Storytelling Chronicles #18

Buongiorno!

Anche a luglio torno con un nuovo racconto per la Storytelling Chronicles (banner di Tania My Crea Bookish Kingdom), la rubrica di scrittura creativa che ormai ben conoscete e che ha fatto da casa a tanti personaggi! Per questo mese, Lara (La Nicchia Letteraria) ha proposto come tema il prendere ispirazione per genere, pov e protagonista dal libro che più ci è piaciuto del/la nostr* autore/trice preferit*. Mi spiego: io ho scelto Lisa Kleypas (e questa settimana sarà anche dedicata a lei) e il suo romanzo Peccati d’inverno, perciò il genere è il romance storico, il pov è la terza persona e per protagonista un maschio etero di alta estrazione sociale.

Date le premesse, non potevo non tornare da Lizzie e Marcus, anzi solo Marcus questa volta. Qui vi lascio le scorse “puntate”:
I nipoti del duca
Ciò che il ton si attende
La determinazione di una lady

E ora il racconto di oggi! Buona lettura!

Come sconvolgere un duca

Marcus si sistemò a uno dei tavoli liberi del White’s e ordinò da bere.
Ne aveva un disperato bisogno, anche se non era nemmeno mezzogiorno. Anche se ancora riusciva a sentire il sapore del brandy bevuto quella notte con Elizabeth. E sulle sue labbra.
Elizabeth, mugugnò tra sé, il volto della sua protetta che gli balzò davanti agli occhi come una visone. Che abbiamo combinato?
Non aveva scuse che giustificassero il suo comportamento inqualificabile, né si poteva dire troppo ubriaco da non sapere cosa stesse facendo. No, lui aveva approfittato della situazione con estrema lucidità e se lei non si fosse tirata indietro, solo Dio sapeva cosa sarebbe accaduto tra loro. Marcus ne aveva avuta una chiara visione per il resto della notte, trascorsa a fissare le fiamme nel camino della biblioteca e poi in quello nelle sue stanze. Era rimasto sdraiato sulla propria poltrona finché il suo valletto non si era presentato per aiutarlo a vestirsi. Al povero Summers era venuto quasi un colpo quando aveva visto lo stato in cui si trovava; non che potesse biasimarlo, dato che si era spaventato anche lui nello scorgere il suo stesso riflesso.
Ringraziò con un cenno il cameriere quando gli fu servito il whisky, si fece lasciare la bottiglia e trangugiò il primo bicchiere in pochi sorsi. Sperava che il fuoco lungo la gola annientasse la brama cocente che da ore gli impediva di pensare in modo sensato, reso incapace di articolare una qualche replica a ciò che era accaduto tra lui ed Elizabeth.
Perché il gentiluomo che era in lui premeva per portarlo ad accettare l’unica conclusione possibile dopo il loro incontro di quella notte. La sua coscienza gli aveva gridato una sola parola per tutta la notte.
Matrimonio, pensò di nuovo con sconcerto, dovrei sposare Elizabeth e proteggere il suo onore. Tuttavia, la frase che lei gli aveva rivolto prima di correre fuori dalla biblioteca era la ragione che lo aveva portato al club, attento a non incrociare nessuno mentre usciva di casa. Arricciò le labbra al ricordo di quella mattina. Chi voleva prendere in giro? Lui, il decimo duca di Colton, era scappato per la paura di incrociare Elizabeth o, peggio ancora, sua madre. Rose Haynes aveva la vista acuta quando si trattava di scorgere l’inquietudine del figlio e Marcus non voleva correre alcun rischio, non quando lei lo avrebbe di certo convinto a seguire la strada più onorevole. Ma non era certo che fosse ciò che Elizabeth desiderava.

