Storytelling Chronicles #10

Buongiorno 😊

Dopo due mesi di latitanza torno a partecipare alla rubrica di scrittura creativa, la Storytelling Chronicles, ideata da Lara de La Nicchia Letteraria e con grafica di Tania di My Crea Bookish Kingdom! Finalmente, non vedevo l’ora di tornare a scrivere per la rubrica.

Per la tematica di questo mese si doveva scegliere tra diverse poesie da qui lasciarsi ispirare. Tra tutte, ce n’erano davvero di belle, io ho scelto questa qui:

Frammento (Saffo)

Simile a un dio mi sembra quell’uomo
che siede davanti a te, e da vicino
ti ascolta mentre tu parli
con dolcezza
e con incanto sorridi. E questo
fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo, subito non posso
più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco
leggero sotto la pelle mi corre:
nulla vedo con gli occhi e le orecchie
mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde
dell’erba; e poco lontana mi sento
dall’essere morta.
Ma tutto si può sopportare…

Ed ecco il racconto!

Il parziale

«Io un po’ Saffo la capisco, sai…»
Alzo gli occhi dallo schermo del pc e studio il ragazzo che mi sta davanti come se fosse un alieno appena sbarcato da Marte. No, Alfa Centauri. Tanto nulla potrebbe essere più assurdo di Stefano che, dopo aver finito di leggere il mio parziale di letteratura antica, si professa consapevole dei tumulti emotivi di una donna per un’altra donna, quest’ultima invaghita di un uomo.
«Tu?» gli chiedo, il sopracciglio alzato a mo’ di inquisizione. «Ste, sii serio. Se la mia analisi ti fa cag… schifo» mi correggo in corner, salvando la sala studio dalla mia finezza ben poco femminile, «dillo e basta.»
Lui fa spallucce, gli occhi di quel colore simile al mare in tempesta che si abbassano di nuovo sulla brutta copia del mio esame. Lo osservo un secondo ancora, le ciocche corvine che gli cascano sulla fronte ampia e ammorbidiscono i tratti spigolosi del suo viso. Lo conosco dalla prima superiore, rivali e poi amici in una competizione continua su chi di noi sia il migliore. In pratica siamo come Holly e Benji, se uno dei due fosse stato una ragazza.
Torno a guardare gli appunti di estetica nella speranza che assumano un senso logico. Non ho seguito molto, stamattina, troppo occupata a ricaricare il sito dell’università e scovare i benedetti risultati dell’esame di dieci giorni fa. E scoprire che mi ha fruttato un secchissimo ventuno. Il prossimo parziale dove andare da Dio, altrimenti lo rifiuto.
«Dico davvero, Gwen» mormora di nuovo. E quando usa il mio soprannome so che non mollerà.
Chiudo il pc, tanto per estetica non c’è speranza. Il mio amico tiene le mani aperte sul tavolo, le dita che tamburellano a entrambi i lati del foglio della discordia, e non mi guarda mentre mima con le labbra le parole che ho scritto. Fa sempre così quando legge, e io lo seguo, sentendo quasi la sua voce mentre va avanti. Come ogni altra volta. Perché se Stefano chiede la mia attenzione, io non riesco a negargliela.
«Come qui. Hai scritto: “La poetessa descrive la delusione di vedere la persona che ama rivolgersi a un altro con stati di turbamento psicosomatico che, per esperienza personale, si rivelano esagerati, del tutto fuorvianti per la complessità emotiva dell’episodio e”» fa una pausa, alzando appena la testa per vedere se lo sto guardando. Annuisce soddisfatto quando incrocia il mio sguardo e poi si ributta sul foglio. «“E ininfluenti dal punto di vista della condivisione della summenzionata delusione da parte del lettore”. Praticamente, hai detto che Saffo non ti fa una pippa.»
Già. Bel dono della sintesi, il suo. Una ragazza al tavolo a fianco ridacchia e con la coda dell’occhio la vedo guardare Stefano, poi me e infine scuotere la testa. Già, lui ha ragione, io torto, e tu potresti ficcare il naso in qualunque libro ti ritrovi davanti.
Con l’indice mi risistemo gli occhiali sul naso, sperando che il gesto mi aiuti ad allentare il groppo in gola. Non mi è piaciuto quel parziale, per diverse ragioni, e adesso ci si mette anche lui a smontarmelo. Lui che nemmeno deve darlo quest’esame.
«Ed è strano» prosegue imperterrito, girando il foglio per andare avanti nella lettura di quello scempio. «Perché se ci arrivo io, a capirla, per te dovrebbe essere una passeggiata. Dovresti andarci a braccetto, con Saffo. Invece…»
«Perché?» la mia voce è affilata, più di un rasoio, e Stefano se ne accorge. La sua testa scatta all’insù, le dita smettono di agitarsi e quegli occhi, quelle distese che non sono né grigie né azzurre, ma una combinazione unica dei due colori, cercano i miei per capire cosa non vada.
«Gwen» il mio nome suona come una domanda, vuole sapere cosa mi prenda e quando non rispondo, passa all’artiglieria pesante. «Ginevra?»
«Perché dovrei andare a braccetto con Saffo?»
Stefano mi osserva, serio, e io raddrizzo la schiena, a testa alta davanti al suo scrutarmi. Non so cosa cerchi, ma non voglio che trovi quello che nascondo sotto il groviglio che mi attorciglia lo stomaco, né ciò che c’è dietro ai miei grandi occhiali dalla montatura spessa e nera, la mia maschera da così tanti anni che fatico a ricordare come facessi senza.
Stefano sospira, poi chiude il foglio e me lo passa. «Perché ti è sempre piaciuta la poesia, Holls. Tutto qui.»
Annuisco, stringendo l’altra estremità del foglio per riprenderlo. Ma lui non lo lascia andare. «Non vuoi sapere perché la capisco?»
La curiosità mi brucia, striscia su ogni anfratto della mia mente e del corpo, lo stesso calore descritto da Saffo, la stessa incapacità di parlare, agire, vedere e ragionare che lei ha impresso sulla carta e che ho provato anche io dieci giorni fa. Mi pizzica nei polpastrelli, così sensibili sulla carta ruvida e per il calore che si irradia da quelle dita così vicine, eppure irraggiungibili.
Sì, certo che lo voglio sapere. Noi siamo Holls e Benji, inseparabili migliori amici che condividono tutto. E no, perché adesso sono anche Ginevra, una scema con il quoziente di femminilità più basso dell’esistenza, che ha scoperto di essere innamorata del suo migliore amico durante un dannato parziale di letteratura classica, dopo averlo visto ridere e scherzare con l’assistente del corso comune di estetica, tutta in tiro e truccata alla perfezione.
Tiro un profondo respiro e scuoto la testa, lasciando andare il foglio e tutto il tepore che Stefano emana. Rimetto in riga i miei pensieri e mi impongo di restare distaccata, di non alzare lo sguardo verso il suo perché potrei finire bruciata. Perché sempre, non importava quanto agguerriti fossimo nelle nostre sfide, gli occhi del mio Benji mi hanno fissata con un calore impossibile definire. Un desiderio che, mai una volta, ha osato esprimere davvero.
Io e lui siamo così. Amici da anni, complici in tutto e lo stesso distanti come due astri nel vuoto dell’universo. Lui è un alieno che viene da Alfa Centauri, io dalla Cintura di Orione, se vuole mettersi davvero a parlare di sentimenti adesso. Dopo aver riso e scherzato con quella ragazza meravigliosa senza avere idea che io lo abbia visto. Senza avere idea che capisco Saffo alla perfezione.
Stefano ritrae la mano, il foglio che resta dalla sua parte del tavolo, arreso come lui nell’affrontare un discorso che vorrei sentire e dal quale vorrei fuggire a gambe levate. Fa sempre così, tira fuori l’argomento e poi lo scaccia, come se temesse di bruciarsi avvicinandosi troppo. Come se io fossi la fiamma, mentre lui la falena che rischia la vita.
Davvero non si accorge che adesso è lui il fuoco e io la povera farfalla notturna che brama, e teme, la sua luce?
Mi alzo, senza fare rumore o scatti. C’è questa bestia che mi artiglia il petto e se non vado adesso rischia di esplodere in aula studio. E non ho idea del perché voglia farlo. O perché sia così arrabbiata.
No, questo lo so, ma non voglio guardarlo in faccia. Non voglio ammettere cos’è che adesso mi fa stare male.
«Holls?»
Alzo una mano, consapevole che se rispondessi a voce capirebbe. Capirebbe che so quanto possa essere spigliato, socievole e malizioso con le altre ma mai con me. Mai con Holls, la sua migliore amica. Lo fermo con un cenno, perché se parlo adesso crollo. Se lo guardo crollo.
Quindi è meglio che vada via, arrabbiata con lui per qualcosa che non sa di aver fatto. Ferita per un gesto che sa bene avermi fatto male.
Raccolgo le mie cose ed esco. Stefano non mi segue. Di certo si starà chiedendo cosa mi è preso, ma mentre attraverso i corridoi mezzi vuoti, capisco che non voglio che lo faccia, non voglio che mi segua e mi chieda cosa non va. Perché se lo facesse dovrei ammettere che sto mettendo in pericolo noi due, Benji e Holls. Se lo lascio parlare, se rompo il vetro che ci siamo costruiti attorno, potrei scoprire che non è più il mio Benji e non ci saranno più pomeriggi passati a studiare insieme, a giocare a Dungeons & Dragons o guardare quei film di fantascienza demenziale che tanto adoriamo.
Durante quel parziale non potevo dare ragione a Saffo. Non ci sarei riuscita. Né potrei farlo adesso. Perché sento che lo sto perdendo, sto perdendo noi, e mi fa male.
Mentre lascio la facoltà mi sfrego il polso, lì dove lo scorso marzo mi sono fatta tatuare Benji&Holls. Siamo andati insieme, anche Stefano dovrebbe averne uno, ma quando siamo usciti dal tatuatore, si è rifiutato di dirmi dove fosse il suo. Non me l’ha mai detto e, alla fine, ho capito che sono stata la sola a macchiarmi la pelle. Avrei preferito non saperlo mai. Vorrei poterlo dimenticare. Ma nulla di tutto questo è davvero possibile.
Dieci giorni fa non ho potuto dare ragione a Saffo. Perché sto perdendo il mio migliore amico, il
mio Stefano, e fa male. No, ho dovuto dire che Saffo ha torto.
Perché perdere l’amore della propria vita non è qualcosa che si possa sopportare.

