Storytelling Chronicles #3

Buongiorno e buon Lunedì 😊

Ormai l’appuntamento con la rubrica di scrittura creativa dello Storytelling Chronicles (creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom) sta diventando fisso… e mi sa che è li sto pubblicando pure nello stesso giorno 😅Coincidenze, giuro!

Il tema questa volta è un’immagine:

E si è adattata alla perfezione al continuo di Blue Melody (scritta il mese scorso). Devo dire di essere proprio contenta di partecipare a questa “sfida”, perché mi ha permesso di riprendere in mano un’idea su cui già stavo lavorando ed è esplosa, letteralmente 😊 È diventata molto, molto, molto più articolata e complessa di quanto avessi sperato all’inizio, perciò prima di lasciarvi leggere il racconto, vi metto => qui <= i capitoli precedenti, se vi andasse di leggerli 😊altrimenti il recap qui sotto serve a contestualizzarlo (è lungo, ma è il meglio che ho saputo fare).

Durante la ricerca di alcune piante officinali, la giovane erborista Melody scampa all’attacco di un lupo grazie all’intervento di un essere sovrannaturale, metà uomo e metà lupo, insieme a un grande lupo nero. Rientrata a casa, dove aiuta la madre e la nonna a preparare medicamenti e a prendersi cura del padre infermo, la giovane tace alla propria famiglia l’accaduto, decisa a dimenticare la presenza delle due creature per non cedere alla paura dei boschi e smettere di raccogliere le piante e le erbe necessarie alla sopravvivenza del villaggio.
Diversi giorni dopo, durante gli scambi commerciali presso la bottega del macellaio, Melody riesce a ottenere un buon prezzo per la propria merce, fatta salva la promessa di portarne altra entro sera. Ciò che cerca sono le erbe tardive, le cui foglie aiutano a ridurre il consumo di cibo durante i mesi invernali, necessarie a causa dei razionamenti delle provviste cui andranno incontro. Perché è proibito inoltrarsi nei boschi che circondano il villaggio, persino per cacciare; infestata da lupi che nessuno riesce a debellare, la foresta è un luogo ostile, che tuttavia Melody conosce alla perfezione e nella quale riesce a fare scorta di erbe prima che tramonti il sole.
Rientrata dai cancelli del villaggio, dopo l’ennesimo scontro verbale con il capitano delle guardie, consegna la merce al macellaio ma vi trova anche una misteriosa pelliccia di lupo grigio. Riconosciuta come quella del predatore che l’ha attaccata, scopre che è stato un cacciatore appena uscito dalla bottega a barattarla, insieme alla carne di lupo, il solo che riesca a vivere in mezzo ai boschi senza essere sbranato dalle bestie feroci. Benché dovrebbe tenere segrete la sue uscite, Melody decide lo stesso di affrontare l’uomo che, dapprima restio, si offre di rispondere alle sue domande in cambio di un rimedio per le ferite che contenga anche le radici delle erbe tardive, di norma urticanti.
Nel pieno delle preparazioni dei rimedi con la sua famiglia, tuttavia, una ragazza del villaggio viene trovata morta, sbranata dai lupi. Sotto un rigido coprifuoco, le uscite di Melody si fanno rare per non fornire alle guardie una ragione per arrestarla, eventualità che il loro capitano aspetta con ansia, finché queste non irrompono a casa. Una denuncia anonima contro di lei è quanto basta per ordinare la distruzione delle scorte raccolte e per farla arrestare. Decisa ad evitare di passare un mese a disposizione del capitano in una prigione, Melody sceglie l’esilio, stabilendosi nella casa della nonna al limitare della foresta nonostante il pericolo dei lupi.
Rimasta senza erbe e a corto di tempo prima dell’arrivo dell’inverno, la giovane si vede costretta a cambiare i termini del proprio accordo con il cacciatore. Gli fornirà quanto chiesto e parte dei guadagni ottenuti dal baratto dei medicamenti se le farà da guida nella foresta, in quanto lui è il solo che la conosca bene quanto lei, se non meglio. Il cacciatore, benché minacciato di ostracismo dal capitano delle guardie, accetta.

E ora la storia!

