Storytelling Chronicles #6

Ciao a tutti!

Siamo quasi arrivati alla fine del mese e diversamente dagli altri appuntamenti sono riuscita a partecipare alla Storytelling Chronicles (la rubrica di scrittura creativa creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom) soltanto oggi! Diciamo che sono sul filo del rasoio, ma non perché il racconto non fosse pronto (l’ho finito il 1 luglio, fate voi 😅). Tra recensioni e segnalazioni varie, praticamente mi sono ridotta ad oggi per postarlo. Spero ne sia valsa la pena attendere così tanto prima di pubblicarlo! Sì sa, la maturazione nel tempo a volte fa bene.

Ad accompagnare la stesura di questo mese più che è un tema, c’è stato un incipit comune. La traccia iniziale infatti doveva essere

Afferro al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apro e ne leggo il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i miei occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

Oppure

Afferra al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apre e ne legge il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i suoi occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

E questo è il risultato.

Afferro al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apro e ne leggo il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i miei occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

Può una bocca uccidere?
Se di amore si muore, a chuisle,
il tuo sorriso negato è la lama
che il petto mi squarcia.

Possono degli occhi uccidere?
Quando distogli il viso,
a chuisle, tu lasci annegare un disperato
che l’aria della tua anima anela.

A chuisle, la ragione per cui il rumore
al centro del mio petto
è un cuore che batte.
Può a chuisle uccidere?
Un volto amorevole, un sorriso
tenero anfratto di un sentimento
che devasta nella sua crudele,
insensata assenza.

Cerco la direzione da cui il foglio è arrivato. I miei occhi si alzano, su, sempre più su, verso il cielo e il ponte che attraversa il fiume lungo cui ho cercato rifugio. Altri fogli volano nell’aria e tra di loro, schiacciato sul parapetto in ferro del ponte, emerge la figura di un uomo.
Sono troppo lontana per vederlo in viso, ma bastano i suoi movimenti concitati, la furia con cui quelle mani strappano i fogli da un piccolo quaderno in pelle e li gettano nel vuoto, per trasmettermi l’idea di un animo tormentato. Decine di pagine fluttuano nell’aria tersa e fredda di febbraio, scivolano giù, sempre più giù, fino a gettarsi nel fiume che, ignaro della vista sopra di lui, le accoglie nel suo abbraccio eterno, soffocante di gelida indifferenza.
Abbasso di nuovo gli occhi sulla pagina, la sola che sia riuscita a sfuggire a quel naufragio di parole e tormento. Sfioro ogni tratto, lo assimilo, incidendo quei sentimenti nella mia mente, perché nel mio cuore già albergano da tempo. E, su tutto, sono otto simboli a devastarmi l’anima, un articolo e un nome che sussurrano al mio spirito promesse mancate e speranze facili da alimentare. Facili da distruggere.
A chuisle.
Tesoro. Amore. Mia adorata. Ma qualcosa di ancora più tenero. Di più vitale.
A chuisle mo chroí. Il battito del mio cuore.
Quante volte ho udito la sua voce sussurrare queste parole? Troppe per poterle rammentare tutte.
Quante volte le ha dimenticate, per addossarmi colpe che non erano soltanto mie? Troppe per poterne ignorare alcune.
Eppure il sentimento è ancora vivo dentro di me, una rosa dai petali di seta e lo stelo di metallo, le cui spine affondano nel mio di cuore. Lo fa sanguinare e lo accarezza per lenire il dolore, tutto in un unico ansito di vita che mi riporta a ieri, a quei giorni che so non vivrò mai più. Mi riporta alla gioia e al dolore di un amore che mi ha dato tutto. Che mi ha tolto tutto. E che di me non ha lasciato altro se non questo mio corpo distrutto.
Ho occhi stanchi di lacrime aride, stanchi di desideri impossibili da realizzare e sogni che hanno la dolcezza e il tepore della primavera, ma nascondono l’aridità di un inverno impietoso. Sono stanchi di affrontare tempeste e tormente, quando erano stati promessi loro colline erbose e oceani di gioia. Hanno esaurito ogni goccia di disperazione e si sono asciugati a contatto con il bruciante risentimento per accuse che non meritavano, per sospetti che non avevano nemmeno osato immaginare.
Le mie dita si aprono, arpioni che liberano la carta, con le sue parole strazianti e i ricordi di un passato che ha mandato in frantumi tutto ciò cui tenevo. Quelle parole corrono, il vento le porta a inseguire le loro sorelle nell’acqua grigia e indifferente; il rettangolo bianco volteggia prima di svanire sotto la superficie torbida, cancellato dall’esistenza ma non dai ricordi immateriali. Si dissolve e il vincolo che stringe il mio cuore si allenta, alleviato dalla scomparsa della prova tangibile di ciò che sono stata un tempo.
Di ciò che
siamo stati, lui e io.
«A chuisle.»
Non importa come mi abbia trovata. Non importa che, dopo tutta la sofferenza provata, la sua voce riesca ancora a smuovere certe corde segrete, corde che soltanto lui ha saputo trovare e suonare in una vita intera. Non importa averlo visto gettare al vento mesi interi, fatti di parole vergate alla ricerca di un senso per spiegare la fine di ciò che credevamo fosse amore. Quei fogli erano poesie nate senza pace, perché la pace è ciò che lui ha negato a entrambi scrivendole, ponendo il punto alla fine della frase formata dall’unione delle nostre esistenze.
«A chuisle?»
Una domanda questa volta, incerta, soffocata dall’inquietudine mentre mi rifiuto di guardarlo avvicinarsi. Mentre mi rifiuto di riconoscere la sua presenza quando si ferma accanto alla panchina ed esita. Non si siede. Il suo corpo trema dal desiderio inespresso di sedere al mio fianco, eppure si trattiene, bloccato dalle rigide catene del senso di colpa. E io non lo guardo; non infrango la parete di vetro che ci separa, fragile, invisibile, eppure invalicabile.
«No.»
Una sola risposta, molteplici domande inespresse da soddisfare. No, non credo più a quel sentimento. No, ciò che ha fatto non basta a cancellare il dolore e il tradimento per averlo visto cercare in un’altra ciò io gli ho donato senza riserve. No, non so se qualunque suo gesto basterà mai a dimenticare che ogni parola d’amore si è trasformata nel più devastante dei tormenti.
No, non sono ancora pronta a pensare a lui per come lo vedevo un tempo. È ancora la causa dei mio cuore ridotto a brandelli, milioni di pezzi di un puzzle scombinato e senza più tasselli di giunzione.
Due lettere, una parola. Non ho il suo stesso dono dell’eloquenza, ma tanto mi è bastato per tacere ciò che crede di dovermi chiedere, per impedirgli di insistere affinché forzi un cammino verso una meta che, al momento, potrebbe persino portarmi per sempre lontana da lui.
I suoi occhi disegnano percorsi sul mio viso. Li sento scavare strade là dove le lacrime hanno scavato la mia pelle nei mesi scorsi, cercando segni di una decisione che ancora non riesco a prendere. Che forse non sarò mai capace di prendere.
«Aspetterò finché sarà necessario.»

Non rispondo. Potrei dirgli che sarebbe inutile, che potrebbe marcire nel mio stesso inferno se davvero si aspetta un cambiamento di qualche tipo. Ma taccio, incapace di rompere quest’ultimo filo che ci lega, che avvolge i frammenti della mia anima e impedisce loro di andare davvero alla deriva.
Taccio, mentre i miei occhi vagano sulla superficie dell’acqua, saltando tra pagine nere di inchiostro e onde grigie, tra battelli fumanti e raffiche leggere di vento.
Un giorno troverò una replica adatta alla sua volontà di attendere un cuore che non possiede più nulla. Un giorno ci riuscirò, lo so.
Ma non oggi.

Fine!
Se volete lasciarmi un commento, sarò felice di leggervi e rispondervi qualunque siano le vostre impressioni su questa mia nuova storia!

Federica 💋

Storytelling Chronicles #5

Buongiorno e buon martedì 😊

Questa settimana riesco a essere un po’ più presente, a iniziare da oggi, con il mio racconto per la Storytelling Chronicles, la rubrica di scrittura creativa creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom 😊 Il tema di questo mese è mare e anche se devo dire di aver avuto una storia abbastanza definita dall’inizio alla fine, ho impiegato un po’ per terminarla! Però ce l’ho fatta e stavolta vi porto nel mondo del kitesurf. Vi avviso che, essendo uno sport con termini specifici e un suo gergo, troverete degli asterischi su alcune parole, il cui significato è alla fine della storia.

Buona lettura!

Katy, campionessa mondiale di kitesurf, è reduce da un brutto incidente le cui conseguenze, anche dopo tre mesi, le impediscono di riprendere gli allenamenti. Sconsolata e convinta di dover rinunciare per sempre al suo amore per il mare, Katy scoprirà che forse non è poi tutto perduto.