Fine! Spero che questa storia vi sia piaciuta 😊 in ogni caso vi aspetto nei commenti!

Federica 💋

Storytelling Chronicles #7

Buongiorno 😊

Eccomi che torno a proporvi il mio racconto per la Storytelling Chronicles! Ormai siamo tutti rodati su cosa sia questa rubrica, creata da Lara de La Nicchia Letteraria e con grafica di Tania di My Crea Bookish Kingdom, e ad Agosto il tema da cui lasciarsi ispirare per il racconto poteva appartenere a una di queste categorie (in grassetto la mia scelta):

– frase: Se non ricordi che amore t’abbia mai fatto commettere la più piccola follia, allora non hai amato. (William Shakespeare)

– fiaba vista in chiave moderna (anche in modo comico)

una tempesta che cambia (a voi la scelta di cosa cambi, se l’acconciatura di una donna disperata che aveva appena sistemato i capelli con ore di duro impegno o altro)

E io vado a richiamare… Clarissa, che ci ha tenuto compagnia già nel primo e nel quarto appuntamento, ma con una narrazione un po’ diversa! Vi chiedo scusa, perché è un po’ lunghetto (non riuscivo a smettere di scrivere), però spero vi piaccia 😊

Dopo aver piantato in asso il suo attore preferito e i suoi pregiudizi, Clarissa decide di dare una svolta alla propria vacanza: visiterà otto tra le dimore storiche più belle del Regno Unito, dall’Inghilterra alla Scozia. Un un viaggio on the road che, però, rischia di non partire con il piede giusto.

Arrivo a Elephant and Castle, respiro traffico, smog e quella leggera pioggerella che oggi avvolge Londra e… Mi sento a casa!
Un autobus mi sfila accanto, prepotente, perché, ehi, lui è Drogon e io lo sfigatissimo ragazzino scambiato per una succulenta capra nella seconda stagione di Game of Thrones. Mi faccio piccola piccola, conscia di aver superato di mezzo millim… pollice la mia parte di carreggiata, e rallento per farlo passare. Con un tizio in bici che mi sorpassa a sinistra, dandomi della nonna.
«Mia nonna pedalava meglio di te!»
Credo mi mostri indice e medio, ma io sto sorridendo. Una versione contorta e sinistra in stile Gatto del Cheshire strafatto, ma ho un sorriso che mi campeggia in faccia da ben oltre un’ora. Più di preciso, da quando ho guardato nello specchietto retrovisore e ho visto l’espressione allucinata di Toby mentre lo abbandonavo alla mercé di Devon.
Perché io sono Clarissa, Nata dalla Sorpresa finita male, Khaleesi del Grande Nudista, La non Groupie, Madre dei Ne-Vale-La-Pena, Distruttrice di figure di merda e, appellativo più importante di tutti, La Principessa che l’ha-mollato-su-due-piedi.
Lui e la sua stizza per le groupie!
Faccio il giro dell’isolato, fiondandomi tra le case basse di Hampton Street con ancora tutto quel bendidio davanti agli occhi. La manna dal cielo biblica si fa schifare in confronto allo spettacolo che vedrò in loop fino alla fine dei miei giorni. E poi rido, perché io e la mia uscita da Drama Queen abbiamo appioppato un assist epico alla mia autostima… e un gol in zona Cesarini al suo orgoglio da maschio bello e sicuro di sé.
Non che l’interessato ne sia del tutto consapevole, eh. Ma chissene… tanto nemmeno Voldy sapeva che, sfregiando Harry per rifarsi il corpo, ne sarebbe uscito con due fessure da distributore automatico al posto del naso. O che Robert Pattinson sarebbe morto in Scozia per resuscitare nei pressi di Seattle e brillare al sole tipo una distesa di paillettes. Beata ignoranza!
Parcheggio in cima alla via a fondo chiuso, in quella che sembra una realtà alternativa di casette a schiera di mattoni marroni, tetti bassi e giardini minuscoli ma curati fino alla noia. Alla mia destra, però, lo Strata sbuca come un fungo architettonico uscito male, lui e la sua forma da rasoio elettrico che sembrano dirmi: “Tranqui, Clari. Stai ancora a Londra. Nun te preoccupa’.”, e mi sento rincuorata. Per un attimo ho pensato che l’euforia mi avesse giocato un brutto tiro.
Non sarebbe la prima volta.
Borsa alla mano, cammino lungo il marciapiede, un occhio al grattacielo residenziale dalle finestre enormi e l’altro ai numeri sulle villette.
Strabismo 2.0, vieni a me!
Mi sento una novella allenatrice di problemi visivi, più che di Pokemon, ma dopo l’incontro di questa mattina devo tenere i piedi per terra. Perché non a tutti capita di trovarsi davanti il proprio meraviglioso, divino (e nudo) idolo, sentirsi dire che “Sei proprio il mio tipo”… e poi un “Non ne vale la pena”. Ho bisogno di un po’ di stabilità e lo Strata a destra e le case a sinistra fanno al caso mio.
Elementi tangibili, Clari, solo elementi tangibili. Concentrati su quelli!
E sulle persone care.
Per questo svolto nel penultimo vialetto sulla sinistra, arrivo al portoncino color cuoio bruciato e busso con forza, le nocche che picchiano per sovrastare il fracasso della canzone che suona a tutto volume dall’altra parte.
Per oggi meglio evitare nuove sorprese a gente che non si aspetta di vedermi senza preavviso.
«’Rivo!»
La porta si apre, con Dancing Queen che emerge e devasta le orecchie della strada silenziosa mentre il viso squadrato di Tara fa capolino. I suoi occhi ridotti a fessure sospettose si allargano, le narici fremono e un urlo eclissa – e non esagero – le voci delle svedesi alle sue spalle.
«Clarinette!»
«Queenie!»
Cinquecento baci, abbracci, gridolini e dei “Quando sei arrivata?”, “Stamattina” dopo, me ne sto spaparanzata sul divano a fiori di Tara, uno scone mangiucchiato a metà che sparge briciole a destra e a manca. Forse sono un po’ agitata.
«E poi ha detto: “È solo un’altra fan senza speranza. Non ne vale la pena.”» borbotto, in un’imitazione perfetta della voce di Mr Odio-le-Fan. «Ma vi rendete conto!?»
Tara è sconvolta, il telefono che mi riprende mentre registriamo la mia mattinata e i suoi commenti per inviarli a Chiara. Ho bisogno del loro parere, anche per la vendetta contro la logorroica.
«Primo: la spoilerata va fatta pagare!» aggiunge, girando la telecamera verso di lei e immortalando un cipiglio da guerra in stile Braveheart che mi scalda il cuore. «Senza se e senza ma.»
Io e Tara Queenslane, detta Queenie per la sua attitudine a decretare il fato altrui come una regina priva di scrupoli, ci conosciamo da quando ho messo piede in Inghilterra la prima volta. Compagne di banco nel mio anno di scambio culturale, complici in qualunque avventura abbia vissuto in vacanza e sorelle acquisite l’una per l’altra, Tara è una versione afro di Taylor Swift, solo con lunghe trecce color ebano. E nessuna attitudine per il canto.
Per questo mi chiama Clarinette, “clarinetto”, perché sostiene che la mia voce sia “suadente e grintosa”, come lo strumento musicale. Se lo dice lei…
«Secondo» continua, levandomi lo scone di mano con un’occhiataccia. Forse le ho sporcato un po’ il divano… «Stasera tu e io usciamo. Andiamo al Club, o in qualche altro locale altrettanto figo, e dimostriamo al genere maschile che noi valiamo.»
«Come la crema viso» ridacchio tra me come una scema per la mia pessima battuta.
Tara mi fissa confusa, poi si gira verso la telecamera e la guarda nello stesso modo, come se Chiara fosse davvero dietro lo schermo. «Con l’età peggiora.»

«Oh, avanti. Non posso più nemmeno fare la scema?»
«Puoi, ma…» il campanello la interrompe, seguito dalla voce di un uomo che la chiama a gran voce. «Aspetta un attimo.»
Mi ritrovo il telefono in mano, lo sguardo eloquente rivolto alla Chiara immaginaria. Queenie e gli uomini, un rapporto spinoso come quello tra Batman e Superman, tra Ben Affleck e Henry Cavill. Sto spiegando a Chiara di quanto sia impossibile per lei costruire un rapporto con l’altro sesso quando sento Tara urlare e poi la porta sbatte.

Ho appena finito di inviare il video che la mia amica torna indietro, la faccia arrabbiatissima e una sua versione in miniatura che le si aggrappa al collo e alla vita, stile koala con l’albero dell’eucalipto.
«Elkie!»
La figlia di Tara mi scruta curiosa, poi si ricorda di chi io sia e il suo visino da ventitrémesenne si apre a un sorriso parzialmente dentato. Lancia un urletto, staccandosi da sua madre e finendo per fare da cozza a me, la sua zietta preferita, nonché unica. Io la tempesto di baci, solletico e abbracci stretti stretti, mentre lei ridacchia felice e sua madre fuma di rabbia.
Due anni fa la vita della mia amica è cambiata, e non solo perché si è ritrovata a essere madre a soli ventisei anni, con un lavoro non ancora del tutto certo e una famiglia che ha tagliato i ponti con lei non appena ha saputo di essere incinta. Oltre a questo, ha dato il benservito al nullafacente esemplare di sesso maschile che, in tutta la sua vita, si è reso protagonista di una sola azione positiva: donare metà dei propri geni a Elkie. Per ora, pare aver anche fatto un buon lavoro.
«Questa signorina ci farà compagnia?» chiedo, facendo il solletico all’interessata e guadagnando in cambio un “‘Ia ‘Issa ‘asta” tutto sghignazzante.
«Avrebbe dovuto stare da suo padre questo weekend, ma lui ha casa occupata dagli amici del coinquilino» Tara storce il naso. «Ha detto che l’alternativa era sua madre, ma piuttosto che lasciarla con quella vipera ho deciso di bruciare il mio turno di pace.»
«Meglio. Faremo una serata tra ragazze diversa» sotto sotto ne sono felice. Non ho voglia di andare per locali, non stasera, con il ricordo di Toby ancora fresco. «Tu, Elkie, io e…»
Tara sposta le trecce dalle spalle e sbuffa. «Ti prego, non dire Disney.»
Annuisco, più in fissa della bimba tra le mie braccia. «E le principesse Disney!»

