Back between the livings

Buon pomeriggio 😊

Ultimamente mi avete persa di vista! Sono due settimane che non scrivo, prima a causa della preparazione per un esame, poi per l’influenza, e devo di nuovo constatare che il blog mi è mancato! È una frase che uso sempre quando non pubblico per un po’ le mie recensioni ma spero che non vi siate stancati di ascoltarla 😅

Adesso che mi sono ripresa e si apre un periodo di relativa calma, spero di tornare operativa con un po’ più di frequenza, anche perché ho accumulato libri, film e serie tv da recensire e non vedo l’ora di parlarvene nel dettaglio! Da adesso in avanti sono back between the livings, di ritorno tra i vivi!

Voi, invece, come state? Come sta procedendo questo nuovo anno?

Ci sentiamo presto
Federica 💋

Una scribacchina bagnata fradicia #37 : Dieci piccoli racconti (Terza parte)

Prima parte & Seconda parte

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GIORNO 5 – UMA

«Abracadabra. Da bambino diventi… capra!»
«Beeeeeeeeeh»
Entrando nella sala ricreativa vengo accolta dai belati di Tim e dalle risate degli altri. Qualcosa mi dice che Uma questa mattina si è svegliata più forte che mai e sta convincendo tutti che è davvero una piccola strega.
«Lizzy!!» esplodono le loro voci quando mi avvicino e mi inginocchio tra Ricky e Paula.
«Ciao. Cosa fate di bello?»
«Uma ha appena trasformato Tim in una capra, Vivian in un cavallo e Sarah in uno scoiattolo» Marco mi aggiorna mentre gli interessati nitriscono e belano nell’ilarità generale.
«E non sono reversibili» Sarah sembra seccata mentre rivolge alla bimba con indosso un cappello a punta un’occhiata di traverso.
«Allora oggi niente storia? Se tutti non sono ai loro posti non posso iniziare»
«Abracadabra. Scoiattolo, cavallo e capra ritornano Tim, Vivian e Sarah»
Non capisco perché ma la convinzione di Uma mi fa sorridere. Crede ancora nella magia nonostante tutto.
«Tutti normali?» la streghetta annuisce. «Allora possiamo iniziare!»
La storia di oggi racconta di un mondo in cui streghe e maghi vivono nascosti da chi non ha alcun potere, i Muggles. L’universo magico ha il suo Primo Ministro, i negozi, la banca e soprattutto una scuola in cui i giovani maghi e le giovani streghe possono imparare tutto ciò di cui anno bisogno. Tra di loro c’è anche Harry, famoso per aver sconfitto il più grande nemico dei maghi, colui che non deve essere nominato, il Signore Oscuro.
All’inizio del terzo anno scolastico la vita di Harry però si complica: Sirius Black, un pericolosissimo criminale, è evaso da Azkaban, la prigione dei maghi da cui nessuno era mai riuscito a scappare e lo sta cercando. 
Alla caccia di Black vengono mandati i Dissennatori, pericolose creature che sottraggono ogni pensiero felice, ogni energia a chiunque vi si avvicini, che creano non pochi incidenti con gli studenti della scuola, soprattutto con Harry, che per difendersi deve imparare un incantesimo chiamato Incanto Patronus e lo fa grazie al professor Lupin.
«Come funziona l’incantesimo?» chiede Uma, che scalpita per fare domande da quando ho iniziato. 
«Devi pensare al ricordo più felice che hai, intensamente, e poi dire Expecto Patronum.  Se ci riesci, dalla tua bacchetta esce una luce che fa allontanare il Dissennatore»
«E perché quel Black dà la caccia a Harry?»
«Beh perché lavora per il Signore Oscuro e ha detto ai cattivi dove potevano trovarli»
«Ma se stava con i cattivi come hanno potuto catturarlo?»
«Perché ha fatto sparire tredici persone, tra cui l’amico Peter Minus, in una strada affollata di Muggles»
Visto che sono tutti attentissimi proseguiamo in fretta, arrivando quasi al finale. «Harry e i suoi amici Ron e Hermione, dopo aver assistito alla…» potrò usare la parola “morte” con loro?
«A cosa, Lizzy?» gli occhietti spalancati di Tim, Uma, Ricky e qualcun altro mi bloccano.
No, non posso.
«Alla cattura di Fierobecco, l’Ippogrifo del loro amico Hagrid» Ivy mi viene in aiuto con un’alzata di spalle quando gli altri le chiedono se conosce anche lei la storia. «Io però non ricordo come continua»
«Sapete cos’è un Ippogrifo?» tutto scuotono la testa, compreso Marco, la mia piccola enciclopedia. «È una creatura metà aquila e metà cavallo, con un becco davvero tagliente»
«Perché lo hanno catturato?»
«Perché senza volerlo ha fatto del male a uno studente di nome Draco e suo papà ha preteso che fosse catturato. Dicevamo che Harry, Hermione e Ron, dopo aver perso Fierobecco, sono attirati in un posto chiamato Stamberga Strillante, una casa abbandonata, e qui i tre trovano Sirius Black e il professor Lupin, suo amico» alla rivelazione mi trovo davanti nove facce sconvolte e una che finge molto bene. «Ma Lupin racconta che lui, Sirius, Peter e James, il padre di Harry, erano amici per la pelle e che Peter, chiamato anche Codaliscia, non è scomparso davvero, ma si è trasformato in topo e ha vissuto nella famiglia di Ron. È stato lui a tradire i genitori di Harry, mentre Sirius, suo padrino, ha sempre fatto di tutto per proteggerlo e difenderlo»
L’ingresso dell’infermiera non mi ferma ma vedo che è quasi ora che i bambini tornino in camera. «A questo punto sembra tutto risolto, ma Lupin inizia a sentirsi male e si trasforma in un lupo mannaro»
«Evvai un mostro!!» esulta Tim ma non posso lasciarlo continuare perciò riprendo subito, arrivando a come Sirius ed Harry, circondati e quasi sconfitti dai Dissennatori, riescono a salvarsi solo grazie a un potentissimo Incanto Patronus lanciato dallo stesso Harry.
«Ma se Harry era caduto accanto a Sirius come ha fatto?»
«Qui viene il bello. C’erano due Harry»
«Cooooosa?» per la foga il cappello di Uma le cade sugli occhi ma lo toglie subito per fissarmi esterrefatta.
«Due Harry, perché lui e Hermione, dopo la cattura di Sirius, tornano indietro nel tempo con una collana Giratempo. Per prima cosa salvano Fierobecco e poi anche Sirius dai Dissennatori, facendolo scappare proprio con l’Ippogrifo»
«E Peter Minus?»
«Purtroppo è scappato quando Lupin si è trasformato. Ma non preoccupatevi, lo prenderanno»
Quando mi alzo per andarmene ci sono Uma, Vivian, Zack, Sarah e Marco tutti intenti a esercitarsi negli stessi incantesimi che ho usato nella storia e ridono a più non posso. Anche Gregory è abbastanza indaffarato. Mi sembra quasi di sentirgli pronunciare il nome Dinka mentre si allontana con Ricky e un infermiere.
Sono qui da cinque giorni, ma mi sembra passato un secolo visti quanti cambiamenti sono avvenuti.