Katy guardò il profilo impetuoso delle onde e sospirò.
Pesantemente.
Tre mesi prima, quello spettacolo avrebbe risvegliato in lei un senso di eccitazione così forte da spingerla a tuffarsi in acqua, incurante delle conseguenze e alla ricerca solo del momento perfetto, il secondo in cui il resto del mondo si sarebbe eclissato. Sarebbero rimaste solo lei, la tavola, l’ala sopra la sua testa e l’infinita distesa azzurra sotto di sé.
Un nuovo sospiro eruppe dalle sue labbra imbronciate, mentre il borbottio del suo manager le rimbombava nelle orecchie.
“Passerà. Vedrai, è solo lo stress.”
Ma non era andata così. L’incidente di tre mesi prima, durante un DP*, aveva lasciato il segno e anche se all’asciutto riusciva a ignorare il fastidio, Katy sapeva che se avesse messo piede in acqua, allora il suo orecchio interno l’avrebbe tradita, mandando a gambe all’aria il suo equilibrio e ogni possibilità di restare attaccata alla tavola da kitesurf.
Perché l’Errore, come aveva iniziato a chiamare la brutta caduta contro gli scogli che le aveva lasciato una commozione celebrale e il vestibolo dell’orecchio destro parzialmente danneggiato, non faceva sconti. Mai.
E solo lei e il mare sapevano quante volte avesse tentato di cavalcare di nuovo le onde come sapeva fare da una vita. Come la campionessa che non sarebbe mai più stata. Lo scorso anno aveva vinto il titolo, il World Tour* era stato solo suo sin dalle prime gare, e adesso quel traguardo le sembrava irrealizzabile. Non sarebbe mai più potuta salire su una tavola senza avvertire il senso di spaesamento che l’aveva scaraventata in acqua e poi più giù, tra le onde scure e verso le rocce che non aveva nemmeno notato.
I chirurghi avevano sistemato tutto ciò che non andava, ma lei continuava a perdere l’equilibrio ogni volta che si alzava in aria. Vorticava e poi finiva per sprofondare tra le onde, incapace di capire dove fosse o da che parte dovesse andare per risalire.
Sospirò per l’ennesima volta. Quella mattina sarebbe stata perfetta per l’allenamento, con il vento che soffiava verso la spiaggia e creava il movimento perfetto sul pelo dell’acqua.
E come lo aveva notato lei, non si sorprese di vedere altri cinque o sei kiter* che si divertivano a vorticare in aria e tra le onde, le loro grida esaltate che le giungevano forti e chiare. Katy fu rosa dall’invidia, desiderando con tutta se stessa di essere al loro posto, di immergersi nella sensazione di libertà che le dava solcare il mare a tutta velocità e poi osservarlo dall’alto, certa che quello fosse il suo vero mondo.
Il mare, così come la tavola e l’aquilone, era parte di lei. E per colpa dello stupido Errore le era stato portato via tutto.
Si alzò, pulendo la sabbia dagli shorts e imponendosi di non cedere allo sconforto. Si era fermata sulla spiaggia fin troppo e anche se non era stata sua intenzione perdersi in ricordi così dolorosi, dopo aver visto quella compagnia di amici le era stato impossibile andarsene.
Perché a lei non era concesso divertirsi così? Cos’aveva il suo orecchio che le impediva di tornare sulla sua tavola?
A un tratto, gli occhi di Katy scorsero un ragazzo avvicinarsi, la parte superiore della muta che pendeva attorno alla vita e un asciugamano avvolto attorno al collo. Lo aveva visto eseguire diversi trick nella mezzora precedente, intrigata dal suo stile fluido benché grezzo, e quando le fu accanto notò la forza che il suo fisico allenato trasmetteva, la stessa che aveva percepito osservandolo in acqua.
«Hey! Ti piace il kitesurf?» le mostrò un sorriso cordiale che gli illuminò gli occhi scuri. «Se ti va di provare, abbiamo tavole e ali in più.»
«Grazie, ma non posso» sollevò gli occhiali a specchio sopra la testa e ricambiò il sorriso. «Non farei onore alla vostra attrezzatura.»
«Aspetta! Ma tu sei Katy O’Shea!?» asciugò il palmo sul telo e le porse la mano. Le dita tremavano dall’emozione e cercò di scrollarle per fermarle. «Merda! Cioè… Sono Jason. È un onore conoscerti.»
Katy rise per il suo imbarazzo, ma accettò la stretta. «Piacere mio» con un cenno del capo gli indicò tavola e ala, abbandonate alle sue spalle insieme al gruppo di amici. «Lo pratichi da tanto?»
«Ci sono letteralmente nato. Storia buffa, sai? Mia madre non è riuscita ad arrivare in ospedale e la sola superficie dritta nell’auto dei miei era la tavola da kite di…» Jason frenò di botto quella tirata, la mascella serrata così stretta da fargli quasi male. Un rossore incredibile gli segnò guance e naso. «Ma a te questo non interessa. Già… non dovrei dire certe cose a una ragazza… a te! Cioè, non dovrei parlarne con nessuno, non al primo incontro e…»
«Respira, Jason» Katy sorrise, divertita dal suo blaterare a raffica. «Mia sorella fa esattamente come te, quando è in ansia. Respira.»
Lui seguì il consiglio, volendo sprofondare per l’imbarazzo. «Già, scusa.»
«Quindi?»
«Quindi? Sì! Sì, faccio kitesurf da diciassette anni» i suoi occhi d’onice si fissarono su Katy. Lei percepì l’esatto momento in cui i suoi pensieri virarono verso l’Errore. Seppe cosa avrebbe detto un secondo prima che accadesse. «Mi dispiace per il tuo incidente. Deve essere difficile.»
«Cose che capitano» minimizzò, benché dentro le bruciasse da morire. «Avrei dovuto prestare più attenzione.»
«Il team avrebbe dovuto annullare il DP, come tu avevi suggerito» Jason incrociò le braccia al petto e per la prima volta Katy si sentì capita. «Il video di Delany è stato cancellato, ma non tutti hanno finto di non averlo visto.»
Delany. Il suo compagno di squadra ossessionato dai social, che aveva postato il video di quella mattina, per poi cancellarlo e negarne l’esistenza. Il video in cui si sentiva con chiarezza la voce di Katy proporre di annullare l’allenamento e in cui, tre minuti dopo, era stato immortalato il suo incidente.
«Sei tra i pochi che lo ammetterebbe» in quei mesi nessuno, tra i suoi amici, le aveva dato ragione.
«Be’, io non sono nemmeno uno stronzo» al suo sguardo stupito, lui alzò le spalle. «Il team manager ha negato un sacco di cose sul tuo incidente. Compreso il vero motivo della tua caduta.»
Katy mantenne il sorriso, tuttavia sentì di dover fare un passo indietro dal terreno delle confidenze. Aveva firmato un accordo di riservatezza e doveva mantenere la versione ufficiale.
«Un
brain fart* capita a chiunque.»
«Certo» le labbra di Jason si tirarono in un cenno amaro. «Immagino tu abbia delle condizioni da rispettare, ma ho visto il video. Sei caduta per un
dookie dive*, non perché hai dimenticato la figura da eseguire.»
«Accidenti, che sicurezza!» lo riprese Katy, l’ansia che le ronzava nelle orecchie e minacciava il suo equilibrio. «Sembra che tu ne sappia più di me. E dimmi: cosa ti rende così certo che sia caduta per aver perso potenza?»
Non avrebbe dovuto metterlo alla prova. Sentiva che quel ragazzo conosceva la verità, e ne era sicuro al cento per cento. Ma dopo mesi passati a negare l’evidenza, a sentirsi dire che forse era lei ad aver sbagliato manovra ed essere finita contro gli scogli per dei calcoli imprecisi, quella mattina Katy ebbe bisogno di ascoltare la verità. Basta negazioni e sotterfugi.
«Produco tavole e ali da kite e windsurf per vivere. Sono attento a tutti i nuovi prodotti del mercato e so che, durante quel DP, avreste provato della merce ancora non in commercio» il suo viso si fece serio. «Il suo produttore se n’era vantato un paio di sere prima, a un convegno, quindi, sapendo che anche Delany ci sarebbe stato, ho seguito la diretta sul suo profilo. A occhio, le ali sembravano piccole per il vento che tirava.»
«Era forte, sì» era arrivato a 30 nodi, troppo per la sua piccola C-kite*, perfetta per il freestyle ma non per tenere le raffiche. «Offshore*.»
Jason annuì. «Poi è arrivato il video. Si vede che cerchi di fare un trick, e il movimento trae in inganno. Sembra quasi un tuo errore, ma è evidente che, nel momento in cui ti alzi in aria, una raffica spinge l’ala oltre il punto di non ritorno. Da lì a cadere passa un secondo.»
Meno, in realtà, ma a lei era sembrato eternamente più lungo. Poi c’era stato lo schianto di schiena sul pelo dell’acqua e le onde che la trascinavano sempre più a fondo, verso gli scogli e ai lunghi mesi di inattività.
«Ho cercato di ruotare l’aquilone, così da assorbire la spinta» nelle mani sentì ancora la fatica fatta quel giorno, quasi sperasse di cambiarne l’esito. «Ma si è trasformato nel mio kitemare*.»
«Ho letto dell’operazione. L’equilibrio come va?»
«Domanda di riserva?» si scambiarono un sorriso triste, poi Katy guardò le onde spumose e sospirò. «All’asciutto va bene. È quasi perfetto, in realtà. Ma se entro in acqua…»
«Balleresti meno dentro una centrifuga» annuì, incrociando le braccia al petto. «Ti capisco.»
«Brutta esperienza?»
Jason si sporse verso di lei, facendole notare per la prima volta la differenza di altezza tra loro. Non le era sembrato
così alto, eppure Katy si accorse che in realtà lo era e un po’ ne ebbe soggezione. Lei non era un tipo da complessi, ma i ragazzi di una certa statura la mettevano in agitazione; la facevano sentire “piccola”, nonostante il suo metro e settanta, scarso. E Jason non fece eccezione.
«Come?» si ritrovò a chiedere, schiarendosi la voce per mascherare l’imbarazzo. Non aveva sentito una parola di ciò che le aveva appena detto, troppo impegnata a percepire la sua vicinanza per prestargli attenzione.
«La vedi?» ruotò la testa e, piegando l’angolo in alto dell’orecchio, le indicò una sottile linea biancastra che si perdeva in mezzo ai capelli castani. Poi si raddrizzò e le rivolse un’occhiata divertita. «Avevo quindici anni, durante uno dei miei primi DP da solo. Dopo due anni di pratica, volevo fare il fenomeno, partendo dalla spiaggia e arrivando in mare. Ma ho calcolato male la forza del vento e invece di essere magicamente trasportato sull’acqua, sono stato dolorosamente trascinato per venti metri sulla riva.»
«Un
facial* in piena regola.»
«Puro e semplice. Risultato? Una piccola commozione celebrale e orecchio interno sinistro danneggiato» Jason guardò verso il bagnasciuga e agitò un braccio in risposta a un kiter in volo sopra l’acqua. «Operato e guarito senza troppa fatica, ma se solo provavo a eseguire un salto, cadevo in acqua come un idiota.»
«Impossibile!» l’incredulità di Katy trapelò da quell’unica parola.
Non poteva essere vero. Lo aveva visto in acqua con i suoi occhi, gli aveva visto fare dei trick anche complessi e per lei era inverosimile che avesse sofferto dei suoi stessi problemi e li avesse superati. Perché a lei sembrava impossibile riuscirci.
«Giuro» esclamò serio, mettendo la mano sul petto all’altezza del cuore. «Ho impiegato sette mesi per recuperare e rimettermi in acqua. Non sono diventato un asso, ma alla fine ho ripreso a praticare il mio sport preferito e tanto mi basta.»

