Curadh (Estratto)

Un Natale fuori dagli schemi

Non ho mai considerato lo scorrere del tempo come qualcosa di rilevante o di cui dovessi preoccuparmi. Ho vissuto alla giornata – se così posso dire – e l’ho fatto fino ad oggi, senza accorgermi che sono già passati tre anni.
Appoggiando i fiori tra le tombe dei miei genitori si è fatto vivo il peso della mia nuova vita, in cui tutto è cambiato per restare fondamentalmente identico. Non c’è nulla di diverso rispetto a quel giorno alla sede  della G.H.S. e agli istanti sul tetto.
È come se fossi appena stata salvata dalla General Humanitarian Support, la società dello zio Henry che cerca di mettere tutti i Nephilim al sicuro.
Sono passati tre anni anche dal funerale di mio padre e ricordo quel momento come se fosse ieri, nonostante tutto quello che ho passato in questi ultimi tempi. È stato anche il primo funerale Nephilim cui ho partecipato.
Se ripenso a quelle ore, non posso non sentire il desiderio di fare del male a Raphael. Lui è mio nonno paterno, il padre di Edward, e benché dovrei essere contenta di avere ancora un pezzo di famiglia, merita tutto l’odio di cui dispongo perché non ha salvato mia madre quando poteva ed perché è lui ad aver ucciso il suo stesso figlio.
Alzo la testa dalle lapidi per pulire gli occhi dalle lacrime e lascio vagare lo sguardo per il cimitero. Dove a una persona qualunque sembrerebbe deserto, io vedo decine di spiriti. Ologrammi in mezzo a lapidi di pietra. Tra tutti solo uno ricambia il mio sguardo distratto con un’occhiata lunga e fin troppo interessata.
Mi basta condividere l’anima con Alex, perciò lascio che i miei occhi scivolino via dal profilo dello spirito, come se l’averlo guardato negli occhi sia stata una coincidenza. Thomas, il mio professore d’inglese e membro della G.H.S., mi ha insegnato che è una precauzione necessaria per convivere con gli spiriti, soprattutto adesso che ne compaiono così tanti.
«È un bel trucchetto»
Ruoto la testa quel tanto che serve per vedere la strada di collegamento tra il cimitero e la nicchia con le tombe dei miei genitori. A metà del vialetto ritrovo lo stesso spirito di pochi istanti fa, ben attento a ogni mia mossa.
La sorpresa mi fa scattare all’indietro e finisco dritta in un cumulo di neve, le spalle premute contro il muro perimetrale del cimitero. Sono in trappola.
«Ma non ti è riuscito un granché bene» prosegue, accennando una smorfia divertita.
«Non posso fare niente per te»
Prima di richiamare l’energia – quella particolare essenza o abilità genetica che permette a noi Nephilim di ottenere ciò che vogliamo –, devo tenergli testa con le parole. La cosa importante è fargli capire che non ha lui il controllo della situazione; e soprattutto, devo stare lontana dall’aura gelida che emana.
«So cosa puoi fare»
Deglutisco per prendere tempo e dimostrarmi sicura, ma ho un nodo alla gola. Le mani mi bruciano e sono intorpidite molto più di quanto non accada con Alex. Ancora non la sento, ma il mio corpo già sa che l’aura di morte che lo circonda è in agguato. Basta un solo passo e potrei avvertirla.
«Te l’ho detto. Non posso aiutarti»
Lo spirito mi squadra con un’espressione divertita e si porta più avanti. Quando decide di fermarsi, è a pochi centimetri da me.
«Voglio tornare in vita»
Senza che possa fare nulla per evitarlo, mi ritrovo il colletto stretto nella sua presa. Lui ha puntato al mio viso e non lo ha raggiunto solo grazie al mio scatto di lato. È una fortuna perché sta cercando di rubarmi l’anima e non è un buon modo per tornare in vita, sempre se ne esiste uno.
«Per quello è troppo tardi»
Sbucando dal nulla, la mano di Peter afferra lo spirito per il bavero della giacca e lo trascina lontano da me. Prima che il malcapitato abbia il tempo di accorgersi di cosa sta per accadergli, il suo corpo scompare in un lampo turchese.
«Grazie. Però potevi lasciarlo andare»
«Ordini del superiore» scherza, coprendosi la testa con il cappuccio del giubbotto.
Il buonumore della montagna che mi cammina accanto di solito è un vero toccasana. Oggi però il suo sorriso non riesce a contagiarmi.
