Alethè (Prologo & Capitolo I)

Prologo

La rugiada mattutina, limpida e fredda, ricopriva ancora gli steli d’erba del giardino, curato nei minimi dettagli, quando due scarpe lo scossero dalla sua tranquillità, percorrendo in fretta e furia il vialetto di pietra grigia. La pioggia battente, che aveva imperversato tutta la notte, aveva sciolto ciò che restava dell’ultima nevicata e aveva lasciato qua e là sul vialetto piccoli cumuli di neve, segno che la fine dell’inverno era ormai alle porte.
Con passi piccoli e rapidi, un uomo dalla folta chioma rossa si avvicinò al portico, salì i due gradini e bussò delicatamente, controllando con una rapida occhiata l’auto da cui era appena sceso.
La risposta non si fece attendere a lungo. La porta si aprì con un leggerissimo scricchiolio, rivelando una figura maschile, pallida, scheletrica e tutta disfatta.
L’uomo che aveva aperto parve sorpreso della visita; si sistemò alla bell’e meglio, infilando i bordi della camicia nei pantaloni e ravvivandosi i capelli canuti, poi si fece da parte, aprendo del tutto la porta d’ingresso.
«Non pensavo venissi» fu tutto ciò che disse al suo visitatore che, dopo un attimo di esitazione, si era infilato nel ristretto corridoio d’entrata.
«Le avevo promesso di esserci» replicò, appoggiando la sciarpa sul braccio più basso dell’attaccapanni alla sua destra.
Il padrone di casa lo guardò scettico, ma poi gli appoggiò una mano sulla spalla e la sfumatura sospettosa nei suoi occhi si trasformò in tristezza. «Ti sta aspettando»
L’ospite annuì appena e senza aggiungere altro, si fiondò su per le scale, che occupavano tre quarti del corridoio, salendo i gradini due a due.
Raggiunse il primo piano e con la stessa sicurezza con cui era salito, aprì la prima delle tre porte sulla destra.
All’interno della camera spoglia e disadorna, seduta sul letto con la schiena appoggiata alla testata e sostenuta da due cuscini, lo aspettava una ragazza giovanissima, magra come un fuso, con un bel volto, candido come l’ultima neve che aveva visto ma segnato da profonde rughe di espressione, e gli occhi verdi, fissi sul nuovo venuto, circondati da occhiaie scure e pesanti. I capelli mossi, di un biondo paglierino, le ricadevano morbidi sulle spalle e sul collo, entrambi imperlati di sudore.
Stringeva al seno, tra le braccia anemiche, una creatura appena nata, piccola e fragile, dai capelli rosso fuoco.
L’uomo la raggiunse e si mise a sedere accanto a lei, accarezzandole la guancia. Uno strano contrasto, quello tra il colore della guancia di lei, bianca oltre ogni modo, e della mano di lui, resa più vivace dal cambio di temperatura tra l’interno e l’esterno.
«Sei sempre bellissima» disse, seguendo il profilo del volto con il dorso della mano.
«Sei venuto alla fine» replicò lei, in un sussurro. «Mi fa piacere» accennò un sorriso, debole quasi quanto la voce.
«Come ti senti?»
«Non ha importanza» mosse lentamente una mano per accarezzare la piccola schiena della bambina tra le sue braccia, indugiando sulla piccola voglia che segnava la scapola sinistra. «Edward vuoi prenderla in braccio?»
Sentendosi chiamare per nome, l’uomo raddrizzò la testa di scatto.
«Sophie…» esitò, guardando prima la ragazza poi la neonata.
«Mi faresti felice» sorrise di nuovo per incoraggiarlo e delicatamente allontanò la bambina da sé, affidandola alle braccia di Edward.
«Insieme siete carini» li guardò per un attimo ma poi appoggiò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi. «Sono così stanca che potrei dormire per l’eternità. Non mi avevano avvertito che partorire fosse così sfiancante»
Edward non replicò. La bambina aveva aperto le palpebre nel momento esatto in cui Sophie le aveva chiuse e osservava l’uomo che la teneva in braccio con gli occhi sgranati: erano verde smeraldo.
«Non farla piangere per favore» la voce di Sophie era poco meno di un flebile sussurro. «Non è carino far piangere tua figlia»
«Non puoi lasciarmi» il viso gli si coprì di lacrime. «Io non…»
«Kelia perdona il tuo papà» lo interruppe, rivolgendosi direttamente alla bambina e non badando per niente a quello che Edward aveva detto. «Certe volte si dimentica di quanto sia speciale»
La donna allungò una mano in direzione della figlia ma il gesto si bloccò a metà, interrotto da un lieve toc sulla porta.