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GIORNO 6 – PAULA

Oggi ci sono solo nove bambini ma la mia responsabile mi ha detto di non preoccuparmi e fare esattamente come gli altri giorni. I miei bimbi hanno protestato un po’ vedendo che non ho aspettato Ricky prima di iniziare; sono riuscita a convincerli solo dicendo che sarebbe stato compito loro raccontargli la storia di oggi. Eppure sembrano più irrequieti e faticano a stare attenti.
«D’accordo, basta storia» li testo, quando trovo Tim e Gregory che parlano tra loro. «Non continuo finché non mi raccontate cos’è successo fino ad adesso»
Silenzio.
Scuoto la testa. «Che vi succede?»
«Non vediamo Ricky da ieri pomeriggio» è Ivy a parlare per tutti. «Di solito la mattina passa con l’infermiera per andare in giardino, ma oggi non è uscito dalla sua stanza»
«Sono sicura che ci sarà un motivo. Non serve preoccuparsi senza sapere perché e sono convinta che vorrebbe sentire la storia, perciò dovete stare attenti anche per lui» li guardo uno per uno e sento che sono preoccupati e spaventati ma non c’è molto che possa fare per loro. Li posso distrarre ma il pensiero non se ne andrà.
«Paula ti va di aiutarmi?» mi alzo e mi avvicino al grosso armadio dei giochi contro la parete. «Vieni qui un secondo»
La più piccola si alza e mi si avvicina. «Cosa devo fare?»
Dando la schiena agli altri le sussurro all’orecchio di entrare nell’armadio e di uscire solo quando mi sentirà dire Lucy. La aiuto a fare ciò che le ho chiesto e poi torno a guardare il gruppo.
«Chi sa dirmi dov’è Paula?» mi fissano come se fossi matta, nessuno escluso. «Non dite nell’armadio»
«Ma se è lì!» Sarah incrocia le braccia al petto. Da grande potrebbe diventare fastidiosa, una di quelle ragazze che credono di sapere tutto.
«Sbagliato! E pensare che vi stavo raccontando una storia…» fingo di allontanarmi ma la vocina di Zack che grida “Narnia” mi blocca.
«Narnia?» chiedo, guardandolo come se non capissi.
«È andata a Narnia» Marco lo aiuta. «Una terra magica dove sono andati anche quattro fratelli dopo essere passati attraverso un armadio»
«Non credo di conoscerli» mi appoggio all’armadio con una spalla e incrocio le braccia.
«Si chiamano Peter, Susan, Edmund e Lucy»
«Con loro c’è anche un fauno di nome Tumnus» Tim e la sua attenzione alle creature vagamente mostruose non deludono mai. «E una vecchiaccia da cui devono scappare»
«È la Strega Bianca, non una vecchiaccia» Uma lo riprende con fastidio. «È la regina di Narnia. Ma è la cattiva»
«Perché secondo una leggenda i fratelli porteranno la pace»
«Ah! E cosa fanno questi quattro fratelli?»
I bambini si guardano l’un l’altro finché Gregory non alza la mano.
«Si dividono. Edmund è stato catturato dalla strega, mentre gli altri vanno alla Tavola di Pietra per trovare Aslan e il suo esercito e nel viaggio incontrano Babbo Natale»
Sono arrivata qui prima. Allora mi ascoltavano dopotutto.
«Mmm, quindi i tre fratelli rimasti vedono Babbo Natale?»
«Sì, lascia anche dei regali a tutti»
«E non dice nulla? Nemmeno a Lucy?»
«Presto! Aslan ci aspetta!» Paula sbuca dall’armadio con una sciarpa avvolta attorno al collo e fissa tutti come se arrivasse davvero da chissà dove. «Muoviamoci!»
Ho scelto bene la mia attrice. Le faccio l’occhiolino mentre torna a sedersi e finisco la storia, raccontando loro di come i fratelli, grazie all’aiuto di Aslan, riescono a ritrovarsi e a sconfiggere la Strega Bianca e di come diventano Re e Regine di Narnia.
«Molti anni dopo, durante una gita a cavallo, i quattro fratelli riconoscono il luogo dove sono arrivati la prima volta e attraversando gli alberi, come per magia, si ritrovano dall’altro lato dell’armadio, nuovamente bambini, perché nel loro mondo non è passato nemmeno un secondo»
«Posso andare a Narnia?» Paula si stringe le ginocchia mentre sta seduta. Non guarda me e non capisco se sia seria o no.
«Beh è…» impossibile? Non posso dirle così. «Difficile. Ci vuole un buon armadio. Però» aggiungo non appena mi accorgo che era seria. «se ti eserciti tutti i giorni e immagini cosa ti piacerebbe fare a Narnia, forse un giorno potresti passare attraverso quello giusto»
False speranze portano a un’esito fallimentare, lo so. Con le equazioni funziona così, basta una sola svista per non arrivare al risultato giusto, e io sto sbagliando di proposito. Ma Paula sta sorridendo e non c’è nulla di male in questo, non quando il pensiero fisso è non sapere se un amico sta bene o no.
Basta equazioni per un po’. Voglio altri sorrisi come questo.