Lo aveva definito istruttivo, il bacio che si erano scambiati e che aveva alterato il suo mondo, insieme all’idea che si era fatto di Elizabeth; lo aveva ringraziato, come se quell’esperienza non avesse smosso in lei nient’altro che i confini di ciò che cercava in un consorte, come se lui non facesse parte della lista dei possibili mariti e le fosse servito solo per schiarirsi le idee.
Le dita gli si strinsero attorno al bicchiere, i denti che digrignarono quando una risata improvvisa arrivò dalla poltrona libera dall’altro lato del suo tavolo. Guardò con la coda dell’occhio l’uomo che si era appena seduto al suo fianco. Alto, i tratti marcati e gioviali circondati da una folta chioma castana, James Crosswell, quinto conte di Ashbury e suo vecchio amico, lo squadrava con un sorriso di scherno per l’espressione arcigna che di certo piegava il volto di Marcus.
«Se avessi saputo che il tuo invito era per sorbirmi il tuo pessimo umore, me ne sarei rimasto tra le braccia della mia ultima conquista, Vostra Grazia
«Non usare quel tono, James» lo pregò, con un gemito roco a incrinargli la voce. «Non ho la forza di rispondere alle tue battute.»
«Ma di tracannare whisky sì, a quanto vedo. Bene, benvenuto nel club dei perdigiorno Marcus» lo canzonò l’altro, chiedendo un bicchiere anche per sé. «A cosa dobbiamo il tuo strano desiderio di bere?»
A una giovane donna che mi ha definito “istruttivo”. Quel pensiero trovò voce in un mugugno attutito da un nuovo sorso di whisky. E che mi ha liquidato senza nemmeno voltarsi indietro.
«Per caso ha a che fare con il ballo di mia madre? Ho saputo che sei stato al centro dell’interesse di tante giovani donne.»
«Sì, ma… non esattamente.» Esitò, osservando prima il bicchiere e poi il suo vecchio amico. Doveva trovare il coraggio di chiedergli ciò che gli interessava per la sicurezza di Elizabeth, per mettere il suo stesso animo in pace. «Dovrei sapere qualcosa su tuo fratello?»
James sollevò un sopracciglio, incuriosito. «Nulla che debba essere menzionato. Certo ha gusti strani, per un giovane della sua età, ma nulla che il tempo non possa correggere.»
Marcus alzò la testa di scatto. «Gusti strani?» Buon Dio, dopo il discorso fatto a Elizabeth la sera prima non poteva essere un depravato. Marcus si sentì gelare al pensiero di ciò che le sarebbe potuto accadere con un uomo del genere, uno che difendeva la morale in pubblico mentre in privato…
«Sì, sai, come il latte rispetto al vino o l’arrosto di vitello invece dell’anatra glassata. Le solite cose.» L’amico sorrise, fece un sorso di whisky e poi proseguì. «Ma cosa pretendi da un ragazzino di dieci anni.»
«Dieci… cosa?» Marcus squadrò l’espressione divertita di James per un secondo e realizzò l’ovvio. «Hai due fratelli.»
«Tre, in verità» confessò con un velo di buonumore, «ma presumo parlassi di Henry, visto che Michael e Sean non hanno ancora l’età per partecipare ai balli.»
Avrebbe dovuto saperlo. James amava prendersi gioco di lui, soprattutto della sua impostata serietà. Ci era passato a Eton e a Oxford, ma ancora non riusciva a farci l’abitudine. Specie ora, che gli premeva conoscere cosa avesse detto o fatto Crosswell dopo aver lasciato Elizabeth al ballo.
«Allora?» Suonò brusco, fin troppo, ma l’alcool lo rendeva meno accorto. «Cosa puoi dirmi di tuo fratello?»
«Te l’ho detto, nulla che debba essere menzionato. È il secondo, ha una buona rendita personale e, che la Regina e Dio ce ne scampino, Henry è talmente puntiglioso che asciugherebbe le scarpe anche prima di entrare in una stalla, oltre a essere il gentiluomo più garbato che esista.»
«Mm.»
Non lo era stato per dire a Elizabeth di comportarsi come una degna lady inglese, un nuovo mugugno accompagnò quel pensiero.
«Quindi, vediamo se ho capito: mio fratello ha ballato due quadriglie con Lady Elizabeth Whitmore, giovane signorina sotto la tua tutela, e dopo una chiacchierata in terrazza, a cui ha assistito tutto il ton, tu mi chiami per chiedermi di Henry.» Elencò il tutto con fare assente, poi però strabuzzò gli occhi. «Misericordia, non dirmi che dobbiamo organizzare un matrimonio?»
«Sul mio cadavere» borbottò Marcus, le labbra a un soffio dal bicchiere.

