Storytelling Chronicles #21

Buongiorno e buon lunedì!

Anche per questo mese torna un nuovo racconto per la rubrica di scrittura creativa a cui partecipo da quasi due anni, la Storytelling Chronicles, ideata da Lara di La Nicchia Letteraria e con grafica di Tania di My Crea Bookish Kingdom! Questo mese i temi sono stati scelti a cascata dai/dalle partecipantə, vale a dire che ognuno di noi ha suggerito un tema il quale è stato poi sviluppato in un racconto dalla persona che ha commentato subito dopo.

Quindi il mio tema, suggerito da Lara, è stato: “storie d’amore ambientate a scuola. Ergo, ciò che avrei voluto affrontare nel prossimo racconto sarebbe stato un qualcosa dove il liceo e i sentimenti fossero i protagonisti indiscussi”.

Devo dire che è stata un po’ una faticaccia, infatti pubblico quasi allo scadere del mese! Però mi sono divertita e senza altri indugi mi presento Audrey e Nate!

Starcreek High

Mia mamma mi vuole morta.
Non c’è altra spiegazione che giustifichi perché mi trovo in casa del decerebrato più fastidioso di tutta la mia scuola a dargli ripetizioni di letteratura.
Un decerebrato che si finge tale. Nate non è stupido, anzi, e lo sappiamo tutti e due che nell’ultimo compito in classe ha fatto schifo solo perché ha passato le ultime due settimane a esplorare le tonsille di Candice Fergus.
Uno spettacolo che mi sarei risparmiata, se non avessi la sfortuna di abitare proprio nella casa accanto di colei la cui gola è stata oggetto di un tale puntiglioso studio. Ho provato a tener chiuse le tende quando sapevo esserci Nate nella casa dall’altra parte del vialetto ma – sfortuna ancor più grande – ho una memoria fotografica, il che rende ancora vivido nella mia mente il ricordo di quell’unica volta in cui li ho effettivamente visti.
Un’unica volta che mi ha condannato a questo strazio.
«Perciò Shakespeare, nei sonetti, vuole raccontare del destino dello scrittore, soggetto al volere del committente e della musa, la cui figura può essere sia benevola che cattiva, a seconda di quanto elargisce.»
«Di cosa?» mi domanda svogliato, la testa appoggiata sul palmo mentre mi osserva con un mezzo ghigno fastidioso.
«Cosa “Di cosa”?»
Il ghigno di Nate diventa completo, come se fossi caduta in una trappola che vede solo lui. Si raddrizza e trascina la sedia ancor di più sotto al tavolo della cucina. Il mio ginocchio si scontra con il suo, cosa che sembra divertirlo. Si piega verso di me e mi scruta dall’alto della sua statura da promessa del basket.
«Che cosa elargisce la musa?»
Tiene la voce bassa, come se fossimo solo noi due in un luogo tutto nostro. Sì, ok, siamo effettivamente soli, perché i suoi lavorano tutto il giorno e ha spedito la governante chissà dove non appena mi ha fatta accomodare in casa. Però mi sta provocando con i suoi modi rilassati e filtranti.
E no, io a questa provocazione non posso non rispondere.
Gli scocco un sorriso timido, abbassando appena le palpebre per guardarlo da sotto le ciglia. Come se fossi in imbarazzo davanti alle sue attenzioni. Poi, quando meno se lo aspetta, gli copro la faccia con la mano e lo spingo indietro. In modo davvero poco elegante.
Nate strabuzza gli occhi. Sono sicura che nessuno l’abbia mai trattato così. Lui, la stella della Starcreek High, osannato dai ragazzi e cotta segreta delle ragazze sin da che gli ormoni ci rendono tutti “petulanti esemplari di stupidità umana” – parole di mio padre, non mie.
Sono stata compresa in quella categoria anche io, per un paio di settimane, durante la prima superiore. Perché anche io avevo una cotta segreta per Nate, che è meravigliosamente scomparsa quando mi ha definita una “Quattrocchi tutta pelle e ossa”. Lui non ha idea che l’ho sentito e a me sta bene così.
Soprattutto adesso che devo dargli ripetizioni.
«Primo: qualunque cosa ti passi per quel tuo cervello da primate non troppo evoluto, dimenticatela» esordisco per poi puntare l’indice sul libro aperto che campeggia tra noi. «Secondo: la musa elargisce favori, vale a dire…» Gli tiro un piccolo calcio nello stinco per farlo smettere di sogghignare ed è un piacere sentirlo gemere di dolore. «Vale a dire, che dispensa ispirazione, in diversi gradi e modi.»
«Come tu dispensi punizioni?»
Sorrido. «Ma bravo, Nate! Allora non sei tutto muscoli e niente cervello.»
«Ah, Panky così mi offendi.»
«Non chiamarmi così» sibilo, abbassando lo sguardo sul libro.
Ovviamente, Nate conosce il mio scomodo secondo nome. Audrey Pankhurst1 Johns, così hanno pensato bene di chiamarmi i miei genitori, e adoro il fatto che entrambi i miei nomi derivino da due donne che hanno fatto la storia. Davvero, lo adoro. Ma non quando quest’essere lo usa per prendermi in giro, visto a cosa allude2.
«Perché? Da piccoli lo adoravi.»
