“Tess dei d’Ubervilles” di Thomas Hardy – Recensione

Buongiorno! Come sta andando la vostra settimana?

Io sto rientrando nei ritmi del quotidiano dopo essere stata male e ho pensato di recuperare il tempo perso sul blog proprio con una recensione librosa (quanto mi è mancata questa parola 😆) e Tess dei d’Ubervilles mi è sembrata la sola scelta possibile! Dopo tanto raccontarvi della lista dei libri letti lo scorso anno e avervi nominato questo romanzo parecchie volte, finalmente oggi ve ne parlo!

Tess dei d'Ubervilles di Thomas Hardy SuperBUR Classici (449 pagine), edito da Rizzoli (2001)
Tess dei d’Ubervilles di Thomas Hardy
SuperBUR Classici (449 pagine), edito da Rizzoli (2001)

Come Classico della letteratura, Tess dei d’Ubervilles è un’analisi delle passioni umane in relazione ai doveri e alla morale sociale di fine ottocento, con un’attenzione in più verso la condizione della donna, in particolare appartenente a un certo tipo di classe sociale.
La storia di Tess, i suoi incontri con Alec d’Ubervilles e con Angel Clare e i diversi episodi significativi che intrecciano le loro vite testimoniano l’attenzione di Hardy per diversi temi, tra i quali spiccano la costrizione e la limitazione delle libertà individuali, soprattutto ai danni della protagonista. Tess è vittima degli obblighi e delle condanne morali non solo all’interno della propria famiglia, ma anche da parte dell’intera società in seguito alla propria relazione con Alec, una relazione nata da una violenza sessuale che non viene giudicata come dovrebbe e che vede in Tess la responsabile della propria “sfortuna”. In tutto il romanzo viene ribadito questo aspetto, di come sia lei ad essere in errore e a dover espiare la propria colpa, un concetto comune anche a Angel Clare, unico e vero amore di Tess (secondo me, perché l’evoluzione del rapporto con Alec è più una malsana sindrome di Stoccolma). Angel, più di tutti, è il personaggio che mi ha delusa, perché dal suo carattere e da come era stato presentato mi aspettavo una maggiore apertura mentale, l’intelligenza giusta per riconoscere Tess come vittima.
Ma al di là di questa generale esposizione della morale contemporanea ad Hardy e l’evidente impossibilità per le vittime di superare i preconcetti e le condanne sociali per ottenere giustizia, quello che diventa fondamentale nel romanzo è la visione di una natura protagonista e centrale quanto i personaggi nello svolgersi della vicenda. Essa fa da contraltare alle esperienze degli esseri umani, i loro sentimenti si riflettono sul paesaggio, però la natura si mostra anche crudele e incapace di favorire la buona riuscita delle scelte e delle speranze nutrite da Tess nel corso di tutto il romanzo.
Stilisticamente è impeccabile, con un unico appunto a delle descrizioni fin troppo prolisse, ma l’ho trovato eccessivo nel suo essere un susseguirsi di sventure, che non potevano chiudersi in altro modo se non con una conclusione tragica in cui Tess soccombe al proprio destino. È il predecessore del “Mai una gioia” di oggi e mi ha entusiasmata solo in parte, a causa di un pessimismo davvero dilagante e della continua sensazione di essere perseguitati da un fato ineluttabile.

Mi erano mancati moltissimo anche i miei ombrellini 😍 Oh! Adesso si che mi sento a casa!! E sono felice di aver ricominciato con Tess!!
Che ve ne è parso di lei? Fatemi sapere Hardy e la sua sfortunata eroina hanno fatto parte della vostra vita da lettori o se ancora dovete incontrarli! Io sono qui ad ascoltarvi 😊