Edward si alzò, stando attento a non muovere troppo il piccolo corpicino che teneva tra le braccia. La bambina continuava a fissarlo incantata.
Aprì la porta e con gesti lenti affidò la figlia alle mani esili della donna che aveva appena bussato. «Grazie Margaret» le disse, dopo che fu libero.
La donna annuì con un breve cenno della testa, stringendo a sé la bambina che salutò il padre muovendo appena le dita minuscole.
Quando fu di nuovo solo, richiuse la porta e tornò a sedersi sul letto, stringendo una mano di Sophie tra le sue.
«Non devi essere triste» aprì gli occhi, identici a quelli della figlia. «Lo sapevamo fin dall’inizio»
«È tutta colpa mia Sophie» si chinò su di lei, appoggiando la fronte sulle coperte ruvide.
Sophie posò entrambe le mani sulla testa di Edward e gli mosse i capelli.
«Abbi cura di lei» gli disse in un sussurro, mentre le braccia le ricadevano sulle lenzuola, prive di vita.
Edward la strinse forte, raddrizzando la schiena e trascinando con sé il corpo inerme di Sophie, le cui braccia ciondolavano all’indietro come un peso morto. Affondò il volto coperto di lacrime nell’incavo del suo collo e delicatamente iniziò ad accarezzarle i capelli.
Il corpo di Sophie divenne freddo quasi subito e Edward, dopo averla baciata per l’ultima volta, fu costretto ad alzarsi. Le mise la sua giacca e poi la prese in braccio.
Uscì dalla stanza e lentamente scese la scala di legno, ritornando nel piccolo ingresso, dove lo aspettavano l’uomo che lo aveva fatto entrare e la donna che aveva preso la bambina.
«Dove la porti?» il padrone di casa si mise di fronte a Edward per impedirgli di passare, con le braccia incrociate al petto e lo sguardo severo.
«Non ti riguarda Alfred» rispose atono.
«È mia figlia quella che tieni tra le braccia» per un attimo nei suoi occhi brillò una scintilla di odio ma cercò di tenerla a freno contraendo tutti i muscoli del corpo. «Mi riguarda più di quanto immagini»
Edward, come se non avesse parlato nessuno, fece un passo avanti ma l’altro non si spostò.
«Fammi passare» gli disse sempre più inespressivo.
«No, finché non mi dici cosa hai intenzione di fare»
«Con cosa?» replicò secco e impassibile.
Alfred lo guardò storto, ma dopo alcuni attimi ci rinunciò. «Sappi che se adesso te ne vai, finché vivo, non ti permetterò di rimettere piede in questa casa o di vederla»
Margaret sussultò appena ma Edward non sembrò né sorpreso né intimidito da ciò che gli aveva detto. Uno sguardo assente fu l’unica risposta che Alfred ricevette.
«Solo un’ultima cosa: perché?» insistette, appoggiandogli una mano sulla sua spalla, proprio vicino al volto della figlia, e piegando leggermente la testa di lato per guardarlo dritto negli occhi.
«Perché Sophie era l’unica di cui m’importava, tutto il resto non ha valore»
Alfred scostò la mano e si allontanò. «Allora non farti più vedere» non c’era odio nella sua voce, soltanto delusione.
Edward annuì e si diresse verso la porta, che oltrepassò senza guardarsi indietro.
Quando furono certi che il ragazzo si fosse allontanato per sempre, Alfred e Margaret si scambiarono un’occhiata furtiva.
«Non avresti dovuto lasciarlo andare» lo rimproverò, stringendosi nelle braccia.
«Sua figlia non ha bisogno di un fantasma per vivere! Se Edward vuole annegare la propria vita nei ricordi, sono affari suoi» cercò di mantenere un tono risoluto ma la voce gli si incrinò. «Sophie ha voluto che accadesse e io rispetterò le sue scelte»
Margaret annuì, abbandonando sconsolata le braccia lungo i fianchi. «Non ha più nessuno» sentenziò alla fine, mettendosi di fronte ad Alfred.
«Ti sbagli. Ci sono io»
Margaret rise amareggiata. «Non resisterai a lungo con una neonata»
«Lo vedremo» e così dicendo si avviò al piano di sopra.