Giusto. Nate è anche il mio ex credevo-fossi-il-mio-migliore-amico, il ragazzino che mi ha fatto da spalla e da complice fino alla quinta elementare e poi si è trasformato in un adolescente figo che non aveva più tempo da perdere con me, l’amichetta quattrocchi tutta da compatire.
«Sì. Prima che scoprissimo che i bambini non li porta la cicogna, né nascono sotto i cavoli.»
«Cioè prima che scoprissimo 16 and Pregnant» puntualizza sempre con il suo mezzo ghigno.
«È lo stesso.» Mi sistemo gli occhiali sul naso e torno a sfogliare il libro. «Allora, se guardiamo la numerazione possiamo vedere che…»
«Da quando sei diventata una copia di Mrs Morton?» chiede sporgendosi in avanti proprio per rubarmi gli occhiali.
«Nate! Ridammeli!» Scatto in piedi per allungarmi più facilmente verso di lui ma non sono la sola, e lui con la sua maledetta altezza si guarda bene dal tenerli alla mia portata. «Scimmia decerebrata che non sei altro! Ridammi gli occhiali!»
Sghignazza, ma lo sento solo perché sono cieca quasi come una talpa e non distinguo la sua sagoma dal resto della cucina. Vedo delle forme sfuocate e non lo faccio di proposito, ma un singhiozzo mi chiude la gola. Sbatto più volte le palpebre per scacciare le lacrime che mi hanno riempito gli occhi. Non voglio piangere, non davanti a lui, ma perché mi ha portato via proprio gli occhiali? Perché non si è limitato a chiamarmi Panky e a prendermi in giro come prima?
Perché si è comportato esattamente come i suoi stupidi amici?
Chiudo gli occhi perché altrimenti piango davvero, mentre mi rendo conto che Nate ha smesso di ridere. Magari se n’è anche andato, perché non lo trova così divertente darmi il tormento. Sarebbe troppo bello per essere vero.
Infatti sento che sbuffa, però un secondo dopo le sue mani calde mi spostano i capelli per trovare le orecchie e infilare le bacchette con un movimento goffo.
«Quante storie per un paio di occhiali.»
Resto di sasso, mentre un paio di lacrime alla fine riescono a sfuggirmi lungo le guance. Mi decido a riaprire le palpebre con il cuore che batte per l’ansia e per fortuna adesso vedo tutto alla perfezione, compresa l’espressione buia di Nate. È di nuovo seduto al tavolo, le dita che giocherellano con una matita mentre tieni gli occhi puntati sulle pagine del libro.
È il ritratto dell’indifferenza, una visione che mi stringe lo stomaco e scatena un nuovo singhiozzo. Ovviamente se ne accorge e quando punta su di me i suoi occhi scuri mi sento piccola come una mocciosa. Settimana scorsa, all’uscita da scuola, il suo gruppo di amici mi hai riservato lo stesso trattamento, finendo per rompermi gli occhiali e costringendomi a comprarne un paio nuovo, e che adesso lui mi rifili quest’occhiata quasi infastidita riapre una ferita che pensavo di aver ricucito.
Non che lui lo sappia, visto che era impegnato a esplorare le tonsille di Candice con tale dedizione.
«Non sono solo un paio di occhiali» lo scimmiotto. «Senza non ci vedo, stupido imbecille.»
«Era uno scherzo, Audrey!» si giustifica, offeso e anche infastidito. «Dai, non è morto nessuno. Siediti e calmati, così puoi finirmi di spiegare la divisione in due blocchi dei sonetti di Shakespeare.»
L’ho detto che Nate non è davvero stupido. Altrimenti non saprebbe già quello che io in teoria dovrei spiegargli… Quindi perché sono qui?
«Deve essere divertente, vero?» Domanda retorica e se ne rende conto perché non mi chiede di cosa parlo. «Te l’ha Derryl di togliermeli? O sono stati i figli di Coach Wayne?»
Nate mi scocca occhiata spaesata. «Perché avrebbero dovuto? È successo qualcosa?»
Mi affretto a raccogliere le mie cose, testa bassa e sguardo puntato sul tavolo perché non voglio vedere la certezza che sa di cosa parlo stampata sul suo viso. Non gli credo, non può non saperlo visto che sia Derryl sia Sharon e Jimmy Wayne fanno parte del suo gruppetto di amici.
«Chissà che risate quando glielo racconterai! Audrey la Quattrocchi che va in crisi perché le si tolgono gli occhiali.»
«Non so di che blateri!»
«Molto bene. Visto che blatero, me ne vado a casa.»
Mi allontano dalla cucina con i suoi passi alle calcagna. So già che mi prenderà perché più alto e più veloce, però resto comunque sorpresa e infastidita quando mi si para davanti per bloccarmi. Resta fissarmi per un secondo, arrabbiato quanto me per quello che è successo in questi pochi minuti. Poi il suo viso diventa ancora più scuro. «Ti hanno fatto qualcosa?»
«Come se al magnifico e osannato Nate Coleman importasse.» Gli punto l’indice contro il petto con forza, per dargli fastidio, per fagli anche solo un pochino male quanto ne ha fatto lui a me con il suo “Era solo uno scherzo”. «So che ti sto antipatica, che sono solo una quattrocchi pelle e ossa, ma se sei mai stato davvero mio amico, evita di prendermi per il culo!»
Deve restare veramente di stucco, perché riesco ad andarmene da casa sua senza che aggiunga nient’altro. Sapevo che sarebbe andata a finire male, perché quando c’è di mezzo Nate, niente nella mia vita gira per il verso giusto!