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GIORNO 7 – RICKY

Questa notte Ricky ha avuto un’insufficienza cardiaca. L’infermiera mi ha detto che è stato tutto improvviso e che non sono riusciti a fare nulla per lui. Se n’è andato nel giro di un’ora.
I bambini lo sanno già. Non me lo hanno detto direttamente ma le loro facce non lasciano alcun dubbio. È chiaro come il sole e anche se li conosco da poco, il silenzio di Tim, il non correre in giro di Paula, il cappello abbandonato di Uma, gli sguardi tristi e imponenti di Sarah, Ivy, Marco e Zack, le carezze di Vivian al suo peluche e la felpa di Gregory appoggiata a una sedia sono tutti segni inequivocabili che conoscono la verità.
Per concludere, non mi hanno nemmeno salutata mentre entravo.
«A chi è dedicata la storia di oggi?» la mia domanda non ottiene risposta. Quindi oggi avrebbe dovuto essere il giorno di Ricky. Bene.
Mi siedo e aspetto. Devo dare loro tutto il tempo di cui hanno bisogno, anche se non sarà sufficiente. Quella che ci vuole qui è un’idea, ma niente potrà mai cancellare ciò che è successo e l’effetto che ha avuto su di loro.
Non posso cancellarlo, ma posso provare a dare un nuovo significato agli eventi.
«Sì, capisco. Certo, certo, è perfettamente normale» parlo tra me come se in realtà stessi rispondendo alle domande di qualcuno. «In fondo non si può fare altro»
E vado avanti per diversi minuti, fino a quando non ho gli sguardi di tutti puntati addosso. Persino le infermiere mi fissano e sembrano preoccupate per la mia sanità mentale. Qualche giorno fa mi sarei guardata anch’io in questo modo.
«Oh, non fate caso a me. Sto parlando con un’amica» sorriso e riprendo il mio finto discorso.
«Con chi parli?» Marco è il primo a mettersi seduto di fronte a me. È un ragazzetto perspicace.
«Un’amica. Si chiama Jess. Oh, ti saluta»
«Ciao» accompagna con un gesto e sorride appena. «Come mai ti parla?»
«Perché sa cosa state passando e mi sta spiegando cosa fare»
«Cosa fare?» Ivy mi guarda con, cos’è, risentimento? «Non c’è niente che si può fare. Ricky è morto»
Come immaginavo ieri, la reazione alla fatidica parola è delle peggiori. Nominare la morte qui dentro non va bene.
«Mm, sì certo» fingo di rispondere a questa bambina prima di avvicinarmi a Ivy. «Jess dice che si può sempre fare qualcosa, anche quando sembra impossibile»
«E sentiamo, cosa suggerisce di fare “Jess”?»
«Ascoltare. Jess vuole farvi conoscere la sua storia»
Jess ha un’indole terribilmente sensibile. Adora il silenzio, passa le ore da sola, magari a inventare finali più allegri per i suoi romanzi preferiti, oppure dentro l’armadio delle lenzuola, nel buio rassicurante e profumato di chiuso, a pensare. 
Un giorno però, durante un viaggio in Nigeria con i genitori, incontra Titiola, una ragazzina vivace e selvatica che vive in una casa abbandonata, e le due diventano subito inseparabili. Ma Jess deve tornare a casa e per questo separarsi da Titiola.
TillyTilly però non è una bambina come le altre e Jess se la ritrova davanti, senza che nessun altro possa vederla. Conoscitrice di mille segreti, dotata di bizzarri poteri, TillyTilly sa essere crudele e vendicativa e per assicurarsi di non dover dividere Jess con nessuno ha concepito un piano, il cui esito sarà la morte di Jess.
«Quindi la tua amica è morta?» Paula è la più piccola e mi aspettavo da lei questa domanda. Gli altri sembrano aver capito dove voglio arrivare.
«Sì, ma ti chiede di non essere triste per lei»
«Perché no?»
«Perché adesso che conosci la sua storia puoi portarla nel tuo cuore e non dimenticarla mai» sono seduta di fronte a Paula ma sento gli sguardi di tutti su di me. «Anche se le persone cui vogliamo bene ci vengono portate via, saranno sempre vicino a noi. E sai perché?» scuote la testolina castana. «Perché le abbiamo incontrate e siamo stati gli uni accanto agli altri»
«Anche Ricky?» Sarah si sposta accanto a me.
«Sì. Ognuno di voi ha un ricordo di Ricky e anche se fa male non averlo più qui con noi, non se ne andrà mai davvero, non finché continueremo a pensare a lui»
Vorrei poter dire altro, continuare a raccontare i mille modi in cui il piccolo Richard può essere rimasto con loro ma la verità è che ho finito le parole. Quel bambino piccolo e fragile dai sorrisi timidi ma estremamente dolci mi mancherà.
L’ho incontrato solo una settimana fa e mi mancherà. Tanto.