Nulla gli avrebbe impedito di mantenere la promessa che aveva appena fatto a se stesso e per il bene di Kelia doveva tenere lontano da lei qualsiasi tipo di notizia riguardasse suo padre.

Coraggio-tattoo

I

Il cielo grigio minaccia di rovesciare a terra una quantità di acqua considerevole nel giro di pochissimi istanti; l’asfalto della pista, già bagnato dal temporale di questa notte, non vedrà un raggio di sole per tutto il giorno e nemmeno io potrei lasciare tanto presto l’Irlanda se la perturbazione che ha fatto ritardare la partenza del mio volo non si decide a scivolare verso l’entroterra e a sgombrare l’aria dalla sua pesante cappa. L’hostess si ferma per la terza volta in quell’ora per chiedermi se voglio qualcosa e quando scuoto la testa, passa alla fila successiva; ho già comprato da bere e da mangiare, tutte e due le volte, perciò non mi sembra il caso di prendere dell’altro dal super rifornito carrello della compagnia dal trifoglio verde stampato in ogni angolo, dalla carlinga dell’aereo alle divise di chi ci lavora.
Con un unico gesto abbasso il telo per coprire il finestrino, attirando su di me lo sguardo dell’uomo seduto al mio fianco. È grasso, tanto che le braccia faticano a trovare una posizione sugli esili braccioli del sedile – perennemente mosse su e giù, destra e sinistra, per cercare una combinazione che gli permetta di appoggiarsi, quasi come se dei fili invisibili di un burattinaio si divertano a tormentarlo –, e indossa una maglietta bianca con stampato proprio all’altezza della pancia uno gnomo con la pentola d’oro, entrambi sformati. Vicino alla testa dell’omino è disegnata una nuvoletta con scritto “Sono il tuo tesoro”. Un pessimo souvenir, su cui un’invocazione a dimagrire sarebbe stata meglio.
«Prima volta?» sorride e le guance, sollevandosi insieme agli zigomi, riducono i suoi occhi a due fessure pressoché invisibili tra gli strati di ciccia.
«No. Troppa luce» il telefono mi vibra tra le mani. Chino la testa per controllarlo, ma soprattutto per troncare la conversazione. Sono di pessimo umore e l’ultima cosa che desidero fare in questo momento è chiacchierare del più e del meno con uno sconosciuto.
Telegrafica, rispondo a mio nonno che non sono ancora partita ma subito devo inviagli un altro messaggio, mentre la voce del comandante ci avverte che finalmente la perturbazione si è allontanata e che l’aereo sta per decollare.
La tanto agognata partenza è arrivata alla fine, molto più in fretta di quanto credessi e portando meno sollievo di quanto avessi desiderato. Mi sono immaginata di avvertire chissà quale cambiamento mentre lasciavo la mia città, i miei amici, mio nonno e tutto quello che ha fatto parte della mia vita, come se sentire il rollio sotto i piedi e il vuoto d’aria al momento del decollo mi avessero potuta liberare da quelle preoccupazioni e dai problemi che si sono fatti strada nella mia mente come un bulldozer incurante; invece restano tutti qui, anche se l’aereo prende velocità, anche se metro dopo metro mi allontana dal terminal accompagnato dal tonfo sordo delle ruote sull’asfalto rattoppato, anche se mi sento schiacciare contro il sedile da una mano gigantesca quando l’aereo si stacca dal suolo, con lo stomaco contratto e il respiro tirato.
Rimangono lì fin quando, dopo aver raddrizzato l’aereo ed essere entrato in pieno nel banco di nubi, la voce distante del comandante non avverte che per un po’ ci saranno frequenti turbolenze. In fondo è il giusto coronamento di questi due mesi passati a litigare, a chiedere spiegazioni, a porre domande destinate a restare senza risposta e mi sembra anche il perfetto inizio di quella che deve essere la mia nuova vita; persino il clima me lo ricorda: non serve andarsene, i problemi restano. Eppure sono a bordo di un aereo, speranzosamente diretta verso una città grande un’innumerevole quantità di volte il paesino sperduto in mezzo alla campagna irlandese in cui ho trascorso l’infanzia.