«Come?» Katy sentì prudere le mani dal desiderio di tenere stretta la barra dall’ala e tornare quella di un tempo. «Come hai fatto?»
Jason le fece cenno di aspettare e come un razzo corse verso il suo gruppo di amici. Katy lo vide rovistare in uno dei borsoni abbandonati sulla sabbia immacolata, mentre le sue labbra si muovevano a raffica per spiegare chissà cosa. In meno di un paio di minuti, però, fu di nuovo da lei e tutto sorridente le porse un biglietto da visita. Davanti, sopra l’immagine di un’onda, Katy trovò il suo nome completo, Jason Lewis; dietro, invece, un numero di telefono, una e-mail e un sito web di qualcosa chiamato “The Waver”.
«Cos’è?» chiese, rigirandoselo tra le dita.
«Dopo il mio incidente, ho passato mesi senza riuscire a capire perché perdessi l’equilibrio sulla tavola. Ero guarito, eppure se provavo a sollevarmi dal filo dell’acqua vorticavo peggio di una trottola» Jason le indicò uno dei ragazzi alle prese con le evoluzioni, proprio nel momento in cui si sollevò a mezz’aria. «Non so tu, ma io non capivo più da che parte andare durante lo stacco.»
«Sì. E il peggio arriva se devo voltarmi.»
Lui annuì. «È una forma di disequilibrio, insolita ma abbastanza frequente in chi ha subito un trauma cranico. Dopo una lesione, in genere il cervello resetta da solo il coordinamento con vista e orecchie. A volte, però, non riesce a completarlo e alcuni movimenti lo mandano in tilt. Quando l’ho capito, con mio padre ho costruito una macchina che, tramite un sistema di pompe e molle, simula il movimento della tavola in mare.»
«The Waver?»
«Esatto. Simula un migliaio di situazioni diverse, da fermo fino ai trick più complessi per vento, altezza e inclinazione della tavola. Aiuta a rieducare l’equilibrio nell’affrontare i movimenti specifici del kitesurf.»
Katy guardò con interesse il piccolo biglietto tra le sue dita. «Perché non ne ho mai sentito parlare?»
«Perché sono pressoché nuovo nel settore. Produco attrezzatura solo da qualche anno e per lo più per principianti. O per chi ha esigenze speciali. Poi c’è Waver, ma non ci sono molti kiter che ne hanno bisogno» dal suo gruppo di amici si levò il suo nome e Jason si voltò, facendo loro cenno che sarebbe tornato subito. «Be’, adesso è meglio che vada. Ti ho subissato abbastanza di chiacchiere.»
Katy si sentì confusa. In quei tre mesi, sponsor e privati le avevano proposto diverse tecniche, prodotti e collaborazioni per risolvere il suo problema. Tutti inutili. Jason, invece, che aveva forse la soluzione al suo problema, se ne andava senza provare a venderle nulla.
«Sul serio?»
Lui si fermò, a metà strada tra Katy e i suoi amici, girò la testa e le sorrise da sopra una spalla. Dovette aver capito a cosa alludesse, perché i suoi occhi di onice brillarono divertiti.
«Hai il mio numero. Sta a te decidere se usarlo o no.»
E la lasciò sola.
Katy sorrise tra sé, riportando gli occhi sulle onde e sul gruppo di kiter ancora in acqua.
Il mare e il kitesurf erano stati la sua vita, un’espressione della sua anima cui aveva temuto di dover rinunciare per sempre dopo l’Errore. Guardò la spuma bianca percorsa da quelle ali colorate e sospirò, di sollievo quella volta.
Forse, per una qualche incredibile fortuna, anche lei sarebbe tornata in acqua. Magari non più brava come un tempo, ma non era quello a importarle. Voleva sentirsi di nuovo parte di quel regno fatto d’acqua e aria, libera come solo tra le onde poteva esserlo.
Per questo recuperò il telefono dalla tasca degli shorts, compose il numero che aveva davanti agli occhi e attese fin quando la voce di Jason rispose dall’altra parte.
«Jason Lewis? Sono Katy O’Shea. Ho saputo da un amico che tu potresti aiutarmi a risolvere un problema.»

* DP (dawn patrol): allenamento tenuto di mattina presto.
* GKA kitesurf World Tour: campionato mondiale di kitesurf organizzato dalla Global Kiteboarding Association. Strutturato su più eventi nel corso dell’anno, il World Tour attribuisce il titolo di campione mondiale di kitesurf a chi, nel corso delle gare organizzate, ottiene il punteggio più alto nella somma dei voti nelle categorie tecniche, di freestyle e miste.
* Kiter: chiunque pratichi kitesurf.
* Brain fart: il dimenticare il trick da eseguire a mezz’aria e quindi schiantarsi/atterrare sull’acqua.
* Dookie dive: perdita di potenza durante la permanenza in aria, con conseguente caduta in acqua.
* C-kite: le prime ali utilizzate nel kitesurf e che hanno una forma a C. Oggi sono utilizzati quasi esclusivamente dai kiters più esperti e da coloro che fanno freestyle, perché meno manovrabili delle ali di nuova generazione.
* Offshore: vento che soffia perpendicolarmente dalla spiaggia verso il mare. Con questo tipo di vento occorre sempre avere dei mezzi di recupero pronti al soccorso.
* Kitemare: un incidente o un problema pericolosi durante il kitesurfing. I Kitemare possono essere mortali.
* Facial: totale perdita di controllo dell’ala aperta mentre si è ancora sulla spiaggia, con il rider trascinato dal vento su rocce e sabbia, di faccia.

Ed eccoci alla fine! Spero che la storia vi sia piaciuta! Ho fatto un po’ di ricerche sul mondo del kite e devo dire che me ne sono innamorata! Spero possa uscirne qualcosa di bello 😊 Se vi va, sarei curiosa di leggere i vostri commenti e le impressioni!

A presto
Federica 💋

Storytelling Chronicles #4

Buongiorno 😊

La settimana ricomincia con un racconto per la Storytelling Chronicles, gruppo di scrittura creativa creato da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom. Questo mese il tema era libero, ognuna ha potuto scegliere ciò che voleva e anche se ammetto di aver fatto un po’ fatica a decidermi mi sono lasciata trascinare di nuovo da Clarissa, la protagonista del primo racconto (per rileggerlo, lo trovate qui), e dalla sua cotta per Toby Seddlithon 😉

Clarissa è partita per le vacanze. Passerà due settimane a girare per il Regno Unito, alla scoperta delle case e dei castelli più antichi dell’Inghilterra. Ma il primo giorno nella sua adorata, seconda casa non inizia nel modo migliore: tra spoiler, sorprese rovinate e un incontro tanto meraviglioso, quanto insperato, Clarissa dovrà di nuovo fare i conti con la differenza tra realtà e fantasia.