«The cold never bothered me anyway
Giro su me stessa in mezzo al marciapiede e Elkie fa lo stesso, solo dal suo lato del cancellino, con Tara che ci guarda e scuote la testa, la mano a nascondere la faccia per l’imbarazzo. In realtà, è solo gelosa perché io e sua figlia siamo due Elsa migliori di quanto lei non sarà mai!
«Mi ricordi quanti anni hai» commenta, prendendo in braccio la sua bimba e pulendole un avanzo di colazione dall’angolo della bocca.
Ieri sera abbiamo affrontato Frozen, uno e due, ma nulla ha conquistato Elkie come la mia superba interpretazione di Let It Go e questa mattina ha richiesto un bis, terminato giusto sul vialetto di casa. Un attimo prima che mi decida a partire davvero per il tour dei tour!
«I tuoi. Grazie l’ospitalità, per avermi ascoltata, per la bella serata tra ragazze e per questi» le rivolgo un sorriso più che smagliante e infilo in borsa le guide che mi ha prestato. Le case storiche più belle del Regno Unito mi attendono. «Te li riporto tra nove giorni.»
«Senza fretta, Clarinette. Divertiti, visita tutti quei bei pezzi d’architettura anglosassone» copre le orecchie di Elkie e sussurra. «E cercati un gran bel pezzo d’uomo con cui scordare l’attorone!»
Rido e alzo il pollice, consapevole che, anche approvando il suo consiglio, non credo di potercela fare. Toby ha lasciato il segno, in più di un senso. Vederlo vestito come un nerd, poi, ha cancellato tutto il mio interesse per i suoi profili social. Chi si accontenterebbe di vedere i film del Signore degli Anelli, quando si sa che il libro è cento volte meglio? Con tutto il mio rispetto per Viggo Mortensen, nei volumi in cui compare, Aragorn fa svergognare chiunque!
Mi arriva un nuovo messaggio. È di Chiara, la risposta al video di ieri e all’audio in cui divento Elsa che Tara le ha mandato a tradimento mentre cercavo di far ridere Elkie. Appena lo leggo, rido.

Sempre sobria nelle tue spiegazioni… Per l’omicidio contami solo se già sai dove occultare il cadavere. La logorroica deve pagarla anche per me, ma non ci tengo a finire dietro le sbarre.

E al primo ne segue subito un altro.

Kevin chiede se ti serve una mano con lo stronzo. Lui, Neil e Rick sono in fissa con Gomorra e il #teamSolberg si è offerto come spezza-ossa.

Sono tentata di accettare l’offerta. Il ragazzo di Chiara e i suoi due, altrettanto belli e ben piazzati, fratelli farebbero un figurone come squadra vendicativa. E sapere che sono disposti a tanto per me, per ripagare l’offesa subita in stile Savastano, è davvero importante. Ma non posso accettare. Abitano tutti a Washington ed è un po’ fuori mano al momento.

Di’ al #teamSolberg che sarà per la prossima volta  ❤︎  Come va con Tu-sai-cosa? Tu-sai-chi lo sa? Aspetta, ma cosa fai alzata alle 4 di mattina!?

Quando abbiamo  ho deciso di usare un messaggio in codice per la gravidanza, la zia Rowling è stata un fonte di ispirazione immediata. Perché cercare altre parole quando qualcuno ha già saputo esprimerlo meglio di te!?
Saluto Tara, un bacio spropositato a Elkie, che me ne fa ricevere in cambio uno tutto umidiccio, poi salto in auto, accendo e… resto ferma, il telefono che mi previene dal partire.

Lotte è stata male tutta notte… Si è appena addormentata. Kevin lo sa, mi è scappato mentre ci occupavamo della piccola. Pessima tempistica, ma è contento. Molto.
Ti saluta. E conferma: l’offerta resta valida.
A proposito. Come va la vacanza? Deciso dove andare?

Chiara è una santa. Come pure il suo ragazzo e sua figlia Charlotte, una bimbetta irriverente di cinque anni, nonché la vera ragione per cui quei due si sono conosciuti e innamorati. Galeotto fu il babysitteraggio…

Tour delle dimore storiche. Parto adesso e arriverò in Scozia!
Salutami il paparino!

Collego il telefono all’impianto audio e tra le scelte possibili, la riproduzione casuale che parte con Highway to Hell fa scoppiare a ridere Tara, che dal vialetto agita la manina di sua figlia per farmi salutare. Oh, sì. Oggi lascio Londra e imboccherò la mia personale autostrada per l’inferno molto volentieri.

Un’ora e mezza di autostrada dopo, con la mia Vauxhall che si è infilata a fatica su per una stradina nel mezzo del Berkshire, trovo parcheggio davanti alla prima meta del mio viaggio. Le rovine del castello di Donnington si stagliano grigie nel paesaggio verdeggiante, una fortezza inamovibile davanti alle nuvole plumbee che le sovrastano e che non mi fanno ben sperare.
Mmm. Non davano pioggia oggi. Ma quelle sagome nere un po’ mi mettono paura. Potrei rimettermi in marcia verso la prossima meta, sperando che il cattivo tempo non mi segua. Però sono già qui e non credo ci vorrà molto a visitare ciò che resta del castello medievale.
Guardo l’auto, poi il castello, tentata dalla vista. Ma sì, cosa potrà mai accadere in una mezzoretta?
Ci sarebbe voluto un coro di “Cit.” in sottofondo quando ho osato chiedermelo. Perché saranno anche trenta minuti scarsi di visita, ma quando faccio per uscire dalla grata che funge da porta alle rovine, uno scroscio improvviso trasforma il prato e il vialetto sterrato in una pozza di fango. No, questo non è solo uno scroscio. È una tempesta, è la muraglia cinese dei temporali.
Il guardiano, un signore di mezza età stempiato e con la pancia alla Filottete di Hercules, il cartone della Disney, mi affianca e fischia, stupito anche lui dalla quantità di acqua che riesce a cadere.
«Durerà un po’, signorina. Hai un ombrello?»

Ovviamente no… però ho il cappuccio della felpa, che ringrazio di essermi ricordata di indossare. «Farò una corsa. Ho l’auto parcheggiata giusto alla fine del sentiero.»
«Sicura?»
«Sì. Filerà tutto liscio» sorrido al signore, indicandogli la barriera d’acqua, e lui scuote la testa, nascondendo però l’espressione divertita. «Come la pioggia*.»
Sfidando il Signore di tutti i temporali, mi metto a correre sotto quella che sembra quasi una sassaiola di gocce. Le sneaker scivolano sulla ghiaia, stile giocatore di curling. Unica differenza: io non ho uno scopettone a tenermi in equilibrio e quindi paio una papera con evidenti problemi motori.
Non scivolare. Non scivolare. Non sci…
Volo, letteralmente. Sto per arrivare all’auto quando il piede mi parte per la tangente e finisco culo a terra nello spiazzo fangoso. Con la caduta, ovvio, mi ritrovo a faccia in su verso il temporale, il viso e la testa completamente fradici. Meraviglia…
«Coraggio, Clari» mi rimprovero, nera di rabbia per la sfortuna. «Un po’ te le chiami.»
Completamente bagnata, sporca di terra e incazzata con me stessa perché dovrei starmene zitta, recupero la chiave dell’obbrobrio dalla borsa e… E niente.
Guardo il tasto, lo premo, studio l’auto. Mi prende in giro!? Premo a ripetizione il quadratino nero sul telecomando, l’acqua che continua a cadere mentre a me sale il nervoso perché, mannaggia la miseria, questo coso non funziona. Perfetto! La tecnologia decide di lasciarmi a piedi quando? Nel bel mezzo del diluvio universale.
Rivolto come un calzino l’aggeggio incriminato, cercando la chiave d’emergenza. Dovrebbe essere inserita…
«Mi prendi per il…» un tuono squarcia l’aria e io salto in aria, il telecomando inutile che cade a terra. Non ha la chiave di emergenza.
Ergo: sono fregata!

* Ho adattato il detto inglese right as rain, che sarebbe il nostro “liscio come l’olio”, ma mi piaceva il doppio senso. Perdonatemi: Clari non può esimersi dalle battute sceme!

Eeee… fine! Sarò felice di leggere le vostre impressioni sul racconto e su questa nuova avventura di Clarissa e Toby 😊

Passate una buona giornata
Federica 💋

Storytelling Chronicles #6

Ciao a tutti!

Siamo quasi arrivati alla fine del mese e diversamente dagli altri appuntamenti sono riuscita a partecipare alla Storytelling Chronicles (la rubrica di scrittura creativa creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom) soltanto oggi! Diciamo che sono sul filo del rasoio, ma non perché il racconto non fosse pronto (l’ho finito il 1 luglio, fate voi 😅). Tra recensioni e segnalazioni varie, praticamente mi sono ridotta ad oggi per postarlo. Spero ne sia valsa la pena attendere così tanto prima di pubblicarlo! Sì sa, la maturazione nel tempo a volte fa bene.

Ad accompagnare la stesura di questo mese più che è un tema, c’è stato un incipit comune. La traccia iniziale infatti doveva essere

Afferro al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apro e ne leggo il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i miei occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

Oppure

Afferra al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apre e ne legge il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i suoi occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

E questo è il risultato.

Afferro al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apro e ne leggo il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i miei occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

Può una bocca uccidere?
Se di amore si muore, a chuisle,
il tuo sorriso negato è la lama
che il petto mi squarcia.

Possono degli occhi uccidere?
Quando distogli il viso,
a chuisle, tu lasci annegare un disperato
che l’aria della tua anima anela.

A chuisle, la ragione per cui il rumore
al centro del mio petto
è un cuore che batte.
Può a chuisle uccidere?
Un volto amorevole, un sorriso
tenero anfratto di un sentimento
che devasta nella sua crudele,
insensata assenza.