* * *

«Hai sentito?»
Violet, la mia migliore amica e quella che sa praticamente tutto di me, si siede sulle gradinate vuote lasciandosi andare di peso. Ha gli occhi che brillano come un bambino a Natale, segno che deve essere successo qualcosa di catastrofico a una delle cheerleader o a quelle del gruppetto di Sharon Wayne. Sinceramente non sono dell’umore giusto per sentir parlare di loro, nemmeno dopo due giorni passati a ignorare tutto ciò che a che fare con Nate. Due giorni passati anche a cambiare strada ogni volta che rischiavo di incrociarlo nei corridoi.

Se n’è accorto di sicuro, anche perché ho sentito i suoi amici farglielo notare diverse volte, ma non mi interessa. Questa volta ho veramente chiuso con tutto ciò che riguarda lui e chi gli sta attorno.
Ecco perché me ne sto seduta sulle gradinate della palestra nell’unico giorno in cui la squadra non ha allenamenti. Qui si che posso starmene da sola senza dover per forza imbattermi in qualcosa che lo riguardi.
«Se è coinvolto il primate innominabile, non mi interessa.»
Torno a guardare il libro di letteratura ma Violet ha ben altri programmi. Nemmeno riesco a protestare quando me lo strappa di mano e lo lancia ai suoi piedi senza troppi complimenti.
«Questo devi saperlo! L’intera scuola è in fermento.»
«Perché? Hanno finalmente scoperto che Candice si è rifatta le tette?»
Triste ma vero. A sedici anni la mia vicina di casa è già schiava della chirurgia plastica ma Violet scuote la testa.
«Sarebbe bello, ma no. Non è ancora giunta l’ora del suo declino.» Mi stringe entrambe le mani tra le sue e mi obbliga a girarmi verso di lei. «Nate Coleman ha fatto a pugni con Derryl Evans.»
«Cosa?»
Un piccolo brivido mi scuote dalla testa ai piedi. No, Nate non ho fatto nulla per mettere in crisi la sua amicizia con Derryl. È solo una stupida diceria a cui ovviamente Violet ha subito creduto.
«Giuro! Kathy Riley lo ha detto a mezzo secondo anno e lo ha saputo da una fonte super affidabile.»
Matt Riley. «Il migliore amico di Nate.»
«Tombola, Pankhurst!»
Lei è la sola persona che riesce a non far sembrare ridicolo il mio secondo nome. È anche l’unica a cui permetto di usarlo.
«E questo perché dovrebbe interessarmi?» Fingo di non volerlo sapere, e lo faccio anche spudoratamente. Fingere è sempre la soluzione migliore quando non voglio far sapere a Violet di avere un punto debole.
«Perché secondo Kathy, a detta di tutti quelli del secondo anno, Nate e Derryl hanno litigato perché Evans ha fatto lo stronzo con una certa persona.»
«Non me.»
«Sì, Panky.»
Non è Violet a rispondermi, ma la voce bassa di Nate alle mie spalle. La mia “amica”, perché da oggi verrà degradata senza possibilità di appello, sorride come un gatto col topo e adesso capisco che tutta la sua fretta per farmi voltare serviva a distrarmi.
Diventa però chiarissimo quando Nate si rivolge direttamente a lei. «Grazie, Goodwill. Ti devo un favore.»
«Ci conto, Coleman.» Mi abbraccia forte e poi inizia a scendere le gradinate. «Buono studio, Pankhurst!»
«Non ti aiuto più con chimica» le urlo dietro.
«Sì che lo farai!» grida di rimando e io alla fine sorrido.
Perché sì, nonostante la minaccia, l’aiuterò comunque per superare la verifica di chimica.
«Audrey.»
Giusto, non mi sono ancora voltata verso Nate! Inspiro per farmi coraggio e come un condannato mi giro per affrontare il ragazzo che è stato la mia cotta segreta forse per un po’ più di due settimane. Vedergli un occhio nero mi fa abbastanza impressione.
«Santo Cielo, Nate! Che hai fatto all’occhio?»
«È frutto dell’unico pugno che Derryl è riuscito a mandare a segno.»
«Ti fa male?»
Ok, ho detto che non mi interessa e che non avrei più voluto avere niente a che fare con lui. Ma quell’occhio sembra davvero doloroso.
«Non tanto» minimizza con un sorriso schermo.
Dopo un attimo di esitazione si siede accanto a me, le gambe rannicchiate nello spazio tra una fine e l’altra mentre la sua statura lo fa sembrare un gigante su una sedia per bambini, nonostante le gradinate siano spaziose.
«Ho saputo che ti hanno rotto gli occhiali» dice allungandosi con le braccia all’indietro, lo sguardo puntato sul campo più in basso.
«Sì, la settimana scorsa. Poco prima dell’esame di letteratura.» Inutile negare, quando i responsabili hanno già confessato.
«Sono stati degli imbecilli.» Si sfiora lo zigomo con la mano e sussulta quando le dita raggiungono l’orbita scura. «Coach Baxter ha sospeso entrambi dalla squadra.»
«Stai scherzando, vero?»
Sono indignata. La nostra non sarà una grande cittadina ma qui il basket è praticamente una seconda religione. Tutti, anche chi non segue lo sport come la sottoscritta, sanno che settimana prossima ci saranno i play-off del torneo e che la nostra squadra era la favorita proprio perché ci sarebbe stato Nate. E sì, anche quel cretino di Derryl Evans.
«No. Mi perderò la partita e di sicuro diversi osservatori della NCAA3
«Oh, Nate, mi dispiace.»
«A me no.» Si stringe nelle spalle. «E anche Coach Baxter ha detto che ho fatto bene a dargli una lezione. Solo non è contento che lo abbia fatto così vicino ai play-off.»
«Ci credo! Avresti dovuto pensarci prima di comportarti da troglodita!»
«Sei seria?» Scuote la testa in risposta alla mia ramanzina. «Mi faccio cacciare dalla squadra dopo aver fatto a pugni con un mio compagno per quello che ha fatto a te, e tu mi rimproveri di essermi comportato da troglodita?»
«Perché lo sei stato!» mi difendo, diventando però rossa in viso perché non sono poi così disinteressata a quello che ha fatto. «Siamo nel Ventunesimo secolo! Alle ragazze non serve più essere protette dal “maschio alfa”. Hai dato per scontato che non mi fossi difesa da sola.»
«Ti hanno rotto gli occhiali e l’altro giorno a casa mia sei quasi scoppiata a piangere a dirotto solo perché te li ho tolti. Scusa se ho pensato fossi la vittima di un bullo idiota.»
«Primo: li hanno rotti solo perché mi hanno presa alla sprovvista mentre uscivo da scuola. Evans non ti ho detto che gli ho fatto scendere le scale in cemento con il fondoschiena?»
La mia domanda lo sorprende e non poco. «Davvero?»
Annuisco, sollevando tre dita. «Terzo anno di autodifesa. Direi che me la cavo anche da sola contro i bulli.»
«A saperlo non mi sarei fatto espellere dalla squadra» quasi mugugna ma sta sorridendo. «E il secondo motivo?»
«Quale secondo motivo?»
Nate sfodera quel suo mezzo sorrisetto che lo rende il ragazzo più bello che abbia mai incontrato. «Se non lo sai tu che hai detto “Primo” e poi mi hai rivelato essere la versione femminile di Bruce Lee.»
«Ah, sì.» Perché sono scoppiata a piangere a casa sua. «Secondo: ho pianto perché…»
«Sì?»
«Perché sei scemo, ma non cattivo come Derryl. Perciò quando mi hai preso gli occhiali sono andata leggermente in crisi.»
«Leggermente?» Solleva un sopracciglio ma subito lo abbassa con una smorfia per il dolore. «Eri in crisi nera come il primo giorno di elementari, quando Paul Shiver ti ha tirato il fango nei capelli.»
«Come accidenti fai a ricordartelo?»
«Ho una buona memoria.» Si stringe di nuovo nelle spalle. «Sai, adesso che metà della squadra non mi rivolge la parola potrei aver bisogno di una nuova, vecchia, amica.»
«Dovrei essere io?»
«Se ti va. Oppure potremmo saltare l’essere amici e potresti diventare direttamente la mia ragazza.»
Mi strozzo con la mia stessa saliva e vado avanti a tossire diversi minuti prima di capire che è incredibilmente serio.
«Ti sei per caso preso una commozione celebrale? O hai un disturbo della personalità?»
«No, Audrey Pankhurst Johns. Mi piaci da quando ho atterrato Shiver nel fango all’età di sei anni, solo perché ti aveva colpita per sbaglio.»
«Non per fare la guastafeste e rovinare questa meravigliosa dichiarazione» la prendo larga anche se ho il cuore che mi batte a mille, «ma mi eviti come la peste da sette anni e fino a una settimana fa hai fatto le radiografie alle tonsille di Candice Fergus. Con la lingua.»
«È stato un incidente di percorso. Ed è successo una volta sola, cioè quando tu ci hai guardati dalla finestra di camera tua.»
«Non vi ho guardati! È stato un caso sfortunato.» Lo osservo di sottecchi e Nate si lascia scivolare in avanti sul sedile della gradinata, cosicché le nostre teste siano alla stessa altezza. «Davvero è successo una volta sola?»
«Te lo giuro. E per la cosa dell’ignorarti, era autoconservazione.»
«Autoconservazione? Come no…»
«Beh, iniziare la prima media con lo scoprire che mi sarebbe piaciuto baciare la mia migliore amica è stato alquanto uno shock. Ci ho messo anni ad accettare la cosa.»
Restiamo zitti tutti e due per diversi minuti, finché non sento la testa di Nate che mi tocca la spalla e mi ritrovo quasi a iper ventilare.
«Nessuna reazione? Davvero?»
«Sono rimasta senza parole, direi che è una reazione sufficiente.»
Appoggio la guancia sui suoi capelli e mi allungo per prendergli la mano. È calda come l’altro giorno e mi sembra così strano essere passata dal non rivolgergli quasi una parola all’essere qui con lui come se non avessimo mai smesso di essere amici. O forse qualcosa di più.
«Quindi?» chiede intrecciando le nostre dita. «Siamo amici o usciamo insieme?»
«Beh, direi che la risposta sembra essere scontata. Non hai mai avuto bisogno di ripetizioni, vero?»
Nate sfodera il suo mezzo sorriso.
No, non è affatto stupido.