Dopo avergli visto polverizzare uno spirito, non riesco a condividere la leggerezza e la voglia di ridere di Peter. So che è nostro dovere farlo – gli spiriti fuori controllo vanno eliminati e anche gli sguardi sospettosi e intimoriti degli altri spettri me lo ricordano –, ma lo trovo comunque ingiusto.
«Perché l’Irlanda deve essere così fredda?»
«È più bella in questo periodo»
La mia è una risposta distratta perché fuori dal camposanto mi concentro sul profilo grigio della jeep. Le gambe di Helen penzolano dal lato del passeggero; i suoi riccioli ondeggiano sollevati quando mi vede.
Conosco lei e Peter dalla sera in cui Thomas è arrivato a salvarmi da quegli psicopatici assassini che si fanno chiamare guardiani. Erano agli ordini del mio professore quella sera come lo sono adesso, incaricati di tenermi lontana da ogni genere di pericolo.
Tra i due, è Helen la vera mente della squadra e di certo se ne dimostra ampiamente capace. Riesce sempre a convincere Peter a fare quello che dice. Beh, quasi sempre.
«Sto bene» blocco sul nascere le sue domande e salgo in macchina. «Grazie per aver mandato Peter»
«Non saresti dovuta andare da sola» mi rimprovera, lasciando un “Io ve l’avevo detto” inespresso ma ben visibile nell’occhiata che rifila a entrambi mentre l’auto si rimette in marcia.
«Non mi sembra il caso di farne una tragedia. Dobbiamo proteggerla ma non…»
«Possiamo cambiare argomento?» mi intrometto subito, perché possono andare avanti per ore e non ho voglia di starli a sentire, non oggi.
Passo con loro praticamente tutto il mio tempo – e vivere nell’appartamento sopra il loro pur di ridurre a zero il rischio di essere rapita equivale ad averli sempre tra i piedi – e di solito questa discussione è all’ordine del giorno.
So che è per il mio bene e non me ne lamento, non eccessivamente almeno. Peter e Helen hanno lasciato tutto per seguirmi fino a Boston e permettermi di frequentare l’università senza smettere di proteggermi, perciò non posso far altro che essere loro grata e accettare i loro picchi di iper-protezione, ma per oggi non li voglio sentire affrontare il tema della mia sicurezza. Solo sapere che Alex è con me li rassicura ed è tutto un programma, perché lui è persino peggio.
«Cancella quel broncio Helen! È Natale e bisogna essere felici»
Sono d’accordo con Peter, nonostante le urla di disperazione e la sensazione di non esistenza nella mia testa. Non se ne vanno mai, un piccolo regalo da parte dei guardiani che mi ricorda di essere stata loro prigioniera, ma questo non mi impedirà di godermi le feste.
L’auto sulla superstrada si sposta veloce dalla periferia di Dublino verso l’entroterra e anche se la strada è quasi deserta, noi siamo gli unici ad allontanarci dal centro. Beh, è normale. Nessuno arriva a casa proprio la mattina di Natale come ho fatto io…
Rivedere un paesaggio che mi è familiare è un tuffo al cuore. Capisco di essere finalmente a casa quando la jeep abbandona le strade maggiori per quelle più piccole, sconnesse e immerse nel manto bianco della neve.
Su e giù per le colline mi riporta a quando ero piccola, quando passavo tutti i weekend in campagna. Il paese è rimasto lo stesso dei miei ricordi, la strada che lo divide in due e le case tutte identiche, con la pietra grigio-marrone dei mattoni sporgenti ricoperta di rampicanti in un’abitazione sì e due no.
Il cottage della mia famiglia è l’ultimo che si incontra prima delle distese erbose e la sfilata sulla via principale conduce presto alla piccola strada piena di buche che da un lato costeggia il fiume e dall’altro è chiusa dalle facciate di alcune case.
«Come mai ci hai messo tanto?» Helen tira giù il parasole per osservarmi nello specchietto rettangolare.
«Non c’erano più voli»
Peter sistema lo specchietto retrovisore per guardarmi. Ha uno sguardo allusivo che non mi piace.
«Adesso che hai più tempo libero, dovresti uscire di più, vedere i tuoi amici, trovare un ragazzo» elenca tutto come fosse la lista della spesa, sottolineando con particolare enfasi l’ultima parola. «Dovresti dimenticare lo smidollato con cui stavi prima»

Lo smidollato, come ama definirlo Peter, non lo frequento più da mesi e nonostante ciò che sostiene la guardia numero due, non ho più pensato a lui nemmeno una volta da quando ci siamo lasciati. E lo vedo tutti i giorni.