Cerco la direzione da cui il foglio è arrivato. I miei occhi si alzano, su, sempre più su, verso il cielo e il ponte che attraversa il fiume lungo cui ho cercato rifugio. Altri fogli volano nell’aria e tra di loro, schiacciato sul parapetto in ferro del ponte, emerge la figura di un uomo.
Sono troppo lontana per vederlo in viso, ma bastano i suoi movimenti concitati, la furia con cui quelle mani strappano i fogli da un piccolo quaderno in pelle e li gettano nel vuoto, per trasmettermi l’idea di un animo tormentato. Decine di pagine fluttuano nell’aria tersa e fredda di febbraio, scivolano giù, sempre più giù, fino a gettarsi nel fiume che, ignaro della vista sopra di lui, le accoglie nel suo abbraccio eterno, soffocante di gelida indifferenza.
Abbasso di nuovo gli occhi sulla pagina, la sola che sia riuscita a sfuggire a quel naufragio di parole e tormento. Sfioro ogni tratto, lo assimilo, incidendo quei sentimenti nella mia mente, perché nel mio cuore già albergano da tempo. E, su tutto, sono otto simboli a devastarmi l’anima, un articolo e un nome che sussurrano al mio spirito promesse mancate e speranze facili da alimentare. Facili da distruggere.
A chuisle.
Tesoro. Amore. Mia adorata. Ma qualcosa di ancora più tenero. Di più vitale.
A chuisle mo chroí. Il battito del mio cuore.
Quante volte ho udito la sua voce sussurrare queste parole? Troppe per poterle rammentare tutte.
Quante volte le ha dimenticate, per addossarmi colpe che non erano soltanto mie? Troppe per poterne ignorare alcune.
Eppure il sentimento è ancora vivo dentro di me, una rosa dai petali di seta e lo stelo di metallo, le cui spine affondano nel mio di cuore. Lo fa sanguinare e lo accarezza per lenire il dolore, tutto in un unico ansito di vita che mi riporta a ieri, a quei giorni che so non vivrò mai più. Mi riporta alla gioia e al dolore di un amore che mi ha dato tutto. Che mi ha tolto tutto. E che di me non ha lasciato altro se non questo mio corpo distrutto.
Ho occhi stanchi di lacrime aride, stanchi di desideri impossibili da realizzare e sogni che hanno la dolcezza e il tepore della primavera, ma nascondono l’aridità di un inverno impietoso. Sono stanchi di affrontare tempeste e tormente, quando erano stati promessi loro colline erbose e oceani di gioia. Hanno esaurito ogni goccia di disperazione e si sono asciugati a contatto con il bruciante risentimento per accuse che non meritavano, per sospetti che non avevano nemmeno osato immaginare.
Le mie dita si aprono, arpioni che liberano la carta, con le sue parole strazianti e i ricordi di un passato che ha mandato in frantumi tutto ciò cui tenevo. Quelle parole corrono, il vento le porta a inseguire le loro sorelle nell’acqua grigia e indifferente; il rettangolo bianco volteggia prima di svanire sotto la superficie torbida, cancellato dall’esistenza ma non dai ricordi immateriali. Si dissolve e il vincolo che stringe il mio cuore si allenta, alleviato dalla scomparsa della prova tangibile di ciò che sono stata un tempo.
Di ciò che
siamo stati, lui e io.
«A chuisle.»
Non importa come mi abbia trovata. Non importa che, dopo tutta la sofferenza provata, la sua voce riesca ancora a smuovere certe corde segrete, corde che soltanto lui ha saputo trovare e suonare in una vita intera. Non importa averlo visto gettare al vento mesi interi, fatti di parole vergate alla ricerca di un senso per spiegare la fine di ciò che credevamo fosse amore. Quei fogli erano poesie nate senza pace, perché la pace è ciò che lui ha negato a entrambi scrivendole, ponendo il punto alla fine della frase formata dall’unione delle nostre esistenze.
«A chuisle?»
Una domanda questa volta, incerta, soffocata dall’inquietudine mentre mi rifiuto di guardarlo avvicinarsi. Mentre mi rifiuto di riconoscere la sua presenza quando si ferma accanto alla panchina ed esita. Non si siede. Il suo corpo trema dal desiderio inespresso di sedere al mio fianco, eppure si trattiene, bloccato dalle rigide catene del senso di colpa. E io non lo guardo; non infrango la parete di vetro che ci separa, fragile, invisibile, eppure invalicabile.
«No.»
Una sola risposta, molteplici domande inespresse da soddisfare. No, non credo più a quel sentimento. No, ciò che ha fatto non basta a cancellare il dolore e il tradimento per averlo visto cercare in un’altra ciò io gli ho donato senza riserve. No, non so se qualunque suo gesto basterà mai a dimenticare che ogni parola d’amore si è trasformata nel più devastante dei tormenti.
No, non sono ancora pronta a pensare a lui per come lo vedevo un tempo. È ancora la causa dei mio cuore ridotto a brandelli, milioni di pezzi di un puzzle scombinato e senza più tasselli di giunzione.
Due lettere, una parola. Non ho il suo stesso dono dell’eloquenza, ma tanto mi è bastato per tacere ciò che crede di dovermi chiedere, per impedirgli di insistere affinché forzi un cammino verso una meta che, al momento, potrebbe persino portarmi per sempre lontana da lui.
I suoi occhi disegnano percorsi sul mio viso. Li sento scavare strade là dove le lacrime hanno scavato la mia pelle nei mesi scorsi, cercando segni di una decisione che ancora non riesco a prendere. Che forse non sarò mai capace di prendere.
«Aspetterò finché sarà necessario.»

Non rispondo. Potrei dirgli che sarebbe inutile, che potrebbe marcire nel mio stesso inferno se davvero si aspetta un cambiamento di qualche tipo. Ma taccio, incapace di rompere quest’ultimo filo che ci lega, che avvolge i frammenti della mia anima e impedisce loro di andare davvero alla deriva.
Taccio, mentre i miei occhi vagano sulla superficie dell’acqua, saltando tra pagine nere di inchiostro e onde grigie, tra battelli fumanti e raffiche leggere di vento.
Un giorno troverò una replica adatta alla sua volontà di attendere un cuore che non possiede più nulla. Un giorno ci riuscirò, lo so.
Ma non oggi.

Fine!
Se volete lasciarmi un commento, sarò felice di leggervi e rispondervi qualunque siano le vostre impressioni su questa mia nuova storia!

Federica 💋

Storytelling Chronicles #5

Buongiorno e buon martedì 😊

Questa settimana riesco a essere un po’ più presente, a iniziare da oggi, con il mio racconto per la Storytelling Chronicles, la rubrica di scrittura creativa creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom 😊 Il tema di questo mese è mare e anche se devo dire di aver avuto una storia abbastanza definita dall’inizio alla fine, ho impiegato un po’ per terminarla! Però ce l’ho fatta e stavolta vi porto nel mondo del kitesurf. Vi avviso che, essendo uno sport con termini specifici e un suo gergo, troverete degli asterischi su alcune parole, il cui significato è alla fine della storia.

Buona lettura!

Katy, campionessa mondiale di kitesurf, è reduce da un brutto incidente le cui conseguenze, anche dopo tre mesi, le impediscono di riprendere gli allenamenti. Sconsolata e convinta di dover rinunciare per sempre al suo amore per il mare, Katy scoprirà che forse non è poi tutto perduto.