Il foglio di carta ammorbidito dall’umidità si scurisce nei tratti che traccio a carboncino. La nebbia di questa mattina si sta diradando con il passare delle ore, rendendomi più facile scorgere i dettagli principali di questa zona della foresta. È uno schizzo rudimentale dell’ansa del fiume, delle rocce alte e immense che la circondano, però basterà come appunto per la nuova mappa che sto costruendo.
Da quando ho iniziato a tracciarne le prime forme, più a memoria che altro, è stato chiaro che mi serviranno mesi per completarne solo la metà di quella che le guardie hanno bruciato. Non ho tutto questo tempo, però, e anche se ho saputo che la nonna sta cercando di disegnarne una a sua volta, io cerco di ricostruirne più porzioni possibili, approfittando di ogni momento libero.
Non che ne abbia mai. Tra la ricerca di nuove scorte e il prendermi cura di quelle che già sono in lavorazione, le mie giornate sono scandite da ritmi troppo serrati per trasgredire.
Guardo verso sud-est, dove emerge appena il profilo del lago Nero, il grande bacino che permette di irrigare i campi coltivati del villaggio e oltre il quale si estende un tratto selvaggio mai esplorato dalla mia famiglia. Traccio ciò che vedo sulla carta, soffermandomi più sulla forma generale che sui dettagli. Li aggiusterò in seguito, passando in rassegna ciò che mi è sfuggito nel viaggio di ritorno.
Non mi ha entusiasmata l’idea di venire da questo lato della foresta, ma il cacciatore è stato di tutt’altro avviso all’alba di oggi, proprio come nelle scorse mattine. Negli ultimi tre giorni mi ha mostrato porzioni di foresta che non avrei mai considerato, nelle quali nemmeno io mi sarei mai spinta. Tutte troppo lontane o delle quali non conoscevo l’esistenza, né i pericoli, che con lui ho attraversato e iniziato a catalogare.
Ho sempre saputo che la conformazione dei boschi fosse diversa da quel cha appariva sulla nostra mappa. Abbiamo una buona conoscenza del territorio, ma è parziale e frammentaria. Nessuno si è mai spinto oltre il lago Nero.
Soltanto io.
Frugo nella borsa con la mano libera, gli occhi fissi sulla foresta per non dimenticare il punto cui sono arrivata. La striscia di carne essiccata è facile da trovare. La porto alle labbra, addentandola e tenendola stretta tra i denti quando ricomincio a tenere il foglio e a tracciare la linea sinuosa dell’ansa del fiume. La tranquillità è assoluta, mi permette di restare concentrata anche se so che c’è un intero branco di lupi nascosto chissà dove, in attesa che cali il buio per uscire a caccia.
«L’ansa è più estesa.»
Mi chino di soprassalto, le dita strette attorno al manico del pugnale. Ma è solo il cacciatore e mi rilasso quando lo vedo passarmi accanto per abbandonare a terra la propria borsa. Quando si è allontanato per controllare alcune trappole era vuota; adesso il tessuto è teso e gonfio, pieno di prede.
Il suo cane lo segue a ruota, sdraiandosi accanto al bottino quasi a fare da guardia. Il muso longilineo posa sulle zampe incrociate, ma sono i suoi occhi quelli che non mancano di stupirmi. È soltanto un animale, eppure rivelano un’intelligenza fuori dal comune, come non ne ho mai vista nemmeno in certi miei simili. Ogni volta che incrocio quegli occhi, lo sento studiarmi, soppesarmi nel più profondo dell’anima, come se stesse decidendo se fidarsi di me.
Come adesso.
Il martellio del mio cuore si fa assordante sotto davanti al suo sguardo. Non è la prima volta che accade. Negli scorsi giorni, nei pochi momenti di sosta che il cacciatore mi ha concesso, ho osservato spesso quell’animale, senza una vera ragione. È stato per istinto, quasi ci sia qualcosa in lui che spinge a far gravitare lo sguardo su di sé. Esercita un magnetismo difficile da definire, eppure quando i miei occhi incrociano i suoi, non posso sostenerli a lungo.
Proprio per questo li riporto sul paesaggio e poi sul mio schizzo, i pensieri offuscati che cercano di ricordare cosa abbia detto il cacciatore. Ha parlato del fiume, di qualcosa di più esteso.
L’ansa.
«Da qui non sembra» metto via il pezzo di carne, l’unico gesto che mi permette di ritrovare la calma. «Arriva a quei faggi laggiù, poi ruota in direzione del villaggio.»
Il cacciatore nega, le braccia serrate al petto e uno sguardo di sufficienza puntato sulle linee a carboncino.
«Hai una buona mano, erborista, ma no, l’ansa è più estesa. Devi essere precisa con le mappe.»
«Lo sono. E non chiamarmi in quel modo.»
Le mie parole suonano secche nella pacifica quiete della foresta, affilate come artigli.
«Erborista?» chiede, una nota incredula a storcere l’innocenza della domanda. «È ciò che sei.»
«Sì. Ma non usarlo» ripeto, alzandomi per guardarlo dritto negli occhi. «Melody può andare.»
Il cacciatore mi soppesa, un secondo troppo esteso nella sua immobilità per essere reale. C’è desiderio di comprensione nelle sue iridi castane, un tremolio profondo di aspettativa che toglie il fiato. Si aspetta qualcosa da me, una qualsiasi rivelazione che temo di non volergli fornire; i suoi occhi chiedono un permesso alla mia anima e ho terrore di scoprire che cosa implichi.
«Concedi troppo potere al capitano delle guardie. È solo un uomo, non un dio.»
Stringo i pugni, il carboncino che si spezza tra le dita. «Io non gli concedo nulla.»
«Erborista» il mio corpo ha un fremito e lui annuisce. «Questo è il potere che ha su di te. Il tuo titolo è la sua arma per controllati. Non dovresti permetterglielo.»
Conb mi ha portato via quasi tutto ciò che possedevo, ma non ha potere su di me. Non deve averne. L’unica reazione che mi provoca è l’odio. E il ribrezzo, per ogni volta in cui ha osata toccare mia madre senza che lo sapessi.
«Non è così. E la mia vita non è affar tuo.»
«Lo è, da quando abbiamo un accordo» serra la mascella con forza, quasi infastidito dalla situazione. Poi rivolge un cenno al proprio cane, che si alza docile. «Ho altre trappole da controllare. Poi potremo proseguire.»