  1. Il nome della protagonista è ispirato a Audrey Hepburn (1929-1993), attrice e ambasciatrice dell’UNICEF dal 1988 all’anno della sua morte, e a Emmeline Pankhurst (1858-1928), attivista e politica britannica che guidò il movimento delle suffragette del Regno Unito, portando le donne a ottenere il diritto di voto.
  2. Panky, nell’espressione hanky-panky, indica un qualcosa che va contro le regole o le convinzioni consone per la morale comune. In genere è riferito al sesso e ai rapporti intimi.
  3. La NCAA (National Collegiate Athletic Association) è un’organizzazione senza scopo di lucro che gestisce le attività sportive degli atleti iscritti ai programmi sportivi dei college e delle università negli Stati Uniti e in Canada.

Come tutti gli altri racconti della rubrica, spero che anche questo vi sia piaciuto! Fatemi sapere cosa ne pensate e se volete magari rivedere questi due giovani protagonisti!

Federica 💋

Writober [Pt. 3]

Buon giovedì a tutti!

Quest’oggi si chiudono i racconti brevi con gli ultimi quattro prompt: lana, rovo, coperta e tuono! Poi da domani e con la prossima settimana si torna alle classiche pubblicazioni 😉

Lana

Il rocchetto la fissava senza avere intenzione di esaurirsi mai.
In verità era lei a essere lenta, la voglia di utilizzare i ferri dell’uncinetto non era mai stata una delle sue caratteristiche migliori, né un’abilità che le sembrava poi così utile. Perché la lana le pizzicava, odiava quella sensazione di prurito che le faceva rimpiangere l’arrivo dell’inverno e di dover indossare gli abiti spessi. Ancora non era stagione, ma già rimpiangeva i lunghi mesi a venire. Li odiava già.
Però sua nonna, quella buonanima dedita alle attività più noiose del creato, le impediva di uscire finché non avesse svuotato la cesta di lana ai suoi piedi e ne avesse tirato fuori mantelli, sciarpe, berretti e muffole con cui superare l’inverno in quella casetta che si sbriciolava solo ad appoggiarci le dita.
Ah, se solo fossero passati alcuni di quei bimbetti che la vecchia tanto adorava. Le avrebbero dato la scusa perfetta per smettere di sferruzzare e trasformare quelle giornate monotone in un qualcosa di più tollerabile.
Invece no, era sempre sola con la nonna in quella casetta fatta di marzapane, il tetto di zucchero filato e la staccionata di caramelle. E c’era una cosa sola che detestava di più della lana e dei ferri da calza: i dolciumi!

Rovo

Raccogliere i frutti è difficile, perché ci sono le spine e ci impiego ore a riempire un cesto intero. Ma sono tenace ed è difficile che lasci perdere, non prima di averci sbattuto la testa dieci volte.
Di solito torno a casa con le mani tutte rovinate e il cestino pieno, perciò anche stavolta sarò io a vincere e non un maledettissimo cespuglio di rovi. Ma…
«Ahi! Maledetta, ’sta spina!»
Succhio il dito e impreco contro la pianta, mentre intercetto un paio di gambe davanti al cespuglio che sto cercando di svuotare. Alzo gli occhi e incrocio la mia nemesi, il ragazzo che getterei giù da un burrone solo per come mi guarda, il ghigno da fetido opportunista che mi fa venire voglia di strappargli i connotati dalla faccia e darli in pasto al mio cane.
«Allora, Sam, ti sei già fatto male?» domanda, l’attenzione puntata sulle mie labbra.
«No, per niente.» Negare, negare sempre. «Sto decidendo da dove cominciare. Tu, già stanco?»
Fa spallucce. «La raccolta non fa per me. Conosco passatempi più divertenti.»
«Immagino.» Torno a guardare il rovo e i frutti che devo staccare. «Se hai finito di darmi fastidio…»
«E io che volevo chiederti di unirti a me.»
Mi blocco, perché non me lo sarei aspettato. Deve essere uno scherzo e infatti lo ignoro, andando avanti a raccogliere i frutti piccoli e scuri.
«Guarda che sono serio, Sam.» Si accovaccia e ci troviamo faccia a faccia. «Vieni a fare un giro con me?»
«Adam…» inizio e lui sorride, certo di avermi convinto. «L’ultima volta non è andata a finire bene.»
Un modo carino e gentile per ricordargli che abbiamo litigato e ci hanno pure rimproverato per essere tornati con i cestini mezzi vuoti.
«Stavolta andrà meglio» dice, col sorrisetto sghembo che mi fa impazzire. «Fidati di me.»

Sono fregato. Perché non so resistere al suo tono, fa niente se ho sbattuto contro le pessime conseguenze del suo sorriso già decine di volte.
«Ok.»
L’ho detto che sono testardo.

Coperta

«Me l’hai rubata!»
Oh, ma che ansia. E tutto per una coperta.
«Non te l’ho “rubata”. Non c’eri, avevo freddo qui sul divano e la coperta non la stava usando nessuno, perciò…»
«Me l’hai rubata.»
Sbuffo. Accidenti, chissà perché mi ostino a passare le vacanze con mia cugina. Già non mi è bastata quest’estate al mare, tra zanzare, porte chiuse con noi senza chiavi e un’insolazione da far paura; no, ho anche accettato di fare la settimana bianca in un comprensorio sciistico in mezzo al nulla. Senza saper sciare, né andare con lo snowboard.
Cioè me ne sto spaparanzata davanti al caminetto acceso da mattina a sera, con un libro, una tisana e la coperta mentre la mia suddetta lamentosa parente passa la giornata a gelarsi il posteriore in una tuta rosa fluo.
La coperta non la usa che un paio di orette la sera, eppure è riuscita lo stesso a etichettarla come “sua”. In effetti, non potevo aspettarmi nulla di diverso da lei.
«E se la condividessimo?» le propongo, consapevole che comunque non accetterà.
«Non esiste.»
Appunto… «Perché no?»
«Perché l’ho presa per prima, quando siamo arrivate.»
Che ragionamenti scemi. «Se è tua solo perché l’hai usata un paio d’ore la prima sera, allora è anche mia.» Sorrido quando mi squadra sospettosa. «Anzi, è più mia che tua, quindi non l’ho rubata.»
«Ma…»

«L’ho usata per ore tutti i giorni» la interrompo, prima di partire a blaterare cose a più non posso. «È un uso continuato, il che la rende più mia e fa di te una ladra.»
Ah! Beccati questa! E infatti mia cugina ammutolisce, si lascia cadere sul divano con le braccia incrociate al petto, il muso lungo che quasi tocca terra.
Aaaaaah come ci si sente bene a spuntarla! Ma soprattutto: mai rinunciare alla coperta.