Katy guardò il profilo impetuoso delle onde e sospirò.
Pesantemente.
Tre mesi prima, quello spettacolo avrebbe risvegliato in lei un senso di eccitazione così forte da spingerla a tuffarsi in acqua, incurante delle conseguenze e alla ricerca solo del momento perfetto, il secondo in cui il resto del mondo si sarebbe eclissato. Sarebbero rimaste solo lei, la tavola, l’ala sopra la sua testa e l’infinita distesa azzurra sotto di sé.
Un nuovo sospiro eruppe dalle sue labbra imbronciate, mentre il borbottio del suo manager le rimbombava nelle orecchie.
“Passerà. Vedrai, è solo lo stress.”
Ma non era andata così. L’incidente di tre mesi prima, durante un DP*, aveva lasciato il segno e anche se all’asciutto riusciva a ignorare il fastidio, Katy sapeva che se avesse messo piede in acqua, allora il suo orecchio interno l’avrebbe tradita, mandando a gambe all’aria il suo equilibrio e ogni possibilità di restare attaccata alla tavola da kitesurf.
Perché l’Errore, come aveva iniziato a chiamare la brutta caduta contro gli scogli che le aveva lasciato una commozione celebrale e il vestibolo dell’orecchio destro parzialmente danneggiato, non faceva sconti. Mai.
E solo lei e il mare sapevano quante volte avesse tentato di cavalcare di nuovo le onde come sapeva fare da una vita. Come la campionessa che non sarebbe mai più stata. Lo scorso anno aveva vinto il titolo, il World Tour* era stato solo suo sin dalle prime gare, e adesso quel traguardo le sembrava irrealizzabile. Non sarebbe mai più potuta salire su una tavola senza avvertire il senso di spaesamento che l’aveva scaraventata in acqua e poi più giù, tra le onde scure e verso le rocce che non aveva nemmeno notato.
I chirurghi avevano sistemato tutto ciò che non andava, ma lei continuava a perdere l’equilibrio ogni volta che si alzava in aria. Vorticava e poi finiva per sprofondare tra le onde, incapace di capire dove fosse o da che parte dovesse andare per risalire.
Sospirò per l’ennesima volta. Quella mattina sarebbe stata perfetta per l’allenamento, con il vento che soffiava verso la spiaggia e creava il movimento perfetto sul pelo dell’acqua.
E come lo aveva notato lei, non si sorprese di vedere altri cinque o sei kiter* che si divertivano a vorticare in aria e tra le onde, le loro grida esaltate che le giungevano forti e chiare. Katy fu rosa dall’invidia, desiderando con tutta se stessa di essere al loro posto, di immergersi nella sensazione di libertà che le dava solcare il mare a tutta velocità e poi osservarlo dall’alto, certa che quello fosse il suo vero mondo.
Il mare, così come la tavola e l’aquilone, era parte di lei. E per colpa dello stupido Errore le era stato portato via tutto.
Si alzò, pulendo la sabbia dagli shorts e imponendosi di non cedere allo sconforto. Si era fermata sulla spiaggia fin troppo e anche se non era stata sua intenzione perdersi in ricordi così dolorosi, dopo aver visto quella compagnia di amici le era stato impossibile andarsene.
Perché a lei non era concesso divertirsi così? Cos’aveva il suo orecchio che le impediva di tornare sulla sua tavola?
A un tratto, gli occhi di Katy scorsero un ragazzo avvicinarsi, la parte superiore della muta che pendeva attorno alla vita e un asciugamano avvolto attorno al collo. Lo aveva visto eseguire diversi trick nella mezzora precedente, intrigata dal suo stile fluido benché grezzo, e quando le fu accanto notò la forza che il suo fisico allenato trasmetteva, la stessa che aveva percepito osservandolo in acqua.
«Hey! Ti piace il kitesurf?» le mostrò un sorriso cordiale che gli illuminò gli occhi scuri. «Se ti va di provare, abbiamo tavole e ali in più.»
«Grazie, ma non posso» sollevò gli occhiali a specchio sopra la testa e ricambiò il sorriso. «Non farei onore alla vostra attrezzatura.»
«Aspetta! Ma tu sei Katy O’Shea!?» asciugò il palmo sul telo e le porse la mano. Le dita tremavano dall’emozione e cercò di scrollarle per fermarle. «Merda! Cioè… Sono Jason. È un onore conoscerti.»
Katy rise per il suo imbarazzo, ma accettò la stretta. «Piacere mio» con un cenno del capo gli indicò tavola e ala, abbandonate alle sue spalle insieme al gruppo di amici. «Lo pratichi da tanto?»
«Ci sono letteralmente nato. Storia buffa, sai? Mia madre non è riuscita ad arrivare in ospedale e la sola superficie dritta nell’auto dei miei era la tavola da kite di…» Jason frenò di botto quella tirata, la mascella serrata così stretta da fargli quasi male. Un rossore incredibile gli segnò guance e naso. «Ma a te questo non interessa. Già… non dovrei dire certe cose a una ragazza… a te! Cioè, non dovrei parlarne con nessuno, non al primo incontro e…»
«Respira, Jason» Katy sorrise, divertita dal suo blaterare a raffica. «Mia sorella fa esattamente come te, quando è in ansia. Respira.»
Lui seguì il consiglio, volendo sprofondare per l’imbarazzo. «Già, scusa.»
«Quindi?»
«Quindi? Sì! Sì, faccio kitesurf da diciassette anni» i suoi occhi d’onice si fissarono su Katy. Lei percepì l’esatto momento in cui i suoi pensieri virarono verso l’Errore. Seppe cosa avrebbe detto un secondo prima che accadesse. «Mi dispiace per il tuo incidente. Deve essere difficile.»
«Cose che capitano» minimizzò, benché dentro le bruciasse da morire. «Avrei dovuto prestare più attenzione.»
«Il team avrebbe dovuto annullare il DP, come tu avevi suggerito» Jason incrociò le braccia al petto e per la prima volta Katy si sentì capita. «Il video di Delany è stato cancellato, ma non tutti hanno finto di non averlo visto.»
Delany. Il suo compagno di squadra ossessionato dai social, che aveva postato il video di quella mattina, per poi cancellarlo e negarne l’esistenza. Il video in cui si sentiva con chiarezza la voce di Katy proporre di annullare l’allenamento e in cui, tre minuti dopo, era stato immortalato il suo incidente.
«Sei tra i pochi che lo ammetterebbe» in quei mesi nessuno, tra i suoi amici, le aveva dato ragione.
«Be’, io non sono nemmeno uno stronzo» al suo sguardo stupito, lui alzò le spalle. «Il team manager ha negato un sacco di cose sul tuo incidente. Compreso il vero motivo della tua caduta.»
Katy mantenne il sorriso, tuttavia sentì di dover fare un passo indietro dal terreno delle confidenze. Aveva firmato un accordo di riservatezza e doveva mantenere la versione ufficiale.
«Un
brain fart* capita a chiunque.»
«Certo» le labbra di Jason si tirarono in un cenno amaro. «Immagino tu abbia delle condizioni da rispettare, ma ho visto il video. Sei caduta per un
dookie dive*, non perché hai dimenticato la figura da eseguire.»
«Accidenti, che sicurezza!» lo riprese Katy, l’ansia che le ronzava nelle orecchie e minacciava il suo equilibrio. «Sembra che tu ne sappia più di me. E dimmi: cosa ti rende così certo che sia caduta per aver perso potenza?»
Non avrebbe dovuto metterlo alla prova. Sentiva che quel ragazzo conosceva la verità, e ne era sicuro al cento per cento. Ma dopo mesi passati a negare l’evidenza, a sentirsi dire che forse era lei ad aver sbagliato manovra ed essere finita contro gli scogli per dei calcoli imprecisi, quella mattina Katy ebbe bisogno di ascoltare la verità. Basta negazioni e sotterfugi.
«Produco tavole e ali da kite e windsurf per vivere. Sono attento a tutti i nuovi prodotti del mercato e so che, durante quel DP, avreste provato della merce ancora non in commercio» il suo viso si fece serio. «Il suo produttore se n’era vantato un paio di sere prima, a un convegno, quindi, sapendo che anche Delany ci sarebbe stato, ho seguito la diretta sul suo profilo. A occhio, le ali sembravano piccole per il vento che tirava.»
«Era forte, sì» era arrivato a 30 nodi, troppo per la sua piccola C-kite*, perfetta per il freestyle ma non per tenere le raffiche. «Offshore*.»
Jason annuì. «Poi è arrivato il video. Si vede che cerchi di fare un trick, e il movimento trae in inganno. Sembra quasi un tuo errore, ma è evidente che, nel momento in cui ti alzi in aria, una raffica spinge l’ala oltre il punto di non ritorno. Da lì a cadere passa un secondo.»
Meno, in realtà, ma a lei era sembrato eternamente più lungo. Poi c’era stato lo schianto di schiena sul pelo dell’acqua e le onde che la trascinavano sempre più a fondo, verso gli scogli e ai lunghi mesi di inattività.
«Ho cercato di ruotare l’aquilone, così da assorbire la spinta» nelle mani sentì ancora la fatica fatta quel giorno, quasi sperasse di cambiarne l’esito. «Ma si è trasformato nel mio kitemare*.»
«Ho letto dell’operazione. L’equilibrio come va?»
«Domanda di riserva?» si scambiarono un sorriso triste, poi Katy guardò le onde spumose e sospirò. «All’asciutto va bene. È quasi perfetto, in realtà. Ma se entro in acqua…»
«Balleresti meno dentro una centrifuga» annuì, incrociando le braccia al petto. «Ti capisco.»
«Brutta esperienza?»
Jason si sporse verso di lei, facendole notare per la prima volta la differenza di altezza tra loro. Non le era sembrato
così alto, eppure Katy si accorse che in realtà lo era e un po’ ne ebbe soggezione. Lei non era un tipo da complessi, ma i ragazzi di una certa statura la mettevano in agitazione; la facevano sentire “piccola”, nonostante il suo metro e settanta, scarso. E Jason non fece eccezione.
«Come?» si ritrovò a chiedere, schiarendosi la voce per mascherare l’imbarazzo. Non aveva sentito una parola di ciò che le aveva appena detto, troppo impegnata a percepire la sua vicinanza per prestargli attenzione.
«La vedi?» ruotò la testa e, piegando l’angolo in alto dell’orecchio, le indicò una sottile linea biancastra che si perdeva in mezzo ai capelli castani. Poi si raddrizzò e le rivolse un’occhiata divertita. «Avevo quindici anni, durante uno dei miei primi DP da solo. Dopo due anni di pratica, volevo fare il fenomeno, partendo dalla spiaggia e arrivando in mare. Ma ho calcolato male la forza del vento e invece di essere magicamente trasportato sull’acqua, sono stato dolorosamente trascinato per venti metri sulla riva.»
«Un
facial* in piena regola.»
«Puro e semplice. Risultato? Una piccola commozione celebrale e orecchio interno sinistro danneggiato» Jason guardò verso il bagnasciuga e agitò un braccio in risposta a un kiter in volo sopra l’acqua. «Operato e guarito senza troppa fatica, ma se solo provavo a eseguire un salto, cadevo in acqua come un idiota.»
«Impossibile!» l’incredulità di Katy trapelò da quell’unica parola.
Non poteva essere vero. Lo aveva visto in acqua con i suoi occhi, gli aveva visto fare dei trick anche complessi e per lei era inverosimile che avesse sofferto dei suoi stessi problemi e li avesse superati. Perché a lei sembrava impossibile riuscirci.
«Giuro» esclamò serio, mettendo la mano sul petto all’altezza del cuore. «Ho impiegato sette mesi per recuperare e rimettermi in acqua. Non sono diventato un asso, ma alla fine ho ripreso a praticare il mio sport preferito e tanto mi basta.»