Si inoltrano lungo la curva del sentiero, la figura slanciata dell’uomo affiancata da quella massiccia dell’animale. La luce del sole taglia le fronde verdi e piove su di loro, lunghe lame dorate che giocano sui loro corpi per disegnare valli oscure e oceani dorati. Sentieri lucenti fatti di stoffa e pelliccia rivestono i muscoli, conducono alle ombre calate sui loro visi e le fanno emergere a nuova vita, mentre il baluginio del sole li accompagna nel loro cammino.
Appaiono eterei, creature fuori dal tempo e lontane da ciò che gli uomini hanno conosciuto in secoli di esistenza. Sono fantasmi emersi dalle profondità della foresta e quando il cacciatore esita, trattengo il respiro. Quasi avesse sentito il peso dei miei occhi su di sé, lui resta immobile sulla strada battuta, incerto se voltarsi a guardarmi o ignorare la mia presenza. Il capo si muove appena, di lui si vede solo un’ombra dove dovrebbe trovarsi il suo profilo. Eppure io lo percepisco, quello sguardo intenso che nasconde a chiunque si trovi davanti e che ancora non sono riuscita a decifrare. Non mi guarda dritta in viso, eppure mi studia, con la stessa attenzione che gli ho riservato io.
Un singolo frammento di tempo, sospeso nel nulla; ma l’indecisione non dura che l’anfratto di un respiro, un battito di ciglia così fugace da credere di averlo soltanto immaginato. L’oscurità torna ad avvolgere quel viso, finché entrambi non scompaiono alla mia vista.
Potrei aver sognato, sconfitta dai giochi di luce che fanno tremare la foresta e la mia percezione. Ma un’illusione può sciogliere le briglie del respiro e indurlo a correre senza freni? Può risvegliare ansiti rapidi quanto i battiti impazziti di un cuore? Potrebbe, ma il peso di quell’istante è troppo grande per credere che non sia mai accaduto.
Ma non è il cacciatore il solo responsabile. Il mio respiro vacilla perché un ricordo sepolto lotta per risvegliarsi, feroce nel mostrarmi un altro uomo avvolto in un mantello di raggi di sole, primaverili quella volta, e su un sentiero lontano miglia da qui.
È mio padre, il giorno in cui la sua vita si è spezzata. Il giorno in cui abbiamo cominciato a considerare i lupi una minaccia.
Prima della malattia, prima dei confini e della paura, era lui a scandagliare i boschi alla ricerca di piante e cortecce. Cacciava per noi e spesso mi portava con sé per insegnarmi ciò che negli anni mi avrebbe più volte salvato la vita. Per mio padre, la foresta doveva divenire parte della mia anima, perché solo così avrei potuto riconoscerne le voci. Ma non quel giorno.
Mi lasciò a casa. Si sarebbe spinto troppo vicino al Lago del Predatore e una bambina non era adatta per quelle zone impervie. Ero una preda troppo facile per i lupi e mi lasciò dalla nonna, dopo aver discusso con lei e mia madre mentre lui mi avrebbe voluta con sé. Quando, più tardi nella notte, le guardie lo riportarono al villaggio con le fauci dei lupi impresse sul corpo, ricordo che nonna fu grata mi avesse lasciata indietro.
Pianse e ancora rimpiange la tragedia che lo ha menomato nel fisico e nella mente, ma negli anni non ha mai cessato di ripetere quanta fortuna abbia avuto nell’essere rimasta a casa. Non ho motivo di dubitarne; quelle ore sono avvolte nel dolore e nel terrore di aver visto mio padre ridotto all’ombra di se stesso. Non ricordavo di essere con lui perché è così. Io rimasi al villaggio.
Melody.
La sua voce è un sussurro nel vento, una carezza che balla nei raggi di un sole traditore e mi inganna ancora. Perché lo vedo come se accadesse adesso, davanti ai miei occhi fissi su una strada deserta.
Melody, forza. Tieni il passo.
Lo ripeteva spesso. Ero sempre troppo lenta, troppo goffa, per tenere la sua andatura. Ma dovevo andare con lui, era importante che imparassi presto i suoi segreti. Era esigente, lo ricordo molto bene. A volte così esigente da contravvenire al buonsenso.
Guardo di nuovo il sentiero. I raggi di sole attraversano ancora le fronde, pugnali di luce sulla strada battuta che fanno della mia memoria un puntaspilli. Il sangue ronza nelle orecchie, un fiume rapido che attraversa gli anni e riporta alla luce suoni dispersi, odori di un bosco antico che a quel tempo non avrei saputo riconoscere. Oggi sì, li vedo per quel che sono.
Quel giorno non rimasi al villaggio.
Mio padre mi portò con sé perché così aveva deciso. Ma io ero piccola, stanca per una marcia che ancora non avevo la forza di terminare. Mi persi, tornai indietro, o almeno credo sia ciò che accadde, perché ero in casa quando lo trovarono.
Trovo l’appoggio di un tronco, sopraffatta dal peso di ricordi che non credevo d’avere, e lascio vagare la mente a quel giorno. Ero con lui, eppure non ricordo nulla a parte quel momento, l’istante in cui si voltò per spronarmi a raggiungerlo. È così chiaro adesso; è una candela che brilla tra i miei pensieri e fatico a credere di non averne avuto memoria fino a questo momento.
Se non avessi guardato verso il cacciatore, se non lo avessi osservato allontanarsi, quel giorno sarebbe ancora sepolto tra gli attimi dimenticati dell’esistenza. Ma non è solo questa consapevolezza a soffiare una nebbia gelata sulle mie ossa. È il volto del cacciatore, sconosciuto fino a pochi giorni or sono, perché è anche lui che ricordo.
No, non lui. Qualcosa di molto simile galleggia sulla superficie dei miei ricordi, un aspetto che il cacciatore mi ha rammentato con vividezza ma che non gli appartiene. L’uomo-lupo, ecco cos’è che tormenta la mia pace oltre a mio padre.
Quella maschera è l’incubo a occhi aperti che mormora una melodia seducente e antica; il bisbiglio dei boschi che ho sempre udito e che mai prima di quel giorno ha avuto un volto. Era solo una sensazione. Ora non può esserlo più.
Ha corpo e voce. Ha una forma. E io devo trovarle un nome.
Perché non ero sola quel giorno. Dietro ai raggi di sole che mi hanno separata da mio padre, acquattato tra le fronde, mi stava aspettando anche quel lupo cattivo.