«Oscar è solo fuori allenamento» mi libero dalla cintura mentre l’auto accosta accanto al cancello d’ingresso. Sono a casa.
«In realtà ha la prestanza fisica di un mollusco»
Guardo stupita dalla parte del passeggero. È incredibile ma è stata Helen a rincarare la dose di complimenti. Lei non ha mai detto nulla su Oscar, nemmeno quando uscivamo insieme, e il commento inaspettato scatena in Peter la risata più fragorosa che abbia mai sentito. Mi dispiace per Oscar, ma scoppio a ridere anche io.
«Ok, il mio prossimo ragazzo sarà un figo assurdo» concedo scendendo dalla macchina, dopo cinque minuti buoni di ilarità generale.
«Perché non uno di noi?» me lo chiedono entrambi nello stesso momento e fingo di non averli sentiti.
L’ultima cosa che voglio è frequentare un Nephilim. Dovrei spiegargli perché detesto gli arcangeli, perché so con certezza che prenderò parte all’Apocalisse e perché mi sono imbarcata in una missione senza speranza come sottrarmi al controllo di Raphael.
No, non uscirò mai con un altro come me.
Peter continua a insistere sul farmi frequentare qualcuno che mi possa capire mentre recupero le borse dal bagagliaio, attraverso il vialetto e mi rintano sotto il portico in attesa che qualcuno apra la porta.
«La smetti se ti dico che ci penserò?» lo blocco, stanca della sua insistenza.
Lui sorride e si infila in casa ancora prima che mia cugina Rose finisca di aprire, salutandola con rapido “Ciao bionda!”.
Helen, sconvolta e divertita al tempo stesso, lo guarda sparire e poi mi fissa perplessa. «Come ho fatto a sposarlo?!»
«Non ne ho idea, ma l’estate scorsa sembravi felice di avergli detto di sì»
L’ingresso è sottosopra, con giacche e cappotti fin sul corrimano della scala. Dalla cucina emergono le voci allegre degli altri invitati e qualche lamentela su un tacchino cotto troppo. Deve trattarsi della zia Margaret, se non ho sentito male. Il resto della casa è deserto e dopo aver visto spuntare Rose da dietro la porta e averle augurato buon Natale, le chiedo dove sono tutti.
«Niente salotto?»
«Troppo piccolo. Hanno preferito sistemarsi in una specie di veranda nel giardino sul retro» accompagna la spiegazione con un’occhiata scettica.
«Sono stati Peter e Thomas. Con l’Energia» conclude Helen al suo posto e poi attraversa l’arco per raggiungere gli altri.
Ora si spiega lo scetticismo di Rose. Per lei tutto quello che ha a che fare con l’energia appartiene a un mondo incomprensibile. Ho provato a mostrarle come è possibile usarla, ma è stata veramente una pessima dimostrazione.
«Detesto non capire come funziona quella cosa»
«Non tutto è lineare come la matematica» la prendo in giro e poi infilo la testa in cucina per salutare tutti.
«In quel borsone ci sono i miei regali. Vai e distribuisci, Santa Claus» la informo subito dopo, avviandomi al piano di sopra con la valigia piena di vestiti.
Mi trascino in camera mia e abbandono tutto accanto al letto, dove mi siedo con lentezza. Assaporo i minuti di relax e solo adesso realizzo che sono veramente stanca.
Un’ombra passa davanti alla soglia della mia stanza, così veloce che tutto quello che vedo è una schiena che si allontana.
«Mio nonno ti ha sistemato nella camera degli ospiti?»
Mi appoggio con una spalla allo stipite della mia porta, aspettando che si degni di voltarsi e darmi una risposta. Sarebbe la prima volta da quando lo conosco.
Jack Andersen, l’unico nipote di Thomas. Tutto in lui lo rende odioso; la sua altezza, i capelli biondo cenere che gli sfiorano le spalle e si sparpagliano in ogni direzione, gli occhi azzurri come il ghiaccio che lo trasformano nella mia personale spina nel fianco. Mi dà i nervi anche l’ombra del naso greco che gli si disegna sulla guancia mentre si volta.
«E tu? Hai cambiato idea all’ultimo?»
Sostengo il suo sguardo di sufficienza, annotando mentalmente il tono sarcastico della domanda. Aspetto con ansia il giorno in cui potrò davvero rinfacciargli tutto e allora sarà lui a sentirsi in difetto.