E… le avevano appena spoilerato il finale!
Mesi di attesa, ore insonni passate sui social per sapere
quando l’ultimo capitolo sarebbe uscito, intense chat nei fandom più oscuri e oltranzisti e Clarissa era riuscita a bruciare tutti i suoi sforzi in quasi dieci minuti di conversazione con Giada Monti, aka la logorroica del dipartimento.
Erano stati i nove minuti e tre secondi più intensi della sua vita, peggio dell’unica ora di spinning a cui si era degnata di partecipare, per poi mollare e fuggire a gambe levate come l’anticristo davanti a Paolo Brosio. In quel momento, più che fuggire, avrebbe voluto seppellire Giada sotto una caterva di improperi e poi strapparle gli occhi dalle orbite. O aspettare quindici anni, fare a pezzi i suoi futuri figli e poi servire a Giada uno stufato cotto a puntino.
Così, perché si sentiva più Arya Stark che se stessa e un po’ di tortura sanguinaria le sembrava allettante.
Per la fortuna di Giada, si trovavano in due nazioni diverse, altrimenti a Clarissa l’arresto per omicidio volontario –
decisamente volontario – non l’avrebbe tolto nessuno. Si sarebbe difesa, però. Perché la causa era più che legittima.
«E poi lui muore! Cioè, ma ti rendi conto!?» al sentire il tono incredulo nel telefono, Clari abbassò lo sguardo sul proprio grembo, dove riposava il libro del misfatto. «Cinque libri a raccontarci la loro storia d’amore bollente e tormentata, poi lui viene decapitato!»
«Ah…» chiuse il volume con uno scatto secco, senza nemmeno fingere di aver dimenticato il segnalibro. Non aveva più senso continuare a leggere. «E lei invece?»
«Oh, cresce i loro gemelli e si sposa l’amico. Quella zocc…»
«Scusa, Giada. Devo lasciarti. È stato…
carino sentirti.»
Carino quanto un’invasione di locuste, scarabei e pidocchi. Tutti in una volta.
Sospirando, Clarissa abbandonò il volume nello zaino, raccolse armi e bagagli e si avvicinò all’addetta del servizio di noleggio auto di Gatwick a passo pesante. Quella vacanza si stava rivelando una pessima, pessima, pessima idea.
A iniziare dal bidone magagalattico che le aveva rifilato la sua migliore amica.
Non che Chiara non fosse giustificata. Finire all’ospedale per una lavanda gastrica post intossicazione alimentare e uscirne con un’ecografia del girino di sei settimane che le cresceva in pancia, a parer suo, rappresentava una motivazione sufficiente a spingerla sul primo volo per gli States, invece che portare avanti la loro “fuga tra ragazze” nella cara, vecchia Inghilterra.
Aveva insistito lei perché portasse le chiappe dal futuro paparino e gli desse
live la notizia. Chiara, che nei fumi dell’annebbiamento da shock se n’era uscita con un “Gli mando un messaggio”, sarebbe rimasta, fedele come Hachi con quel ben di Dio di Richard Gere. E Clari non se l’era sentita di fare la str… pessima amica.
Quindi, invece di trovarsi entrambe a Gatwick, davanti alla versione umana del bradipo di
Zootropolis, Chiara si stava godendo il suo volo intercontinentale alla volta di Washington D.C., mentre lei…
Lei pregò che gli addetti alle auto non fossero “celeri” quanto la donna che, con occhio lesso, le chiese di rifare lo spelling del suo cognome.
«M-a-n-c-i-n-i.»
Chiara avrebbe riso come una matta. Non era mai successo – mai, in nove anni di viaggi in Inghilterra – che gli addetti alle prenotazioni di qualunque cosa, hotel, auto, eventi o biglietti, azzeccassero il suo cognome. Statisticamente era impossibile, ma Clari era l’eccezione alla regola e infatti si ritrovò a firmare il foglio dell’assicurazione come “Clarissa
Mencini”. Almeno, quella volta era quasi esatto.

Habeo machina! lol Indovina: Clarissa Mencini… Non ridere (troppo).

Inviò il messaggio a Chiara proprio mentre un altro addetto le metteva in mano le chiavi della sua fiammante… Vauxhall?! Quell’auto era inguardabile, di un grigio deprimente e le scattò una foto, con cui di certo la sua amica si sarebbe divertita.

Ringraziami! Se non ti avessi spedita a W.DC, adesso dovresti salire su questo obbrobrio!
P.s. La logorroica mi ha spoilerato il finale di “Divorami l’anima”… Mi serve aiuto!

Le avrebbe risposto quando fosse atterrata, quella pignola delle regole, ma ci teneva a condividere con lei le tragedie della giornata appena iniziata. L’orologio segnava le dieci e lei già ne aveva fin sopra i capelli. Poi, però, si mise alla guida, collegò il telefono all’impianto audio e nell’uscire dal parcheggio dell’aeroporto la voce di Sua Maestà Freddie invase la macchina con Don’t Stop Me Now.
Più che un’auto, quel macinino grigio si trasformò in una discoteca su ruote, con Clarissa che scuoteva la testa a destra e a sinistra, un playback reso perfetto dalle ore infinite di prove fatte negli anni e le dita che tamburellavano sul volante.
A casa non usava mai la macchina. I suoi incidenti da ferma – letteralmente, come il panettone centrato nel cercare di togliere il freno a mano – erano diventati un marchio di fabbrica, ma lì adorava guidare. E a sorpresa, tenere la sinistra non le aveva mai dato problemi.
Si immise sull’autostrada come se la percorresse tutti i giorni, i Queen a tutto volume nelle casse e un traffico scorrevole che non le fece sentire lo stress mentre puntava verso Sevenoaks Weald, Kent.
Visto che era rimasta sola, ne avrebbe approfittato per far visita ai suoi “genitori” inglesi.
Alle superiori aveva passato un intero anno scolastico in Inghilterra, ospitata dai Clark. Ben e Hollie, e quel rompiscatole del figlio, Devon, erano diventati la sua seconda famiglia, un legame che negli anni non era mai venuto meno. Era stata quella pimpante signora a trasmetterle una passione smodata per le dimore storiche inglesi e la loro conservazione. Poi si era iscritta a uno dei suoi master al Birkbeck College
 ed era diventata anche la sua insegnante preferita.
Era quasi un anno che non li andava a trovare.
La mezzora di viaggio volò, immergendola in una campagna sempre più verde, finché non parcheggiò di fronte alla casa in Saint Julian Road. Percorse il piccolo vialetto di ghiaia, morendo dalla voglia di urlare “Sorpresa!” e finire a bere tè nello studio di Hollie, sovraccarico di libri e foto, in molte delle quali saltava fuori anche lei.
Bussò un paio di volte, ma oltre la porta bianca non si mosse manco un grammo di polvere. Normale, se Hollie stava lavorando e Ben era nel giardino sul retro a occuparsi delle sue amate peonie. Pareva Gollum con l’anello a volte. Guai a toccarle, quelle benedette peonie.
Le scappò da ridere, mentre frugava nella fessura all’angolo della facciata per recuperare la chiave di scorta. Un’estate, lei e Devon si erano dimenticati di innaffiarle per mezza giornata. Non ne avevano sofferto, ma Ben li aveva trattati come Bruto e Cassio, pugnalatori seriali di fiori indifesi.
Il veto di avvicinarsi alla pianta ancora valeva.
Entrò nel cottage quatta quatta, invisibile tipo Hermione durante la rapina alla Gringott. Sentì la porta sul retro aprirsi, un rumore di passi agitato che si dirigeva verso il salotto e decise che per primo avrebbe abbracciato Ben.
«Sorpr…»
Il balzo nel soggiorno le uscì male. Sembrò uno degli ippopotami di Fantasia, schiantato in mezzo a una casa inglese e davanti all’ultima persona al mondo che avrebbe mai immaginato trovare lì, nello sperduto Kent.
Grattachecca dei Simpson non era nulla in confronto a lei, gli occhi letteralmente fuori dalle orbite.
Si diede un pizzicotto. Bello forte.
«Ahi!»
Eh no, non era un sogno.
Capelli castano-ramati umidi e lo stesso viso sottile e mascolino che l’aveva tenuta sveglia notti intere. Occhi di un blu oceano da toglierle il fiato.
Lui. Davvero questa volta, non quella versione da incubo sognata un mesetto prima.
Ed era nudo. Gloriosamente, magnificamente nudo!
Solo quando lui si coprì con un cuscino, Clarissa ritrovò l’uso della parola.
«Toby… Seddlithon?»

Toby.
Cazzo, se gli dava sui nervi.
Con tutti i posti in cui poteva sentire quel dannato tono, casa Clark era l’ultimo in cui se lo sarebbe aspettato.
Come se tutti fossero abituati a trovarselo di fronte, pronto a sorridere e mettersi in posa per un selfie. La tizia lì davanti gli sembrava un’altra groupie esagitata, pronta a chiedergli la stessa cosa di chiunque altro.
Se solo non fosse stato nudo come un verme. Quasi fu tentato di scoprirsi di nuovo, perché quegli occhi pallati non lo stavano guardando con l’intenzione di chiedergli una foto. La ragazza si stava tatuando il suo corpo sulle cornee, ne era certo. Avanti, guardava tutto fuorché il suo viso e quello un po’ sgonfiò la sua incazzatura.
Era uscito per farsi una nuotata nel lago dietro casa, ma quel cretino del suo amico gli aveva fatto sparire i vestiti in un secondo di distrazione. Era tornato indietro di corsa, convinto di beccarlo sul fatto. Solo che nello spostarsi in salotto, quel folletto dagli occhi nocciola era sbucato dal nulla e lo aveva bloccato chiamandolo in quel modo.
Raddrizzò le spalle e si schiarì la voce, apprezzando il leggero rossore le coprì le guance per l’imbarazzo. Era complice di un dannato scherzo, ma cavoli se era carina, con quella frangetta castana tutta spettinata e le labbra color ciliegia.
«È stata un’idea di Devon?» non lo fece di proposito, ma la sua voce suonò più rauca del normale. E infastidita. Perché gli scherzi li tollerava fino a un certo punto. «Te l’ha detto lui, vero?»
La testa della ragazza schizzò in alto, trovando il suo volto e diventando ancora più rossa. Inarcò un sopracciglio, spronandola a rispondere invece di pensare al fatto che fosse nudo. Avrebbe volentieri recuperato qualcosa da indossare, ma sospettava che l’amico l’avesse ingaggiata per tenerlo così il più a lungo possibile.
«Devon… è in casa anche lui?»
Oh, no. Quella luce di sospetto nei suoi occhi non gli piacque per niente.
La sua mente stava andando a parare verso un’idea che lo spinse a fare un passo avanti, invadendo il suo spazio personale. Di solito se ne fregava di ciò che pensava di lui la gente, ma non voleva che quel folletto fraintendesse.
«
Tu saresti proprio il mio tipo, ma dimmi» abbassò lo sguardo finché non restò incatenato a quello della ragazza. «Quel cretino ti ha chiesto di farmi una piazzata? Sa quanto detesto questa cosa delle fan adoranti.»
Lei scosse la testa, respirando a singhiozzo. «N-no. Nessuna piazzata. Io…»
Un trambusto scosse le scale e il rombo della risata di Devon si propagò per la casa. Finché non trovò loro due. Rise vedendo il suo corpo pallido e bagnato gocciolare nel soggiorno. Poi però si accorse della figura minuta che gli stava di fronte e cambiò espressione. Devon Clark si fece tenero.
Tenero?
«Clari?!»
La ragazza distolse lo sguardo e lo piazzò sul suo migliore amico. Le labbra si aprirono nel sorriso più luminoso e dolce che gli fosse capitato di vedere negli ultimi anni. Forse si era sbagliato su di lei e per un secondo, uno soltanto, sentì una fitta al centro del petto mentre si allontanava. Dio, quanto voleva che tornasse indietro e guardasse
lui in quel modo. Avrebbe fatto di tutto per far sì che succedesse.