Tuono

Il cielo nero viene solcato da fasci di luce gialla e rossastra, la furia della tempesta di fulmini che spezzano la notte. Lampi e tuoni si accompagnano gli uni agli altri mentre io sbadiglio, annoiato dallo spettacolo sopra la mia testa.
“Andiamo su Midgard”, ha detto. “Ci divertiremo da matti!”
Peccato che sia lei la sola a divertirsi, col manico di Mjölnir in mano mentre volteggia sopra la testa dei mortali, ignari della guerriera che si sta comportando da bambina.
Sbuffo, il fiato caldo che attraversa le fauci quando mi acquatto sulla scogliera e appoggio il muso sulle zampe anteriori. Bel posto, Midgard… sì, come no… qui sono bloccato in forma di lupo da un decreto del padre degli dei e la sola a spassarsela è quella svampita di Thrud, lei e il suo martello.
«Dai, Fenrir» tuona, volteggiandomi davanti con un sorrisetto sulle labbra, «togliti quel muso lungo… dal muso.»
«Sei una buffona, Thrud» la rimprovero, grato di aver ancora il dono della parola. «Hai fatto? Possiamo…» Un tuono scoppia e mi sovrasta, facendomi ringhiare. «Possiamo tornare ad Asgard adesso?»
«Ancora un attimo» dice, roteando Mjölnir e riempiendo il cielo di fulmini che esplodono in tuoni fragorosi. «Papà mi ha concesso i suoi poteri solo per oggi ed è uno spasso. Sono la dea del tuono!»
L’ultima parte la grida volandosene in mezzo al cielo notturno. Bene, sono bloccato qui, nella mia pelle di lupo, mentre lei se ne va in giro come uno stupidissimo uccello senza becco, piume o ali.
Un ringhio basso mi scuote la gola e subito un fulmine colpisce la scogliera a un soffio dal mio fianco. Questa me la paga appena torniamo ad Asgard!
Ma per adesso io, Fenrir, figlio di Loki, ululo la mia rabbia tra i tuoni di una notte orribile su Midgard.

Spero che anche questi ultimi vi siano piaciuti e, se vi va, fatemelo sapere!

Federica 💋

Writober [Pt. 2]

Buongiorno 😊

Come vi ho anticipato, oggi tornano i racconti brevi scritti durante ottobre perché questa settimana sono presissima!

I primi quattro sono usciti lunedì e adesso proseguiamo con altri due 😊

Fango

La casa nei boschi ci aspetta più avanti. La vedo, quella maledetta casetta in legno avvolta tra le nuvole basse sopra la mia testa, ma piovono lo stesso madonne perché io me ne sto quaggiù, a correre in mezzo al fango con altri dieci decerebrati che chiamo “colleghi”.
Ma sì, passiamolo un weekend nei boschi tutti insieme, a “fare gruppo”. Ci sarà da divertirsi al glamping…
Che poi “glam” non era. Né “camping”. Ci siamo ritrovati in un corso di sopravvivenza in stile militare che gli organizzatori chiamano YOLO, perché non puoi sapere che ti capita quando ti sbattono sul percorso e ti dicono: «Ci vediamo alla baita!». Prima di andarsene con la Jeep… coperta.
Perché, ovvio, noi lo YOLO lo facciamo a ottobre, l’ottobre più piovoso della storia dell’umanità. Col freddo e il fango che schizza come acqua attorno ai piedi e ti fa scivolare per terra, così che ti trovi lercio da fare schifo, tremi come una foglia e smadonni perché sai che ti aspettano altri due giorni così… ’na me…
«Dai, Giorgio, cammina!»
Mara, la collega che tutti in ufficio lumano perché single e bella, mi supera con un sorrisone d’incoraggiamento, la faccia inzaccherata e lo stesso messa meglio di me che paio un disagiato. A lei lo YOLO non dà problemi, a quanto pare…
È qui che mi scatta l’idea! Rendiamo tutto più divertente.
“Eh, adesso vediamo chi cammina!”
La palla di fango mi fa schifo a toccarla, però quando le centra in pieno la schiena dritta e immacolata rido, tipo il cane del cartone animato La corsa più pazza del mondo. Mara si gira e mi studia come se fossi un cretino, cosa che alla fine dice anche. Perché sì, dai, serve sdrammatizzare altrimenti ’sta cosa dello YOLO sarebbe di un deprimente da far paura, oltre che ’na rottura di scatole.
Lei glissa, però lo vedo che non se l’è presa, che un sorriso gliel’ho strappato perché se no m’avrebbe urlato contro. Be’, ho fatto trenta…
Quando mi metto a correre sollevo l’oceano di fango, ma ehi, è YOLO. Quando mi ricapita di spalmare Mara in mezzo a ’sto casino?
Se si vive una volta sola, meglio sfruttare l’occasione quando si può!
YOLO!

Pane

Impastava. Impastava con forza così che acqua, farina, sale e il lievito si mescolassero alla perfezione.
La base di pane del tortino era la parte più importante della ricetta, serviva ad accogliere il sugo e poi a ricoprire il tutto prima di metterlo in forno.
Adorava i tortini di carne, ma era sempre più difficile trovare materia prima di qualità da mettere nel ripieno, non con tutti i tracciatori, i cellulari e le telecamere presenti in ogni angolo della città. Cucinare la ricetta che si tramandava da generazioni nella sua famiglia era una tradizione. I suoi antenati si erano dovuti trasferire da Fleet Street secoli prima, per acquistare un negozio con sopra l’appartamento a un paio di isolati di distanza, trasformando nel tempo un’impresa di famiglia in uno dei colossi dell’industria del nuovo millennio.
Lui era l’ultimo in linea temporale e aveva creduto di aver trovato la donna perfetta con cui costruire una famiglia sua e proseguire la tradizione. Peccato, si era rivelata identica a tutte le altre. Era stata fantastica finché non le aveva raccontato da dove derivasse il suo cognome, Toddson; poi alla ricetta del pasticcio di carne si era rivelata una sciocca perbenista, minacciando di chiamare le polizia e dandogli del depravato, del pazzo omicida.
Gli era dispiaciuto fermarla, zittirla in modo tanto brusco, ma non aveva potuto impedirlo. Gli sarebbe mancata terribilmente… Presto il pasticcio di carne sarebbe stato pronto, e una parte di lei lo avrebbe accompagnato per sempre.
Però ora impastava, impastava, impostava.

Il secondo è inquietante per i miei standard, ma spero vi siano piaciuti entrambi!

Fatemi sapere.
Federica 💋

Writober [Pt. 1]

Buongiorno a tutti 😊

Questa settimana sarà un po’ diversa dalle altre, perché sono un po’ presa da un progetto che, se mi seguite sul mio profilo Instagram da autrice, già conoscete: la pubblicazione del mio prossimo libro 😊 Domani ve ne parlo meglio, ma poiché mi sta assorbendo tantissimo per oggi e questi prossimi ho pensato di proporvi i racconti brevissimi scritti a ottobre. Ognuno segue un tema, un prompt, e ce ne sono 10 diversi.

Oggi vi propongo i primi quattro!

Falò

«No, perché a te piace, invece?»
Madonna, se si lamenta! Manco l’avessi portata in Uganda, o in mezzo al deserto del Sahara. Siamo uscite a fare trekking e ho dimenticato le chiavi del bungalow… nel bungalow. Ergo, siamo chiuse fuori, ma siamo comunque a Tenerife, in un resort a 5 stelle con giardino privato, sdraio, cucina esterna e un braciere dove arde un bel falò di quelli da esperti di sopravvivenza.
Abbiamo persino cenato, non mi sembra ci sia nulla di tragico. Zic.
Ah, già… le zanzare.

«No, non mi piace, ma cosa posso farci?» Sbuffa invece di rispondere. «Hanno detto che ci vogliono due ore per smagnetizzare la chiave vecchia e resettarla. Ne è passata una e mezza. Arriveranno.» Zic.
Ma è con mia cugina che sto parlando, il cui sport preferito è lamentarsi e non sforzarsi di proporre mai soluzioni utili. Quindi non mi sorprende che mi faccia il verso.