Federica 💋

Una scribacchina bagnata fradicia #3 – L’ultima mano

«800.000 dollari?! Di debiti?!»
Il cellulare per poco non mi scivola di mano. Un’occhiata dall’altra parte del vetro e mi accorgo che la segretaria mi ha sentito. Maledetta impicciona.
Un cenno della mia testa le intima di tornare al lavoro. Se sto usando lo smartphone significa che è una telefonata personale e che non si deve intromettere, altrimenti avrei continuato ad usate il telefono dell’ufficio.
Mio fratello è ancora in linea. Piagnucola, dice che non sa cosa fare, che è disperato e che non mi avrebbe mai chiamato se non fosse stato importante. Questo sì che mi risolleva il morale…
«Steve adesso calmati!» il consiglio è diretto più a me, perché se lo avessi di fronte gli spaccherei il naso, ma credo faccia bene anche a lui sentirselo dire. «Hanno fatto del male a Eva o alle bambine?»
«No, no» articola fra i singhiozzi. «Sono passati alla galleria. A casa non sanno nulla»
Mi concedo un sospiro di sollievo. Almeno è riuscito a tenerle fuori da questa storia, per ora.
«Nick» lo sento balbettare. «Ti prego»
Appoggio i gomiti alla scrivania, tenendo la testa nascosta tra le braccia, e respiro. Il suo “Ti prego” è un coltello infilato in mezzo alla schiena. Tutti avrebbero potuto chiedermi una cosa simile, ottenendo come risposta un no, tranne Steve. Mio fratello non avrebbe mai dovuto farlo, perché sa cos’ho passato e quali rischi corro.
«Steve… rischio l’ergastolo» mormoro. «Potrei non vedere più Megs e i ragazzi»
«Nick è solo per questa volta. Te lo giuro, non succederà mai più» 
Quando è il tuo fratellino a chiederti di rischiare la prigione, di perdere lavoro, casa e famiglia, nonché di mettere i Federali sulle tue tracce, cosa puoi fare? Quando il moccioso, che hai sempre coperto dall’ira di un padre incline ad alzare le mani più che a parlare, ti chiede di salvargli la pelle perché questa volta chi ha fatto incazzare non è un vecchio alcolizzato ma il più grande trafficante di droga dello Stato, cosa ti resta da fare se non provare a tirarlo fuori dai casini anche questa volta?
Mi alzo dalla mia scrivania e guardo l’ufficio come se fosse l’ultima volta che ci metto piede. Non importa quanto solida sia la mia posizione, Lunedì potrei non essere più libero di tornarci.
«Prenota una camera a nome tuo nella zona più brutta che riesci a trovare» gli dico, scarabocchiando una nota che poi uscendo deposito davanti alla segretaria. «Non mi interessa quanti centoni devi allungare, ma nessuno deve chiedermi chi sono. Il mio nome è l’ultimo da usare. Intesi?»
«Sì, intesi» si trattiene ma la voce sprizza comunque euforia. «Eva sarà contenta…»
«Tua moglie non deve nemmeno sospettare che sono in città» tronco il suo discorso con rabbia. Quanto può essere decerebrato mio fratello? Se questo non è che l’inizio, ho paura a recarmi da lui. Tuttavia salgo in macchina e lascio l’ufficio controvoglia.
Adesso devo escogitare un piano per colmare il buco di denaro che Steve deve a quel tizio e non sarò il solo a fare dei sacrifici. Ha chiesto il mio aiuto? Bene, ma ci sono delle condizioni.«Steve» lo distraggo dal suo silenzio mentre imbocco la superstrada verso casa.
«Dimmi! Come posso aiutarti?»
Glielo spaccherei io il naso se non lo avesse già fatto qualcun altro. «Dobbiamo ridurre il debito, perciò tu adesso affitti un camion, vai a casa, raccogli ogni cosa di valore e la porti a un banco dei pegni. No, no» interrompo le sue proteste. «Non mi importa se Eva si lamenterà e se tu non vuoi vendere! Mi hai appena chiesto di rovinare la mia vita, quindi tu adesso fai come ti ho detto»
Lancio il cellulare sul sedile del passeggero e accelero. Venerdì nel primo pomeriggio è il momento peggiore per mettersi in viaggio ma devo essere da Steve prima di stasera.
La suoneria spezza il mortorio dell’abitacolo.
«Che c’è ancora?»
«Nick non sono mai stato in un banco dei pegni. Non so nemmeno dove trovarlo»
Invece di aiutarlo vorrei ucciderlo. «Vivi a Las Vegas! Ti basta girare l’angolo per trovarne dieci»
Steve biascica qualcosa come “Va bene…” e poi mi ringrazia.
«Sei un idiota»

*

«Mi prendi per un’idiota?!» Megan è su tutte le furie e non le do torto.
Non fa che urlare e mentre caccio qualche vestito in un borsone lei se ne sta sulla porta, le mani ancorate agli stipiti. Vorrei bastasse ad impedirmi di uscire.
«No, Megs. Lo sai che non lo farei mai»
«E allora spiegami perché Steve, che non ti chiama da cinque anni, si è misteriosamente ricordato di te? Voglio la verità e non quella storiella melensa della riunione tra fratelli»
Chiudo la cerniera della sacca con un gesto secco e me la carico in spalla. È il momento.
«Mi ha chiesto aiuto. Deve dei soldi a un tizio e non sa come trovarli»
Ha capito. Glielo leggo nell’angolo incurvato della bocca che sa cosa sto andando a fare a Las Vegas; quell’espressione impassibile che in realtà cela la rabbia più potente che si possa immaginare è la mia condanna, perché Megan è sempre stata dalla mia parte anche quando non ero nel giusto. Ho giurato sui ragazzi che non lo avrei più fatto e non tradirei mai la promessa. Ma Steve… 
«È mio fratello» mi giustifico, prima ancora che esploda.
«E tuo fratello vale il rischio di essere arrestato? Di non vedere più i tuoi figli?» scatta «Nick mi avevi giurato che non ci saremmo più trovati in quella situazione! Che non avremmo più rivisto l’agente Donovan!»
«E non lo rivedremo. Megan ti giuro che andrà tutto bene» ma le parole mi nauseano, come se in cuor mio sapessi che non è così. «Te lo giuro»
«Fa come vuoi» si allontana dalla porta. «Ma se ti prendono, non verrò a tirarti fuori»
Annuisco e prima di uscire mi fermo accanto a lei. «Di ai ragazzi che ho i biglietti per la partita»
Deluderla è l’ultima cosa che avrei voluto fare, eppure non ho potuto evitarlo. Il suo rifiuto di parlarmi mentre me ne vado è il segno che, se mai riuscirò a salvare Steve, avrò davanti una strada molto lunga per riconquistare mia moglie.