Clarissa gettò le braccia al collo di Devon e lui la fece roteare sul posto, tempestandola di domande su quando fosse arrivata e se i suoi la stessero aspettando.
«Volevo far loro una sorpresa, in realtà» lanciò un’occhiata di sbieco a Toby, che ancora emanava vibrazioni negative. Però non si era ancora mosso e lei apprezzava lo spettacolo dei suoi muscoli longilinei. Moltissimo.
«Sono in Scozia! Mamma ha in carico il restauro di Mount Stuart.»
«Sei serio!?» era una delle ville storiche più famose e lei ancora non l’aveva visitata. Poi rivide Toby e arrossì. «Forse avrei dovuto avvisare.»
«Vi siete conosciuti, vedo» Devon rise sotto i baffi e lei gli tirò un pugno sulla spalla, consapevole che quasi sicuramente doveva a lui la nudità di Toby. «Hey! Non iniziare. Sei appena arrivata.»
«Immagino sia un tuo scherzo idiota» indicò quel bendidio e si sentì avvampare ancora. Stava facendo la figura della cretina e il suo idolo di certo la detestava. «Porti ancora via i vestiti a chi fa il bagno al lago!? Cresci un po’, Dev.»
Toby borbottò qualcosa per assentire, ma non riuscì a capirlo perché lasciò la stanza in tutta fretta.
E lei non poté trattenersi. Gli guardò il fondischiena. Una gran, bella e completa radiografia del suo didietro. Archiviata come materiale con cui risollevarsi il morale nella prossima vecchiaia.
«Guardona!» tossicchiò Devon per prenderla in giro e lei gli rifilò un altro pugno. «Oh, avanti! Hai una faccia da affamata.»
Fame! Non aveva più idea di cosa fosse, non dopo essersi trovata davanti al proprio sogno proibito, in prima fila davanti a tanta bellezza. Sentì le guance andarle in fiamme. Lo aveva visto
nature! E chi se lo scordava più.
«Scemo… Potevi dirmelo che lo conosci!»
Devon parve scioccato. «Ma chi, quello!? Perché avrei dovuto?»
Fu lei a essere del tutto sconvolta adesso. Lo guardò indignata e gli puntò l’indice tra le costole. «Non so, forse perché è Toby Seddlithon!?»
«Lui… cosa?»
Il suo amico d’infanzia restò di sasso, un’espressione stralunata sul viso cesellato. E poi, con sua sorpresa, si piegò in due dalle risate.
Non solo. Devon stava
piangendo dal ridere. Letteralmente.
«Ti prego, Clari. No, ti supplico» tentò, ma non riuscì a trattenersi dal ridere ancora. «Dimmi che l’hai chiamato così.»
«Scusa?»
«
Toby Seddlithon» imitò il suo tono estasiato, asciugandosi le lacrime. «Oh, Dio! Perché non ero qui quand’è successo!?»
«Per fortuna! Già era convinto gli avessi fatto una piazzata. E che fosse una
tua idea» si costrinse a ignorare le farfalle nello stomaco al pensiero che lei fosse “proprio il suo tipo”. Oh, ma quella sua voce roca. Aveva ancora i brividi. «Che vergogna! Adesso penserà che sono una pazza.»
«No… Quando gli passerà l’incazzatura per come lo hai chiamato, gli starai simpatica. Vedrai.»
«A dirla tutta, sono incazzato a morte con te, amico.»
L’oggetto della loro conversazione tornò in salotto e Clari fissò basita la t-shirt con lo stemma di casa Targaryen che gli fasciava il busto alla perfezione. I jeans neri slavati cadevano da Dio sulle sue gambe. E i piedi… nudi!
Sui social sembrava sempre così elegante. In quel momento, invece, si trovò a fare i conti con un uomo in carne e ossa e vero sex appeal a dismisura. E non perché fosse un attore ultra famoso. Ma perché vestiva come un nerd!
Cavoli, se non ci aveva preso nel suo sogno! E anche il viso di Toby, adesso che se lo trovava di nuovo davanti con il corpo
coperto, le sembrò diverso dalle centinai di volte in cui l’aveva visto nei film e in foto. Era più marcato, con le leggere rughe agli angoli degli occhi e una piccola cicatrice bianca a segnargli il mento.
E quella quando se l’era fatta!? Non l’aveva mai vista! Forse la coprivano con il trucco.
Però… accidenti! Adesso che l’aveva notata, non riusciva a non volerla sfiorare con le dita, avanti e indietro. Proprio nel punto in cui impediva alla barba leggera di crescere. Mmm…
«Adesso che sei vestito posso fare le presentazioni. Esibizionista, lei è Clarissa, una
vecchia amica di famiglia» al sentirlo chiamarla “vecchia”, l’interessata si riscosse dall’esame approfondito e gli mollò un ceffone sulla spalla. «Ahi! Manesca, lui è…»
«Toby Seddlithon.»

Ecco fatto. Si era presentato e ora quella meraviglia tornava a concentrarsi su di lui.
Se ne fregò altamente dell’occhiataccia di Devon. Gli interessava che lei tenesse quegli occhi luminosi sul suo viso ancora per un po’. Un secondo fa lo stava studiando, quasi avesse un piccolo Wally nascosto chissà dove sulla faccia e gli era piaciuto essere l’oggetto di tanta attenzione.
Accidenti, voleva che scovasse tutti i dettagli che non avrebbe trovato nel viso sullo schermo!
Scacciò l’idea del
perché lo volesse e allungò una mano verso di lei. La vide trattenere il respiro, ma l’esitazione sfumò non appena la strinse. Un brivido gli fece accapponare la pelle per la sorpresa. Toccarla non avrebbe dovuto essere una cosa pericolosa, ma capì che con lei non sarebbe stato così.
Gli piacque. Fin troppo.
«Ti devo delle scuse» si tirò indietro, le dita cacciate nelle tasche dei pantaloni perché altrimenti l’avrebbe sfiorata di nuovo. «Ho pensato fossi complice di questo deficiente.»
«Ma bene,
Toby. Maltratta il tuo migliore amico per fare il figo, Toby
Clarissa li guardava un po’ stranita e di certo non aveva idea del perché continuasse a ripetere il suo nome. Se Devon continuava a comportarsi in quel modo, lo avrebbe ucciso.
«Dev posso portare dentro l’auto?»
La domanda della sua amica gli fece distogliere lo sguardo truce, ma non prima di avergli lanciato un nuovo avvertimento. Basta stronzate.
«Certo. Ti aiuto.»
«No, faccio da sola. Non resto molto, ma è a noleggio e non voglio rischiare di ammaccarla.»
Come!? Un momento. Non poteva già pensare di andare via. Era appena arrivata e Toby non aveva ancora avuto l’occasione di sembrare diverso da un musone irascibile. Ci teneva che quel bel visino non lo considerasse come chiunque altro. Era inspiegabile, eppure il sorriso che aveva rivolto a Devon aveva sconvolto il suo mondo.
Ne avrebbe voluti a migliaia di sorrisi del genere. E li voleva tutti per sé.
Quando Clarissa uscì per spostare l’auto nel vialetto, lui si ritrovò a respirare, ma gli mancava la sua presenza. Soprattutto perché si ritrovò addosso un Devon piuttosto seccato. Merda, avrebbe dovuto essere lui a pugnalarlo con lo sguardo. Non viceversa.
«Non una parola.»
«Ma davvero, Toby? “Non una parola”» borbottò, per fargli il verso. «Mi pare tardi.»
«Sì, lo è» si mosse verso la cucina e nel passargli accanto, gli tirò una spallata. «Chi è?»
«Un’amica di famiglia. Sai che i miei ospitavano gli studenti degli scambi culturali… Clari era una di loro. Solo che mia madre non l’ha più persa di vista dopo l’anno di studio.»
«Sembrava di casa.»
«Perché lo è» alzò le spalle con nonchalance, ma percepì lo stesso l’affetto profondo di Devon e gli diede fastidio. «È nove anni che gode del titolo di Clark onoraria. Credo che mia madre la ami.»
Mise sul fornello la teiera. Era troppo presto per la birra, ma doveva mandar giù qualcosa. Tutto pur di placare l’acido che sentì in gola nel chiedere: «Solo Hollie?»
Devon rise, quel sadico stronzo!
«Oh, anche papà. C’è stata una mezza tragedia con le peonie, ma la adora lo stesso» gli si mise accanto, la bocca stretta in un ghigno perché non riusciva a smettere di ridere. «È come una sorella per me. Una di quelle per cui minacci i tuoi amici di tenere le mani a posto.»
«Quindi siamo ancora amici?»
«Ci sentiamo di tanto in tanto, Toby, lo sai. Ma sì, sei ancora un amico.»
«E ai tuoi cosiddetti
amici non parli di tua sorella?» era irritato ma scrollò le spalle davanti al ghigno interrogativo di Devon. Lui stesso non aveva idea del perché lo fosse, quindi era inutile perdere tempo a cercare una spiegazione per l’amico. «Onoraria o no, è la prima volta che ne sento parlare.»
«Perché non ne ho mai avuto l’occasione. E non te l’avrei presentata se avessi saputo della sua ossessione per “Toby Seddlithon”» alzò gli occhi al soffitto, mimando le virgolette con le dita e Toby rise della canzonatura, come se quel nome lo rendesse un trofeo o che altro. «Avrei voluto assistere alla tua faccia, ovvio, ma non ti avrei fatto uno scherzo del genere. È da stronzi.»