«Arriveranno» scimmiotta col broncio. «Che palle. Sempre che non… Oh, Dio ti ringrazio.»Scatta in piedi tipo molla e sorride al tizio che arriva verso di noi con un tesserino bianco. Alleluia, almeno finirà di tormentarmi e guardarmi male. Zic. E io smetterò di essere punta.
Recuperiamo la nuova chiave e, anche se non capisco un’acca di inglese, intuisco che ci considera due stordite dall’occhiata che ci riserva. Ok, ok, ho capito, la prossima volta faccio attenzione. Zic.
Argh, accidenti alle zanzare!

Mia cugina sembra tutta uno zucchero adesso, mm-mm, come se fino a un secondo fa non mi stesse tartassando per un piccolo sbaglio.
«Tu adesso la chiave non la tocchi» intima mia cugina e, madonna, che pesantezza, ma almeno adesso siamo al chiuso e senza più zanzare. «Così siamo sicure di non dimenticarla.»
Imito un saluto militare, con un “Jawohl” mormorato, e lei si inalbera. Però mi silura per andare in bagno e finisco spaparanzata sul letto, pronta per dormire.
«Che fai?» chiede quando riemerge, tutta in tiro. «Guarda che usciamo.»
Sbuffo, ma lei mi tira in piedi e perché non posso toccare la chiave esco diretta sul patio, tanto ci pensa lei. Il mio bel falò ancora scoppietta.
Mia cugina mi raggiunge, controlla tutto e chiude la porta.
«La chiave?» domando giusto per controllare.
Mi guarda, la guardo, abbassa gli occhi sulla maniglia e sbianca.
«Ehm…»
Oh, madonna.
Zic. 

Sentiero

Camminava da sola lungo il sentiero, le ombre create dalle fronde che la isolavano dal mondo esterno. La isolavano da tutto, in verità, lei che non si era mai trovata bene con nessuno e con niente di ciò che facevano i suoi coetanei.
Nel suo villaggio era sempre stata questione di crescere con la prospettiva di eccellere in qualità per lei fin troppo sopravvalutate. Forza fisica, brutalità e coraggio erano i valori che venivano tramandati da secoli, da genitori in figli, senza curarsi se fossero donne e uomini, se avessero altri talenti oltre a quelli che permettevano loro di sopraffare il più alto numero di nemici nel minor tempo possibile.
Solo quello importava e che fosse abile a disegnare era uno sfortunato incidente di percorso. Che volesse fare altro all’infuori dell’andare alla ricerca di villaggi sempre più ricchi da depredare una sciocca fantasticheria da estirpare a suon di massacri e gole tagliate. Perché il suo sangue apparteneva ai cacciatori e le sue mani avrebbero mietuto vittime, così come le avevano mietute quelle dei suoi antenati.
Per quanto ci provasse non poteva fuggire da un mondo sanguinario come il suo,  anche se in esso si sentiva estranea, un pesce sciocco che nuotava contro corrente solo per scontrarsi con i suoi simili e sentirsi dire che era sprecata. Già, perché oltre a non trovare un senso alle abilità che tanto erano osannate, erano anche quelle in cui eccelleva, superiore a chiunque altro.
Il sentiero si inerpicava tra gli alberi, grigio e tortuoso in mezzo alla vegetazione ricca e capace di risvegliare il suo occhio da artista, non solo quello da stratega. Attorno a sé vedeva luoghi perfetti per un’imboscata e insieme sprazzi di luci e ombre che spezzavano la monotonia della boscaglia. Quasi maledisse il proprio animo debole e la bellezza che scorgeva in un angolo di mondo forse letale.
Quasi.
Perché ciò che per tutti gli altri non era che un difetto, lei lo vedeva come il più grande dei pregi. Lì, sola sul sentiero, ribaltava ciò che conosceva e lo vedeva come qualcosa di buono.
Lì era solo sé stessa.

Ambra

«Quindi se la prendo, finisce tutto? Così, pouf?»
Il guardiano annuisce, la lunga barba bianca che sfiora il pavimento e spazza la polvere. Chissà da quant’è qui, poverino, bloccato nel gioco a causa di un bug dell’AI.
Io ci sto da una settimana e spero che qualcuno dell’ospedale si sia ricordato di attaccarmi a una flebo, perché altrimenti non me la vedrò bene una volta risolto il bug e sbloccati tutti i giocatori che non sono più riusciti a effettuare il logout dal loro avatar.
Amber Quest è stato il primo videogame immersivo rilasciato sul mercato ma dopo un inizio col botto, alcuni giocatori hanno iniziato a non poter più uscire, imprigionati all’interno del gioco. Un Jumanji 2.0 ma con ambientazioni post apocalittiche dove la salvezza risiede nelle proprietà dell’ambra, di cui resta, neanche a farlo apposta, un’unica introvabile gemma.
Scopo del gioco è rintracciare tale gemma attraverso una serie di missioni, recuperarla e portarla agli scienziati così che la replichino e salvino il mondo. In una settimana ho portato a termine la prima parte e adesso mi ritrovo proprio nel punto del bug, quando stai per entrare nel caveau dov’è tenuta e ti ritrovi risbattuto all’inizio del gioco. In teoria, l’uomo che ho davanti avrebbe dovuto essere un png, ma chi lo sa come mai, un tizio in Ohio si è loggato e ha assunto il suo aspetto, bloccando tutti i giocatori in questo punto.
«E se andassi tu a prenderla? Giusto per vedere che succede.»
È scioccato, ma è a metà tra un avatar e un png gestito dall’AI più avanzata al mondo – e lo so perché l’ho progettata io – quindi non mi dice no a priori. Ci pensa, guarda oltre la porta del caveau e lo vedo quasi muoversi.
«Bravo, così» lo incoraggio, quando ci entra davvero.
Il frammento di ambra sta in una mano, ma quando si allunga per raccoglierlo sento le pareti della stanza tremare. La vista mi si fa nera e…

Benvenuto in Amber Quest! Sei pronto a salvare il mondo?

Merda.
Sarà una lunga settimana.

Tazza

Si è sbeccata. SBECCATA!
Ha un cuneo al posto del bordo liscio dove di solito appoggio le labbra. Dove le ho appoggiate tutte le sante mattine negli ultimi tre anni, tutte, e adesso solo guardare la ceramica bianca mi fa venire da piangere.
Perché era la tazza perfetta per il caffè della mattina; ne conteneva la quantità esatta a soddisfare il mio fabbisogno di caffeina, quella botta di energia che mi deve svegliare e senza la quale paio la versione brutta di uno zombie alzatosi con il piede in putrefazione sbagliato.
Per tre anni mi ha impedito di trucidare chiunque trasudi un minimo di ottimismo anche nelle prime ore del mattino e adesso che l’ho prestata a ‘sto decerebrato per una volta, una soltanto, lui me la rende sbeccata. E ha pure il coraggio di guardarmi con la sua faccia da pesce lesso senza capire che potrei infilarlo nel tritarifiuti così com’è, tutto intero, scarpe comprese.
Come faccio adesso, eh? Come sopravvivo?
«Mi hai sbeccato la tazza.»
«Be’, puoi girarla e usarla dalla parte a posto.»
Uh, crede che sia una proposta intelligente? Sì, glielo si legge in faccia che ci crede, lui, stupido pesce lesso che non è altro. Un’ameba avrebbe dato un contributo più consistente. Un’ameba non avrebbe fatto questo casino in partenza.
«Su, dai, è solo una tazza.»
Se non la smette col suo sorriso accondiscendente, giuro che glielo faccio sparire io.
«Te ne compro un’altra.»
Eh, no, adesso mi parte l’embolo. Perché non è una tazza qualunque ma la mia Tazza, la sola capace di tenermi in piedi al lavoro senza sentire gli occhi chiudersi dopo mezz’ora di chiacchiere a vuoto e pettegolezzi aziendali. È la sola e unica, e lui l’ha menomata.