Spero vi sia piaciuto e che, anche se non esaustivi, i chiarimenti e i dettagli bastino a rendere il racconto comprensibile. Tra l’altro, ho idea che sarà proprio una rivisitazione di Cappuccetto Rosso 😅 per qualunque cosa, vi aspetto nei commenti, se vi va!

Federica 💋

#ioleggoacasa

Nel profondo della foresta

Buongiorno e buon inizio settimana!

Anche questa volta vi lascio il racconto che partecipa a Il Club di Aven di questa settimana! I temi erano due e io ho mi sono lanciata su un racconto che, di base, voleva essere a lieto fine… Diciamo che non è andato esattamente in quella direzione, ma spero vi piaccia!

Conosce la strada verso il mulino a memoria.
Dritta fino all’officina del fabbro, poi una svolta a destra, lungo via dell’acciaio e nel suo stretto passaggio tra le case dove alloggiano i soldati con le loro famiglie. Giunta a metà, dove lo steccato a fianco delle stalle si interrompe bruscamente, deve tenersi a sinistra, inerpicandosi all’interno dello strettissimo passaggio tra due case adiacenti. Non avrebbe dovuto esistere, quel passaggio, ma i costruttori avevano commesso un errore nella misurazione e invece di sfruttare i muri esistenti per allargare il caseggiato, avevano finito per erigerne uno nuovo.
Ed è una fortuna che sia andata così. Questo pensa la ragazza, mentre le maniche del vestito le sfregano contro i muri ruvidi, grattandone la superficie da entrambe le parti. Non può evitarlo e più tardi troverà una scusa da presentare a sua madre per aver rovinato anche quell’abito, ma deve per forza seguire quella strada se non vuole arrivare in ritardo all’appuntamento.
E lei non vuole arrivare tardi. Altrimenti, quando farà ritorno, sarà già calata la notte. e sa bene, come tutti nel villaggio, che è pericoloso restare oltre le palizzate quando arriva il crepuscolo. Al di fuori dei confini, i mostri corrono sulla terra, possiedono zanne e artigli affilati che sono pronti ad affondare nella carne dei ritardatari, degli sciocchi e dei temerari che osano sfidare il coprifuoco.
Lei non è nessuno dei tre.
Perciò affretta il passo tra le due case, sbucando al limitare del villaggio, a qualche via dalla porta di nord-ovest, nel punto esatto in cui le assi acuminate della palizzata mostrano i primi segni dell’usura. Suo padre ha detto che presto le sostituiranno; quella via di fuga esisterà ancora per poco, ma questa sera è lì per essere attraversata.
Con uno sguardo guardingo perlustra la distanza spoglia che occupa lo spazio tra le case e il confine protetto. Nessuno si aggira in quell’angolo del villaggio, è presto per la ronda notturna, e solo gli ultimi raggi di sole si posano su quella figura schiva e un po’ scarmigliata, accompagnandola mentre esce indisturbata dal villaggio natio.
Il cuore le batte all’impazzata, suonando forte quanto i rintocchi di un martello su un’incudine, riempiendola di paura ed euforica aspettativa. Presto arriverà al mulino, con la sua grande ruota che scivola placida grazie alla corrente del fiume. La vede emergere attraverso la boscaglia, insieme alla luce che filtra dalle piccole finestre ogivali.
È già lì, ad attenderla, proprio come promesso. E presto lei lo raggiungerà, sarà il loro ultimo incontro segreto prima di annunciare la splendida notizia a entrambe le loro famiglie.
È così grande la gioia nel cuore della ragazza che i suoi piedi volano; il sangue accaldato le colora dolcemente le guance, trasformandole in due piccole meraviglie simili ad altrettanto splendide mele mature, rosse e succose. I suoi pensieri corrono veloci ai giorni futuri, alla felicità delle aspettative che la attendono in quel mulino. Negli occhi e nelle orecchie ha già vivide immagini e suoni degli eventi ancora là da venire; per lei le campane suonano già a festa, rintoccando a ritmo con la sua felicità.
Per questa ragione si accorge troppo tardi del pericolo. L’ululato tra le cime degli alberi le sfugge, così come il ringhio basso del predatore che si annida nella foresta. Non lo sente sfoderare le zanne, né affondare gli artigli nel terreno.
Sogna di campane suonate a festa, di abiti bianchi e di un amore da costruire e coltivare. Sogna la sua vita mentre un lupo e il suo padrone emergono dal luogo più oscuro della foresta.
Non un suono sfugge alle sue labbra. Tutto accade troppo in fretta perché la ragazza possa accorgersi e reagire.
Le sue guance rosse come mele si spengono. Occhi vitrei ora si rivolgono al cielo indaco, sondandone l’immensità e affidandovi i tanti sogni appena spezzati.