«È la mia famiglia. E non mi fido di te»
«Nemmeno io» replica e lo osservo scendere prima di me.
Lo detesto. È viscerale e reciproco come odio, ma sono obbligata a sopportarlo e devo persino sforzarmi di collaborare con lui. Ormai è tardi per pentirmene, però chiedere il suo aiuto è stata l’idea peggiore che mi sia mai venuta.
Respiro profondamente per calmarmi. Di sotto c’è la mia famiglia e non resterà da solo con loro. Non gli permetterò di monopolizzarli.
Scendo e la cucina è un tripudio di profumi allettanti. Li sento già sulla scala e quando entro mi avvolgono completamente, insieme alle chiacchiere allegre. Oltre a Helen, Peter e mia cugina, trovo il suo ragazzo, Greg, e zia Margaret, che si lamenta ancora della cottura del tacchino. Impiega solo un secondo per vedermi.
«Vieni e fatti abbracciare!» ordina con un sorriso.
Il giro dei saluti e dei regali che Rose ha distribuito mi tiene impegnata fino a quando Margaret non annuncia che il pranzo è finalmente pronto.
Incarica tutti di portare in tavola qualcosa e reggendo il piatto delle patate, seguo gli altri oltre la porta del giardino sul retro, che di solito è un rettangolo di terra spoglio. Oggi, invece, mi ritrovo in un giardino d’inverno, caldo e accogliente, dove le pareti e il soffitto di vetro lasciano entrare il tenue chiarore del sole di mezzogiorno, anche se a fare luce è un enorme lampadario, fissato ai quattro angoli della struttura e sospeso sopra il tavolo.
In fondo vedo subito lo zio Henry e mio nonno, seduti su delle poltroncine di vimini. Stanno parlando con Thomas e l’intruso insopportabile, che è stato invitato solo perché è nipote del mio ex professore. Spero si senta fuori luogo.
«Si mangia!» li richiama Peter ad alta voce.
Anche qui fuori saluto e abbraccio tutti. È tanto che non li vedo e non avrei potuto mancare l’occasione di stare con loro. Sono felice soprattutto di poter passare del tempo con Alfred e anche lui me lo dice, mentre mi abbraccia e mi bacia sulla fronte. I suoi vestiti profumano ancora di sapone e non hanno il retrogusto di tabacco, come di solito accade durante le feste. Avere gente per casa lo agita, ma quest’anno sembra andare meglio.
«Sei cresciuta ancora?» domanda, staccandosi e guardandomi con dolcezza.
«No, nonno. Sei tu a essere diventato gobbo» lo correggo ridendo. Ultimamente le sue spalle hanno assunto una leggera piega in avanti e lui continua a lamentarsene.
«Sarà!»
Mi accomodo a tavola con gli altri e per poco non mi prende un colpo.
«Guarda che fortuna! C’è la mia piccola peste. Così posso andare avanti a torturarti sul perché non hai un ragazzo come si deve»
Peter. Ho scelto il posto accanto a Peter!
Un rapido controllo dei posti mi fa rassegnare in fretta a ciò che mi attende. Tutti sono già a tavola e ormai devo mettere in conto che il pranzo sarà un discorso continuo sulla mia vita sentimentale. Rose e Greg, seduti di fronte a noi, gli forniranno sicuramente l’esempio perfetto di coppia che ha in mente, ma spero cercheranno di salvarmi. Rose me lo deve.
Come se avessi mai potuto sbagliarmi, Peter passa tutto il pranzo a elogiare le relazioni tra Nephilim. Tra tutti, solo lui riesce a trovare delle differenze con i rapporti tra persone comuni e fortunatamente ricevo man forte da Helen e mia cugina nel tentativo di arginare le sue chiacchiere. Solo così riesco a sopravvivere a questo pranzo di Natale fuori dagli schemi.
Essere così numerosi e chiassosi rende piacevoli anche le pulizie, soprattutto perché Helen riesce a far tacere Peter con il resoconto di quanto può aver mangiato. Nessuno ne ha la certezza, ma lui si difende con la scusa di non aver voluto offendere la cuoca. Come se Margaret potesse offendersi per una cosa simile.
Quando le luci del primo pomeriggio lasciano il posto alle ombre della sera, mi ritrovo assiepata insieme agli altri in salotto, dove è in corso una partita a scacchi tra Alfred e Greg. Siamo un pubblico numeroso, anche perché durante il pranzo si è scommesso sulla vittoria di uno o dell’altro. Non so come se la cava Greg, ma il nonno è imbattibile.