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Continua il racconto-tag per cui sono stata nominata da Alessia, Dieci cose che vorrei sapere, e che chiedeva i miei 10 racconti preferiti in modo dettagliato. Avrei voluto concluderlo oggi ma sarebbe stato troppo lungo, perciò vi rimando a Sabato prossimo per gli ultimi quattro racconti e la lista completa dei romanzi che nascondono!

Come sempre spero che vi sia piaciuto! Buon Sabato 💋

Una scribacchina bagnata fradicia #36 : Dieci piccoli racconti (Seconda parte)

Prima parte

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GIORNO 2 – ZACK

Storia preferita + Interesse = Bambini intrattenuti

Questa mattina ho chiesto all’infermiera di scrivere una lista di tutto ciò che quei dieci bambini adorano. Sceglierò una storia diversa per ognuno di loro, non perché mi dispiaccia di aver detto loro ciò che penso, ma perché così possono sentirsi tutti ugualmente speciali.
Hanno stilato anche una seconda lista, scegliendo l’ordine in cui vogliono ascoltare la loro storia. Il primo ad essere stato estratto è Zack, che non la smette di ascoltare quell’obbrobrio del rap (che è impossibile da definire “musica”) e che insiste a parlare in rima.
Ho scoperto dall’infermiera che ha una gatta a casa che adora e considera la sua migliore amica. Da quel che ho capito sono inseparabili e ne sente molto la mancanza. Spero che la storia scelta per lui possa ricordargliela.
Il chiasso nella stanza non è facile da sedare, non dopo il fiasco di ieri, ma quando li avverto che conosco una storia che potrebbe piacere loro, mi accerchiano immediatamente. Non tutti ne sono entusiasti ma non hanno altro da poter fare.
«Per questa storia dovete fare un piccolo sforzo» metto in chiaro prima di iniziare. «Dovete credere con tutti voi stessi che avete che la magia e le creature delle leggende esistano davvero»
«Un tempo, in una terra lontana chiamata Alagaësia, esisteva un regno davvero potente, custodito da un tipo speciale di cavalieri. Costoro non viaggiavano a cavallo, ma i loro fidati compagni erano maestosi e potenti draghi e dragonesse, che facevano di loro i Cavalieri dei Draghi. Un giorno uno di questi cavalieri, il cui nome era Galbatorix, distrutto dalla morte della propria dragonessa, chiese di poterne avere un secondo. Il rifiuto fu ciò che lo spinse a dichiarare guerra al proprio ordine; rapì un drago, legandolo a sé con la magia, e conquistò quasi tutte le terre conosciute. Nessuno dei suoi compagni cavalieri sopravvisse alla sua furia e anche le uova di drago furono tutte distrutte quasi tutte, così che lui fosse il solo Cavaliere dei Draghi rimasto. Galbatorix divenne l’imperatore di tutta Alagaësia»
Gli anni passarono e diverse creature si ribellarono al tiranno. Elfi, nani e gli esseri umani scampati alla conquista di Galbatorix si impegnarono a contrastarlo, proteggendo l’ultima speranza di poter riottenere la libertà; ognuno di loro cercava di salvaguardare l’ultimo uovo di drago esistente, nell’attesa che la creatura al suo interno scegliesse il suo compagno e prossimo Cavaliere dei Draghi.
Ma un giorno, durante lo spostamento dell’uovo, i soldati dell’impero attaccarono gli elfi incaricati di proteggerlo. Con un incantesimo cercarono di mandarlo in un posto sicuro.
«È questo il momento in cui i due protagonisti della storia si incontrano»
L’attenzione dei bambini, tra alti e bassi, non manca mai mentre racconto delle avventure di Eragon e Saphira, il nuovo Cavaliere dei Draghi e la sua dragonessa, delle loro vittorie, delle sconfitte e degli incontri avvenuti nel viaggio attraverso Alagaësia.
«Dopo un’epica battaglia nella città-montagna, i nemici furono finalmente sconfitti. O per lo meno lo furono in questo primo scontro. E Eragon e Saphira ripresero l’addestramento per diventare ancora più forti. Fine»
I bambini mi guardano nel più completo silenzio. Non vola una mosca. Devo aver sbagliato qualche passaggio nell’equazione, perché secondo i miei calcoli avrebbero dovuto essere contenti a questo punto.
«E poi? Che ne è dei due eroi?» Zack mi guarda serio, con gli occhi spalancati e pieni di meraviglia.
Anche tutti gli altri hanno lo stesso sguardo, comprese le bambine. Ed io che pensavo di averle annoiate con le battaglie e gli scontri.
«Ehm» prendo tempo perché non credevo che si sarebbero appassionati così tanto. «Eragon e Saphira si trasferiscono dagli Elfi e riprendono ad addestrarsi. La strada per sconfiggere Galbatorix è ancora lunga, ma con un nuovo maestro diventeranno sicuramente più forti»
«Ci sono altre battaglie e mostri?» Tim scatta in piedi e mima un affondo con la spada. «Lo scontro con i Ra’zac è stato fanta…»
«E la strega Angela?» la voce di Uma si unisce a quella di Tim mentre lui finisce la frase con un “fantastico”.
A turno mi raccontano i loro momenti preferiti della storia e non mancano i battibecchi su quale fosse il migliore. Tuttavia sono tutti d’accordo su un aspetto: l’amicizia e la forza che lega Eragon e Saphira è la cosa più importante.
Uscendo Zack mi blocca sulla porta. Mi getta le braccia esili attorno ai fianchi e mi stringe in un abbraccio, la testa appoggiata contro il mio stomaco. Prima di staccarsi lo sento tirare su con il naso.
«Mi è piaciuta tanto la storia. Se torno a casa la racconto anche a Toria. È la mia gatta e non posso vederla perché qui farebbe la matta»
«Ne… ne sono felice»