Bad Wolf

Sin da quando ho memoria, ricordo di aver sempre sentito la foresta osservarmi. C’è sempre stato qualcosa in mezzo agli alberi che mi teneva d’occhio, uno spiritello dei boschi che mi faceva da guardia quando mi perdevo a giocare in mezzo alle secolari querce, tra gli alti fusti dei faggi o sotto le ampie fronde dei castagni.
A volte lo chiamavo, ma nessuno mi ha mai risposto.
Un giorno, però, mi è stato proibito di tornare da quell’amico invisibile. I boschi sono diventati pericolosi a causa dei lupi e i miei giorni spensierati sono finiti ancor prima che li apprezzassi appieno.
Per chi vive al confine con la foresta, come mia nonna un tempo, esiste un limite oltre il quale non ci si può inoltrare. La condizione è di essere sempre in grado di vedere le ultime case del villaggio. È un compromesso necessario per la mia famiglia, altrimenti non avremmo più potuto raccogliere le piante medicinali e nessuno sarebbe più guarito.
Adesso siamo rimasti mia madre ed io, e a volte Tobias, a preparare i rimedi naturali. Tra i tre, solo io conosco alla perfezione la foresta e so dove raccogliere le piante giuste. Ho cercato di insegnarlo anche a Tobias, ma non ne riconosce molte e se si inoltra troppo perde il senso dell’orientamento. Non gliene faccio una colpa; è stato abituato a cacciare restando vicino al villaggio e nessuno lo ha mai portato oltre una certa distanza.
Lui le regole le rispetta, non fa come me.
Io sono la ribelle, quella che Tobias ha sempre protetto quando mi avventuravo troppo lontano e non ritornavo prima che fosse buio. Lui ha sempre detto che veniva con me, ma mi aspettava su una roccia per ore finché io non tornavo. Anche adesso mi copre quando sparisco per un intero pomeriggio e rientro con la borsa carica di piante che non crescono da nessuna parte se non nelle profondità della foresta. Mia madre finge di crederci, ma non farebbe comunque nulla per impedirmi di andare dove è proibito. Sa meglio di me quanto quelle piante servano al villaggio.
La foresta è casa mia. Ho smesso di credere alla favola dello spiritello, ma sono certa che non mi accadrà nulla di male finché sentirò su di me lo sguardo degli alberi.