*

Sono stato a Las Vegas una sola volta in tutta la mia vita e non ci potrei nemmeno tornare. I Federali non sono mai felici quando un ex giocatore d’azzardo e evasore si aggira in una città con più casinò che supermercati, specie se gli è stato intimato di stare ad almeno 150 miglia di distanza dalla città del Nevada.
Aver truffato il governo e essermi giocato tutto nei casinò europei senza lasciare prove certe della mia colpevolezza ha dato così fastidio che per rientrare negli Stati Uniti senza essere arrestato ho dovuto fare un accordo con un agente F.B.I., vendere l’organizzazione in cui ero finito per sbaglio e giurare che non avrei mai più giocato a Blackjack in vita mia, nemmeno con gli amici.
Non vorrei davvero essere qui ma la figura emaciata che mi aspetta nel parcheggio della bettola dove dormirò stanotte mi causa un dolore sufficiente a farmi ricredere. 
Steve ha il naso rotto, il labbro gonfio e il modo in cui si tiene il braccio mi preoccupa. Quando lo abbraccio, lo sento irrigidirsi e emette un lamento a denti stretti. Al telefono ha minimizzato quello che gli hanno fatto.
«È bello che tu sia qui» mi dice con imbarazzo.
«Già… Dovevo, no?» gli appoggio la mano sulla spalla sana e lo spingo verso le stanze. «Su, entriamo e spiegami tutto»
So già che non dormirò molto e vedere il letto me lo conferma. La poltrona dove siede Steve sembra molto più comoda, tanto da spingerlo finalmente a parlare.
La galleria d’arte che gestisce avrebbe dovuto essere una base di scambio con i piccoli spacciatori, ma qualcosa non ha funzionato e si è messo nei guai con il signore della droga perché gli ha fatto perdere l’intera partita, dal valore di 800.000 dollari. Ora Steve glieli deve rendere e ha tempo fino alla mezzanotte di Domenica. Dopo si rifaranno sulla famiglia e sulla galleria.
Qui nasce il piano geniale del mio fratellino. Come ottenere tutti quei soldi in meno di tre giorni a Las Vegas, con un fratello decisamente fortunato con le carte? Facile: convincerlo a tornare quello di un tempo e a riprendere quello che sapeva fare meglio.
Quando sai che i Federali aspettano solo l’occasione giusta per sbatterti in cella, in teoria dovresti fare tutto ciò che è in tuo potere per evitarlo, ma ascoltando Steve il mio cervello non fa che ripetere quanto sia giusto fare quello che mi ha chiesto.
Steve, che non mi ha mai chiamato in cinque anni, ha alzato la cornetta per chiedermi di vincere 800.000 dollari in tre giorni truffando i casinò. Vuole che vinca a Blackjack contando le carte.
All’inizio i soldi li ho fatti così, prima che tutto degenerasse. Il trucco per non farsi scoprire è sempre stato perdere ogni volta un terzo del guadagno, e ritirarsi al momento giusto ovviamente. Fa parte di un’altra vita, finita vent’anni fa con la promessa che avrei rigato dritto fino alla fine dei miei giorni, ma oggi sono venuto meno alla mia parola.
Mio fratello ha già organizzato tutto. Nel casinò scelto per questa e domani sera entro senza problemi e per tutti sono pressoché invisibile; un giocatore come chiunque altro ma pronto a lasciare una lauta mancia a fine serata. Non gli chiedo quanto ha pagato, ma dei 200.000 ricevuti al banco dei pegni ne restano meno di 50.000, tutti convertiti in fiches.
La sua fiducia, e la sua vita, è risposta completamente in me e non posso tradirlo, anche se rischio ogni cosa per aiutarlo. Spero davvero che sia l’ultimo favore che mi chiede. In futuro potrei non concedergliene altri, perciò deve augurarsi che vada tutto per il meglio, altrimenti sarà in guai ben peggiori.
Quando il croupier distribuisce le prime carte la mano mi trema. Lo sto davvero facendo. Dopo tutto questo tempo passato lontano dalle carte per paura di essere arrestato, sto mandando tutto all’aria per salvare la pelle di quell’imbecille di mio fratello.
È solo per caso che guardo le facce assiepate attorno al tavolo – visi del tutto anonimi, eppure con qualcosa di familiare –, come se mi servisse a svuotare la mente. L’ultima cosa a cui penso è che ho paura; ho paura di perdere Megan e i miei figli, James e Malcolm, di non vederli crescere e di passare il resto della mia vita dietro a delle sbarre mentre loro si dimenticano di me.
Penso un’ultima volta a perché lo sto facendo, poi mi metto a contare e tutto il mondo evapora.