L’acqua fischiò e Toby allungò il braccio dietro di sé, senza nemmeno guardare. Era abituato a compiere quel gesto e Clarissa trovò strano che, in realtà, lui e Devon si sentissero solo poche volte.
Non avrebbe dovuto origliare da dietro la porta. Ma come avrebbe potuto evitarlo? Stava rientrando quando li aveva sentiti parlare di lei e… E la particolare prospettiva che godeva sul corpo di Toby da quel punto aveva preso la decisione al posto suo. Si beò della vista ancora un po’, marchiando a fuoco nella memoria il profilo della sua splendida bocca mentre si apriva in un sorriso complice per quello che Devon gli aveva appena detto.
Oh, grande Giove! Quel gesto la uccise.
Nessun sorriso visto attraverso le telecamere e uno schermo sarebbe mai più stato abbastanza da farle battere il cuore.
Ma non poteva restare lì ferma. Sarebbe sembrata un’impedita nei parcheggi e non voleva certo dare quell’impressione. Già aveva sfiorato una moto nel portare dentro l’auto, rischiando un danno mai visto. E se fosse stata la moto di Toby?! Che figura avrebbe fatto.
Perciò raccolse il coraggio di entrare in cucina.
Per restare ferma esattamente dove si trovava nel sentire la domanda di Devon.
«Ti interessa? Perché Clari è davvero una di famiglia e non mi va di vederla soffrire.»
Addirittura!? Cioè, sì, lei avrebbe volentieri approfittato di Toby in ogni buona occasione, specie dopo aver avuto conferma di quale fosse il suo genere di ragazza, ma da lì alla sofferenza ne passavano di ere geologiche.
Eppure il suo cuore perse il ritmo nell’attesa di una sua risposta. Perché la vacanza era iniziata male, ma quello avrebbe potuto darle una svolta da capogiro.
«È solo un’altra fan senza speranza» Toby scrollò le spalle, gli occhi tempestosi fissi sulla tazza di tè nella sua mano. «Non ne vale la pena.»
“No, Maria. Io esco.”
Una piccola Tina campeggiò nel suo cervello. Ci era rimasta male, malissimo, ma non per questo avrebbe permesso a cotanto tripudio di figaggine di passarle sopra come un bulldozer. Avrebbe conservato il suo onore.
In fondo, lei aveva già dei programmi per la sua vacanza. La sosta dai Clark era stata solo un’improvvisata e aveva da fare anche a Londra.
Fece capolino nella cucina e sorrise a entrambi, specie al belloccio che l’aveva appena rimbalzata.
«Cambio di programma. Parto adesso» fece l’occhiolino a Devon e un rapido cenno a Toby. «Piacere di averti conosciuto.»
Li lasciò tutti e due di stucco. Non ci fu modo di farle cambiare idea e quando si rimise alla guida della Vauxhall, Mika riempì la campagna con la sua
Oh Girl You’re The Devil. Clari sogghignò mentre si allontanava, gli occhi inchiodati sullo specchietto retrovisore e all’espressione basita di Toby Seddlithon.
Sì, era una fan senza speranza e avrebbe sospirato lo stesso al ricordo di quella mattina, ma Clari era una per cui
ne valeva la pena! E Toby non aveva idea di cosa si sarebbe perso.
Tanto peggio per lui!

Perdonatemi! Non avendo un tema da seguire è diventato un racconto lunghissimo 😅 spero siate tutti sopravvissuti fino alla fine! Se vi va, mi farebbe piacere sapere come vi è sembrato!

Federica 💋

Storytelling Chronicles #3

Buongiorno e buon Lunedì 😊

Ormai l’appuntamento con la rubrica di scrittura creativa dello Storytelling Chronicles (creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom) sta diventando fisso… e mi sa che è li sto pubblicando pure nello stesso giorno 😅Coincidenze, giuro!

Il tema questa volta è un’immagine:

E si è adattata alla perfezione al continuo di Blue Melody (scritta il mese scorso). Devo dire di essere proprio contenta di partecipare a questa “sfida”, perché mi ha permesso di riprendere in mano un’idea su cui già stavo lavorando ed è esplosa, letteralmente 😊 È diventata molto, molto, molto più articolata e complessa di quanto avessi sperato all’inizio, perciò prima di lasciarvi leggere il racconto, vi metto => qui <= i capitoli precedenti, se vi andasse di leggerli 😊altrimenti il recap qui sotto serve a contestualizzarlo (è lungo, ma è il meglio che ho saputo fare).

Durante la ricerca di alcune piante officinali, la giovane erborista Melody scampa all’attacco di un lupo grazie all’intervento di un essere sovrannaturale, metà uomo e metà lupo, insieme a un grande lupo nero. Rientrata a casa, dove aiuta la madre e la nonna a preparare medicamenti e a prendersi cura del padre infermo, la giovane tace alla propria famiglia l’accaduto, decisa a dimenticare la presenza delle due creature per non cedere alla paura dei boschi e smettere di raccogliere le piante e le erbe necessarie alla sopravvivenza del villaggio.
Diversi giorni dopo, durante gli scambi commerciali presso la bottega del macellaio, Melody riesce a ottenere un buon prezzo per la propria merce, fatta salva la promessa di portarne altra entro sera. Ciò che cerca sono le erbe tardive, le cui foglie aiutano a ridurre il consumo di cibo durante i mesi invernali, necessarie a causa dei razionamenti delle provviste cui andranno incontro. Perché è proibito inoltrarsi nei boschi che circondano il villaggio, persino per cacciare; infestata da lupi che nessuno riesce a debellare, la foresta è un luogo ostile, che tuttavia Melody conosce alla perfezione e nella quale riesce a fare scorta di erbe prima che tramonti il sole.
Rientrata dai cancelli del villaggio, dopo l’ennesimo scontro verbale con il capitano delle guardie, consegna la merce al macellaio ma vi trova anche una misteriosa pelliccia di lupo grigio. Riconosciuta come quella del predatore che l’ha attaccata, scopre che è stato un cacciatore appena uscito dalla bottega a barattarla, insieme alla carne di lupo, il solo che riesca a vivere in mezzo ai boschi senza essere sbranato dalle bestie feroci. Benché dovrebbe tenere segrete la sue uscite, Melody decide lo stesso di affrontare l’uomo che, dapprima restio, si offre di rispondere alle sue domande in cambio di un rimedio per le ferite che contenga anche le radici delle erbe tardive, di norma urticanti.
Nel pieno delle preparazioni dei rimedi con la sua famiglia, tuttavia, una ragazza del villaggio viene trovata morta, sbranata dai lupi. Sotto un rigido coprifuoco, le uscite di Melody si fanno rare per non fornire alle guardie una ragione per arrestarla, eventualità che il loro capitano aspetta con ansia, finché queste non irrompono a casa. Una denuncia anonima contro di lei è quanto basta per ordinare la distruzione delle scorte raccolte e per farla arrestare. Decisa ad evitare di passare un mese a disposizione del capitano in una prigione, Melody sceglie l’esilio, stabilendosi nella casa della nonna al limitare della foresta nonostante il pericolo dei lupi.
Rimasta senza erbe e a corto di tempo prima dell’arrivo dell’inverno, la giovane si vede costretta a cambiare i termini del proprio accordo con il cacciatore. Gli fornirà quanto chiesto e parte dei guadagni ottenuti dal baratto dei medicamenti se le farà da guida nella foresta, in quanto lui è il solo che la conosca bene quanto lei, se non meglio. Il cacciatore, benché minacciato di ostracismo dal capitano delle guardie, accetta.

E ora la storia!