Non serve che qualcuno me lo ricordi, riesco da sola a capire che questi sforzi non porteranno da nessuna parte e che poi tornerò indietro con la coda tra le gambe, però voglio fare di testa mia per il semplice fatto che la persona che mi ha cresciuta mi ha sistematicamente mentito per diciassette anni. E, giusto se non bastasse questo a farmela odiare, ha deciso di esserne sicura al cento per cento assecondando la sua poco brillante idea di raccontarmi tutto il giorno del mio compleanno nel modo più inappropriato che ha potuto trovare: svegliata di buon’ora, mio nonno mi ha trascinata da un avvocato in un ufficio nel centro di Dublino e ha lasciato che fosse un manichino abbronzato dalla testa ai piedi a raccontarmi quello che lui non ha avuto il coraggio di dire, cioè che i miei genitori, morti quando ero piccola a un anno l’uno dall’altro, mi hanno lasciato una casa e che si sono preoccupati del mio futuro ancora prima della mia nascita. È stato quello a farmi innervosire e a spingermi a contestare ciò che mio nonno Alfred ha cercato di imporre come verità assoluta, anche perché, per quanto mi riguarda, ha perso credibilità non appena l’avvocato ha smesso di parlare, in quella mattina di metà febbraio che sembra lontana secoli o millenni.
L’aereo sobbalza vistosamente e il braccio dell’uomo accanto a me scivola dal bracciolo. Curiosamente, quell’improvviso vuoto d’aria mi ricorda la buca che Alfred ha centrato nel tornare a casa da Dublino e che ci ha costretti a cambiare la ruota sotto un diluvio senza eguali. Per tutta la strada non abbiamo fatto altro che litigare (io lo aggredivo e lo accusavo di essere un bugiardo mentre lui mi rimproverava di essere una bambina incapace di crescere e capire che lo aveva fatto per il mio bene) e quando ci siamo ritrovati tutti e due sotto l’acqua, bagnati fradici perché l’ombrello non era abbastanza largo per riparare contemporaneamente noi e la ruota, con l’auto incastrata in venti centimetri di acqua fangosa e la lite che andava avanti come non mai, ho capito che sarebbe andata sempre peggio. Era come un formicolio alla base del collo, identico alla sensazione di sentirmi osservata, che mi ha fatto pensare agli svariati modi in cui la situazione poteva precipitare e sotto quell’acqua torrenziale, con Alfred che mi rimproverava di essere la causa della sterzata che aveva fatto finire l’auto in quella buca («Se non ti fossi allargata per togliere quel cd» aveva urlato estraendo il cric dal bagagliaio), ho avuto la certezza che presto sarebbe bastato un qualunque pretesto per far degenerare la precaria situazione. Da quel momento in poi, infatti, ci siamo infilati in una discesa libera verso chi sfoderava l’offesa più cattiva o più infima. Tutte le volte ho avuto io l’onore della vittoria perché Alfred non è mai riuscito a superare quello che per lui è l’insulto peggiore che può rivolgermi: “Tua madre si vergognerebbe di te”. Non è poi questa gran cosa; mia madre è morta e non può saperne nulla, né di me né di tutto questo, anche se lui si ostina a ripetere che non è assolutamente vero, che è rimasta al nostro fianco e che mi vede in ogni istante.
È anche per quello che ho scelto di andarmene, che ho insistito affinché zia Margaret, sua sorella, diventasse mia tutrice con Alfred; abita con la figlia Rose nella stessa città dove i miei genitori hanno comprato casa e andando a vivere con loro forse potrei iniziare a capire chi erano Edward e Sophie Walsh, un padre e una madre che per me sono sempre stati solo un nome e un cognome. Se non fosse stato per Margaret non avrei mai avuto il permesso di lasciare l’Irlanda e avrei continuato a discutere con mio nonno fino a che non fossi diventata maggiorenne e avessi potuto viaggiare a mio piacimento senza correre il rischio di finire nei guai; è stata lei a intercedere, così mi ha detto dopo aver parlato con Alfred, per fare in modo che si decidesse a firmare le carte per l’affidamento condiviso e a mandarmi oltreoceano per far sbollire la situazione e darmi la possibilità di cercare informazioni suoi miei genitori.
Il patto prevede la mia totale sincerità nei suoi confronti e se non dovessi trovare quello che cerco, me ne tornerò a casa alla fine dell’anno scolastico. In cuor mio spero di non doverlo fare ma dalla stretta allo stomaco e dal forte senso di nausea, aggravati dai frequenti vuoti d’aria ma scatenati dalla sensazione che mi avverte di aver commesso il più grande degli errori («Alfred ha sempre avuto ragione» dice una voce stridula dai recessi più lontani della mia mente «Le sue bugie ti hanno salvata. Non saresti dovuta partire»), capisco che a luglio mi troverò su un aereo simile, solo in direzione opposta.