«Come, prego?» James restò di sasso perché sì, aveva udito le sue parole, e Marcus era certo non lo avesse mai visto ridotto in quello stato. «Potresti dirmi che succede?»
«Elizabeth ha deciso di sposarsi, ecco perché siamo rientrati a Londra.» La mente del duca fece ritorno per un istante ai giorni trascorsi a Haynes Manor. Se fossero rimasti in campagna nulla sarebbe cambiato tra loro.
«Una pessima ragione, se mi permetti, ma comprendo che per una giovane con così tanti anni di lutto alle spalle la ricerca di un marito possa essere uno svago non da poco.» James rabbrividì, una smorfia a piegargli le labbra. «Spero non vada a caccia di titoli. In quel caso, avvertimi. Vedrò di fuggire in campagna in men che non si dica.»
Marcus scosse la testa. «Cerca un matrimonio d’amore.»
«Oh, un animo romantico! Quelli sono i peggiori, amico mio. Eppure non capisco come tutto questo abbia a che fare con mio fratello.»
«Sembra che da bambino le abbia promesso di sposarla, qualora avesse iniziato a pensare al matrimonio.»
James lo studiò per un secondo di troppo, poi si lasciò andare a una risata fragorosa, tanto da attirare su di loro le occhiate degli altri gentiluomini presenti. Marcus sentì il collo scottare, l’imbarazzo per essersi esposto tanto che gli fece distogliere lo sguardo dall’amico per puntarlo sul proprio bicchiere. Sapeva anche lui quanto fosse ridicolo dar credito alla sciocca promessa di un bambino, tuttavia sentiva un fremito di rabbia attraversarlo al pensiero che Elizabeth potesse essere tentata dalla sua proposta. Dopo la notte appena passata, Marcus era ancor più intenzionato a vagliare tutti gli scapoli su cui avesse posato gli occhi, pronto a intervenire se qualcuno avesse osato prendersi delle libertà.
Esattamente come ho fatto io, maledizione!
Si rimproverò un’altra volta, incapace di decidere se sfidarsi a duello da solo o se tornare di corsa a casa per cercare di capire come stesse reagendo Elizabeth al loro bacio. E magari provare di nuo… No! Decisamente no!
«Perciò tutto questo è per una sciocca promessa fatta da bambini?» chiese il conte di Ashbury quando riuscì a placare l’attacco di risa. «Capisco l’elevato senso dell’onore, Vostra Grazia, ma non ti sembra un po’ troppo?»
«Le ha rinnovato la promessa, James, durante la chiacchierata in terrazza.»
«Oh.» Gli occhi scuri di James si velarono appena di preoccupazione. «Classico di Henry. Un po’ avventato ma lodevole. Te l’ho detto, è un gentiluomo fino al midollo.»
«Mm.» Marcus arricciò le labbra, l’alcol che non lo aiutava a tenere a freno i pensieri. «Non sempre a quel che so.»
«Spiegati.» Il tono formale di James non lo stupì. Il conte era sempre pronto a difendere la famiglia.
«Ha redarguito Elizabeth, ricordandole in malo modo quali fossero i sani principi delle lady inglesi. Non è stato propriamente un gentiluomo.»
«Se ha offeso Lady Whitmore, faremo ammenda. Gli parlerò, Marcus, e sistemeremo tutto.» L’amico gli lanciò un’occhiata di sbieco. «Ma cosa ti prende? Non può essere stata solo colpa di quel puntiglioso di Henry.»
«No, è successo anche qualcos’altro quando ho parlato con Elizabeth.»

Avrebbe voluto chiedergli se gli fosse mai capitato di scoprire quanto una persona potesse sembrargli diversa soltanto per aver scoperto un nuovo anfratto del suo carattere, ma Marcus fu interrotto da un valletto e da un biglietto indirizzato proprio a lui. Veniva da casa.
Ruppe il sigillo con il tagliacarte che gli avevano consegnato insieme alla busta, le dita impazienti mentre gli occhi scorrevano le parole tracciate dalla calligrafia di sua madre.

Per quanto i tuoi impegni ti tengano occupato,
a casa la tua presenza sarebbe alquanto gradita.
Altrimenti la cara Lizzie, i tuoi nipoti e io saremo i soli
a intrattenere Mr Crosswell e sua madre per il pranzo.

Marcus guardò l’orologio da taschino e imprecò tra sé per l’ora.
«Sei impegnato per pranzo?» Si ritrovò a chiedere con un’occhiata sbilenca a James.

«Nulla di inderogabile. Perché?»
«Ottimo. Hai appena guadagnato un invito da me» lo informò, il corpo che scattò in piedi travolto da una scarica di energia nervosa. «Ci saranno anche tua madre e tuo fratello.»
«Come… Aspetta, quale dei tre?»
«Henry, il puntiglioso» rispose, il fastidio e lo scherno che si mescolarono nella sua voce. «Vieni?»
James sorrise apertamente. «Non mi perderei questo pranzo per nulla al mondo.»

E fine! Spero che questo racconto vi sia piaciuto e, se l’ispirazione mi assiste, spero anche di potervelo raccontare, questo pranzo a casa Haynes! Incrociate le dita per me 🤞 e se vi va, fatemi sapere le vostre impressioni sul racconto 😊 

A presto
Federica 💋

Storytelling Chronicles #17

Buongiorno e buon martedì!

Questo mese sono riuscita a preparare presto il mio racconto per la Storytelling Chronicles, la rubrica di scrittura creativa ideata da Lara, blogger di La Nicchia Letteraria, e grafica di Tania di My Crea Bookish Kingdom. Per giugno le storie devono contenere tre elementi, uno principale e due secondari: i libri sono appunto il fulcro delle storie, mentre la mamma e il lavoro sono il contorno, anche se tutti e tre potevano essere gestiti come più ci piaceva, senza limiti all’immaginazione.

Ebbene, visto che ad aprile ho lasciato Marcus ed Elizabeth in biblioteca, interrompendo la loro storia sul più bello (trovate i capitoli che li riguardano qui e qui), sono stati loro a farsi avanti e a farsi di nuovo protagonisti del racconto. Con la storia di oggi, se grazie a questi due personaggi mi sono lanciata nel romance storico, segno un’altra novità nel mio stile di scrittura, perché il serio e compassato duca di Colton mi ha permesso di spingermi un po’ fuori dalla mia comfort zone per quanto riguarda la passione e il desiderio.