*

Nel tardo pomeriggio di Domenica Steve sta già contando i soldi. Non sono ancora tutti quelli di cui ha bisogno, ma entro stasera credo di potergliene procurare di più degli 800.000 che deve al tizio della droga. Quando le carte iniziano a girarmi tra le mani, non c’è nulla che possa fermarmi.
Avevo dimenticato la sensazione che si prova: ti senti il padrone della situazione, conosci le mosse degli altri giocatori prima ancora che le facciano perché li hai guardati per tutta la sera e hai imparato a leggere i loro tic e quello che non dicono; li conosci come conosci te stesso e questo ti da la sicurezza necessaria a perdere anche due mani di fila, per poi togliere loro buona parte di quello che hanno guadagnato.
«Ancora stasera e sarà tutto finito. Grazie Nick» Steve è seduto sul pavimento, davanti alla poltrona, con così tanti soldi tra le mani che non sa dove metterli.
«Se ti resta qualcosa, vedi di usare il denaro in modo più intelligente» gli ricordo, avvertendo un brivido d’eccitazione al pensiero di giocare di nuovo.
«Oh, sì, sì. Te lo pro…»
La porta della mia camera cade sul pavimento con un tuffo improvviso. L’hanno sfondata con una spallata e il gorilla che entra come una furia deve esserne il responsabile. Si dirige verso Steve e lo blocca a terra.
Vorrei dagli una mano, ma mentre mi alzo dal letto qualcosa mi afferra e finisco anch’io sul pavimento, steso accanto alle gambe di mio fratello e con un piede premuto sulla guancia. Poi sento avvicinarsi un altro paio di passi.
«De… Devon!» il tono allarmato di mio fratello mi preoccupa. 
Qualcosa mi dice che quelli che ci tengono fermi sono i tirapiedi del tizio a cui deve i soldi, che si tiene tranquillamente in disparte. Con buone probabilità non sono qui per una semplice chiacchierata.
«Buongiorno Steve. Vedo che te la passi bene»
«No, no, no» come sempre quando è spaventato, la sua voce squittisce. Adesso sta letteralmente morendo di paura. «Sono i soldi che ti devo»
«E questo chi è?» l’uomo sopra di me enfatizza la domanda aumentando la pressione sulla mia faccia.
«È mio fratello Nick» balbetta. «Mi sta aiutando a raccogliere quello che ti devo»
Non so perché, ma sento che questo non cadrà a mio favore. È un pizzicore allo stomaco, quasi un senso di nausea, che mi avverte dell’errore che Steve può aver appena commesso.
Mai dire a un creditore che hai chiesto aiuto per ripagare il debito, specie se rientra della categoria di “socialmente non raccomandabile” come è per questo Devon.
«E quale sarebbe il suo prezioso contributo?»
«Lui sa…»
«Ho fortuna a carte» interrompo quell’imbecille di mio fratello prima che si metta a scavare una fossa anche per me, non soltanto per lui. «Solo fortuna»
«Interessante» un paio di scarpe nere eleganti si fermano di fronte a me. «Quindi sei tu che ha portato via mezzo milione dal casinò?»
«Fortuna» ripeto, mentre la scarpa si stacca dalla mia guancia e un tizio nerboruto mi fa alzare.
Devon deve avere la mia età, forse qualche anno in meno, ma ha un volto scavato e segnato dal tempo, come se la vita si fosse trasformata in uno scalpello e lo avesse usato per fare pratica.
«Quindi la Dea bendata ti ha aiutato a svaligiare il casinò del mio socio per due sere di fila?» si avvicina mentre l’altro mi tiene fermo. «Mi stai dicendo che deve chiederli a lei i soldi?»
Il pugno arriva dritto nello stomaco e anche se me lo aspettavo fa male da morire. Mi spezza il fiato e non riesco a rispondere alle domande che, tra un colpo e l’altro, continua a farmi questo tizio. 
Vorrei vedere lui al posto mio, ma se così fosse non mi troverei in questa situazione. Non avrei nemmeno un fratello tanto stupido.
Quando è soddisfatto mi lasciano andare e cado in ginocchio senza nemmeno provare a stare su.
«Qui non si bara» ci avverte, staccandosi da me e raggiungendo Steve. Trema come una foglia quando gli si inginocchia accanto. «Però devo ringraziarvi. Era da un po’ che volevo fregare il mio socio e voi due mi avete dato un grosso aiuto» sorride e anche Steve ridacchia con lui.
Mio fratello è decisamente un idiota. E io più di lui, perché mi sono messo ad aiutarlo e sono stato pestato per i suoi debiti.
«Adesso torniamo alle cose serie» con un braccio cinge le spalle di Steve e stringe. «Quanto avete fatto di preciso?»
«650.000 dollari» 
«Mmm» un sorriso meschino si ritaglia sul viso di Devon. «Allora direi che abbiamo un accordo»
«Un accordo?»
«Esatto, Steve, un accordo. Tu e tuo fratello mi porterete altri 800.000 dollari, oltre a quelli che già mi devi» si alza. «Se ha tutta la fortuna che dice di avere, non dovrebbe essere un problema. Chissà, può essere l’inizio di una collaborazione»
Tra l’arrivo di quei tre e la loro uscita di scena sarà passato un quarto d’ora, ma è stato il peggiore della mia intera esistenza.
«Nick? Stai bene?» 
«È la domanda più idiota che tu possa farmi!» inveisco a denti stretti mentre mi aiuta ad alzarmi. «Sul serio? Il casinò del suo socio?! Sei proprio un idiota, Steve»
«Io che ne sapevo! Devon ha affari dovunque»
«Proprio per questo dovevi informarti! A volte mi chiedo se tu non abbia gettato il tuo cervello nel cesso»
«Nick io davvero non lo…»
«Senti, sta zitto! Adesso abbiamo un altro problema e meno di sei ore per guadagnare un milione» raccolgo la giacca dal letto e mi avvio verso l’apertura dove prima c’era la porta. «Tu trova un casinò che non abbia legami con quel tipo e fa cambiare tutti i soldi in fiches. Chiamami tra un’ora»
«Tu dove vai?»
«A sbollire la rabbia»
Un’ora dopo raggiungo mio fratello davanti a un casinò abbastanza grosso. Ha detto di non preoccuparmi ma grazie a dei vecchi amici sono più che certo che quello spacciatore non ha interessi anche qui. Steve non è così affidabile e io non voglio avere una fossa ancora più profonda. 
Camminando mi si sono spezzati il fiato e le costole per il dolore, però non mi sono fermato. Ho dovuto assimilare quel quarto d’ora da inferno per capire come andare avanti e un po’ di movimento è stato d’aiuto.
Non ho una soluzione, ma forse un piano sì e devo sperare che funzioni per non correre il rischio di restare legato a quel Devon per tutta la vita. Non ho intenzione di “collaborare” con lui, né ora né mai.
«Che fine hai fatto?» è tesissimo e la sua mano mi stringe come una cesoia.
«Ho fatto quattro passi e qualche telefonata. Volevo essere certo del casinò»
«Siamo in una stanza privata. Ho già occupato un posto al tavolo da Blackjack» mi indica dove andare e tralascia la mia non fiducia. Fa bene, altrimenti lo avrei strozzato. «Puntata minima 20.000»
Entrando e raggiungendo il tavolo gli chiedo anche dei soldi, ma li trovo già là, tutti convertiti in fiches e guardati a vista da un tirapiedi di Devon. Dev’essere quello che teneva fermo me.
A un tavolo vicino c’è anche lui. Completo, cocktail e sigaro lo rendono l’immagine perfetta di una persona rispettabile.
«Che ci fa qui?» domando sedendomi al mio posto in una sala quasi vuota.
«Il capo voleva essere sicuro che rispettaste l’accordo»
E va bene. I rischi si corrono tutti i giorni anche in situazioni meno pericolose e si superano con la logica, giocando d’astuzia o grazie alla fortuna. Stasera io avrò bisogno di tutte e tre e in dosi massicce.
Imposto un timer di tre ore sull’orologio – è il nostro tempo limite, oltre il quale è inutile sperare di riuscire a farcela – e poi do il via alla serata più importante di tutta la mia vita negli ultimi vent’anni.