Il foglio di carta ammorbidito dall’umidità si scurisce nei tratti che traccio a carboncino. La nebbia di questa mattina si sta diradando con il passare delle ore, rendendomi più facile scorgere i dettagli principali di questa zona della foresta. È uno schizzo rudimentale dell’ansa del fiume, delle rocce alte e immense che la circondano, però basterà come appunto per la nuova mappa che sto costruendo.
Da quando ho iniziato a tracciarne le prime forme, più a memoria che altro, è stato chiaro che mi serviranno mesi per completarne solo la metà di quella che le guardie hanno bruciato. Non ho tutto questo tempo, però, e anche se ho saputo che la nonna sta cercando di disegnarne una a sua volta, io cerco di ricostruirne più porzioni possibili, approfittando di ogni momento libero.
Non che ne abbia mai. Tra la ricerca di nuove scorte e il prendermi cura di quelle che già sono in lavorazione, le mie giornate sono scandite da ritmi troppo serrati per trasgredire.
Guardo verso sud-est, dove emerge appena il profilo del lago Nero, il grande bacino che permette di irrigare i campi coltivati del villaggio e oltre il quale si estende un tratto selvaggio mai esplorato dalla mia famiglia. Traccio ciò che vedo sulla carta, soffermandomi più sulla forma generale che sui dettagli. Li aggiusterò in seguito, passando in rassegna ciò che mi è sfuggito nel viaggio di ritorno.
Non mi ha entusiasmata l’idea di venire da questo lato della foresta, ma il cacciatore è stato di tutt’altro avviso all’alba di oggi, proprio come nelle scorse mattine. Negli ultimi tre giorni mi ha mostrato porzioni di foresta che non avrei mai considerato, nelle quali nemmeno io mi sarei mai spinta. Tutte troppo lontane o delle quali non conoscevo l’esistenza, né i pericoli, che con lui ho attraversato e iniziato a catalogare.
Ho sempre saputo che la conformazione dei boschi fosse diversa da quel cha appariva sulla nostra mappa. Abbiamo una buona conoscenza del territorio, ma è parziale e frammentaria. Nessuno si è mai spinto oltre il lago Nero.
Soltanto io.
Frugo nella borsa con la mano libera, gli occhi fissi sulla foresta per non dimenticare il punto cui sono arrivata. La striscia di carne essiccata è facile da trovare. La porto alle labbra, addentandola e tenendola stretta tra i denti quando ricomincio a tenere il foglio e a tracciare la linea sinuosa dell’ansa del fiume. La tranquillità è assoluta, mi permette di restare concentrata anche se so che c’è un intero branco di lupi nascosto chissà dove, in attesa che cali il buio per uscire a caccia.
«L’ansa è più estesa.»
Mi chino di soprassalto, le dita strette attorno al manico del pugnale. Ma è solo il cacciatore e mi rilasso quando lo vedo passarmi accanto per abbandonare a terra la propria borsa. Quando si è allontanato per controllare alcune trappole era vuota; adesso il tessuto è teso e gonfio, pieno di prede.
Il suo cane lo segue a ruota, sdraiandosi accanto al bottino quasi a fare da guardia. Il muso longilineo posa sulle zampe incrociate, ma sono i suoi occhi quelli che non mancano di stupirmi. È soltanto un animale, eppure rivelano un’intelligenza fuori dal comune, come non ne ho mai vista nemmeno in certi miei simili. Ogni volta che incrocio quegli occhi, lo sento studiarmi, soppesarmi nel più profondo dell’anima, come se stesse decidendo se fidarsi di me.
Come adesso.
Il martellio del mio cuore si fa assordante sotto davanti al suo sguardo. Non è la prima volta che accade. Negli scorsi giorni, nei pochi momenti di sosta che il cacciatore mi ha concesso, ho osservato spesso quell’animale, senza una vera ragione. È stato per istinto, quasi ci sia qualcosa in lui che spinge a far gravitare lo sguardo su di sé. Esercita un magnetismo difficile da definire, eppure quando i miei occhi incrociano i suoi, non posso sostenerli a lungo.
Proprio per questo li riporto sul paesaggio e poi sul mio schizzo, i pensieri offuscati che cercano di ricordare cosa abbia detto il cacciatore. Ha parlato del fiume, di qualcosa di più esteso.
L’ansa.
«Da qui non sembra» metto via il pezzo di carne, l’unico gesto che mi permette di ritrovare la calma. «Arriva a quei faggi laggiù, poi ruota in direzione del villaggio.»
Il cacciatore nega, le braccia serrate al petto e uno sguardo di sufficienza puntato sulle linee a carboncino.
«Hai una buona mano, erborista, ma no, l’ansa è più estesa. Devi essere precisa con le mappe.»
«Lo sono. E non chiamarmi in quel modo.»
Le mie parole suonano secche nella pacifica quiete della foresta, affilate come artigli.
«Erborista?» chiede, una nota incredula a storcere l’innocenza della domanda. «È ciò che sei.»
«Sì. Ma non usarlo» ripeto, alzandomi per guardarlo dritto negli occhi. «Melody può andare.»
Il cacciatore mi soppesa, un secondo troppo esteso nella sua immobilità per essere reale. C’è desiderio di comprensione nelle sue iridi castane, un tremolio profondo di aspettativa che toglie il fiato. Si aspetta qualcosa da me, una qualsiasi rivelazione che temo di non volergli fornire; i suoi occhi chiedono un permesso alla mia anima e ho terrore di scoprire che cosa implichi.
«Concedi troppo potere al capitano delle guardie. È solo un uomo, non un dio.»
Stringo i pugni, il carboncino che si spezza tra le dita. «Io non gli concedo nulla.»
«Erborista» il mio corpo ha un fremito e lui annuisce. «Questo è il potere che ha su di te. Il tuo titolo è la sua arma per controllati. Non dovresti permetterglielo.»
Conb mi ha portato via quasi tutto ciò che possedevo, ma non ha potere su di me. Non deve averne. L’unica reazione che mi provoca è l’odio. E il ribrezzo, per ogni volta in cui ha osata toccare mia madre senza che lo sapessi.
«Non è così. E la mia vita non è affar tuo.»
«Lo è, da quando abbiamo un accordo» serra la mascella con forza, quasi infastidito dalla situazione. Poi rivolge un cenno al proprio cane, che si alza docile. «Ho altre trappole da controllare. Poi potremo proseguire.»
Si inoltrano lungo la curva del sentiero, la figura slanciata dell’uomo affiancata da quella massiccia dell’animale. La luce del sole taglia le fronde verdi e piove su di loro, lunghe lame dorate che giocano sui loro corpi per disegnare valli oscure e oceani dorati. Sentieri lucenti fatti di stoffa e pelliccia rivestono i muscoli, conducono alle ombre calate sui loro visi e le fanno emergere a nuova vita, mentre il baluginio del sole li accompagna nel loro cammino.
Appaiono eterei, creature fuori dal tempo e lontane da ciò che gli uomini hanno conosciuto in secoli di esistenza. Sono fantasmi emersi dalle profondità della foresta e quando il cacciatore esita, trattengo il respiro. Quasi avesse sentito il peso dei miei occhi su di sé, lui resta immobile sulla strada battuta, incerto se voltarsi a guardarmi o ignorare la mia presenza. Il capo si muove appena, di lui si vede solo un’ombra dove dovrebbe trovarsi il suo profilo. Eppure io lo percepisco, quello sguardo intenso che nasconde a chiunque si trovi davanti e che ancora non sono riuscita a decifrare. Non mi guarda dritta in viso, eppure mi studia, con la stessa attenzione che gli ho riservato io.
Un singolo frammento di tempo, sospeso nel nulla; ma l’indecisione non dura che l’anfratto di un respiro, un battito di ciglia così fugace da credere di averlo soltanto immaginato. L’oscurità torna ad avvolgere quel viso, finché entrambi non scompaiono alla mia vista.
Potrei aver sognato, sconfitta dai giochi di luce che fanno tremare la foresta e la mia percezione. Ma un’illusione può sciogliere le briglie del respiro e indurlo a correre senza freni? Può risvegliare ansiti rapidi quanto i battiti impazziti di un cuore? Potrebbe, ma il peso di quell’istante è troppo grande per credere che non sia mai accaduto.
Ma non è il cacciatore il solo responsabile. Il mio respiro vacilla perché un ricordo sepolto lotta per risvegliarsi, feroce nel mostrarmi un altro uomo avvolto in un mantello di raggi di sole, primaverili quella volta, e su un sentiero lontano miglia da qui.
È mio padre, il giorno in cui la sua vita si è spezzata. Il giorno in cui abbiamo cominciato a considerare i lupi una minaccia.
Prima della malattia, prima dei confini e della paura, era lui a scandagliare i boschi alla ricerca di piante e cortecce. Cacciava per noi e spesso mi portava con sé per insegnarmi ciò che negli anni mi avrebbe più volte salvato la vita. Per mio padre, la foresta doveva divenire parte della mia anima, perché solo così avrei potuto riconoscerne le voci. Ma non quel giorno.
Mi lasciò a casa. Si sarebbe spinto troppo vicino al Lago del Predatore e una bambina non era adatta per quelle zone impervie. Ero una preda troppo facile per i lupi e mi lasciò dalla nonna, dopo aver discusso con lei e mia madre mentre lui mi avrebbe voluta con sé. Quando, più tardi nella notte, le guardie lo riportarono al villaggio con le fauci dei lupi impresse sul corpo, ricordo che nonna fu grata mi avesse lasciata indietro.
Pianse e ancora rimpiange la tragedia che lo ha menomato nel fisico e nella mente, ma negli anni non ha mai cessato di ripetere quanta fortuna abbia avuto nell’essere rimasta a casa. Non ho motivo di dubitarne; quelle ore sono avvolte nel dolore e nel terrore di aver visto mio padre ridotto all’ombra di se stesso. Non ricordavo di essere con lui perché è così. Io rimasi al villaggio.
Melody.
La sua voce è un sussurro nel vento, una carezza che balla nei raggi di un sole traditore e mi inganna ancora. Perché lo vedo come se accadesse adesso, davanti ai miei occhi fissi su una strada deserta.
Melody, forza. Tieni il passo.
Lo ripeteva spesso. Ero sempre troppo lenta, troppo goffa, per tenere la sua andatura. Ma dovevo andare con lui, era importante che imparassi presto i suoi segreti. Era esigente, lo ricordo molto bene. A volte così esigente da contravvenire al buonsenso.
Guardo di nuovo il sentiero. I raggi di sole attraversano ancora le fronde, pugnali di luce sulla strada battuta che fanno della mia memoria un puntaspilli. Il sangue ronza nelle orecchie, un fiume rapido che attraversa gli anni e riporta alla luce suoni dispersi, odori di un bosco antico che a quel tempo non avrei saputo riconoscere. Oggi sì, li vedo per quel che sono.
Quel giorno non rimasi al villaggio.
Mio padre mi portò con sé perché così aveva deciso. Ma io ero piccola, stanca per una marcia che ancora non avevo la forza di terminare. Mi persi, tornai indietro, o almeno credo sia ciò che accadde, perché ero in casa quando lo trovarono.
Trovo l’appoggio di un tronco, sopraffatta dal peso di ricordi che non credevo d’avere, e lascio vagare la mente a quel giorno. Ero con lui, eppure non ricordo nulla a parte quel momento, l’istante in cui si voltò per spronarmi a raggiungerlo. È così chiaro adesso; è una candela che brilla tra i miei pensieri e fatico a credere di non averne avuto memoria fino a questo momento.
Se non avessi guardato verso il cacciatore, se non lo avessi osservato allontanarsi, quel giorno sarebbe ancora sepolto tra gli attimi dimenticati dell’esistenza. Ma non è solo questa consapevolezza a soffiare una nebbia gelata sulle mie ossa. È il volto del cacciatore, sconosciuto fino a pochi giorni or sono, perché è anche lui che ricordo.
No, non lui. Qualcosa di molto simile galleggia sulla superficie dei miei ricordi, un aspetto che il cacciatore mi ha rammentato con vividezza ma che non gli appartiene. L’uomo-lupo, ecco cos’è che tormenta la mia pace oltre a mio padre.
Quella maschera è l’incubo a occhi aperti che mormora una melodia seducente e antica; il bisbiglio dei boschi che ho sempre udito e che mai prima di quel giorno ha avuto un volto. Era solo una sensazione. Ora non può esserlo più.
Ha corpo e voce. Ha una forma. E io devo trovarle un nome.
Perché non ero sola quel giorno. Dietro ai raggi di sole che mi hanno separata da mio padre, acquattato tra le fronde, mi stava aspettando anche quel lupo cattivo.