Ok, non aggiungo altro! Vi lascio leggere 😊

La determinazione di una lady

Elizabeth si sfiorò le labbra con il polpastrello, lo sguardo perso e distratto mentre la duchessa madre di Colton seguiva lei e i nipoti tra gli scaffali della libreria. Avevano deciso di recarvisi quella mattina, per mostrare a Thomas e Alicia un angolo di Londra che lei amava molto.
I bambini avevano esultato all’idea della piccola gita per le strade affollate della città, allettati dalla prospettiva di poter entrambi scegliere un libro da acquistare alla fine delle loro commissioni. E lì erano giunti tutti e quattro dopo aver raccontato ai nipoti quante meraviglie si erano persi mentre vivevano nel loro sicuro rifugio di campagna. Lizzie non visitava quel negozio da ben sei anni, eppure appena vi aveva messo piede l’odore di carta e pelle e inchiostro l’aveva travolta, riportando a galla attimi cari al suo cuore. Se solo fossero bastati quei ricordi e quei profumi a calmare i suoi pensieri sconvolti ed erranti.
«Daisy avrebbe adorato venire qui» commentò la duchessa e quelle parole riportarono Lizzie a concentrarsi, a osservare il volto meravigliato della donna che le aveva fatto da madre in quei tre anni mentre ella studiava gli scaffali straripanti di volumi. «Non che l’abbia mai incoraggiata a leggere più di quanto fosse necessario, ma ha sempre avuto una predisposizione per la letteratura. Amava i romanzi.»
«Lo ricordo.» Elizabeth sospirò e sorrise quando il suo sguardo corse a Thomas e al modo dolce in cui mostrava alla sorella un libro pieno di immagini strabilianti. Anche quei bambini adoravano leggere. «Cosa avete trovato?»
La domanda fece sollevare le testoline dai riccioli biondi dei suoi nipoti, le espressioni traboccanti di eccitazione quando entrambi mostrarono alla zia e alla nonna un piccolo libro di avventure.
«Parla di pirati!» esclamò Thomas, nell’istante esatto in cui Alicia puntò l’indice sulla pagina e disse: «Guarda, zia Lizzie, una principessa».
Elizabeth sorrise ma fu Lady Haynes a chiedere ai due piccoli di mostrarle il piccolo volume. L’intervento della donna la lasciò libera di girovagare tra gli alti scaffali, una mano poggiata al petto, l’altra intenta a sfiorare distratta i dorsi di quegli immensi scrigni di meraviglie chiamati libri. Era uscita dalla casa di città del duca di Colton convinta che passare del tempo in libreria avrebbe riaggiustato i meccanismi inceppati della propria esistenza, tuttavia non era ancora riuscita a liberarsi della curiosa oppressione al petto che la tormentava dalla notte precedente. Da quando aveva baciato Marcus, subito dopo aver giurato a se stessa di non chiedere nulla di tanto avventato a nessun gentiluomo del ton. Ma lei non aveva chiesto, no, aveva preso in mano la situazione da sé.
Aveva cercato di accantonare il ricordo di quella notte, ma nulla era valso a superare la sfida. Sfida, pensò tra sé, rimproverandosi subito dopo. Non avrei dovuto raccogliere la sua sfida.

Due erano le cose che Elizabeth sapeva con certezza: la prima era che il brandy aveva un sapore diverso se assaggiato sulle labbra di un’altra persona; mentre la seconda, e la più sconvolgente, era che Marcus non stava reagendo.
Se ne stava immobile, la bocca ridotta a una linea sottile e ferma, mentre lei si poggiava a lui per capire cosa intendesse sua madre nell’affermare che: «Un bacio sconvolge la vita, ma belle. L’uomo giusto sa smuovere l’universo con un solo bacio». Ma non stava funzionando. Non aveva perso cognizione di dove si trovasse, né della totale mancanza di partecipazione di Marcus. Anzi, in qualche modo era più conscia della propria presenza nella biblioteca di casa, del calore del fuoco che le scaldava il fianco attraverso le vesti sottili. Registrava ogni dettaglio, dallo scoppiettio del legno nel focolare al respiro accennato del duca che le sfiorava la guancia; dal velo di barba pungente che le solleticò i polpastrelli quando gli sfiorò il mento alla morbidezza del labbro inferiore quando aumentò la pressione della propria bocca. Non era mai stata tanto consapevole del proprio corpo come in quell’istante, quando una scarica di un’emozione sconosciuta la attraversò e finì per aggrovigliarle lo stomaco.
Frustrazione, ecco cosa avvertì.
Si tirò indietro, i capelli che le scivolarono lungo le spalle a qual movimento e avvolsero entrambi in una cortina. Guardò Marcus e si sorprese di trovarlo con le palpebre serrate, gli occhi chiusi con forza come se fosse preda di una prova tremenda in modo indicibile. Lizzie tenne le dita contro la sua mascella, osservando il duca accovacciato davanti a lei e studiandone il fisico. Aveva mai notato quanto fosse alto? Sì, certo, ma perché ora vedeva il suo aspetto in modo tanto diverso? Si chiese se avesse sempre avuto le spalle ampie, un petto abbastanza largo da accoglierla in un abbraccio in cui potersi perdere e gambe allenate e forti come quelle che i pantaloni da sera mettevano in evidenza. Da quando immaginava di passare le dita tra i suoi capelli per scoprire se fossero folti e morbidi come sembravano alla vista? E perché le importava sapere quanto diventassero lisce le sue guance dopo la rasatura del mattino?
Sbuffò, spazientita e resa nervosa dalla tensione che le serrava il ventre, poi appoggiò la fronte contro quella di Marcus e quasi esultò tra sé quando vide il duca compito sussultare.
«Non mi sei di aiuto, Vostra Grazia» si lamentò, parlando quasi tra sé e sé, mentre il palmo si accoccolò attorno al profilo del suo viso serio. «Non funziona affatto.»