«Come?» Katy sentì prudere le mani dal desiderio di tenere stretta la barra dall’ala e tornare quella di un tempo. «Come hai fatto?»
Jason le fece cenno di aspettare e come un razzo corse verso il suo gruppo di amici. Katy lo vide rovistare in uno dei borsoni abbandonati sulla sabbia immacolata, mentre le sue labbra si muovevano a raffica per spiegare chissà cosa. In meno di un paio di minuti, però, fu di nuovo da lei e tutto sorridente le porse un biglietto da visita. Davanti, sopra l’immagine di un’onda, Katy trovò il suo nome completo, Jason Lewis; dietro, invece, un numero di telefono, una e-mail e un sito web di qualcosa chiamato “The Waver”.
«Cos’è?» chiese, rigirandoselo tra le dita.
«Dopo il mio incidente, ho passato mesi senza riuscire a capire perché perdessi l’equilibrio sulla tavola. Ero guarito, eppure se provavo a sollevarmi dal filo dell’acqua vorticavo peggio di una trottola» Jason le indicò uno dei ragazzi alle prese con le evoluzioni, proprio nel momento in cui si sollevò a mezz’aria. «Non so tu, ma io non capivo più da che parte andare durante lo stacco.»
«Sì. E il peggio arriva se devo voltarmi.»
Lui annuì. «È una forma di disequilibrio, insolita ma abbastanza frequente in chi ha subito un trauma cranico. Dopo una lesione, in genere il cervello resetta da solo il coordinamento con vista e orecchie. A volte, però, non riesce a completarlo e alcuni movimenti lo mandano in tilt. Quando l’ho capito, con mio padre ho costruito una macchina che, tramite un sistema di pompe e molle, simula il movimento della tavola in mare.»
«The Waver?»
«Esatto. Simula un migliaio di situazioni diverse, da fermo fino ai trick più complessi per vento, altezza e inclinazione della tavola. Aiuta a rieducare l’equilibrio nell’affrontare i movimenti specifici del kitesurf.»
Katy guardò con interesse il piccolo biglietto tra le sue dita. «Perché non ne ho mai sentito parlare?»
«Perché sono pressoché nuovo nel settore. Produco attrezzatura solo da qualche anno e per lo più per principianti. O per chi ha esigenze speciali. Poi c’è Waver, ma non ci sono molti kiter che ne hanno bisogno» dal suo gruppo di amici si levò il suo nome e Jason si voltò, facendo loro cenno che sarebbe tornato subito. «Be’, adesso è meglio che vada. Ti ho subissato abbastanza di chiacchiere.»
Katy si sentì confusa. In quei tre mesi, sponsor e privati le avevano proposto diverse tecniche, prodotti e collaborazioni per risolvere il suo problema. Tutti inutili. Jason, invece, che aveva forse la soluzione al suo problema, se ne andava senza provare a venderle nulla.
«Sul serio?»
Lui si fermò, a metà strada tra Katy e i suoi amici, girò la testa e le sorrise da sopra una spalla. Dovette aver capito a cosa alludesse, perché i suoi occhi di onice brillarono divertiti.
«Hai il mio numero. Sta a te decidere se usarlo o no.»
E la lasciò sola.
Katy sorrise tra sé, riportando gli occhi sulle onde e sul gruppo di kiter ancora in acqua.
Il mare e il kitesurf erano stati la sua vita, un’espressione della sua anima cui aveva temuto di dover rinunciare per sempre dopo l’Errore. Guardò la spuma bianca percorsa da quelle ali colorate e sospirò, di sollievo quella volta.
Forse, per una qualche incredibile fortuna, anche lei sarebbe tornata in acqua. Magari non più brava come un tempo, ma non era quello a importarle. Voleva sentirsi di nuovo parte di quel regno fatto d’acqua e aria, libera come solo tra le onde poteva esserlo.
Per questo recuperò il telefono dalla tasca degli shorts, compose il numero che aveva davanti agli occhi e attese fin quando la voce di Jason rispose dall’altra parte.
«Jason Lewis? Sono Katy O’Shea. Ho saputo da un amico che tu potresti aiutarmi a risolvere un problema.»

* DP (dawn patrol): allenamento tenuto di mattina presto.
* GKA kitesurf World Tour: campionato mondiale di kitesurf organizzato dalla Global Kiteboarding Association. Strutturato su più eventi nel corso dell’anno, il World Tour attribuisce il titolo di campione mondiale di kitesurf a chi, nel corso delle gare organizzate, ottiene il punteggio più alto nella somma dei voti nelle categorie tecniche, di freestyle e miste.
* Kiter: chiunque pratichi kitesurf.
* Brain fart: il dimenticare il trick da eseguire a mezz’aria e quindi schiantarsi/atterrare sull’acqua.
* Dookie dive: perdita di potenza durante la permanenza in aria, con conseguente caduta in acqua.
* C-kite: le prime ali utilizzate nel kitesurf e che hanno una forma a C. Oggi sono utilizzati quasi esclusivamente dai kiters più esperti e da coloro che fanno freestyle, perché meno manovrabili delle ali di nuova generazione.
* Offshore: vento che soffia perpendicolarmente dalla spiaggia verso il mare. Con questo tipo di vento occorre sempre avere dei mezzi di recupero pronti al soccorso.
* Kitemare: un incidente o un problema pericolosi durante il kitesurfing. I Kitemare possono essere mortali.
* Facial: totale perdita di controllo dell’ala aperta mentre si è ancora sulla spiaggia, con il rider trascinato dal vento su rocce e sabbia, di faccia.

Ed eccoci alla fine! Spero che la storia vi sia piaciuta! Ho fatto un po’ di ricerche sul mondo del kite e devo dire che me ne sono innamorata! Spero possa uscirne qualcosa di bello 😊 Se vi va, sarei curiosa di leggere i vostri commenti e le impressioni!

A presto
Federica 💋

Storytelling Chronicles #4

Buongiorno 😊

La settimana ricomincia con un racconto per la Storytelling Chronicles, gruppo di scrittura creativa creato da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom. Questo mese il tema era libero, ognuna ha potuto scegliere ciò che voleva e anche se ammetto di aver fatto un po’ fatica a decidermi mi sono lasciata trascinare di nuovo da Clarissa, la protagonista del primo racconto (per rileggerlo, lo trovate qui), e dalla sua cotta per Toby Seddlithon 😉

Clarissa è partita per le vacanze. Passerà due settimane a girare per il Regno Unito, alla scoperta delle case e dei castelli più antichi dell’Inghilterra. Ma il primo giorno nella sua adorata, seconda casa non inizia nel modo migliore: tra spoiler, sorprese rovinate e un incontro tanto meraviglioso, quanto insperato, Clarissa dovrà di nuovo fare i conti con la differenza tra realtà e fantasia.

E… le avevano appena spoilerato il finale!
Mesi di attesa, ore insonni passate sui social per sapere
quando l’ultimo capitolo sarebbe uscito, intense chat nei fandom più oscuri e oltranzisti e Clarissa era riuscita a bruciare tutti i suoi sforzi in quasi dieci minuti di conversazione con Giada Monti, aka la logorroica del dipartimento.
Erano stati i nove minuti e tre secondi più intensi della sua vita, peggio dell’unica ora di spinning a cui si era degnata di partecipare, per poi mollare e fuggire a gambe levate come l’anticristo davanti a Paolo Brosio. In quel momento, più che fuggire, avrebbe voluto seppellire Giada sotto una caterva di improperi e poi strapparle gli occhi dalle orbite. O aspettare quindici anni, fare a pezzi i suoi futuri figli e poi servire a Giada uno stufato cotto a puntino.
Così, perché si sentiva più Arya Stark che se stessa e un po’ di tortura sanguinaria le sembrava allettante.
Per la fortuna di Giada, si trovavano in due nazioni diverse, altrimenti a Clarissa l’arresto per omicidio volontario –
decisamente volontario – non l’avrebbe tolto nessuno. Si sarebbe difesa, però. Perché la causa era più che legittima.
«E poi lui muore! Cioè, ma ti rendi conto!?» al sentire il tono incredulo nel telefono, Clari abbassò lo sguardo sul proprio grembo, dove riposava il libro del misfatto. «Cinque libri a raccontarci la loro storia d’amore bollente e tormentata, poi lui viene decapitato!»
«Ah…» chiuse il volume con uno scatto secco, senza nemmeno fingere di aver dimenticato il segnalibro. Non aveva più senso continuare a leggere. «E lei invece?»
«Oh, cresce i loro gemelli e si sposa l’amico. Quella zocc…»
«Scusa, Giada. Devo lasciarti. È stato…
carino sentirti.»
Carino quanto un’invasione di locuste, scarabei e pidocchi. Tutti in una volta.
Sospirando, Clarissa abbandonò il volume nello zaino, raccolse armi e bagagli e si avvicinò all’addetta del servizio di noleggio auto di Gatwick a passo pesante. Quella vacanza si stava rivelando una pessima, pessima, pessima idea.
A iniziare dal bidone magagalattico che le aveva rifilato la sua migliore amica.
Non che Chiara non fosse giustificata. Finire all’ospedale per una lavanda gastrica post intossicazione alimentare e uscirne con un’ecografia del girino di sei settimane che le cresceva in pancia, a parer suo, rappresentava una motivazione sufficiente a spingerla sul primo volo per gli States, invece che portare avanti la loro “fuga tra ragazze” nella cara, vecchia Inghilterra.
Aveva insistito lei perché portasse le chiappe dal futuro paparino e gli desse
live la notizia. Chiara, che nei fumi dell’annebbiamento da shock se n’era uscita con un “Gli mando un messaggio”, sarebbe rimasta, fedele come Hachi con quel ben di Dio di Richard Gere. E Clari non se l’era sentita di fare la str… pessima amica.
Quindi, invece di trovarsi entrambe a Gatwick, davanti alla versione umana del bradipo di
Zootropolis, Chiara si stava godendo il suo volo intercontinentale alla volta di Washington D.C., mentre lei…
Lei pregò che gli addetti alle auto non fossero “celeri” quanto la donna che, con occhio lesso, le chiese di rifare lo spelling del suo cognome.
«M-a-n-c-i-n-i.»
Chiara avrebbe riso come una matta. Non era mai successo – mai, in nove anni di viaggi in Inghilterra – che gli addetti alle prenotazioni di qualunque cosa, hotel, auto, eventi o biglietti, azzeccassero il suo cognome. Statisticamente era impossibile, ma Clari era l’eccezione alla regola e infatti si ritrovò a firmare il foglio dell’assicurazione come “Clarissa
Mencini”. Almeno, quella volta era quasi esatto.

Habeo machina! lol Indovina: Clarissa Mencini… Non ridere (troppo).

Inviò il messaggio a Chiara proprio mentre un altro addetto le metteva in mano le chiavi della sua fiammante… Vauxhall?! Quell’auto era inguardabile, di un grigio deprimente e le scattò una foto, con cui di certo la sua amica si sarebbe divertita.

Ringraziami! Se non ti avessi spedita a W.DC, adesso dovresti salire su questo obbrobrio!
P.s. La logorroica mi ha spoilerato il finale di “Divorami l’anima”… Mi serve aiuto!