Questa voce però qualcosa di giusto lo dice: Alfred è un bugiardo e nemmeno la migliore delle intenzioni lo può scagionare dai diciassette anni passati a negare che i miei genitori avessero fatto qualcosa per me o che mi avessero lasciato loro ricordo. È inspiegabile la sua condotta, il suo modo di agire sempre rivolto a screditare i miei genitori; no, solo mio padre è stato oggetto delle sue critiche perché mai avrebbe osato macchiare la memoria della sua povera Sophie. Peccato che non avesse nemmeno idea di dove fosse stata sepolta sua figlia e di certo mio padre lo ha tenuto all’oscuro di tutto perché Alfred si è comportato in modo tale da meritarsi un simile trattamento. In fondo non è difficile da credere, visto quello che mi ha urlato contro ieri sera. Gli occhi mi pizzicano di nuovo; non sono riuscita nemmeno questa volta a fingere che non mi importi assolutamente nulla della sua maledettissima opinione e sapere che non mi ritiene in grado di badare a me stessa in una città così grande non solo mi ferisce nel profondo, ma mi fa venire voglia di dimostrargli a qualunque costo quanto si sbaglia. Mi ha cresciuta lui, mi ha insegnato quello che so e se dubita a tal punto di me deve farsi un profondo esame di coscienza.
Con la stessa foga con cui l’ho abbassato, rialzo il copri-finestrino e vi avvicino il libro fingendo di leggere, giusto per essere chiara con l’altro passeggero della mia fila che non gradisco fare conversazione, nonostante si giri continuamente a guardarmi per trovare una qualunque scusa che lo autorizzi ad attaccare bottone. Perché mai mio nonno non si comporta come quelli delle mie amiche? Gli costa così tanta fatica non fare la parte del padre, nonostante gli abbia detto che non ne è in grado? Ad essere onesta, non mi sarei mai dovuta permettere di rinfacciargli una cosa simile ma non capisco perché insista così tanto quando è ovvio che prima o poi ottengo quello che voglio. Anche il mio trovarmi su quest’aereo ne è una prova inconfutabile e nulla toglie l’intercessione di Margaret: alla fine ha ceduto lui.
Un cerchietto giallognolo compare a malapena in mezzo all’orizzonte mentre l’aereo gira leggermente, oscurato da una patina grigia e densa di nuvole. Quella di ieri è stata una delle litigate peggiori che avessimo mai fatto da quando tutto questo è iniziato. Dopo cena ci siamo ritrovati in salotto, lui seduto sulla poltrona a guardare una noiosissima partita di hurling dell’anno scorso, io rintanata in un angolo del divano con il pc sulle ginocchia, quando all’improvviso ho avuto la brillante idea di dirgli che mi sarei trovata un lavoro se mai avessi avuto bisogno di soldi extra; Alfred non ha reagito come mi aspettavo (nella mia mente credevo che avrebbe appoggiato la mia voglia di indipendenza fin da subito) e ha preso a criticare la mia superficialità dandomi dell’inesperta, dicendo che nessuno mi avrebbe mai assunta con quella crisi e che avrei finito per restare senza un soldo nel giro di poco tempo. Si è acceso molte sigarette e il sole in mezzo al banco di nubi me le ricorda tutte, dalla prima all’ultima, insieme alle parole crudeli che ci siamo rivolti a vicenda.
Mio nonno ha detestato l’idea del viaggio sin dal principio e adesso mi rendo conto che ha raggiunto il suo scopo: finché non arriverò, questi dubbi e il risentimento continueranno a tormentarmi, a crearmi il malessere che mi da le vertigini e mi chiude lo stomaco come una tenaglia. Sono divisa in due me contrapposte, in lotta tra loro per avere la meglio sull’altra, senza sapere quale vincerà o se finirà tutto nell’arco di un volo aereo tra il vecchio e il nuovo continente. Un forte rumore si alza dal sedile al mio fianco e voltando la testa, scorgo l’uomo grasso dormire profondamente dopo nemmeno due ore dalla partenza, russa pure; lo gnomo e la pentola d’oro stampati sulla maglietta si muovono su e giù con tranquillità e con il sedile reclinato all’indietro si vede meglio anche quello che c’è scritto nella nuvoletta bianca: quasi in tono malevolo, il membro del piccolo popolo gli chiede “Dimagrisci se mi vuoi bene”. Strano, avrei giurato ci fosse scritto qualcos’altro.

© Federica Caglioni 

Per la versione completa: Alethè

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