Spero vi sia piaciuto e che, anche se non esaustivi, i chiarimenti e i dettagli bastino a rendere il racconto comprensibile. Tra l’altro, ho idea che sarà proprio una rivisitazione di Cappuccetto Rosso 😅 per qualunque cosa, vi aspetto nei commenti, se vi va!

Federica 💋

#ioleggoacasa

Storytelling Chronicles #2

Buongiorno a tutti e buon venerdì!

A chiudere la settimana fa ritorno una rubrica super creativa, la Storytelling Chronicles, nata dal gruppo di scrittura creativa omonimo! Come vi dicevo il mese scorso, l’iniziativa ha lo scopo di aiutare a far conoscere quello che scriviamo e anche migliorarci ascoltando i commenti/consigli di chi partecipa (e di chi tra voi lettori vorrà commentare)! Il gruppo nasce grazie a Lara de La nicchia letteraria (grazie, di nuovo, per avermi coinvolta ❤️) e la grafica è di Tania di My CreaBookish Kingdom.

Per questo mese il tema è “Papà”, proprio perché a marzo cade la festa del papà e questo è il mio racconto a tema!

Dopo essere scampata dall’assalto di un lupo nei boschi attorno al proprio villaggio, la giovane Melody rientra nella propria casa e affronta la propria quotidianità.

Rientrando dalla porta sul retro sono sorpresa da tre paia di occhi. Tobias e la nonna mi salutano alzando il cucchiaio dalla ciotola di quella che ha tutta l’aria di essere minestra di cavolo, invece mia madre mi rifila un’occhiata torva.
Appena uscita dal folto della foresta, ho costeggiato un quarto del perimetro del villaggio per arrivare all’edificio di pietra che fino a due anni fa era casa di mia nonna e mi ci sono sprangata dentro.
Mi serviva un posto in cui calmarmi e dove potessi riparare la tracolla. Ci ho passato un’ora buona, controllando che non avessi tagli o ferite visibili, e sono riuscita a trovare anche la mantella di scorta.
La appoggio al chiodo infilato nella parete. È identica a quella che ho lasciato nel bosco, perciò nessuno si accorgerà della differenza. Nessuno sospetterà che mi è accaduto qualcosa. Se mia madre intuisse che un lupo mi ha attaccata, sarebbe la fine. Impazzirebbe.
«Sei in ritardo» si avvicina al camino, dove sobbolle un pentolone mezzo pieno, e versa un mestolo di zuppa in una scodella, dopodiché lo appoggia con un gesto secco sul lato del tavolo più vicino a me. È furiosa.
«Mi sono fermata a casa della nonna per riparare la borsa» afferro la cena e prendo posto accanto a Tobias. «Si è impigliata in un ramo mentre rientravo»
La zuppa calda è un toccasana, sia per lo stomaco, sia per i nervi. Il calore mi da un po’ di stabilità e la certezza di essere in un territorio che conosco, di poter affrontare il da farsi con la mente lucida. Le gambe tremano ancora ma finché riescono a tenermi su, io non vacillo. Tutti hanno bisogno che continui ad andare nei boschi. Un lupo non mi fermerà.
«E la mantella?» la nonna alza gli occhi dalla zuppa e mi fissa. «L’hai cambiata»
«È la stessa di questa mattina» sorrido. «Mamma ti ho preso la corteccia di castagno. Ce n’è abbastanza per un centinaio di decotti»
«Un’altra epidemia di prurito?» Tobias allunga le dita verso il collo, dove i funghi dell’inverno scorso gli hanno lasciato delle macchioline rosa scuro.
Per evitare che grattasse le croste ho dovuto tenerlo legato al letto per una settimana e nonostante tutto, non sono riuscita a evitare che gli lasciassero i segni.
«Tranquillo, quest’anno le cinghie non si allenteranno»
«Quest’anno si spera che non succeda di nuovo, altrimenti i danni non si conteranno» il lato positivo di mia madre colpisce sempre nel segno, specie se è arrabbiata. È capace di gelare il sangue alle persone più di quanto possa fare un predatore dei boschi.
«Come vanno le cose con i sorveglianti?» al mio rientro, il registro era già stato firmato nella colonna con il mio nome. Tobias deve averlo fatto prima di smontare dal turno di guardia.
«Conb mi fa sgobbare. Ma se si tratta di controllare i registri, direi che si fida» occhiata furtiva, sorrisetto.
Tobias è veramente facile da leggere e anche mia madre e mia nonna capiscono cosa ha fatto oggi e cosa fa sempre per me.
Lo sguardo di biasimo di mia madre centra entrambi, ma io sono la sola a risentirmene. Il suo continuo astio per quello che faccio e per i luoghi in cui vado mi fa soffrire. Amo i boschi, ma non ci vado solo per me stessa. Lo faccio per lei, per la nonna, per mio padre e per tutte le persone che vivono nel nostro villaggio. Non sono io ad aver bisogno di tutte quelle medicine.
«Papà ha già mangiato?» domando e al cenno di no di mia madre mi alzo e riempio di nuovo la scodella.
«Glielo porto io» vicino alla porta della camera mi passa un boccettino di vetro. Dentro, una purea biancastra ondeggia a ogni movimento.
Detesto vederlo prendere questo intruglio ma serve a farlo stare meglio, anche se il solo momento che gli è rimasto per stare bene è quando non sente dolore.
Con passo felpato entro nella stanza dove dormono i miei genitori e Tobias, cercando di non far spaventare mio padre. La sua testa si muove nella penombra, un soffio leggero come respiro e un nome sussurrato quasi senza voce. Il mio. Mi riconosce sempre.
Non mi stupisce che sia sveglio; sono poche le ore in cui riesce a rilassarsi abbastanza da prendere sonno. Sposto la sedia appoggiata alla parete vicino al letto e accendo una candela nuova con il moncherino di quella vecchia.
Adesso il viso scavato di mio padre si vede benissimo. La pelle bianca e grinzosa gli segna gli zigomi e gli angoli degli occhi, perennemente chiusi; ha le labbra secche e la pezza che dovrebbe usare per tenerle umide è appoggiata di traverso sul collo. La sposto sulle mie ginocchia mentre mi siedo e lo scopro leggermente, liberando dalla coperta il petto scheletrico. Quando ero piccola era così forte e grande; mi fa male vederlo così.
«Melody» mormora e dopo aver posato la scodella sul comodino, lo aiuto a raddrizzare la schiena per mangiare. «Li hai trovati?» chiede, con la voce rotta per lo sforzo.
Il cuore mi si spezza. Non avrebbero dovuto dirgli che sono andata nei boschi.
«No, papà. Mi dispiace» lo vedo spegnersi e non posso fare nulla per consolarlo.
Vorrei dirgli che ho trovato le tracce degli animali che si nutrono dei fiori che tanto vuole ma non è così. Non so nemmeno se esistano davvero.
Sciolgo un cucchiaio raso di purea bianca nella minestra e imbocco mio padre finché non la finisce tutta. Lo faccio stendere di nuovo e resto seduta in silenzio accanto a lui finché il suo respiro non si fa calmo e rilassato.
Era a quei fiori che pensava nel sussurrare il mio nome.
Sono chiamati Blue Melody, per via del loro colore, ma al villaggio sono conosciuti come Melodia di lacrime, perché credono che siano in grado di curare qualsiasi malattia e che possano persino vincere la morte in cambio di alcune lacrime.
Sono tutte stupidaggini e nessuno ha mai visto davvero un fiore di Blue Melody. Ma mio padre si aggrappa alla loro esistenza come un disperato e io non riesco a cancellare le sue speranze. Fino a qualche anno fa li cercavo, ma adesso ho smesso di farlo. Sono stanca di inseguire qualcosa che non esiste.
Bagno la pezza nel catino di acqua accanto al letto e tampono per un po’ le labbra di mio padre. La malattia lo sta consumando sempre di più; giorno dopo giorno le sue condizioni peggiorano e nessuno è riuscito a capire quale sia la causa del suo male. Tutto ciò che possiamo fare è sciogliere quella purea bianca nel cibo e calmargli il dolore.
Tutto quello che posso fare è stargli accanto, poco importa quanto questo mi strazi l’anima in ogni singolo istante.

Spero vi sia piaciuto e, se vi va, lasciatemi tutti i commenti e le critiche che vi ha ispirato 😉

Federica 💋