Le avrebbe risposto quando fosse atterrata, quella pignola delle regole, ma ci teneva a condividere con lei le tragedie della giornata appena iniziata. L’orologio segnava le dieci e lei già ne aveva fin sopra i capelli. Poi, però, si mise alla guida, collegò il telefono all’impianto audio e nell’uscire dal parcheggio dell’aeroporto la voce di Sua Maestà Freddie invase la macchina con Don’t Stop Me Now.
Più che un’auto, quel macinino grigio si trasformò in una discoteca su ruote, con Clarissa che scuoteva la testa a destra e a sinistra, un playback reso perfetto dalle ore infinite di prove fatte negli anni e le dita che tamburellavano sul volante.
A casa non usava mai la macchina. I suoi incidenti da ferma – letteralmente, come il panettone centrato nel cercare di togliere il freno a mano – erano diventati un marchio di fabbrica, ma lì adorava guidare. E a sorpresa, tenere la sinistra non le aveva mai dato problemi.
Si immise sull’autostrada come se la percorresse tutti i giorni, i Queen a tutto volume nelle casse e un traffico scorrevole che non le fece sentire lo stress mentre puntava verso Sevenoaks Weald, Kent.
Visto che era rimasta sola, ne avrebbe approfittato per far visita ai suoi “genitori” inglesi.
Alle superiori aveva passato un intero anno scolastico in Inghilterra, ospitata dai Clark. Ben e Hollie, e quel rompiscatole del figlio, Devon, erano diventati la sua seconda famiglia, un legame che negli anni non era mai venuto meno. Era stata quella pimpante signora a trasmetterle una passione smodata per le dimore storiche inglesi e la loro conservazione. Poi si era iscritta a uno dei suoi master al Birkbeck College
 ed era diventata anche la sua insegnante preferita.
Era quasi un anno che non li andava a trovare.
La mezzora di viaggio volò, immergendola in una campagna sempre più verde, finché non parcheggiò di fronte alla casa in Saint Julian Road. Percorse il piccolo vialetto di ghiaia, morendo dalla voglia di urlare “Sorpresa!” e finire a bere tè nello studio di Hollie, sovraccarico di libri e foto, in molte delle quali saltava fuori anche lei.
Bussò un paio di volte, ma oltre la porta bianca non si mosse manco un grammo di polvere. Normale, se Hollie stava lavorando e Ben era nel giardino sul retro a occuparsi delle sue amate peonie. Pareva Gollum con l’anello a volte. Guai a toccarle, quelle benedette peonie.
Le scappò da ridere, mentre frugava nella fessura all’angolo della facciata per recuperare la chiave di scorta. Un’estate, lei e Devon si erano dimenticati di innaffiarle per mezza giornata. Non ne avevano sofferto, ma Ben li aveva trattati come Bruto e Cassio, pugnalatori seriali di fiori indifesi.
Il veto di avvicinarsi alla pianta ancora valeva.
Entrò nel cottage quatta quatta, invisibile tipo Hermione durante la rapina alla Gringott. Sentì la porta sul retro aprirsi, un rumore di passi agitato che si dirigeva verso il salotto e decise che per primo avrebbe abbracciato Ben.
«Sorpr…»
Il balzo nel soggiorno le uscì male. Sembrò uno degli ippopotami di Fantasia, schiantato in mezzo a una casa inglese e davanti all’ultima persona al mondo che avrebbe mai immaginato trovare lì, nello sperduto Kent.
Grattachecca dei Simpson non era nulla in confronto a lei, gli occhi letteralmente fuori dalle orbite.
Si diede un pizzicotto. Bello forte.
«Ahi!»
Eh no, non era un sogno.
Capelli castano-ramati umidi e lo stesso viso sottile e mascolino che l’aveva tenuta sveglia notti intere. Occhi di un blu oceano da toglierle il fiato.
Lui. Davvero questa volta, non quella versione da incubo sognata un mesetto prima.
Ed era nudo. Gloriosamente, magnificamente nudo!
Solo quando lui si coprì con un cuscino, Clarissa ritrovò l’uso della parola.
«Toby… Seddlithon?»

Toby.
Cazzo, se gli dava sui nervi.
Con tutti i posti in cui poteva sentire quel dannato tono, casa Clark era l’ultimo in cui se lo sarebbe aspettato.
Come se tutti fossero abituati a trovarselo di fronte, pronto a sorridere e mettersi in posa per un selfie. La tizia lì davanti gli sembrava un’altra groupie esagitata, pronta a chiedergli la stessa cosa di chiunque altro.
Se solo non fosse stato nudo come un verme. Quasi fu tentato di scoprirsi di nuovo, perché quegli occhi pallati non lo stavano guardando con l’intenzione di chiedergli una foto. La ragazza si stava tatuando il suo corpo sulle cornee, ne era certo. Avanti, guardava tutto fuorché il suo viso e quello un po’ sgonfiò la sua incazzatura.
Era uscito per farsi una nuotata nel lago dietro casa, ma quel cretino del suo amico gli aveva fatto sparire i vestiti in un secondo di distrazione. Era tornato indietro di corsa, convinto di beccarlo sul fatto. Solo che nello spostarsi in salotto, quel folletto dagli occhi nocciola era sbucato dal nulla e lo aveva bloccato chiamandolo in quel modo.
Raddrizzò le spalle e si schiarì la voce, apprezzando il leggero rossore le coprì le guance per l’imbarazzo. Era complice di un dannato scherzo, ma cavoli se era carina, con quella frangetta castana tutta spettinata e le labbra color ciliegia.
«È stata un’idea di Devon?» non lo fece di proposito, ma la sua voce suonò più rauca del normale. E infastidita. Perché gli scherzi li tollerava fino a un certo punto. «Te l’ha detto lui, vero?»
La testa della ragazza schizzò in alto, trovando il suo volto e diventando ancora più rossa. Inarcò un sopracciglio, spronandola a rispondere invece di pensare al fatto che fosse nudo. Avrebbe volentieri recuperato qualcosa da indossare, ma sospettava che l’amico l’avesse ingaggiata per tenerlo così il più a lungo possibile.
«Devon… è in casa anche lui?»
Oh, no. Quella luce di sospetto nei suoi occhi non gli piacque per niente.
La sua mente stava andando a parare verso un’idea che lo spinse a fare un passo avanti, invadendo il suo spazio personale. Di solito se ne fregava di ciò che pensava di lui la gente, ma non voleva che quel folletto fraintendesse.
«
Tu saresti proprio il mio tipo, ma dimmi» abbassò lo sguardo finché non restò incatenato a quello della ragazza. «Quel cretino ti ha chiesto di farmi una piazzata? Sa quanto detesto questa cosa delle fan adoranti.»
Lei scosse la testa, respirando a singhiozzo. «N-no. Nessuna piazzata. Io…»
Un trambusto scosse le scale e il rombo della risata di Devon si propagò per la casa. Finché non trovò loro due. Rise vedendo il suo corpo pallido e bagnato gocciolare nel soggiorno. Poi però si accorse della figura minuta che gli stava di fronte e cambiò espressione. Devon Clark si fece tenero.
Tenero?
«Clari?!»
La ragazza distolse lo sguardo e lo piazzò sul suo migliore amico. Le labbra si aprirono nel sorriso più luminoso e dolce che gli fosse capitato di vedere negli ultimi anni. Forse si era sbagliato su di lei e per un secondo, uno soltanto, sentì una fitta al centro del petto mentre si allontanava. Dio, quanto voleva che tornasse indietro e guardasse
lui in quel modo. Avrebbe fatto di tutto per far sì che succedesse.

Clarissa gettò le braccia al collo di Devon e lui la fece roteare sul posto, tempestandola di domande su quando fosse arrivata e se i suoi la stessero aspettando.
«Volevo far loro una sorpresa, in realtà» lanciò un’occhiata di sbieco a Toby, che ancora emanava vibrazioni negative. Però non si era ancora mosso e lei apprezzava lo spettacolo dei suoi muscoli longilinei. Moltissimo.
«Sono in Scozia! Mamma ha in carico il restauro di Mount Stuart.»
«Sei serio!?» era una delle ville storiche più famose e lei ancora non l’aveva visitata. Poi rivide Toby e arrossì. «Forse avrei dovuto avvisare.»
«Vi siete conosciuti, vedo» Devon rise sotto i baffi e lei gli tirò un pugno sulla spalla, consapevole che quasi sicuramente doveva a lui la nudità di Toby. «Hey! Non iniziare. Sei appena arrivata.»
«Immagino sia un tuo scherzo idiota» indicò quel bendidio e si sentì avvampare ancora. Stava facendo la figura della cretina e il suo idolo di certo la detestava. «Porti ancora via i vestiti a chi fa il bagno al lago!? Cresci un po’, Dev.»
Toby borbottò qualcosa per assentire, ma non riuscì a capirlo perché lasciò la stanza in tutta fretta.
E lei non poté trattenersi. Gli guardò il fondischiena. Una gran, bella e completa radiografia del suo didietro. Archiviata come materiale con cui risollevarsi il morale nella prossima vecchiaia.
«Guardona!» tossicchiò Devon per prenderla in giro e lei gli rifilò un altro pugno. «Oh, avanti! Hai una faccia da affamata.»
Fame! Non aveva più idea di cosa fosse, non dopo essersi trovata davanti al proprio sogno proibito, in prima fila davanti a tanta bellezza. Sentì le guance andarle in fiamme. Lo aveva visto
nature! E chi se lo scordava più.
«Scemo… Potevi dirmelo che lo conosci!»
Devon parve scioccato. «Ma chi, quello!? Perché avrei dovuto?»
Fu lei a essere del tutto sconvolta adesso. Lo guardò indignata e gli puntò l’indice tra le costole. «Non so, forse perché è Toby Seddlithon!?»
«Lui… cosa?»
Il suo amico d’infanzia restò di sasso, un’espressione stralunata sul viso cesellato. E poi, con sua sorpresa, si piegò in due dalle risate.
Non solo. Devon stava
piangendo dal ridere. Letteralmente.
«Ti prego, Clari. No, ti supplico» tentò, ma non riuscì a trattenersi dal ridere ancora. «Dimmi che l’hai chiamato così.»
«Scusa?»
«
Toby Seddlithon» imitò il suo tono estasiato, asciugandosi le lacrime. «Oh, Dio! Perché non ero qui quand’è successo!?»
«Per fortuna! Già era convinto gli avessi fatto una piazzata. E che fosse una
tua idea» si costrinse a ignorare le farfalle nello stomaco al pensiero che lei fosse “proprio il suo tipo”. Oh, ma quella sua voce roca. Aveva ancora i brividi. «Che vergogna! Adesso penserà che sono una pazza.»
«No… Quando gli passerà l’incazzatura per come lo hai chiamato, gli starai simpatica. Vedrai.»
«A dirla tutta, sono incazzato a morte con te, amico.»
L’oggetto della loro conversazione tornò in salotto e Clari fissò basita la t-shirt con lo stemma di casa Targaryen che gli fasciava il busto alla perfezione. I jeans neri slavati cadevano da Dio sulle sue gambe. E i piedi… nudi!
Sui social sembrava sempre così elegante. In quel momento, invece, si trovò a fare i conti con un uomo in carne e ossa e vero sex appeal a dismisura. E non perché fosse un attore ultra famoso. Ma perché vestiva come un nerd!
Cavoli, se non ci aveva preso nel suo sogno! E anche il viso di Toby, adesso che se lo trovava di nuovo davanti con il corpo
coperto, le sembrò diverso dalle centinai di volte in cui l’aveva visto nei film e in foto. Era più marcato, con le leggere rughe agli angoli degli occhi e una piccola cicatrice bianca a segnargli il mento.
E quella quando se l’era fatta!? Non l’aveva mai vista! Forse la coprivano con il trucco.
Però… accidenti! Adesso che l’aveva notata, non riusciva a non volerla sfiorare con le dita, avanti e indietro. Proprio nel punto in cui impediva alla barba leggera di crescere. Mmm…
«Adesso che sei vestito posso fare le presentazioni. Esibizionista, lei è Clarissa, una
vecchia amica di famiglia» al sentirlo chiamarla “vecchia”, l’interessata si riscosse dall’esame approfondito e gli mollò un ceffone sulla spalla. «Ahi! Manesca, lui è…»
«Toby Seddlithon.»