Marcus si sarebbe messo a ridere, se solo non fosse stato troppo concentrato per cercare di restare immobile, di mantenere il respiro regolare e lento, quando i suoi polmoni avrebbero di certo preferito intraprendere una marcia degna di una locomotiva. Ma non poteva permettersi dei respiri profondi, avrebbe percepito di nuovo il profumo di Elizabeth e allora non sapeva cosa sarebbe accaduto, né quanto pericolosa sarebbe diventata quella chiacchierata notturna.
Chi voleva raggirare? Avevano già oltrepassato il segnale di pericolo, già abbandonato i presupposti di una conversazione civile nell’istante in cui lui era entrato nella biblioteca e aveva deciso di restarvi, fin troppo cosciente del suo abbigliamento del tutto sconveniente e del desiderio di parlare con lei finché avesse potuto. Se fosse dipeso da lui, sarebbero andati avanti fino al tramontare delle stelle, richiamati a conformarsi ai dettami della società dal sorgere implacabile del sole.
E Marcus non aveva mai detestato nessun astro come si ritrovò a fare in quel preciso momento.
Inspirò piano, dando a se stesso dello sciocco e dell’avventato per quel pensiero, mentre cercava di ignorare l’acuta consapevolezza del corpo di Elizabeth davanti a sé, la fronte della giovane poggiata contro la propria che poneva un nuovo punto di equilibrio per il suo intero essere. Era una lady, buon Dio, e la sorella di suo cognato! La conosceva da anni, e niente avrebbe dovuto più sorprenderlo in lei. Eppure teneva le palpebre chiuse con ostinazione, perché altrimenti sapeva chi avrebbero incrociato i suoi occhi.
Non Lady Whitmore, né tantomeno la giovane Lizzie, la sorellina dalle lunghe trecce di Alec. Davanti a sé non avrebbe trovato alcuna versione fino ad allora incontrata, ma una donna nuova, una dalle idee confuse su come cercare marito e dall’indole decisa, capace di sorprendere anche lui con la propria determinazione.
Poi Elizabeth mormorò qualcosa che non sarebbe mai riuscito a sentire se non si fosse trovato a un soffio dal suo viso, un commento caustico sul non averla assecondata e un “Vostra Grazia” del tutto sarcastico. Marcus avrebbe voluto aprire gli occhi e sorriderle, ma lei lo anticipò poggiandogli il palmo sulla guancia e ogni sua intenzione fu assorbita da quel gesto semplice e tuttavia sconveniente. Un gesto che gli seccò la gola, il petto che si contrasse quando la sentì parlare di nuovo.
«Cosa non funziona?» le domandò, pentito di averlo fatto nello stesso secondo in cui si accorse di come i loro respiri si mescolassero.
«Questo.» Gli sfiorò il labbro superiore con il pollice e Marcus fu tentato di morderlo. Fu solo un caso se riuscì a resistere. «Un bacio non funziona se lo si fa da soli. Come posso capire se provo qualcosa quando mi ritrovo davanti una… una… statua fredda come il marmo. Non sei stato più utile di Henry.»
A quel commento la rabbia gli montò nelle vene. Come poteva anche solo nominarlo nella stessa frase con Crosswell? Lo aveva chiamato per nome, come se fossero intimi, vecchie conoscenze e lo erano, ma non esisteva il minimo paragone tra loro. Non nel rango, né nel comportamento e neppure nel legame che condivideva con Elizabeth, perché Marcus poteva contare su qualcosa di ben più profondo di un’amicizia relegata all’infanzia e una scialba promessa di matrimonio; li avevano avvicinati Thomas e Alicia, ma se non avesse trovato stimolante e interessante la compagnia di Elizabeth non sarebbero mai giunti a trascorrere il tempo insieme come avevano fatto anche quella sera.
Lui non era un bigotto secondogenito pronto a criticare una lady qualora ne avesse avuto l’occasione. Era un gentiluomo ben più educato e spalancò gli occhi con l’intenzione di farle cambiare idea. Fu nell’incrociare il divertimento, mescolato a una punta di malizia, che traboccava dalle iridi verdi della giovane che comprese. Lo aveva stuzzicato di proposito, per fargli sollevare le palpebre e guardarla.