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La giornata di raccolta non poteva iniziare in modo peggiore.
L’autunno è arrivato con due settimane d’anticipo quest’anno e le erbe tardive sono già state tutte rosicchiate. Sono le preferite degli animali che vanno in letargo, perché hanno un potente effetto calmante e aiutano ad assimilare il cibo più lentamente, così da non consumare tutte le scorte. Ne vendiamo molte durante la stagione fredda ma se non riuscirò a trovarne abbastanza, il prossimo inverno molte famiglie si ritroveranno con le dispense vuote.
È il quindicesimo anno che le provviste vengono razionate a partire dai primi freddi; lo facciamo per non andare a caccia troppo lontano dai confini del villaggio. Serve per proteggerci dai lupi che infestano i boschi.
I vecchi e i bambini credono alla leggenda dei Figli dei lupi, una vecchia storia su alcuni uomini che bevvero il sangue dei lupi per ottenere l’immortalità. Alcuni sono convinti che vivano nella foresta attorno al villaggio, ma io non ho mai incontrato nessun essere metà umano e metà lupo; altri dicono che un solo lupo si aggiri tra gli alberi e assuma le sembianze di un uomo prima di rapire chi si perde nella foresta e divorarlo. Non credo più a certe storie da bambini. Io non ho paura del lupo cattivo.
Controllo il cielo per decidere cosa fare. Il sole ha da poco superato la metà del suo arco e mi restano circa due ore buone di luce. Per arrivare fin qui ho camminato per tutta la mattina ma il ritorno dovrebbe essere più veloce.
Dovrei tornare, perché non voglio rischiare di passare i cancelli con il buio e dover rispondere alle domande dei sorveglianti. Ma nella borsa ho solo una manciata di erbe tardive e se non ne cerco altre subito, potrei non trovarne più. Andrò avanti ancora, finché non sarò in cima alla collina, e se non troverò niente nemmeno lì, mi metterò in cammino per rientrare.
Con un po’ di terra copro i segni che ho lasciato ai piedi del castagno dove mi sono fermata per mangiare. Prima di andarmene raccolgo un po’ di corteccia con un coltello, infilandola in una scatolina di ferro. È da un po’ che mia madre me la chiede per tingere dei vecchi vestiti. E possiamo anche usarla per preparare dei decotti contro il prurito.
La collina non è molto alta, ma impiego un altro quarto di sole per arrivare fin sulla sommità. La raccolta non ha dato i frutti che speravo e una volta arrivata su un terreno abbastanza pianeggiante, dove scorgo alcune piantine di erica che possono esserci utili, ricontrollo la borsa e mentalmente annoto le quantità di medicine che potremo ricavarne io e mia madre.
Con venti piantine di erbe tardive non arriveremo che a metà dell’inverno prima di finirle. Le radici di artemisia che ho trovato appena uscita dal villaggio bastano per gli infusi calmanti e non sono mai in molti a chiederli; di bardana non ne ho raccolta tanta, ma non sarà un problema né cercarne altra, né terminarne le scorte; e infine i fiori di calendula, ottimi per piaghe e piccole ferite, dureranno abbastanza da permetterci di arrivare a primavera senza correre il rischio di finirli.
Ho trovato molte piante utili, ma quelle di cui avevo più bisogno sono già state prese. Sarà un inverno difficile per tutti.
Dopo aver raccolto l’erica, ricomincio a scendere dal lato nord della collina, così arriverò a casa passando dal cancello sorvegliato da Tobias. Con un registro che tiene nota dell’ora in cui si esce e rientra, ho bisogno di tutto l’aiuto possibile per tenere segrete le mie escursioni.
Il terreno da questa parte è più scivoloso e devo fare molta attenzione a dove metto i piedi, tanto che più di una volta sono costretta ad appoggiarmi ai tronchi dei faggi per non scivolare.
Quasi verso la fine del declivio mi fermo a riprendere fiato. La pendenza è aumentata molto negli ultimi metri e qua e là sono sparpagliati dei grossi speroni di roccia, oltre i quali la collina sprofonda a precipizio. Se cadessi da uno di quelli mi farei molto male, perciò percorro con lo sguardo la foresta che mi circonda alla ricerca di un lato dolce da cui scendere. Trovo un punto che fa al caso mio proprio vicino a uno di quegli speroni; è una decina di metri alla mia sinistra, leggermente più in alto rispetto alla mia posizione. Se mi spostassi obliquamente lungo il fianco della collina, dovrei raggiungerlo senza scivolare troppo a valle.
Un ululato mi fa trasalire. È troppo presto per i lupi. Il sole dovrebbe tenerli lontani ancora per un po’ di tempo. Spostando il cappuccio sulle spalle, inclino la testa all’indietro. Il cielo è ancora limpido e luminoso, perciò non capisco perché siano già usciti dalle loro tane per andare a caccia. Devo trovare il sole per sapere quanto…
Non c’è sole. Sono sul lato nord e qui le piante sono troppo alte perché la luce riesca a filtrare attraverso i loro rami dall’altro lato della collina. Per questo i lupi sono a caccia. Se resto qui sarò la loro cena.
La terra è una distesa di muschio umido, erba bagnata e sassi scivolosi ma mi metto lo stesso a correre, salendo in diagonale fino allo sperone di roccia e prendendo la depressione più dolce per arrivare in fondo al pendio in fretta. Mi sposto tra gli alberi con movimenti precisi e rapidi, appoggiando le mani ai fusti degli alberi per rendere la corsa più stabile mentre appoggio i piedi sulle loro radici.
Nessun lupo ha più ululato ma ho passato troppo tempo tra questi alberi per non riconoscere i suoni prodotti dai loro artigli contro la roccia, per non sentirli affondare nel terreno ad ogni mio respiro.
Vicini, i predatori sono sempre più vicini. Avverto i ringhi soffocati nelle loro gole, lo scattare delle fauci per afferrare l’aria che mi lascio alle spalle. Sono due, no, tre e mi hanno raggiunta.
La prima zampa mi sfiora la spalla nell’istante in cui i miei piedi raggiungono la parte pianeggiante della foresta. Mi lascio andare ma è troppo tardi per salvare la tracolla della borsa, che cade a terra con pezzo di stoffa della mantella.
Non sono ferita per fortuna. Dovrei rialzarmi subito e correre verso casa ma lì dentro ci sono i frutti di una giornata di lavoro, le piante officinali che servono al villaggio per passare l’inverno. Non posso lasciarla qui.
Il lupo che mi è balzato sopra la testa non si è ancora spostato dal punto in cui è atterrato dopo avermi mancata; ringhia come un forsennato verso di me, il muso basso a sfiorare il terreno, in attesa del momento migliore per saltarmi addosso.
Dove sono gli altri due? Uno scricchiolio su una roccia alle mie spalle mi avverte che sono ancora qui. Qualcosa fruscia vicino al mio orecchio e un gigantesco lupo nero mi passa accanto, con il passo lento di una creatura superiore. I suoi occhi gialli mi inchiodano a terra mentre mi oltrepassa, paralizzandomi con un brivido lungo la schiena.
E poi lo vedo.
È accovacciato sull’ultimo sperone di roccia della collina, il volto nascosto da una maschera di lupo e le spalle coperte da una grossa pelliccia argentata. Le braccia sono protese in mezzo alle gambe per restare aggrappato alla punta della protuberanza che spunta dalla terra; le sue mani, affusolate e bianche come la luna, assomigliano a enormi artigli e dietro le labbra leggermente aperte si nascondono dei denti affilati come zanne pronte a squarciarmi.
Il primo lupo che mi ha attaccata ringhia con più rabbia e affonda gli artigli nel terreno quando quella creatura si mette in posizione eretta sulla roccia. La mano si piega all’indietro ed estrae un’ascia da sotto il mantello di pelliccia.
Devo andarmene, subito. Con il piede trascino la sacca finché non è a portata di mano. La tracolla della borsa è inutilizzabile, quindi la stringo al petto mentre mi inginocchio e mi alzo con gesti lenti. Uno strattone della mantella mi costringe a piegarmi di nuovo. È incastrata tra le radici di un albero. Allento il cordino alla base del collo e lascio che scivoli giù dalle spalle, ma adesso che sono libera di andare una sensazione che conosco fin troppo bene si fa strada nel mio corpo.
La foresta mi osserva e l’ho sempre pensato, eppure chi adesso mi sta fissando non sono gli alberi, bensì la creatura per metà umana e per metà lupo. Le sue labbra si dischiudono, disegnano un imperativo silenzioso e io lo ascolto.
Scatto in piedi, attirando l’attenzione dell’unico lupo che vuole attaccarmi, e riprendo la corsa. Lo sento che si lancia al mio inseguimento, ma i suoi passi sono disturbati dalla presenza delle altre due creature. Avverto il suo fiato caldo sul collo solamente una volta, quando sono costretta a deviare leggermente verso di lui per evitare una depressione nel terreno.
La riconosco. Ci sono caduta una volta da bambina.
La sagoma nera del secondo lupo si frappone fra me e il predatore, tenendolo a distanza, mentre l’altra creatura salta alle sue spalle e gli assesta un fendente con l’ascia alla base del collo.
Tutto tace in un istante e io resto la sola a correre verso l’uscita della foresta. Raggiunti gli ultimi alberi mi fermo per guardarmi indietro.
Non c’è nessuno. L’enorme lupo nero e l’uomo sono spariti.
È successo realmente?
Sposto un piede di nuovo nei boschi ma un ululato secco e minaccioso mi ghiaccia il sangue. Stringo la tracolla rotta tra le mani e riprendo la strada verso casa.

