequieta, implacabile e decisa a tutto pur di dimostrare al padre di essere sua degna erede, non è un’ingenua…

La guerra in Vietnam ha gettato gli Stati Uniti nel caos e da quel caos sono nati i dieci Territori che compongono il mondo di Kate e August. Ma la loro realtà non è così semplice, perché a un certo punto la violenza a iniziato a generare dei mostri. Non metaforici, ma veri. Vere creature scatenate dall’odio che serpeggia tra le strade di Verity City. Corsai, Malchai e Sunai sono le ombre che serpeggiano nell’animo umano e in Questo canto selvaggio prendono corpo per metterci di fronte alle conseguenze delle nostre azioni violente. Pestaggi, omicidi e stragi è ciò che li genera rispettivamente e la loro presenza ha gettato nel caos V-City, lasciandola in balia di Callum Harker, a nord, e nelle mani di Henry Flynn, a sud. In mezzo c’è la Barriera e tra queste due realtà nasce un legame strano ma indissolubile tra Kate e August, la prima figlia di Harker, il secondo uno dei tre Sunai schierati con Flynn.

Non era la ragazzina che era tornata sei anni dopo, quella che piangeva quando faceva un brutto sogno e a cui veniva la nausea alla vista del sangue. Non era debole come la madre, non sarebbe crollata e non avrebbe cercato di scappare nel cuore della notte.
Era figlia di suo padre.

Kate è una ragazza forte, decisa, una protagonista che ho apprezzato moltissimo per la determinazione che dimostra nel voler eguagliare il suo modello di vita, suo padre, ma cercando allo stesso tempo di essere migliore di lui, di riuscire in ciò che in lui manca. Come per Lila di Magic (vi ho parlato di questo libro la settimana scorsa), Victoria Schwab tratteggia una giovane ragazza fisicamente imperfetta, lontana dai modelli di bellezza canonici che generalmente compaiono negli Young Adult (anche quando le protagoniste non sono delle reginette), ed è un aspetto che rende estremamente piacevole la lettura dei suoi libri, proprio come lo è l’idea che il coprotagonista maschile sia “imperfetto” dal punto di vista caratteriale.
August, come Kell (Magic), è il Sunai, l’essere soprannaturale da cui ci si aspetterebbe una completa padronanza delle proprie doti e che invece si dimostra ricco di dubbi e di paure come chiunque altro, come l’umana Kate e il suo timore della vita, dei mostri che non sono altro che la manifestazione della mostruosità umana. Ad essere intrigante in August è la riflessione sul significato di “umanità” e di ciò che ci rende tali, dimostrando che a volte può essere qualcuno che tutti considerano un mostro a spiegarci cosa significhi davvero essere umani.

«Perché mai, poi, vuoi essere umano? Siamo fragili. Moriamo»
«Ma vivete, anche. Non passate tutti i giorni a domandarvi perché siete al mondo ma non vi sentite reali, perché sembrate umani ma non potete esserlo davvero. Non fate il possibile per essere persone buone solo perché qualcuno vi sbatta in faccia di continuo che non siete nemmeno persone.»

E, come bonus in più, è il rapporto che August ha con la musica a renderlo un personaggio più che affascinante. Generalmente considerata come l’espressione esteriore dell’animo umano, la musica è ciò che rende pericolosi i Sunai ed è questa contraddizione a rendere fantastico August, il “mostro” che in realtà è molto più umano di chi lo è per natura.
Di Victoria Schwab e di Questo canto selvaggio si apprezza tutto. I personaggi, lo stile, la trama ricca di colpi di scena e di rivelazioni che rendono questo romanzo distopico uno di quelli da cui è impossibile staccarsi. Le scene sono vivide, descritte con una precisione tagliente, tanto che leggendo si ha la sensazione di guardare un film e di trovarsi davanti alla storia di August e Kate, di essere con loro a Verity, circondati da mostri fin troppo umani.

Questo è il secondo libro che leggo di Victoria Schwab e ho intenzione di recuperare anche gli altri, magari direttamente in originale se da noi non arriveranno nel giro di qualche settimana 😅 mi ha talmente stregata che mi sento come in crisi d’astinenza! Voi la conoscete come autrice? Se no, dovete recuperare!!