Storia giusta + Ricordi = Felicità

Ma se guardo Zack l’equazione non torna. Mi dispiace che sia triste e io speravo di potergli regalare un attimo di tranquillità facendogli dimenticare di non poter tenere accanto a sé la sua gatta. Però non credo mi abbia mentito quando ha detto che gli è piaciuta la storia di Eragon e Saphira.
C’è qualcosa che non torna nella mia equazione e è impossibile. Forse la logica non serve con questi bambini.

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GIORNO 3 – MARCO

«La storia di oggi è per Marco, giusto?» tutti i bambini annuiscono e faccio mente locale su cosa so su di lui.
È italiano, sempre allegro e positivo, adora i treni e da grande vorrebbe fare il giornalista. Ho la storia giusta per lui.
«Immaginate un treno» inizio sedendomi in mezzo a loro. «che percorre un’intero continente. Passa in mezzo alle città, alle montagne, accanto ai fiumi e ai laghi e persino in mezzo al deserto. Certe volte, quando trova una stazione, si ferma per far scendere i passeggeri. Altre, invece, rallenta ma non arresta la sua corsa nemmeno di fronte a un paesino. Durante uno di questi viaggi, James Cardiff, un giornalista di Chicago, decide di scendere dal proprio vagone e la sua fermata è Summerton, Arizona, una città sperduta in mezzo al deserto e dove nessun treno sosta mai»
Proseguo il racconto con lentezza, facendo incontrare ai bambini il signor Elias Culpepper, bigliettaio, addetto al servizio merci, scambista, guardiano notturno, capostazione e taxista di Summerton. Li porto all’Egyptian View Arms, l’unica pensione della città, dove ogni dettaglio ricorda a Cardiff la sua infanzia e dove possono trovare Nef, una donna dal nome della regina egizia e che sembra aver atteso il protagonista per molto tempo.
Insieme a Cardiff li spingo a immergersi nei misteri della città, a esplorarla. Sottolineo che non ci sono affatto bambini e li porto a visitare un cimitero in cui le lapidi non riportano la data di morte e dove le bare sotterrate sono vuote, facendogli scoprire che nessuno muore a Summerton, mai. Tutti i suoi cittadini vivono in eterno e, cosa ancor più sorprendente, sono tutti scrittori.
Con Cardiff faccio entrare tutti in biblioteca, dove Nef rivela loro il secondo e più importante segreto della città: gli abitanti di Summerton sono i bibliotecari del Mondo intero, recuperano e custodiscono ogni libro o opera che sia mai stata scritta o pensata. Ma anche Cardiff ha un segreto da svelare a tutti e riguarda proprio il destino di Summerton. Spiega ai bambini e ai cittadini che non è sceso alla stazione per caso, ma per vedere la città prima che venga distrutta dalla costruzione di un’autostrada.
Alla minaccia di distruggere Summerton i bimbi di fronte a me trattengono il fiato, ma li rassicuro subito. Nef ha un piano: sposteranno la città in un luogo dove nessuno potrà più minacciarli di distruzione e chiede a tutti di andare con lei.
«Ma Cardiff è spaventato dall’idea di non invecchiare e allora rientra a Chicago, dagli amici di un tempo e dalla fidanzata. Però il soggiorno a Summerton lo ha cambiato perché ha capito di aver trovato il vero luogo cui appartiene e non sa più se restare o andare alla ricerca della nuova Summerton»
«E cosa fa?» Sarah mi tiene i grandi occhi castani incollati addosso, la testa appoggiata sui palmi delle mani. «Resta o parte?»
«Voi che fareste al suo posto?» li stuzzico e in risposta si leva un coro di “Summerton” urlato a più non posso, anche da Ricky, che tra tutti è quello che fa più fatica a respirare e alzare la voce. Sentirli rispondere così mi scalda il cuore perché significa che sono riuscita a trasmettere loro il vero significato della storia. «E anche Cardiff decide di tornare da Nef e dagli altri, diventando un cittadino di Summerton a tutti gli effetti. Fine»
Anche la seconda giornata è finita e sembrano tutti soddisfatti della storia.
«Ti è piaciuta Marco?» gli chiedo mentre tutti si sistemano per rientrare nelle loro stanze.
«Moltissimo! Da grande voglio essere come il protagonista e trovare qualcosa come Summerton»
«Cosa pensi che sia la città?»
«Non saprei… Forse una specie di contenitore dove tutte le persone mettono i loro ricordi per condividerli con il mondo, così tutti possono imparare anche dalle esperienze altrui» fa spallucce e io sorrido. Aggiungo “super perspicace” alla sua descrizione.
«Sarai un bravissimo giornalista»
«Grazie» mostra un gran sorriso con uno o due denti mancanti e se ne va insieme all’infermiera.
Credo che un carattere così non possa essere abbattuto facilmente e vedere quel sorriso mi rassicura. Marco non smetterà mai di realizzare i propri sogni e, soprattutto, di cercare la sua Summerton.