Vendetta!!!

Due ore dopo…

Sorseggio il caffè dalla parte non sbeccata, ma non è la stessa cosa. C’è una differenza e dovrò farci l’abitudine, perché non si torna indietro. Non si può aggiustare.
Il tritarifiuti sì, però. Spero solo che il tecnico non mi chieda cosa ci ho infilato dentro.

Fatemi sapere se vi sono piaciuti 😊 Mercoledì i prossimi perché domani vi racconto della mia prossima avventura letteraria, nata da un racconto pubblicato proprio qui e che si intitola I Figli del Marchio – La Rivelazione!

Federica 💋

Storytelling Chronicles #20

Buongiorno a tutti!

Per questo lunedì ho pensato di iniziare la settimana in modo diverso, proponendovi il racconto per la Storytelling Chronicles, la rubrica di scrittura creativa ideata da Lara di La Nicchia Letteraria e con grafica di Tania di My Crea Bookish Kingdom – ormai la conoscete meglio di me!

Ebbene il tema di questo mese era doppio: dovevo seguire le castagne e le foglie! Ne è uscita una storia curiosa, ispirata a un luogo vicino a dove vivo, chiamato la Madonna della Castagna, un santuario sulle colline di Bergamo circondato da un bosco di castagni e ippocastani. Da noi, anche a scuola, è quasi una tradizione andarci in questo periodo per raccogliere le castagne da mangiare, ma ci si trovano anche le matte – da noi sono le genge, quelle lucide e da usare per allontanare i malanni – e sono queste che mi hanno ispirata.

Ecco, ora che il preambolo è finito vi lascio al racconto. Buona lettura!

Castagne matte

Guardo i prati tinti d’ambra, la collina travestita nei colori dell’autunno, e mi sembra di soffocare. Ho passato anni seduta su questa panchina, lo sguardo perso sul paesaggio o in un libro mentre mio padre dipingeva, tuttavia è la prima volta che lo spettacolo davanti agli occhi mi toglie il fiato. Non in senso positivo.
Dodici mesi fa l’ho accompagnato qui per l’ultima volta; perché anche se la malattia gli aveva da tempo tolto la possibilità di portare avanti la sua passione mio papà adorava stare qui, gli donava pace osservare questo scorcio di natura incontaminata nel bel mezzo della città. Diceva che gli ricordava i primi anni di matrimonio, sempre diversi, imprevedibili e meravigliosi, e gli faceva sentire la mamma più vicina, lei che adorava stare all’aria aperta.
Alzo gli occhi al cielo per non far vincere le lacrime, perché papà mi sgriderebbe se mi vedesse.
«Mi hai pianto abbastanza, tesoro. Sii triste, se devi, ma hai ricordi felici in abbondanza per scacciare le lacrime con un sorriso.»
Ed è proprio ciò che faccio al pensiero che mi direbbe una cosa simile, perché era convinto che il dolore dovesse avere una data di scadenza davvero breve, mentre la felicità e i ricordi belli si sarebbero autoconservati per l’eternità. Papà era fatto così e ricordarlo, sorridere, allenta la stretta al petto che mi fa sentire in balia di un mostro crudele e mi chiude la gola.
Gli ippocastani e i castagni del viale alle mie spalle mi offrono un leggero riparo dal sole tenue della giornata e offrono un terreno fertile per i bambini alla ricerca dei frutti da far cuocere o da regalare, o delle foglie per decorare quaderni e diari, da portare a scuola per progetti che li fanno ridere e correre un po’ ovunque. La loro presenza era un altro dei motivi per cui papà amava questo posto.
Lo facevano ridere, con le loro domande sulla pittura, e si sentiva giovane anche se…
«Scusi, lei è Rachele?»
La voce che si è intromessa nei miei ricordi appartiene a un uomo. Avrà la mia età, trent’anni o giù di lì, alto e un viso particolare, insolito nei tratti marcati ma non per questo meno bello, gli occhi castani che vibrano di sfumature color cioccolato e vengono enfatizzati dai corti capelli corvini. Mi studia e mi rendo conto adesso che attende una risposta.
«Sono io, sì.» Mi riscuoto e mi alzo, perché la sua altezza mi mette in soggezione. «Mi perdoni, ma ci conosciamo?»
Lui sorride, un gesto che è un miscuglio tra imbarazzo e fascino naturale per nulla ostentato, le mani infilate nelle tasche del gubbino di pelle mentre scuote appena la testa.
«No» aggiunge poco dopo, «ma l’ho riconosciuta subito. Le descrizioni di Antonio erano sempre accurate.»
Antonio? «Mio padre?» Sono stupita, perché non ne sapevo nulla. «Le ha parlato di me?»
«A volte. Era davvero orgoglioso della figlia giornalista.» Il castano dei suoi occhi vira al nero in un istante. «Mi dispiace per la sua perdita. È stato l’anno scorso, vero?»
«Sarà un anno domani, sì.» Sento la voce contrarsi, la gola che si chiude per il dolore, ma mi sforzo per non lasciare che vinca. «Grazie. A volte mi sembra sia successo ieri, invece è già passato tutto questo tempo.»
«Lo capisco. Ho perso mio nonno anni fa, tuttavia sento ancora la sua mancanza.»
Restiamo a guardarci in silenzio per alcuni secondi. Mi pare strano trovarmi qui con uno sconosciuto a parlare di mio padre e della mia perdita, senza sentirmi a disagio né trovarlo invadente. È… normale, per quanto possa esserlo con uno di cui non conosco nemmeno il nome.
«Non mi ha detto come si chiama.» Lo vedo strabuzzare gli occhi nel rendersene conto, un’espressione buffa che mi fa aggiungere: «Possiamo darci del tu?».
«Ma certo. E comunque, sono Matteo.»
Allungo una mano nella sua direzione e lui, dopo aver esitato soltanto per un secondo, ricambia il gesto con trasporto. Ha una presa salda e dita calde, forse perché le ha tenute nelle tasche per tutto questo tempo; il contatto con la pelle ruvida dice molto della sua persona, così come i calli che la contraddistinguono. È la mano di un uomo che lavora e che lo fa senza mezze misure, in modo diretto e determinato.
Una mano che mio padre avrebbe adorato ritrarre.
«Qual è il verdetto?» me lo chiede mezzo divertito, i suoi occhi che si abbassano verso le nostre mani ancora unite quando corrugo la fronte. «Antonio diceva sempre che una stretta di mano…»
«…vale più di mille parole» concludo insieme a lui, felice che si ricordi il detto preferito di papà. «È positivo, a ogni modo.»
«Ne sono contento.» Le sue labbra si aprono a mostrare i denti, perfetti e bianchi, e io lo osservo incredula per la trasformazione straordinaria del suo viso. «La prima volta che l’ho incontrato mi ha detto che dovevo lavorarci sopra se volevo fare una buona impressione.»
«Beh, ci sei riuscito.» Ritiro la mano e un po’ me ne dispiaccio. «Quando lo hai conosciuto?»
«Una vita fa» scherza. «È stato l’incontro giusto al momento giusto.»
«Come mai?»
«Avevo tredici anni, ero arrabbiato perché mio padre mi aveva portato via la chitarra e mi aveva messo in punizione. Per ripicca sono scappato di casa, finendo seduto proprio sulla panchina dove te ne stavi seduta tu.» Scuote la testa, lo sguardo che spazia verso il panorama e poi torna su di me. «Stavo qui a borbottare quanto detestassi il mio vecchio, quando è arrivato Antonio. Mi ha guardato, ha scosso la testa e poi ha montato il cavalletto, iniziando a dipingere. Non so quando, ma a un tratto mi sono avvicinato e lui mi ha chiesto di prendergli un tubetto dalla borsa. È stato categorico, quasi se lo aspettasse.»
«Fammi indovinare: lo hai mandato a quel paese.»
«Peggio. Gli ho detto che la pittura era da stupidi e da femminucce. Volevo farlo arrabbiare tanto quanto lo ero, ma non ha funzionato.»
«Certo che no.» Papà si infuriava raramente e ci voleva ben altro per farlo innervosire. «Ti ha detto qualcosa?»
«Che se ero bravo in un’attività più costruttiva tanto quanto lo ero a essere arrabbiato avrei avuto successo. Poi mi ha mostrato la mano, chiedendomi di stringerla.» Nasconde le dita tra i capelli, l’espressione lontana come se stesse rivivendo quel ricordo. «“Una stretta rivela chi sei” ha spiegato, “e vale più di mille parole. Devi migliorarla se vuoi fare una buona impressione.”»
«Tipico di papà» mormoro davanti alla profondità del suo trasporto, quasi per paura di strapparlo a quel momento.
«La parte più strana arriva adesso» mi informa, il braccio che torna al proprio posto e le mani in entrambe le tasche. «Era metà ottobre e faceva un po’ più freddo di oggi, perciò quando mi ha sentito starnutire si è guardato attorno, ha raccolto qualcosa da terra e poi ci ha disegnato sopra. Sai cos’era?»