«Astuta, Elizabeth» disse, mal celando la soddisfazione di saperla interessata a lui tanto da spingerlo a una reazione. «Ma non credo di capire perché ti infastidisce. Sei tu ad aver detto di volerlo fare, e da gentiluomo ho pensato di non interferire con il tuo… esperimento.»
Marcus ringraziò le generazioni di contegno ducale che gli erano state instillate a forza nell’animo. Fu solo grazie ai suoi antenati se mantenne un tono neutrale per tutto il tempo. Tranne alla fine. Già, perché quell’ultima parola gli graffiò la gola nell’uscire, accompagnata da un piccolo suono che avrebbe di certo definito un ringhio se fosse stato più realista nei confronti di quel fuoco che gli divorava l’animo.
«Un vero gentiluomo, Marcus, non ho alcun dubbio.» Elizabeth staccò la mano dal suo viso e la abbassò sul proprio grembo. Poi la giovane raddrizzò la schiena, staccandosi da lui e lasciandolo interdetto davanti alla forza con cui lo colpì quella distanza.
Tutto in lei lo rendeva vigile, attento a tutto ciò che la riguardava. Se avesse tenuto gli occhi chiusi, se solo avesse dimostrato più volontà, non avrebbe visto il rossore che le colorava la pelle pallida della gola e delle gote, né si sarebbe accorto di come i pugni serrati di Elizabeth tirassero la stoffa della vestaglia e mettessero in evidenza le forme di un corpo che ora non poteva evitare di considerare con più attenzione. Come la curva del seno.
Sollevò lo sguardo, furioso verso i suoi stessi pensieri sconvenienti e irrispettosi, e si sforzò di ascoltare ciò che stava dicendo.
«… anche se non mi hai ricambiata, suppongo di aver comunque compreso qualcosa.»
«Cosa hai imparato?» mormorò, una mano serrata attorno al gomito di Elizabeth per impedirle di accrescere lo spazio tra loro più di quanto non avesse fatto. E una scusa per non fare nient’altro di avventato.
Elizabeth arrossì, ma non distolse gli occhi dai suoi quando parlò. «È evidente che non siamo una coppia affine.» L’imbarazzo la portò ad abbassare la voce. «Almeno non dal punto di vista fisico.»
A quella parola, quel fisico appena sussurrato, la sua mente deragliò verso immagini del tutto inopportune. Vide se stesso protendersi in avanti, le mani serrate sui braccioli della poltrona per bloccare Elizabeth tra le sue braccia e impedirle ogni via di fuga. Le avrebbe concesso il tempo di capire cosa sarebbe accaduto, un’ultima possibilità di respingerlo, prima di avventarsi sulle sue labbra e dimostrare cosa accadeva quando un bacio veniva ricambiato.
«È evidente?» le domandò, mentre si rendeva conto di aver preso ad accarezzarle l’incavo del gomito con il pollice.
Lei annuì, la testa che scattò su e giù con una leggera esitazione, il respiro trattenuto per un istante e che poi si fece corto. No, tra loro non esisteva affatto alcuna affinità fisica. Era quella la ragione per cui Elizabeth a stento inspirava e il suo corpo scivolò in avanti, verso di lui e quell’evidente indifferenza che vigeva tra loro. Il duca accennò un fugace sorriso. No, non sarebbero stati proprio affini.
«Sì, chiaro come la luce del sole… Marcus» pronunciò il suo nome in un soffio colmo di esitazione. «Altrimenti mi avresti baciata.»