*

Ho perso tutto. 
Ogni dollaro vinto stasera è svanito per la maledizione di una carta e le speranze di Steve ora sono distrutte, come le mie, perché quell’uomo mi conosce e non è qui per caso. Hanno saputo tutto.
Appena usciremo di qui sarò arrestato e mio fratello sarà pestato finché non saranno soddisfatti o finché non si alzerà più, eventualità che potrebbero anche coincidere.
Alle undici e quaranta ho avuto l’ultima possibilità di raccogliere tutti i soldi. Ne avevamo due terzi e mancano solo 500.000 dollari ma sentivo che quest’ultima mano non sarebbe andata bene, prima di tutto perché ho stupidamente scommesso tutti i soldi, e poi perché ho ricevuto l’Asso.
La stupidaggine della puntata è successa a causa del panico. Se sento puzza di Federali il mio cervello smette di funzionare a dovere e il tizio dall’accento texano al mio fianco emana proprio quell’odore. Che mi abbia salutato nel momento esatto in cui si è unito al tavolo, poi, non è stata altro che la prova definitiva del mio esser stato scoperto. E fregato, visto che mi ha appena ripulito.
Quello dell’asso è un altro tipo di problema.
In tutta la mia vita ho perso solo in due modi: di proposito, con perdite moderate, o con l’Asso di Picche come prima carta. In questo secondo caso, i soldi persi sono sempre stati tanti.
Dire che la carta porta sfortuna sarebbe esagerato. Eppure, anche l’altra volta è finito tutto proprio a causa di quest’asso e ritrovarmelo tra le mani è il colpo basso che non volevo ricevere, non quando stava andando così bene. Se prima ero indeciso, con l’Asso di Picche e un nove, se fermarmi o no, adesso so che avrei fatto meglio a tirarmi indietro.
«Mi dispiace per lei. Il rischio c’è sempre, signor Poole» commenta sarcasticamente l’uomo che mi ha appena tolto 950.000 dollari.
Ha ragione e questo mi ricorda una cosa importante: avere sempre un piano di riserva, nel caso in cui la situazione si metta male.
Trovo la forza e la sfacciataggine di sorridere al Texano. «Vero, c’è sempre un alto tasso di rischio. Che ne dice di un’ultima mano?»
«E come pensa di giocare? Non ha più fiches»
Ne estraggo due dalla tasca dei pantaloni e le metto sul tavolo. Gli ultimi 1000 dollari che ci sono rimasti.
Le ho nascoste prima di iniziare a giocare. Una vecchia abitudine che il tempo non mi ha fatto perdere, per fortuna.
«I miei 1000 dollari contro tutti i suoi»
«Ha voglia di scherzare?» si mette a ridere. «Perché dovrei rischiare tutto per due sole fiches?»
«Per il gusto del gioco. Io e lei lo facciamo per questo, no?»
Steve è alle mie spalle, accanto al tirapiedi di Devon, e non riesce a stare fermo. Lo sento spostare il peso da un piede all’altro e se non mi avessero pestato questo pomeriggio mi volterei per fermarlo con uno scatto. Ci vuole pazienza.
«Può anche essere» avvicina la mano e soppesa le fiches. «Ma non stasera»
Non appena me le rende e se ne va, Steve ed io ci ritroviamo trascinati fuori dal casinò, dritti nell’auto dello spacciatore e diretti fuori città.
«È un peccato, sapete. Avremmo potuto fare affari d’oro, se solo non vi foste giocati tutto come due principianti»
Mio fratello mi lancia l’occhiata più spaventata che mai gli ho visto fare. Però non so cosa dirgli, perché ho esaurito le idee e quello che potevo fare l’ho già fatto. 
Ci stiamo ancora muovendo quando, come fossero spuntati degli spuntoni dal nulla, tutte e quattro le ruote dell’auto si bucano e noi iniziamo a sbandare.
Se mai mi ricapiterà in futuro, devo ricordarmi di specificare che non voglio più trovarmi a bordo di un’auto in corsa durante un’operazione dell’F.B.I. o che ho bisogno di sapere tutto in anticipo.