Per oggi è tutto! A domani
Federica 💋

Jumanji: Benvenuti nella giungla [2017]

Buongiorno 😊

La settimana inizia con il reboot (rilancio) di un film che, da piccola, mi ha letteralmente terrorizzata! Il primo Jumanji, infatti, rientra nei 10 film che non rivedrei nemmeno sotto tortura, perché (ve lo confesso) Robin Williams mi fa una gran paura nei panni di Alan! Questo Jumanji, però, mi ha ispirata per la presenza di un attore che adoro: Jack Black!

Titolo
Jumanji: Benvenuti nella giungla
Titolo originale
Jumanji: Welcome to the Jungle
Regia
Jake Kasdan
Anno
2017
Genere
Azione, avventura, commedia
Lingua
Inglese

Paese di produzione
Stati Uniti d’America
Soggetto
Chris Van Allsburg (romanzo)
Chris McKenna (storia)
Sceneggiatura
Chris McKenna, Erik Sommers, Scott Rosenberg, Jeff Pinkner
Cast
Dwayne Johnson, Jack Black, Kevin Hart, Karen Gillan, Nick Jonas, Rhys Darby, Bobby Cannavale, William Tokarsky, Alex Wolff, Madison Iseman, Ser’Darius Blain, Morgan Turner, Marc Evan Jackson, Tim Matheson, Maribeth Monroe, Missi Pyle, Carlease Burke, Marin Hinkle

Reboot del classico degli anni ’90, Jumanji: Benvenuti nella giungla è un film che si spoglia dei tratti più cupi del primo Jumanji e, trasformandosi in una commedia d’azione che gioca con gli stereotipi (adolescenziali e non), si tuffa a capofitto in una rappresentazione della società attraverso il mondo videoludico così onnipresente a partire dagli anni ’90.
Il punto di partenza è proprio in quegli anni, nel 1996, quando l’intelligente e pericoloso gioco da tavolo chiamato Jumanji si trasforma in un videogame per avere una maggiore attrattiva sui ragazzi. Ma è dopo un salto in avanti di vent’anni che parte la vera storia del film, quella in cui i quattro tipici esempi di studenti americani si apprestano a giocare con un vecchio videogioco abbandonato nel deposito scolastico. È così che Spencer (il nerd), Fridge (lo sportivo), Bethany (la reginetta della scuola) e Martha (la secchiona) si ritrovano a Jumanji per continuare una partita iniziata vent’anni prima, vestendo i panni di avatar che sono il loro esatto opposto: un muscoloso esploratore, un indifeso ornitologo, un cartografo decisamente fuori forma e una letale avventuriera.
Giocando sulle contraddizioni tra il nuovo aspetto fisico e i vecchi comportamenti/caratteri, Jumanji: Benvenuti nella giungla si trasforma in un montaggio di veri e propri livelli, come in un videogame, in cui però è più curata la descrizione dei personaggi che il mondo all’interno del gioco. Jumanji è solo un pretesto, un contorno diverso dal solito ma nel quale si aprono le stesse tematiche di qualsiasi altro film per adolescenti, senza una vera e propria ripresa del mondo portato sul grande schermo con la pellicola del 1995, se non per qualche sporadico accenno.
È divertente grazie soprattutto ai quattro personaggi principali, interpretati da Dwayne Johnson, Jack Black, Kevin Hart e Karen Gillan, e alle loro stravaganze, ai comportamenti che non fanno parte degli stereotipi che dovrebbero invece incarnare e che per questo rende il film una piacevole deviazione dagli schemi.
È ripetitivo, eppure non stanca, proprio grazie ai quattro avatar così contraddittori e fuori dai cliché, regalando due ore di svago alla fine delle quali si è felici e sollevati di uscire da Jumanji (e dalla sala).

Voi lo avete visto? O siete fan del primo Jumanji? Personalmente preferisco questo, ma non sono poi un’amante della storia in sé…

Ci risentiamo domani!
Federica 💋