«Come vanno?» sussurro a Henry dopo essermi accomodata sul bracciolo della sua poltrona.
«Potrebbe essere la prima volta che lo vedo perdere» indica una torre di Alfred nel momento in cui l’alfiere nero la mangia.
«Kelia ti dispiace preparare del tè» mio nonno non alza nemmeno gli occhi da scacchiera mentre me lo chiede. «Credo che Greg ne abbia bisogno»
Sorridendo ritorno in cucina e metto la teiera sul fuoco. La tradizione del tè è sacra per il nonno, specie dopo una partita a scacchi. Lo offre a chi riesce a battere e lo fa semplicemente per bearsi della propria bravura, rievocando le mosse vincenti tra un sorso e l’altro.
Mentre l’acqua si scalda, preparo il servizio buono. Sto per posare lo zucchero sul vassoio quando Thomas entra e mi informa che la partita è finita.
«Greg non ha resistito molto»
«No, ma è stato Alfred a cadere per primo» si appoggia allo spigolo del tavolo, le gambe incrociate come gli ho visto fare molte volte durante le sue lezioni.
Scuoto la testa incredula. «Povero nonno. Deve essere il Natale peggiore della sua vita»
«Di là hanno detto la stessa cosa…» si prende una pausa per togliersi gli occhiali e abbandonarli sul tavolo. «Come va a Harvard?» chiede alla fine, osservandomi attentamente.

Prima di rispondere raccolgo i pensieri e li organizzo. Sapevo già prima di partire che avrebbe voluto parlarmi e a seconda di come risponderò, la conversazione può prendere pieghe diverse. Se lo conosco la metà di quanto lui conosce me – e Thomas mi conosce piuttosto bene –, so che ad interessargli è il lato personale. Vuole sapere come vanno le cose per me a Harvard, non gli interessa la situazione generale. È esattamente ciò che voglio evitare di raccontargli.
«Il campus e l’università sono abbastanza tranquilli. La situazione è gestibile, anche se ci sono sempre più avvistamenti di angeli»
«Il rettore ha preso provvedimenti?»
«Per il momento no. Ce ne stiamo occupando noi» non avendo più nulla da preparare sono costretta a fermarmi e a guardarlo. L’intenzione che gli leggo negli occhi non mi fa ben sperare. Dovrò comunque raccontargli ciò che vuole sapere.
«Stiamo anche sgomberando alcune sedi dei guardiani»
«Ho saputo. Tra l’aiuto che ci dai e gli studi di medicina, ti fanno lavorare parecchio, eh?» sorride ma non c’è traccia di allegria nella sua espressione.
«Prima… Sono stata sospesa dopo l’ultima missione»
È snervante essere una dei vice-responsabili del centro medico della G.H.S. e non poterci mettere piede. Ho scelto di studiare ad Harvard perché li avrei potuto sfruttare la mia preparazione fin da subito, ma non ha senso se mi obbligano a restare a casa.
La conversazione si interrompe quando Rose entra in cucina per prendere il tè. Scherzando un po’ sulla sfortuna di mio nonno faccio per seguirla, ma Thomas non ha ancora finito.
«Sono preoccupato» mi blocca a metà strada tra lui e l’arco. «Gli ultimi rapporti del tuo supervisore erano…»
«Pieni di lamentele» lo anticipo, tornando indietro controvoglia.
«Da cosa dipende?» si gratta il lobo destro con il pollice e l’indice dell’altra mano.
So riconoscere fin troppo bene i tic che sfodera quando qualcosa lo preoccupa. Non mi rende felice sapere che questa volta sono io la fonte delle sue ansie.
«Abbiamo avuto delle divergenze» mi osservo le mani. Non so se sto facendo la cosa giusta. «E poi perché spesso non ho energia sufficiente nemmeno per avviare le comunicazioni con la squadra»
«Quando è iniziato?»
«Circa un mese e mezzo fa. All’inizio spariva solo per alcuni minuti, poi è peggiorato»
«Scommetto che fai ancora fatica a dormire»
Glielo confermo con un cenno della testa. È da prima dell’estate che soffro di insonnia per colpa di una visione e l’ultima volta che ne abbiamo parlato non siamo riusciti a trovare una soluzione.
«Credo sia la visione a privarti dell’Energia. O quella o Alex»
«Perché Alex?» sento una nota d’irritazione nella voce.