*

Vent’anni fa sono stato fermato, interrogato e quasi incarcerato per aver imbrogliato dei casinò federali e aver giocato i soldi in Europa. Me la sono cavata solo perché non avevano prove certe sul mio conto e perché gli ho fatto arrestare i capi di un’organizzazione che sfruttavano i casinò per riciclare soldi sporchi. Da allora non ho più rivisto l’agente che si è occupato del mio caso, Cyril Donovan, finché tre mesi fa non mi ha contattato lui. Voleva che stessi pronto.
I Federali sapevano da tempo che Steve stava per mettersi in affari con Devon, un criminale abbastanza famoso per spaccio, riciclaggio e prostituzione, e aspettavano solo l’occasione giusta per arrestarlo. Questa è arrivata quando mio fratello a bruciato una partita da 800.000 dollari, diventati il suo debito, e mi ha chiamato per avere il mio aiuto.
L’agente non mi ha dato istruzioni. Ha semplicemente detto che ci sarebbero stati, ma io ho lasciato un appunto con la frase “Biglietti x la partita. Weekend” alla mia segretaria in ufficio – non me lo ha mai detto, ma so che lavora per Donovan – e l’ho ripetuto anche a Megs, nel caso avessero riacceso i microfoni nella lampada della camera.
Una volta arrivato a Las Vegas ho agito di testa mia, facendo come meglio credevo fino a Domenica, quando la visita a sorpresa dello spacciatori mi ha persuaso a lasciar fare l’eroe a qualcun altro. Finché si trattava di recuperare i soldi e poi incastrarlo potevo andare avanti da solo, ma dopo il nuovo “accordo” non me la sono sentita di rischiare oltre. 
Ho chiamato Donovan e gli ho raccontato cos’era successo, dicendo che quella sarebbe stata l’ultima occasione utile di arrestare Devon e di tirare fuori mio fratello dai casini. Mi ha detto che ci avrebbero pensato loro. Io dovevo solo perdere tutti i soldi e lasciare che gli uomini di Devon ci portassero fuori, poi sarebbero intervenuti e avrebbero messo fine a tutto.
Vederlo entrare nel casinò mi ha spiazzato, ancora di più che sentirlo parlare con accento texano subito dopo. Però giocare con lui è stato divertente e non credo mi capiterà più di perdere di proposito con un asso e un nove. La sfortuna deve essere sapientemente simulata con una mano del genere, ma credo di essermela cavata abbastanza bene.
È tardo Lunedì pomeriggio quando riaccompagno l’agente Donovan verso la porta di casa mia, dopo due buone ore di spiegazioni a mia moglie.
Megan è rimasta spiazzata nel vedermi rientrare con l’uomo dell’F.B.I. che tanto vorrebbe far sparire dalla nostra vita, però le è bastato sentire la storia per calmarsi. Certo, ha preteso e ottenuto la rimozione di tutti i possibili microfoni sparsi per la casa e nelle nostre auto, ma adesso riesce a chiamare Cyril per nome. Io faccio ancora fatica e spero di non vederlo più così di frequente da diventare buoni conoscenti.
«Agente Donovan» gli stringo la mano, grato finalmente di averlo conosciuto.
«Nick» ricambia con una stretta energica. «Questa volta mi dia retta: non si metta più nei guai. Ah! E non risponda alle chiamate di suo fratello» aggiunge divertito, mentre ritorna alla macchina.
Non ce ne sarà bisogno se dalla settimana prossima Steve e famiglia si trasferiranno nel mio quartiere.  Vivendo qui nei dintorni potrò tenerlo d’occhio e evitare che si metta a fare affari con individui non raccomandabili. L’F.B.I. l’ha definito un compromesso accettabile, così da sapere sempre dov’è, e il mio fratellino, pur di non finire in galera, non ci ha pensato due volte prima di dire sì. 
Io me la sono cavata bene tutto sommato, con un solo rimprovero da parte di Megs e una serata di racconti con i ragazzi ma, per quel che mi riguarda, ne ho avuto veramente abbastanza di giocare a Blackjack. Basta, ho chiuso con quella vita.
Aspetto che l’auto di Donovan se ne vada prima di entrare in casa. In tasca ho ancora le due fiches da 1000 dollari, quelle che ho sottratto dal gruppo e che non mi ha mai chiesto indietro.
Resteranno come ricordo della mia ultima mano.

The Rainist #3 : Desperate Romantics

Buongiorno a tutti e ben ritrovati per questo terzo appuntamento con The Rainist!

Oggi ci spostiamo in Gran Bretagna, precisamente nella Londra Vittoriana, per scoprire i retroscena di un movimento artistico esclusivamente british.

Coraggio-tattoo

Poster

desperate romantics BBC DVD

Informazioni generali

TitoloDisperatamente Romantici
Titolo originaleDesperate Romantics
Ideatori: Daniel Pemberton
Paese: Regno Unito
Anno: 2009
Genere: Storico, costume drama
Stagioni: 1
Episodi: 6
Lingua: Inglese

Trama

1851, Londra. Mentre la città è alle prese con la Rivoluzione Industriale, quattro giovani artisti e membri della confraternita dei Preraffaeliti cercano di emergere e farsi notare. Talentuosi, stravaganti e desiderosi di rompere gli schemi della pittura tradizionale, i quattro ragazzi si distinguono per originalità e anticonformismo, creando spesso scandalo. Tra amori tormentati, scandali, fallimenti e trionfi, questi pittori riusciranno a lasciare un segno indelebile nella storia dell’arte ottocentesca.

Cast principale

  • tumblr_inline_mkdtfvjVAa1qz4rgpAidan Turner
    Dante Gabriel Rossetti. È un perdigiorno cronico con la sindrome da grande artista che non riesce a concentrarsi su nulla tranne che sulle prostitute e che realizza un’opera solo grazie all’euforia di una nuova conquista. È la personalità più forte e trascinante del gruppo, ma anche quella più insicura che rimedia alle proprie mancanze mentendo e approfittando degli insuccessi dei suoi amici.
  • rafe-spallRafe Spall
    William Hunt. Decisamente un artista fuori dagli schemi, interessato alla box quasi quanto all’arte, ma con una spiccata personalità, focosa e costantemente combattuta tra il fervore religioso e la passione.
    f
    g
  • tumblr_m1eklu8bdu1qjimhvo3_1280Samuel Barnett
    John Millair. Il più artisticamente dotato, e fortunato, dei tre. Il classico ragazzo di buona famiglia che si dedica alla propria passione e che seguirebbe le linee classiche, se non avesse degli amici fuori dagli schemi.
    f
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  • desperate-romantics-crane1Sam Crane
    Fred Walters. Il “manager” dei Preraffaelliti, colui si occupa di difenderne il nome e di pagare le loro prime necessità, almeno per i primi tempi. È il loro galoppino, colui che viene sempre incaricato di risolvere i loro affari o di occuparsi di commissioni scomode, nonché di nascondere le continue bugie di Rossetti in nome dell’amicizia.