«Una castagna matta.» Quelle che non si possono mangiare perché velenose, le stesse che infilava anche a me in ogni tasca possibile. «Si crede prevengano il raffreddore.»

«Infatti.»
Estrae la mano e quando apre le dita, sul palmo tiene proprio una castagna, il lato curvo occupato dal disegno di una piccolissima foglia di ippocastano. Sotto ci sono anche due iniziali: A. L., Antonio Lotti.
Papà.
«Da quando me l’ha regalata non l’ho più preso.»

«Davvero?» Questa mi suona strana, perché lo sanno tutti che non funzionano davvero.
«Lo giuro» conferma serio, il suo sorriso a metà che lo rende sincero. «Antonio ha riso quando gliel’ho detto.»
«Quando vi siete visti l’ultima volta?»
«Quasi sei anni fa. All’epoca iniziavano a tremargli solo un po’ le mani.» I suoi occhi si spostano sul paesaggio prima di proseguire. «Sono stato all’estero fino a un mese fa. Mi è spiaciuto non essere tornato per il funerale.»
Annuisco a malapena. «È stato meglio così forse. Papà non era più lo stesso alla fine.»
Vorrebbe dire qualcosa, ma due bambini con gli stessi occhi e capelli castani lo raggiungono di corsa e lo travolgono di domande, oltre che con dei tentativi saltargli addosso. Vederli insieme mi ricorda di quando ero piccola, e con mia sorella rincorrevamo papà, o giocavamo a nascondino con lui. Sono davvero teneri da osservare.
«I tuoi bambini ti adorano» dico con un sorriso quando li osserva allontanarsi di nuovo, ma solo dopo aver promesso loro di raggiungerli presto.
«I miei… cosa?» Resta di stucco e la testa scatta nella mia direzione per fissarmi negli occhi. «Quei due? No, no, non sono miei. Sono solo lo zio. C’è mio fratello con la moglie più avanti.»
«Oh, scusa. L’ho dato per scontato perché ti somigliano.»
«Davvero? Non l’ho mai notato…» Si guarda attorno, forse in imbarazzo perché non sa come congedarsi senza sembrare scortese.
Meglio se lo levo dall’impiccio.
«Grazie per la chiacchierata. Mi ha fatto davvero piacere.»
«Anche a me.» Gioca con i lati del giubbotto, indeciso, e vedere il suo imbarazzo mi diverte, perché è una cosa davvero tenera da parte sua. «Senti…»
«Se devi andare, nessun problema. Tranquillo.»
«Ah, ok.» Le sue spalle si abbassano. «Allora… Ciao, Rachele.»
«Ciao, Matteo.»
Fa un passo verso i suoi nipoti e sto già per sedermi ancora sulla panchina quando ci ripensa e torna indietro. Con la mano si scompiglia i capelli, mentre l’altra è lungo il fianco, le dita che fanno roteare la castagna matta come una trottola.
«Senti…» inizia, per poi fermarsi e pensarci su. «Senti, Rachele, so che sono un estraneo ma… Ti andrebbe di unirti a noi. Raccogliamo le castagne e sulle matte disegniamo una foglia, niente di che. Ma mi farebbe piacere se ci fossi anche tu.»
È… non lo so. Vorrei rifiutare, ma appena guardo la panchina su cui sono rimasta seduto per ore, mi sembra di risentire la voce di papà, la sua risata e il fruscio del pennello sulla tela. E di vederlo annuire, come se mi dicesse di andare, che lui starà bene. E mi ritorna in mente perché ha sempre disegnato una foglia sulla castagne matte.
«Le foglie riparano dalla pioggia e dal sole troppo forte» mi aveva detto una volta. «Sono lo scudo che ci rende più forti e sicuri, come la famiglia. A volte danno fastidio, ma alla fine ci permettono di diventare chi siamo davvero.»
Guardo Matteo, che il giorno in cui ha incontrato mio papà aveva litigato con il suo, che aveva starnutito per essere forse uscito di casa troppo in fretta e senza coprirsi bene. E sorrido, perché anche se il mio papà non c’è più e fa malissimo non averlo qui con me, di lui mi resta tutto ciò che abbiamo fatto insieme. È la mia castagna matta con la foglia, il mio scudo, e adesso devo lasciare che faccia il suo miracoloso effetto.
«Vi aiuto molto volentieri.»

Fine!

Fatemi sapere se vi è piaciuto e se conoscevate già le castagne genge 😊

Federica 💋