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GIORNO 4 – GREGORY

«Ma quando inizi a raccontare Lizzy?» Tim sbuffa e io lo rimando a sedersi, mentre Ivy gli ricorda che dobbiamo aspettare tutti. Finché Ricky non ci raggiunge non posso iniziare.
«Gregory perché non mi racconti qualcosa del tuo cane mentre aspettiamo? La storia di oggi è legata a un cucciolo»
Gregory si stringe nelle spalle, quasi impossibili da vedere sotto l’enorme felpa verde di suo fratello. «Si chiama Lucky, è un Akita»
«Che razza è l’Akita?» Paula storpia il nome, allungando la pronuncia della i a dismisura.
«È giapponese» rispondo, lanciando un cenno all’infermiere mentre entra spingendo Ricky su una sedia a rotelle. «Sono cani molto docili, vero Gregory?»
«Sì, abbastanza»
«Storia?» Tim torna all’attacco e annuisco, mentre cerco lo sguardo di Ricky per sapere come sta. Ha il respiro affannato ma mi rivolge un sorrisetto timido.
«Allora, oggi vi porto a Gerusalemme. Sapete dov’è?»
«È in Africa?» Uma non ha il tempo di finire la domanda che Marco la corregge.
«No è in Asia, nello Stato di Israele»
«Giusto, Marco. Qui vive un ragazzino di nome Assaf, che lavora negli uffici del comune. Un giorno gli viene chiesto di riportare al proprietario Dinka, una cagnolina randagia, e per farlo Assaf la lascia libera, nella speranza che sappia ritrovare la strada di casa da sola»
Correndo con Dinka, però, inizia una vera avventura per Assaf, che lo trascina in situazioni pericolose e in incontri con strani personaggi, tutti in qualche modo legati a Tamar, la padroncina di Dinka. Grazie a loro resta affascinato da questa ragazza e decide di cercarla, perché Tamar sembra essere in grave pericolo.
«E lo è?»
«Sì. Tamar è scappata di casa per aiutare il fratello Shay, che ha iniziato a… a…» non posso dire che il fratello della protagonista fa uso di droghe. «Ha iniziato a accettare caramelle dagli sconosciuti e se n’è andato di casa, perché crede che così saprà suonare come Jimi Hendrix»
I bambini mi interrompono per sapere chi sia Hendrix e mi sento vecchia, tanto vecchia. «Era un chitarrista bravissimo»
«E il fratello di Tamar suona la chitarra?»
«Sì, Shay suona nelle piazze, vivendo di elemosina e dormendo in un ostello pieno di ragazzi come lui»
«Che mangiano le caramelle degli sconosciuti?»
Alla domanda di Vivian un’infermiera appena entrata mi fissa accigliata e divertita. Sarà anche sciocco ma meglio mangiare caramelle che bucarsi ed essere tossicodipendenti.
«Sì, perciò vedete di non farlo mai» li avviso, come fosse una minaccia. «L’ostello però è gestito da una banda criminale che fornisce dr… caramelle ai ragazzi per poterli sfruttare e Tamar, per portar via Shay, finge di magiare le stesse caramelle. Riesce a entrare e alla prima occasione fugge portando Shay con sé, trovando rifugio da un’amica e poi in una grotta alle porte della città»
«Assaf e Dinka dove sono finiti? Non la cercano più?»
«Certo e sarà proprio questa amica, Leah, a dire ad Assaf dove si trovano Tamar e Shay. Lui e Dinka li raggiungo e dopo aver riportato a casa Shay, tornano alla grotta con Tamar per stare insieme e pensare alla loro incredibile avventura»
«Fine?» Gregory infila le mani nella tasca della felpa. Mi guarda come se si aspettasse altro dalla storia e da me.
«Fine. Qualcosa non va?» gli altri non mi sembrano così dispiaciuti.
«No, no… Però vorrei sapere cosa è successo dopo a Dinka, Assaf e Tamar»
«Lo so io» Tim gli si avvicina. «Nella grotta è apparso uno zombie e lo hanno sconfitto. Poi è tornato Shay e…»
Sorrido tra me per la versione fantasiosa di Tim. Questa sì che è un’idea.
«Perché non pensi tu a cosa faranno Assaf, Tamar e Dinka da quel momento in avanti? E domani ce lo racconti»
Non rientra nelle variabili della mia equazione ma è chiaro che non posso più pensarla in questo modo, non davanti all’abbraccio di Zack e al sorriso di Marco e a quello di oggi di Gregory.