Ecco fatto. Si era presentato e ora quella meraviglia tornava a concentrarsi su di lui.
Se ne fregò altamente dell’occhiataccia di Devon. Gli interessava che lei tenesse quegli occhi luminosi sul suo viso ancora per un po’. Un secondo fa lo stava studiando, quasi avesse un piccolo Wally nascosto chissà dove sulla faccia e gli era piaciuto essere l’oggetto di tanta attenzione.
Accidenti, voleva che scovasse tutti i dettagli che non avrebbe trovato nel viso sullo schermo!
Scacciò l’idea del
perché lo volesse e allungò una mano verso di lei. La vide trattenere il respiro, ma l’esitazione sfumò non appena la strinse. Un brivido gli fece accapponare la pelle per la sorpresa. Toccarla non avrebbe dovuto essere una cosa pericolosa, ma capì che con lei non sarebbe stato così.
Gli piacque. Fin troppo.
«Ti devo delle scuse» si tirò indietro, le dita cacciate nelle tasche dei pantaloni perché altrimenti l’avrebbe sfiorata di nuovo. «Ho pensato fossi complice di questo deficiente.»
«Ma bene,
Toby. Maltratta il tuo migliore amico per fare il figo, Toby
Clarissa li guardava un po’ stranita e di certo non aveva idea del perché continuasse a ripetere il suo nome. Se Devon continuava a comportarsi in quel modo, lo avrebbe ucciso.
«Dev posso portare dentro l’auto?»
La domanda della sua amica gli fece distogliere lo sguardo truce, ma non prima di avergli lanciato un nuovo avvertimento. Basta stronzate.
«Certo. Ti aiuto.»
«No, faccio da sola. Non resto molto, ma è a noleggio e non voglio rischiare di ammaccarla.»
Come!? Un momento. Non poteva già pensare di andare via. Era appena arrivata e Toby non aveva ancora avuto l’occasione di sembrare diverso da un musone irascibile. Ci teneva che quel bel visino non lo considerasse come chiunque altro. Era inspiegabile, eppure il sorriso che aveva rivolto a Devon aveva sconvolto il suo mondo.
Ne avrebbe voluti a migliaia di sorrisi del genere. E li voleva tutti per sé.
Quando Clarissa uscì per spostare l’auto nel vialetto, lui si ritrovò a respirare, ma gli mancava la sua presenza. Soprattutto perché si ritrovò addosso un Devon piuttosto seccato. Merda, avrebbe dovuto essere lui a pugnalarlo con lo sguardo. Non viceversa.
«Non una parola.»
«Ma davvero, Toby? “Non una parola”» borbottò, per fargli il verso. «Mi pare tardi.»
«Sì, lo è» si mosse verso la cucina e nel passargli accanto, gli tirò una spallata. «Chi è?»
«Un’amica di famiglia. Sai che i miei ospitavano gli studenti degli scambi culturali… Clari era una di loro. Solo che mia madre non l’ha più persa di vista dopo l’anno di studio.»
«Sembrava di casa.»
«Perché lo è» alzò le spalle con nonchalance, ma percepì lo stesso l’affetto profondo di Devon e gli diede fastidio. «È nove anni che gode del titolo di Clark onoraria. Credo che mia madre la ami.»
Mise sul fornello la teiera. Era troppo presto per la birra, ma doveva mandar giù qualcosa. Tutto pur di placare l’acido che sentì in gola nel chiedere: «Solo Hollie?»
Devon rise, quel sadico stronzo!
«Oh, anche papà. C’è stata una mezza tragedia con le peonie, ma la adora lo stesso» gli si mise accanto, la bocca stretta in un ghigno perché non riusciva a smettere di ridere. «È come una sorella per me. Una di quelle per cui minacci i tuoi amici di tenere le mani a posto.»
«Quindi siamo ancora amici?»
«Ci sentiamo di tanto in tanto, Toby, lo sai. Ma sì, sei ancora un amico.»
«E ai tuoi cosiddetti
amici non parli di tua sorella?» era irritato ma scrollò le spalle davanti al ghigno interrogativo di Devon. Lui stesso non aveva idea del perché lo fosse, quindi era inutile perdere tempo a cercare una spiegazione per l’amico. «Onoraria o no, è la prima volta che ne sento parlare.»
«Perché non ne ho mai avuto l’occasione. E non te l’avrei presentata se avessi saputo della sua ossessione per “Toby Seddlithon”» alzò gli occhi al soffitto, mimando le virgolette con le dita e Toby rise della canzonatura, come se quel nome lo rendesse un trofeo o che altro. «Avrei voluto assistere alla tua faccia, ovvio, ma non ti avrei fatto uno scherzo del genere. È da stronzi.»

L’acqua fischiò e Toby allungò il braccio dietro di sé, senza nemmeno guardare. Era abituato a compiere quel gesto e Clarissa trovò strano che, in realtà, lui e Devon si sentissero solo poche volte.
Non avrebbe dovuto origliare da dietro la porta. Ma come avrebbe potuto evitarlo? Stava rientrando quando li aveva sentiti parlare di lei e… E la particolare prospettiva che godeva sul corpo di Toby da quel punto aveva preso la decisione al posto suo. Si beò della vista ancora un po’, marchiando a fuoco nella memoria il profilo della sua splendida bocca mentre si apriva in un sorriso complice per quello che Devon gli aveva appena detto.
Oh, grande Giove! Quel gesto la uccise.
Nessun sorriso visto attraverso le telecamere e uno schermo sarebbe mai più stato abbastanza da farle battere il cuore.
Ma non poteva restare lì ferma. Sarebbe sembrata un’impedita nei parcheggi e non voleva certo dare quell’impressione. Già aveva sfiorato una moto nel portare dentro l’auto, rischiando un danno mai visto. E se fosse stata la moto di Toby?! Che figura avrebbe fatto.
Perciò raccolse il coraggio di entrare in cucina.
Per restare ferma esattamente dove si trovava nel sentire la domanda di Devon.
«Ti interessa? Perché Clari è davvero una di famiglia e non mi va di vederla soffrire.»
Addirittura!? Cioè, sì, lei avrebbe volentieri approfittato di Toby in ogni buona occasione, specie dopo aver avuto conferma di quale fosse il suo genere di ragazza, ma da lì alla sofferenza ne passavano di ere geologiche.
Eppure il suo cuore perse il ritmo nell’attesa di una sua risposta. Perché la vacanza era iniziata male, ma quello avrebbe potuto darle una svolta da capogiro.
«È solo un’altra fan senza speranza» Toby scrollò le spalle, gli occhi tempestosi fissi sulla tazza di tè nella sua mano. «Non ne vale la pena.»
“No, Maria. Io esco.”
Una piccola Tina campeggiò nel suo cervello. Ci era rimasta male, malissimo, ma non per questo avrebbe permesso a cotanto tripudio di figaggine di passarle sopra come un bulldozer. Avrebbe conservato il suo onore.
In fondo, lei aveva già dei programmi per la sua vacanza. La sosta dai Clark era stata solo un’improvvisata e aveva da fare anche a Londra.
Fece capolino nella cucina e sorrise a entrambi, specie al belloccio che l’aveva appena rimbalzata.
«Cambio di programma. Parto adesso» fece l’occhiolino a Devon e un rapido cenno a Toby. «Piacere di averti conosciuto.»
Li lasciò tutti e due di stucco. Non ci fu modo di farle cambiare idea e quando si rimise alla guida della Vauxhall, Mika riempì la campagna con la sua
Oh Girl You’re The Devil. Clari sogghignò mentre si allontanava, gli occhi inchiodati sullo specchietto retrovisore e all’espressione basita di Toby Seddlithon.
Sì, era una fan senza speranza e avrebbe sospirato lo stesso al ricordo di quella mattina, ma Clari era una per cui
ne valeva la pena! E Toby non aveva idea di cosa si sarebbe perso.
Tanto peggio per lui!

Perdonatemi! Non avendo un tema da seguire è diventato un racconto lunghissimo 😅 spero siate tutti sopravvissuti fino alla fine! Se vi va, mi farebbe piacere sapere come vi è sembrato!

Federica 💋