Era una provocazione. Marcus lo sapeva e se fosse stato pienamente cosciente delle proprie azioni si sarebbe dimostrato il gentiluomo dal contegno ducale che tanto declamava di essere; tuttavia aveva Elizabeth davanti a sé, una vergine guerriera che lo provocava con i propri segreti, con un’intelligenza viva e curiosa del mondo, della vita, e la cui bellezza era solo un dettaglio in più all’interno di un quadro già splendido di per sé. Il desiderio di scoprire perché volesse sposarsi gli aveva aperto gli occhi davanti al fatto che non fosse più una ragazzina, mentre quell’alterco per Crosswell e il bacio che ne era seguito avevano spalancato le porte alla sua femminilità. L’avevano portata all’attenzione di Marcus e lui, nonostante fosse un duca e andasse fiero del suo comportamento impeccabile, era pur sempre un uomo. Lo aveva detto a Elizabeth: non era perfetto, era un essere umano e per questo colmo di difetti e lacune, e desideri. Soprattutto desideri.
Proprio quello lo spinse ad avvolgere il palmo e le lunghe dita attorno alla nuca di Elizabeth mentre le sue gambe lo portarono ad alzarsi e a dominare dall’alto la figura delicata della giovane. Adesso lei si trovava racchiusa tra l’alto schienale della poltrona e il suo corpo teso e travolto da un senso di aspettativa del tutto nuovo. Non poteva fuggire ma Marcus si rese conto che, se fosse stato saggio la metà di quanto si professava, sarebbe stato lui a dover scappare da quella stanza. Il duca di Colton però non scappava mai; come i suoi antenati era un cacciatore, dunque colmò la distanza tra loro e si arrestò a un soffio dalla labbra di Elizabeth.
«Hai ragione, non funziona se non si è in due.» Studiò le sue iridi verdi, dilatate per la sorpresa e forse l’eccitazione, poi il suo sguardo saettò verso le labbra appena schiuse di Elizabeth, sul movimento rapido della lingua che vi passò sopra per inumidirle. «Vorresti riprovare?»
A Marcus bastò sentirla raddrizzare la propria postura per sapere cosa avrebbe detto l’avventurosa e caparbia Lady Whitmore. Le lesse sul volto la determinazione a capire cosa fossero le sensazioni che la sconvolgevano e che lasciavano stupefatto lo stesso Marcus. Poi arrivò anche la sua voce, ricca e struggente, travolta da qualunque cosa stesse accadendo tra loro.
«Sì.»
Bastò quell’unica parola. Marcus abbassò la testa e le loro labbra si trovarono di nuovo. La baciò come non aveva osato fare soltanto qualche minuto prima, gli argini del suo controllo rotti da quella conversazione e del tutto dimenticati mentre scopriva quanto fosse paradisiaco il sapore del brandy assaggiato sulla bocca di Elizabeth. Seguì la curva del labbro inferiore con una serie di baci, i denti che lo graffiarono appena quando la sentì rilassarsi contro la poltrona e cercare di trascinarlo con sé, per poi avvertire le mani di Elizabeth strette attorno alle braccia, poggiate sulle spalle e infine affondate nei capelli, le unghie che gli sfregavano la cute e scatenavano decine di brividi in tutto il suo corpo.
Voleva di più, desiderava spingersi oltre le sue labbra e scoprire come cambiasse il sapore del liquore se assaporato in un contatto ben più spinto e lascivo di quanto era sicuro Elizabeth avesse mai immaginato. Voleva scoprire il suo corpo e riempire di baci la pelle nascosta sotto quegli indumenti inconsistenti, cancellando in entrambi qualunque altro pensiero che non riguardasse la soddisfazione del piacere reciproco. E lo avrebbe fatto, avrebbe portato la mano libera sul suo seno e avrebbe cambiato per sempre il loro rapporto, se solo Elizabeth non avesse scelto proprio quel momento per porre fine al bacio e separarsi da lui.
Entrambi ansimavano, piccoli ansiti rapidi e insistenti che li misero davanti al loro aver perso completamente di mano l’intera situazione.
«È stato…» Marcus si sentì in dovere di dire qualcosa ma il sorriso di Elizabeth gli scatenò una fitta al petto che lo portò a esitare.
«Davvero istruttivo» terminò lei al suo posto. Gli sistemò le ciocche scarmigliate passandoci più volte in mezzo le dita, osservando un punto imprecisato tra la sua gola e la camicia stropicciata. «Grazie per il tuo aiuto, Marcus. Ora so con precisione cosa aspettarmi quando cercherò il mio futuro marito.»