Trailer promozionale

Parere

Un gruppo di quattro ragazzi, tre artisti e un giornalista che cercano di far conoscere e rendere famosa la loro confraternita, quella dei Preraffaelliti. Quattro diverse personalità che creano un gruppo eterogeneo ma incredibilmente unito, almeno all’inizio. Sì, perché quella che inizia come l’avventura di tre artisti e un ragazzo giovani e un po’ spiantati nella Londra Vittoriana si trasforma, con l’arrivo di fama e successo, nella disgregazione di quattro personalità contrastanti che comunque cercano l’uno nell’altro il sostegno dell’amicizia che li legava.
In questa miniserie di soli sei episodi i quattro ragazzi vedono crescere la loro amicizia fino a un punto di rottura, che però non fa altro che unirli ancora di più perché adesso ciò che li lega è il riuscire di un obiettivo, del loro ideale. È soprattutto il legame tra Dante e Fred a cambiare, da un’amicizia pura e disinteressata a una basata sul ricatto da parte di Rossetti a un ragazzo forse troppo debole per dire esattamente ciò che pensa.
Le avventure che li vedono protagonisti, tra la creazione di un’opera d’arte e un giro di gin nella taverna dove di solito si ritrovano, mostrano quanto fosse difficile diventare un artista acclamato dalla Royal Accademy quando lo stile non era quello canonico, ma anche la precarietà di un ideale rispetto alla realtà e alle necessità di tutti i giorni. La vita a metà dell’800 è rappresentata in modo convincente, nella quale necessità diverse creano divergenze tra i quattro protagonisti che spesso non si appianano, soprattutto nelle questioni di cuore, e il gruppo continua questo vero tira e molla fino all’ultima puntata, quando tutto crolla inesorabilmente.
Non è una serie che brilla per particolari elementi ma, e è tipico delle serie tv britanniche (nonché dei film), c’è sempre quella vena umoristica di sottofondo che rende sopportabile anche il personaggio peggiore.

Personaggio preferito

È sicuramente John Millair, anche se Fred Walters ci va molto vicino. Johnny Boy, come viene chiamato dagli amici, è il più tranquillo tra i tre artisti, l’amico più sfi… beh, meno dedito alle distrazioni e che segue le regole, sociali ed artistiche.

Personaggio odiato

Senza alcun dubbio Dante Gabriel Rossetti. Umanamente parlando è pessimo, sia con gli amici, sia con la donna che diceva di amare. Ho aggiunto questa categoria proprio oggi perché è un personaggio talmente povero e infimo dal punto di vista umano che non potevo lasciarlo perdere. Merita di finire tra i peggiori!

Voto

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Decisamente una serie particolare! Io vi lascio liberi di commentare, anzi sarò felice di leggere tutto quello che avrete da dire su questa serie. Credo sia andata in onda quest’estate si LaEFFE, perciò fatemi sapere se l’avete vista 😊
Domani è il turno del domino letterario e Sabato torna Una scribacchina bagnata fradicia!
See you soon 💋

La météo de Baudelaire #3 : La certosa di Parma

‘Giorno a tutti, lettrici e lettori!

Per La météo de Baudelaire di quest’oggi si passa a uno dei classici della letteratura francese dell’Ottocento, una chiara immagine di un secolo fatto di tante contraddizioni!

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Copertina

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Informazioni generali

Titolo: La certosa di Parma
Titolo originale: La Chartreuse de Parme
Autore: Stendhal
Traduzione: Ferdinando Martini
Editore: Newton Compton
Anno: 2011
Anno prima edizione: 1839
Genere: Storico
Formato: Cartaceo
Pagine: 320
Prezzo: 5,10€
Link acquisto: Mondadori

Trama

Protagonista è il giovane nobiluomo milanese Fabrizio del Dongo. Affascinato dalla figura di Napoleone, il giovane seguirà le orme del suo eroe e si metterà in viaggio per combattere per lui in Belgio. La sconfitta dell’Imperatore e le gelosie che circondano Fabrizio lo costringeranno a ripiegare sulla carriera ecclesiastica, per scoprire che nemmeno il mondo religioso è immune a raggiri e sotterfugi. Solo la prigione gli restituirà una dimensione umana e l’amore, ma a costo di grandi perdite.

Parere

La prima volta in cui ho preso in mano questo libro ero alle superiori e era una lettura obbligatoria. Io non vado mai d’accordo con le letture obbligate ma quella volta, fortunatamente, non è andata come pensavo e ho trovato un libro davvero bello.
L’ho ritrovato negli scaffali della libreria qualche giorno fa e me ne sono innamorata di nuovo.
Trovo che, già come ne Il Rosso e il Nero, lo stile di Stendhal sia adatto a rendere la lettura piacevole e non stanca trovarsi immersi nella storia di Fabrizio Del Dongo, un giovane di buona famiglia avviato alla carriera ecclesiastica ma attratto dalla passione e dall’amore per la giovane Clelia Conti.
Tutto in questo romanzo mostra e critica le attitudini dei contemporanei dell’autore, eternamente divisi tra carriera ecclesiastica e militare ma con continue ingerenze nei due ambiti da parte di interessi che si scontrano con gli ideali più puri. E Stendhal non manca di sottolineare la sua critica nei confronti di questi comportamenti, soprattutto quando si tratta di Fabrizio e della sua ingenuità da ragazzo che non conosce il mondo e gli uomini. L’autore si prende proprio gioco del suo eroe, senza spendere una parola di conforto per le sue disavventure:

Il nostro eroe credeva che tutti i Francesi fossero come lui profondamente commossi dal supremo pericolo della patria. Pranzando alla tavola rotonda dell’albergo dove aveva preso alloggio, non nascose i suoi disegni e il suo spirito di devozione: e vi trovò dei giovanotti di una squisita amabilità, anche più entusiasti di lui, i quali non si astennero dal portargli via in pochi giorni tutti i denari.

Eppure, nonostante la focalizzazione su Fabrizio, leggendolo si ha la sensazione che i fatti, gli eventi, siano più importanti dei singoli individui, delle persone, e risulta per questo un romanzo storico-politico; Stendhal fa la descrizione di uno Stato che si fa polizia e nel quale ogni cittadino deve sottostare ai cambiamenti d’umore di chi lo governa.
Un riferimento particolare va alla figura di Napoleone. Come in altre grandi opere ottocentesche francesi, è citato e riveste un ruolo chiave per il protagonista l’Imperatore Bonaparte, questo perché è entrato a far parte dell’immaginario romantico nella veste dell’eroe pronto a tutto e mai stanco d’agire. Per Fabrizio, giovane inesperto, Bonaparte rappresenta tutto ciò che si può desiderare dalla vita e la sua ammirazione è così alta da spingerlo a recarsi a Waterloo durante la battaglia, tutto pur di aiutare il suo mito.