Bad Wolf

Little red riding hood
You see something between the woods.
You’re alone with a
Big, bad wolf.
Be aware of your path,
It drives you to grapes of wrath

La giornata di raccolta non poteva iniziare in modo peggiore.
L’autunno è arrivato con due settimane d’anticipo quest’anno e le erbe tardive sono già state tutte rosicchiate. Sono le preferite degli animali che vanno in letargo, perché hanno un potente effetto calmante e aiutano ad assimilare il cibo più lentamente, così da non consumare tutte le scorte. Ne vendiamo molte durante la stagione fredda ma se non riuscirò a trovarne abbastanza, il prossimo inverno molte famiglie si ritroveranno con le dispense vuote.
È il quindicesimo anno che le provviste vengono razionate a partire dai primi freddi; lo facciamo per non andare a caccia troppo lontano dai confini del villaggio. Serve per proteggerci dai lupi che infestano i boschi.
I vecchi e i bambini credono alla leggenda dei Figli dei lupi, una vecchia storia su alcuni uomini che bevvero il sangue dei lupi per ottenere l’immortalità. Alcuni sono convinti che vivano nella foresta attorno al villaggio, ma io non ho mai incontrato nessun essere metà umano e metà lupo; altri dicono che un solo lupo si aggiri tra gli alberi e assuma le sembianze di un uomo prima di rapire chi si perde nella foresta e divorarlo. Non credo più a certe storie da bambini. Io non ho paura del lupo cattivo.
Controllo il cielo per decidere cosa fare. Il sole ha da poco superato la metà del suo arco e mi restano circa due ore buone di luce. Per arrivare fin qui ho camminato per tutta la mattina ma il ritorno dovrebbe essere più veloce.
Dovrei tornare, perché non voglio rischiare di passare i cancelli con il buio e dover rispondere alle domande dei sorveglianti. Ma nella borsa ho solo una manciata di erbe tardive e se non ne cerco altre subito, potrei non trovarne più. Andrò avanti ancora, finché non sarò in cima alla collina, e se non troverò niente nemmeno lì, mi metterò in cammino per rientrare.
Con un po’ di terra copro i segni che ho lasciato ai piedi del castagno dove mi sono fermata per mangiare. Prima di andarmene raccolgo un po’ di corteccia con un coltello, infilandola in una scatolina di ferro. È da un po’ che mia madre me la chiede per tingere dei vecchi vestiti. E possiamo anche usarla per preparare dei decotti contro il prurito.
La collina non è molto alta, ma impiego un altro quarto di sole per arrivare fin sulla sommità. La raccolta non ha dato i frutti che speravo e una volta arrivata su un terreno abbastanza pianeggiante, dove scorgo alcune piantine di erica che possono esserci utili, ricontrollo la borsa e mentalmente annoto le quantità di medicine che potremo ricavarne io e mia madre.
Con venti piantine di erbe tardive non arriveremo che a metà dell’inverno prima di finirle. Le radici di artemisia che ho trovato appena uscita dal villaggio bastano per gli infusi calmanti e non sono mai in molti a chiederli; di bardana non ne ho raccolta tanta, ma non sarà un problema né cercarne altra, né terminarne le scorte; e infine i fiori di calendula, ottimi per piaghe e piccole ferite, dureranno abbastanza da permetterci di arrivare a primavera senza correre il rischio di finirli.
Ho trovato molte piante utili, ma quelle di cui avevo più bisogno sono già state prese. Sarà un inverno difficile per tutti.
Dopo aver raccolto l’erica, ricomincio a scendere dal lato nord della collina, così arriverò a casa passando dal cancello sorvegliato da Tobias. Con un registro che tiene nota dell’ora in cui si esce e rientra, ho bisogno di tutto l’aiuto possibile per tenere segrete le mie escursioni.
Il terreno da questa parte è più scivoloso e devo fare molta attenzione a dove metto i piedi, tanto che più di una volta sono costretta ad appoggiarmi ai tronchi dei faggi per non scivolare.
Quasi verso la fine del declivio mi fermo a riprendere fiato. La pendenza è aumentata molto negli ultimi metri e qua e là sono sparpagliati dei grossi speroni di roccia, oltre i quali la collina sprofonda a precipizio. Se cadessi da uno di quelli mi farei molto male, perciò percorro con lo sguardo la foresta che mi circonda alla ricerca di un lato dolce da cui scendere. Trovo un punto che fa al caso mio proprio vicino a uno di quegli speroni; è una decina di metri alla mia sinistra, leggermente più in alto rispetto alla mia posizione. Se mi spostassi obliquamente lungo il fianco della collina, dovrei raggiungerlo senza scivolare troppo a valle.
Un ululato mi fa trasalire. È troppo presto per i lupi. Il sole dovrebbe tenerli lontani ancora per un po’ di tempo. Spostando il cappuccio sulle spalle, inclino la testa all’indietro. Il cielo è ancora limpido e luminoso, perciò non capisco perché siano già usciti dalle loro tane per andare a caccia. Devo trovare il sole per sapere quanto…