Lizzie sapeva che le sue parole lo avrebbero sconvolto ed era ciò a cui lei mirava. Doveva lasciarlo senza parole tanto da poter fuggire il più lontano possibile da lui. Marcus, infatti, inspirò bruscamente, la schiena che si ritrasse come strattonata da una corda e la mano che abbandonò la sua nuca e il calore del nascondiglio creato dalla lunga chioma. La giovane avvertì un fruscio freddo scorrerle lungo la pelle mentre veniva privata del suo tocco confortante, ma scacciò la sensazione alzandosi in piedi e, con una riverenza frettolosa, gli augurò la buonanotte per poi fuggire dalla biblioteca.
Cos’è appena accaduto?, si chiese con preoccupazione, i pensieri sconvolti dal calore che le si annidava nel ventre e dal respiro affannato mentre attraversava la casa per tornare nelle proprie stanze. Purtroppo non aveva una risposta, ma un’unica certezza, quella di doversi allontanare da Marcus prima che la sua mente registrasse davvero i dettagli del bacio che le aveva appena capovolto l’esistenza.

Da qualche parte un libro cadde a terra con un sonoro schianto e Lizzie tornò in sé, i pensieri di nuovo imbrigliati sotto il suo ferreo autocontrollo mentre riprendeva coscienza di dove si trovasse.
Non era più nella biblioteca di casa, né stava attraversando i corridoi silenziosi per sfuggire alla tentazione incarnata dal serio duca di Colton. Erano trascorse diverse ore dagli eventi di quella notte, aveva dormito per lasciarseli alle spalle – anche se con incredibile fatica – e aveva promesso a se stessa che più vi avrebbe indugiato. Aveva vissuto accanto a Marcus per tre anni e mai una volta lo aveva guardato com’era accaduto quella notte; non poteva permetterselo, perché indugiare sul calore che aveva attraversato i suoi occhi azzurri mentre la baciava rischiava di confondere ancor di più ciò che pensava di volere in un marito.
Avanzò fino alla fine del corridoio creato tra due alte scaffalature, i volumi lì custoditi che non riuscivano a conquistare la sua attenzione quando lei avrebbe voluto immergersi nelle pagine di anche solo una di quelle opere e dimenticare la fretta che la spingeva a trovare marito. Sapeva di doversi sposare, e la decisione si era fatta pressante quando la duchessa madre aveva iniziato a stilare una lista di possibili future duchesse di Colton, una lista che il duca ancora non immaginava esistesse e su cui il suo nome non aveva mai neppure corso il pericolo di apparire. Non che lo avessi voluto, si disse, ma che anche per Marcus si stesse avvicinando il momento di sposarsi, e adempiere così ai suoi doveri di gentiluomo, le aveva fatto capire che presto quel mondo idilliaco in cui tutti e cinque avevano vissuto in quegli anni sarebbe giunto al termine.
Si lasciò sfuggire un sospiro mentre svoltava in un secondo corridoio per completare il giro e tornare indietro, ma i suoi passi furono presto interrotti da una figura china a raccogliere alcuni volumi caduti a terra. Era un uomo di mezza età, i capelli bianchi lunghi fino alle spalle tenuti fermi da un nastro nero e gli occhiali a mezzaluna che gli calzavano sulla punta del naso adunco. Lizzie e l’uomo si scambiarono un’occhiata sorpresa, tuttavia un immenso sorriso scaldò i volti di entrambi quando di si riconobbero a vicenda.
«Mr Woodrow!»
«Lady Whitmore.» L’anziano libraio si alzò, poggiò i volumi raccolti su un carrello alle sue spalle e le rivolse un mezzo inchino con il capo, gli occhi che brillavano quando incrociò quelli di Lizzie. «Sono onorato della vostra presenza.»
Lizzie aveva frequentato spesso la sua libreria nel corso dell’unico anno trascorso in città prima del suo debutto, ed era il luogo che le era mancato di più nel ritirarsi in campagna. Si sentì travolgere dalla gioia davanti al librario che le aveva raccomandato tante storie e che lei non aveva potuto fare altro che amare.
«E io sono felice di ritrovarvi. Mi auguro che siate in buona salute.»
«Sì, milady, vi ringrazio. Spero sia lo stesso per voi.»
«Lo è, Mr Woodrow.»
Lizzie si informò su come procedesse il suo lavoro, felice di sentire che la sua libreria preferita sarebbe rimasta aperta ancora diversi anni ora che il primogenito di quell’uomo tanto pacato e gentile avrebbe affiancato il padre nell’attività di famiglia. E la conversazione divenne ricca di brio quando i suoi nipoti la trovarono e Mr Woodrow li affascinò con la propria esperienza in fatto di storie meravigliose, per nulla intimorito dall’avere nel proprio negozio un marchese e una duchessa.
Quando lasciarono quell’angolo che Lizzie considerava il proprio paradiso in mezzo alla caotica Londra, il loro piccolo gruppo si ritrovò in mezzo a una via trafficata di carrozze e dai marciapiedi affollati da coppie e altre comitive che come loro avevano scelto la tarda mattinata per completare un giro di compere. Insieme a scoprire i piccoli sussurri che già iniziavano a circolare sulla serata appena trascorsa al ballo dei Crosswell. Lady Haynes le aveva assicurato che, in poche ore, avrebbero scoperto se vi fosse già stato un gentiluomo interessato a lei.
Lizzie si prese un secondo per guardarsi alle spalle, verso le vetrine luminose della libreria di Mr Woodrow e la tranquillità che vi aveva sempre scorto. Quanto le sarebbe piaciuto portare con sé quella sensazione anche al di fuori di quel luogo, farne il proprio scudo per affrontare la ricerca del marito perfetto e per far sì che la aiutasse a ritrovare il coraggio di guardare Marcus senza sentirsi in imbarazzo per ciò che era accaduto tra loro.
Avrebbe voluto che sua madre fosse lì con lei. Lei avrebbe di certo saputo come comportarsi, le avrebbe detto cosa aspettarsi adesso che ogni linea di demarcazione si era confusa e non aveva quasi più punti di riferimento certi. Ma la duchessa di Charville aveva promesso di non mettere più piede in Inghilterra finché il mondo non fosse finito e se Lizzie ricordava con precisione qualcosa della donna che l’aveva cresciuta era che nulla l’avrebbe sviata dal portare avanti il proprio proposito.
Oh, quanto vorrei essere come lei, pensò, avviandosi per raggiungere i suoi nipoti e lady Haynes. Forse un giorno lo sarebbe diventata.

Eccoci arrivati alla fine! Spero che questa nuova avventura vi sia piaciuta, ma soprattutto che Marcus ed Elizabeth vi abbiano sorpresi, perché con me ci sono riusciti! Sarei felicissima di sapere cosa ne pensate, se vi va di lasciarmi un commento ❤︎

Federica 💋