Curiosità

A quanto sembra, Stendhal si è ispirato a una storia vera durante la stesura del romanzo, trovata nel manoscritto L’origine della grandezza di casa Farnese. Fabrizio del Dongo, perciò, non sarebbe altro che la versione romanzata di Alessandro Farnese, papa Paolo III, diventato pontefice grazie all’aiuto della zia Vannozza e alla relazione sua con il cardinale Rodrigo Borgia. Farnese ebbe poi una relazione con una certa Creria, una nobildonna che gli diede quattro figli, che Stendhal ha trasformato in Clelia Conti.

Voto

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Ovviamente ci sono tanti altri libri che raccontano lo stesso periodo, ma sono convinta che questo rispecchi bene parte dello spirito del secolo. Nel caso, aspetto di sapere cosa ne pensate con i vostri commenti 😊

A domani con The Rainist!

Singing in the Rain #3 : Ottocento di Fabrizio De André

Eccoci di nuovo alla rubrica canora della settimana!

Oggi Singing in the Rain ospita un cantautore geniale che non ha eguali. Lascio parlare direttamente lui.

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Informazioni generali

TitoloOttocento
Artista: Fabrizio De André
AlbumLe nuvole
Compositore: Fabrizio De André
Genere: Musica d’autore
Anno: 1990
# Traccia: 2 di 8 (Lato A)
Singolo: No

Copertina album

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Video

Testo

Cantami di questo tempo 
l’astio e il malcontento 
di chi è sottovento 
e non vuol sentir l’odore 
di questo motor 
che ci porta avanti 
quasi tutti quanti 
maschi, femmine e cantanti 
su un tappeto di contanti 
nel cielo blu 

Figlia della famiglia 
sei la meraviglia 
già matura e ancora pura 
come la verdura di papà 

Figlio bello e audace 
bronzo di Versace 
figlio sempre più capace 
di giocare in borsa 
di stuprare in corsa tu 
moglie dalle larghe maglie 
dalle molte voglie 
esperta di anticaglie 
scatole d’argento ti regalerò 

Ottocento 
Novecento 
Millecinquecento scatole d’argento 
fine Settecento ti regalerò 

[Ritornello]
Quanti pezzi di ricambio 

quante meraviglie 
quanti articoli di scambio 
quante belle figlie da sposar 
e quante belle valvole e pistoni 
fegati e polmoni 
e quante belle biglie a rotolar 
e quante belle triglie nel mar 

Figlio figlio 
povero figlio 
eri bello bianco e vermiglio 
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio 
figlio figlio 
unico sbaglio 
annegato come un coniglio 
per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio 
a me a me 
che ti trattavo come un figlio 
povero me 
domani andrà meglio 

Ein klein pinzimonie 
wunder matrimonie 
krauten und erbeeren 
und patellen und arsellen 
fischen Zanzibar 
und einige krapfen 
frùer vor schlafen 
und erwachen mit walzer 
und Alka-Seltzer fùr 
dimenticar

Un piccolo pinzimonio
splendido matrimonio
cavoli e fragole
e patelle ed arselle
pescate a Zanzibar
e qualche krapfen
prima di dormire
ed un risveglio con valzer
e un Alka-Seltzer per
dimenticar

[Ritornello]

Meaning

Come tutte le canzoni di De André non significa mai solo quello che sembra. Ottocento è sì una canzone che ripercorre il delirio del XIX secolo a proposito di ricchezza e innovazione tecnica perché presenta una famiglia alto-borghese attraverso gli occhi di un uomo arrivista, il quale considera tutti i membri del nucleo familiare come merce di scambio (in modo particolare la figlia). La voce narrante ci mostra la spregiudicatezza della nuova classe borghese, che vede occasione di commercio in ogni oggetto e che è capace veramente di qualsiasi cosa, dall’azione più futile (giocare in borsa) a quella più atroce (stuprare in corsa), che però non condivide i vecchi valori genitoriali e li sfregia nel modo peggiore possibile. O così dice il padre a proposito della morte/del suicidio del figlio.
La strofa in tedesco (la sola ad essere effettivamente cantata) è un insieme di cibi degni della miglior tavola, della famiglia più ricca, ed è capace, grazie a un Alka-Seltzer, di digerire e dimenticare qualunque cosa passi dal suo stomaco/spirito. Esatto, le persone diventano capaci di accumulare beni e desideri digerendo qualsiasi cosa non vada nel verso giusto, da un cibo troppo pesante alla perdita di un figlio.
Lo stesso De André, a proposito del personaggio, dice che “più che un uomo è un aspirapolvere: aspira e succhia sentimenti, affetti, organi vitali ed oggetti di fronte ai quali dimostra un univoco atteggiamento mentale: la possibilità di venderli e di comprarli“.
Però, se a un primo ascolto sembra che De André si sia concentrato sul passato (complice anche l’aria lirica del pezzo), più si macinano le parole, più ci si accorge che l’Ottocento non è il solo
secolo cui fa riferimento.  Anche, e soprattutto, il Novecento è governato da questa logica di guadagno e consumo, che condiziona tutti. Ci sono poi dei riferimenti alla sua quotidianità e alla situazione artistica di chi, convinto delle proprie idee, rifiuta di legarsi al motore e decide di restare sottovento, di non entrare nella logica dei diritti d’autore e della concorrenza.

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Questo è quello che ho percepito io ascoltandola, ma se avete altre interpretazioni o idee, io vi aspetto con i commenti!
Ci rivediamo domani con La météo de Baudelaire! A presto 💋