Il mio ex professore impiega alcuni attimi per rispondermi. Si passa anche una mano sulle palpebre prima di rimettere gli occhiali e guardarmi.
«Vorrei che la smettessi di pensare che le persone siano cieche o stupide. Non so se lo fai per proteggerlo o perché davvero non te ne accorgi, ma quello che state facendo è pericoloso. Non mi riferisco ai libri di tuo padre, ma al tuo condividere l’anima con uno spirito»
Deglutisco a fatica e devo obbligarmi a tenere la testa alta per non abbassare lo sguardo. Nessuno mi ha mai detto nulla del mio legame con Alex, forse perché nessuno ha mai sospettato che esistesse, ma non posso mentire a Thomas. Riesce a capire quando mento e comunque sarebbe inutile.
«Come lo sai?»
«Mi è bastato guardarvi la prima volta in cui ha messo piede nella mia classe con te. La vicinanza tra voi due vi tradisce»
«Se permetto ad Alex di avvicinarsi non significa che mi stia rubando l’anima» replico, sforzandomi di stare calma.
«Vero, ma che mi dici dell’aura gelida?»
«Non ha niente a che vedere con Alex e la mia anima. Tutti gli spiriti la possiedono»
«È questo il punto» appoggia la mano al tavolo e si china verso di me. «Io non sapevo esistesse prima che tu me lo dicessi. Sei l’unica che la sente e ho paura che sia così perché stai perdendo l’anima»
Non credevo di potermi sorprendere ancora e forse succede solo perché Thomas mi sta lanciando un’occhiata preoccupata e ha fermato la mano a pochi millimetri dal mio braccio nel tentativo di stabilire un contatto. Lo fa sempre quando cerca di non allarmarmi, ma resto lo stesso senza parole.
Sono l’unica che riesce a percepire l’aura di morte degli spiriti? La prima che ne abbia mai parlato?
Dal momento in cui la mia vita è cambiata, ho creduto che le mie nuove certezze, conquistate con fatica, non sarebbero mai state distrutte. A quanto pare non è così e adesso devo chiedermi di nuovo cosa è reale per me e cosa invece lo è per le altre persone. Ho dovuto farlo tre anni fa ma dubbio, paura e incertezza si riaffacciano sulla mia vita come quella volta sul tetto con Raphael.
Lo capisco adesso, ma non sono state le parole di Thomas a riportarli in vita; sono mesi che convivono con me, anche se ho cercato di affrontarli al meglio delle mie possibilità.
«Non volevo farti preoccupare. Mi dispiace»
«Cercherò una soluzione. Lo hai detto a qualcuno?»
«Non ancora. Non voglio allarmare la tua famiglia senza avere le prove che sia colpa di Alex. Anche i problemi con l’Energia resteranno tra noi, però vorrei che passassi da me prima di rientrare a Harvard. Dei test potrebbero aiutarci a capire cosa ti sta succedendo»
Non è un semplice suggerimento, è un ordine e con questo il discorso è definitivamente chiuso, perché si allontana per raggiungere gli altri e io lo guardo con la testa svuotata da qualsiasi pensiero.
Devo rimandare il momento in cui la G.H.S. e la mia famiglia scopriranno che sto permettendo a Alex di consumarmi l’anima e che la mia energia sta sparendo, ma Thomas è un’incognita pericolosa. Se si sbaglia su Alex non dovrebbero esserci conseguenze; se ha ragione, la situazione potrebbe peggiorare fino a diventare irreparabile.
«Stanco della compagnia?»
Alzo lo sguardo dal tavolo e trovo Thomas davanti alla scala, fermo di fronte a suo nipote Jack, l’intruso che ha cercato di rubarmi il Natale con la mia famiglia. È voltato verso la cucina e ha una giacca in mano.
Ha ascoltato la nostra conversazione? Non lo so, ma può aver sentito ogni singola parola. Come se non avessi abbastanza problemi, si aggiunge anche questa possibilità e so per certo che, se ha origliato, sfrutterà l’informazione per il suo tornaconto.
Se finora non ho toccato il fondo, ci sono tremendamente vicina.
Non lo faccio di proposito, ma quando il nipote di Thomas mi passa accanto per uscire dalla porta sul retro, chino la testa dall’altro lato. Finché non farà lui la prima mossa, preferisco credere che non sappia assolutamente nulla dei miei problemi. Affronterò le difficoltà una alla volta, sempre che queste me lo permettano.

© Federica Caglioni