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Continua il racconto-tag per cui sono stata nominata da Alessia, Dieci cose che vorrei sapere, e che chiedeva i miei 10 racconti preferiti in modo dettagliato. I primi tre li riuscite ad indovinare? Quello di Zack è sicuramente il più facile 😄 Per i prossimi 3/4 racconti vi do appuntamento a Sabato prossimo!

Come sempre spero che vi sia piaciuto! Passate una buona giornata 💋

Una scribacchina bagnata fradicia #35 : Dieci piccoli racconti (Prima parte)

Avete mai provato a descrivere la vostra vita a qualcun altro attraverso i vostri libri preferiti, le canzoni che cantate la mattina appena svegli o i film che rivedreste ancora, ancora e ancora?
Non è facile. Per niente.
Sul serio, se adesso vi chiedessi i tre libri che sapete aver avuto un impatto così forte su di voi da cambiarvi, voi cosa rispondereste? Così, a bruciapelo, senza attimi per riflettere o ritrattazioni in seguito. La maggior parte di voi non saprebbe cosa dire, ve lo assicuro.
Non pretendo di saperlo perché mi reputo migliore di voi che leggete, certe volte mi sento addirittura un gradino sotto il normale livello del genere umano e non chiedetemene il perché – sarebbe una storia lunga e ultimamente il tempo a mia disposizione scarseggia –, ma lo so per esperienza diretta. Ho dovuto rispondere io stessa alla domanda e non è stato un test facile da superare. Ed io ho dovuto stilare una lista di dieci elementi, non di tre, perciò la difficolta era una cosa come

R = 3D + 1

La mia risposta era tre volte + 1 più difficile rispetto a quella della domanda che vi ho appena posto.
Come mai vi sto dicendo tutto questo? In parte perché sono obbligata a farlo, in parte perché ne sento un disperato bisogno. Voi siete i burocrati che valuteranno il mio appello contro l’espulsione dal corso di matematica avanzata del professor Monstre (che se fosse francese, il suo carattere rispecchierebbe appieno il significato del suo cognome in quella lingua),  perciò a chi altri devo rivolgermi se non a voi? Avete in mono la mia carriera universitaria e lavorativa; in un certo qual modo avete nelle vostre mani il mio futuro, anche se la mia recente esperienza mi ha insegnato che non è così.
Ma come potete capire se non conoscete gli antefatti? Come potete rispondere se non sapete perché vi ho posto proprio quella domanda? Spiegarvelo sarà lo scopo di questo mio resoconto dei fatti e delle attività socialmente utili che ho dovuto svolgere. Ne riceverete uno anche dagli agenti, e uno dai responsabili dell’ospedale, ma voglio che conosciate anche ciò che ho imparato io. Così, perché è giusto.
Prima di iniziare, però, ho una critica. Ampliate la lista delle attività socialmente utili. Tra i “servizi urbani” – abbiate il coraggio di dire che spedite i ragazzi a fare i netturbini – e l’assistenza ai bambini malati di cancro deve esserci di certo una vasta gamma di possibilità!
Adesso è il momento della mia versione e se siete impressionabili preparatevi, perché non farò una versione edulcorata di ciò che si vede e sente negli ospedali. A me non è stata risparmiata e non vedo perché dovrei risparmiarla a voi.

GIORNO 1 – INSERIMENTO

Equazioni. Tutto il mondo è fatto di equazioni.
Se provocato, un essere umano irascibile risponderà a tono e questa risposta porterà a una conseguenza.

Provocazione + Reazione = Conseguenza.

Insulto alla mia intelligenza + Aggressione (verbale e fisica) = Condanna per aggressione.

Niente di più di un’equazione semplice.
Anche la mia condanna condanna è un’equazione, forse più complessa, ma nella sostanza non cambia.

(Quaranta giorni x Pentimento)^Buona condotta = 11 giorni di servizi socialmente utili

Servizi socialmente utili = Assistenza ai bambini malati

Equazioni. Pure e semplici equazioni che in un modo o nell’altro posso risolvere.
«Agitata?»
L’infermiera che mi ha accolta in reparto e che sarà la mia responsabile sorride maniacalmente da quando mi sono presentata. È inquietante il suo buonumore. Anche adesso che cammina e mi da la schiena mi sembra di vedere quelle labbra dischiuse fino a toccare gli angoli delle orecchie. Ho più brividi per lei che per la possibilità di non trovare mai un numero quasi perfetto. E la seconda possibilità mi tiene sveglia la notte.
«Sono solo dei bambini»
«Bambini malati di cancro» precisa. «È un gruppo piuttosto piccolo, ma non per questo sarà facile»
«Devo solo passare un paio d’ore con loro. Non capisco cosa possa esserci di difficile»