Non c’è sole. Sono sul lato nord e qui le piante sono troppo alte perché la luce riesca a filtrare attraverso i loro rami dall’altro lato della collina. Per questo i lupi sono a caccia. Se resto qui sarò la loro cena.
La terra è una distesa di muschio umido, erba bagnata e sassi scivolosi ma mi metto lo stesso a correre, salendo in diagonale fino allo sperone di roccia e prendendo la depressione più dolce per arrivare in fondo al pendio in fretta. Mi sposto tra gli alberi con movimenti precisi e rapidi, appoggiando le mani ai fusti degli alberi per rendere la corsa più stabile mentre appoggio i piedi sulle loro radici.
Nessun lupo ha più ululato ma ho passato troppo tempo tra questi alberi per non riconoscere i suoni prodotti dai loro artigli contro la roccia, per non sentirli affondare nel terreno ad ogni mio respiro.
Vicini, i predatori sono sempre più vicini. Avverto i ringhi soffocati nelle loro gole, lo scattare delle fauci per afferrare l’aria che mi lascio alle spalle. Sono due, no, tre e mi hanno raggiunta.
La prima zampa mi sfiora la spalla nell’istante in cui i miei piedi raggiungono la parte pianeggiante della foresta. Mi lascio andare ma è troppo tardi per salvare la tracolla della borsa, che cade a terra con pezzo di stoffa della mantella.
Non sono ferita per fortuna. Dovrei rialzarmi subito e correre verso casa ma lì dentro ci sono i frutti di una giornata di lavoro, le piante officinali che servono al villaggio per passare l’inverno. Non posso lasciarla qui.
Il lupo che mi è balzato sopra la testa non si è ancora spostato dal punto in cui è atterrato dopo avermi mancata; ringhia come un forsennato verso di me, il muso basso a sfiorare il terreno, in attesa del momento migliore per saltarmi addosso.
Dove sono gli altri due? Uno scricchiolio su una roccia alle mie spalle mi avverte che sono ancora qui. Qualcosa fruscia vicino al mio orecchio e un gigantesco lupo nero mi passa accanto, con il passo lento di una creatura superiore. I suoi occhi gialli mi inchiodano a terra mentre mi oltrepassa, paralizzandomi con un brivido lungo la schiena.
E poi lo vedo. È accovacciato sull’ultimo sperone di roccia della collina, il volto nascosto da una maschera di lupo e le spalle coperte da una grossa pelliccia argentata. Le braccia sono protese in mezzo alle gambe per restare aggrappato alla punta della protuberanza che spunta dalla terra; le sue mani, affusolate e bianche come la luna, assomigliano a enormi artigli e dietro le labbra leggermente aperte si nascondono dei denti affilati come zanne pronte a squarciarmi.
Il primo lupo che mi ha attaccata ringhia con più rabbia e affonda gli artigli nel terreno quando quella creatura si mette in posizione eretta sulla roccia. La mano si piega all’indietro ed estrae un’ascia da sotto il mantello di pelliccia.
Devo andarmene, subito. Con il piede trascino la sacca finché non è a portata di mano. La tracolla della borsa è inutilizzabile, quindi la stringo al petto mentre mi inginocchio e mi alzo con gesti lenti. Uno strattone della mantella mi costringe a piegarmi di nuovo. È incastrata tra le radici di un albero. Allento il cordino alla base del collo e lascio che scivoli giù dalle spalle, ma adesso che sono libera di andare una sensazione che conosco fin troppo bene si fa strada nel mio corpo.
La foresta mi osserva e l’ho sempre pensato, eppure chi adesso mi sta fissando non sono gli alberi, bensì la creatura per metà umana e per metà lupo. Le sue labbra si dischiudono, disegnano un imperativo silenzioso e io lo ascolto.
Scatto in piedi, attirando l’attenzione dell’unico lupo che vuole attaccarmi, e riprendo la corsa. Lo sento che si lancia al mio inseguimento, ma i suoi passi sono disturbati dalla presenza delle altre due creature. Avverto il suo fiato caldo sul collo solamente una volta, quando sono costretta a deviare leggermente verso di lui per evitare una depressione nel terreno.
La riconosco. Ci sono caduta una volta da bambina.
La sagoma nera del secondo lupo si frappone fra me e il predatore, tenendolo a distanza, mentre l’altra creatura salta alle sue spalle e gli assesta un fendente con l’ascia alla base del collo.
Tutto tace in un istante e io resto la sola a correre verso l’uscita della foresta. Raggiunti gli ultimi alberi mi fermo per guardarmi indietro.
Non c’è nessuno. L’enorme lupo nero e l’uomo sono spariti.
È successo realmente?
Sposto un piede di nuovo nei boschi ma un ululato secco e minaccioso mi ghiaccia il sangue. Stringo la tracolla rotta tra le mani e riprendo la strada verso casa.