11 giorni x (Bambini malati + 2 ore di svago) = Fine condanna

L’infermiera scuote la testa. «Sono un gruppo abbastanza omogeneo come età. Hanno tutti tra i dieci e i tredici anni, ma una di loro ha solo sei anni»
«Perché è con loro?»
«Perché sono nella fascia d’età più vicina a quella di Paula. Ha la leucemia e si trova qui da quasi sei mesi»
La presentazione del gruppo che dovrò distrarre per due ore tutti i giorni prosegue finché non arriviamo di fronte alla stanza dei giochi. Entrando li riconosco tutti.
Richard, detto Ricky. 11 anni e capelli di un biondo paglierino. Cannule nel naso per l’ossigeno.
Gregory, 10 anni. Magro come un chiodo, indossa una felpa verde del fratello maggiore.
Sarah, 12 anni. Lunghi capelli castani raccolti in una traccia; occhi grandi, espressivi e profondi.
Paula, 6 anni. Corre sempre per la stanza anche se non dovrebbe.
Zack, 12 anni. Ascolta il rap e parla spesso in rima.
Ivy, 13 anni. La più grande, con un’attitudine a fare da portavoce per gli altri.
Marco, 10 anni. Italiano, l’accento si sente molto. È il più allegro e positivo.
Vivian, 11 anni. Appassionata di supereroi. Porta sempre con sé un peluche di Hulk.
Uma, 12 anni. Convinta di essere una strega.
Tim, 10 anni. È convinto che gli zombi esistano.
Cinque maschi e cinque femmine. Tutti con un diverso tipo di leucemia, tranne Gregory, che ha un tumore al midollo spinale, e Sarah, che attende di essere operata per un tumore al cervello.
Anche loro e le loro condizioni sono equazioni, alcune risolvibili, altre no.
«Preparati alle domande e cerca di sorridere spesso. Io resterò qui per oggi, ma domani te la caverai da sola» mi sussurra prima di richiamare l’attenzione dei piccoli malati. «Lei è Elisabeth e da domani, per dieci giorni, vi terrà compagnia per due ore» mi presenta con fare sbrigativo ma non accenna a rilassare i muscoli della faccia da quella sua paresi.
Tutti si radunano attorno a me, un’estranea da guardare fissa. Chissà se sanno che sono qui per i servizi socialmente utili.
«Signorina Milly è un’altra di quelle?» è Tim a chiederlo, senza staccare gli occhi dai miei. Non devo essere la prima che vedono.
«Sì, l’ha mandata l’associazione»
«Che hai fatto per finire qui?» sempre lui a chiedere. «Hai ucciso qualcuno?»
«Tim!!» viene richiamato ma non sembra esserne molto sconvolto.
«Ho lanciato una calcolatrice in testa al mio professore»
«Forte! Perché?»
«Non è importante» interviene l’infermiera. «Perché non spiegate a Elizabeth quali sono i vostri passatempi preferiti?»
Con gli hobby di questi bambini c’è un problema. Non possono rientrare nelle loro equazioni. Per loro non c’è spazio per viaggi, avventure e giochi più faticosi del muovere un pupazzo, non sono assolutamente contemplabili.
«Non avresti dovuto dire quelle cose» mi riprende la mia responsabile mentre usciamo. «Un po’ di tatto sarebbe gradito, non credi?»
«Ho solo detto loro come stanno le cose» mi giustifico, sentendo un’oppressione al centro del petto. Le equazioni non fanno male, quei bambini sì.
«Allora non dovevi venire qui. Non ci servono persone come te»
«Non c’erano alternative»
«Ti conviene cambiare atteggiamento. Io non ho intenzione di lasciare quei bambini nelle tue mani se ti comporti così, ma non ho nemmeno il tempo di chiamare una sostituta. Devi trovare qualcosa per tenerli occupati, qualcosa che non li deprima»
«Cosa? So occuparmi solo di equazioni e non riesco a inventare i giochi come hai fatto tu. Lo trovo strano» per un attimo mi sono sentita esclusa quando è riuscita a far divertire i bambini semplicemente con un pupazzo.
«Vuoi un consiglio?» annuisco e lei accantona per un attimo l’eterno sorriso. «Scegli i tuoi dieci libri preferiti, quelli che hai letto fino a consumarne le pagine, e raccontali a quei bambini. Non devi per forza scegliere storie a lieto fine, basta che siano racconti che hai amato. Vedrai che li ameranno anche loro»

Coraggio-tattoo

Come l’ultimo racconto, anche questo è la mia personale reinterpretazione di un tag per cui sono stata nominata. È il Dieci cose che vorrei sapere e la nomina è arriva da Alessia (il tag è stato inventato da Shioren). Il compito era parlare nel dettaglio delle 10 storie che più mi hanno colpito. L’ho fatto con questo racconto, collegandomi anche al tema della settimana (I Classici), e avrei voluto pubblicarlo tutto oggi, ma sta diventando più lungo di quanto avessi previsto all’inizio…
So che l’argomento non è bello, né leggero, ma è una cosa che mi ha coinvolta da vicino e visto che devo raccontare le mie 10 storie preferite, ho deciso di farlo dando loro lo scopo che credo abbiano, cioè ampliare il nostro mondo e mostrarcene i lati migliori anche quando non sembra averne.
Credo ci terrà compagnia per altri due weekend, perciò spero possa piacervi 😊