Storytelling Chronicles #7

Buongiorno 😊

Eccomi che torno a proporvi il mio racconto per la Storytelling Chronicles! Ormai siamo tutti rodati su cosa sia questa rubrica, creata da Lara de La Nicchia Letteraria e con grafica di Tania di My Crea Bookish Kingdom, e ad Agosto il tema da cui lasciarsi ispirare per il racconto poteva appartenere a una di queste categorie (in grassetto la mia scelta):

– frase: Se non ricordi che amore t’abbia mai fatto commettere la più piccola follia, allora non hai amato. (William Shakespeare)

– fiaba vista in chiave moderna (anche in modo comico)

una tempesta che cambia (a voi la scelta di cosa cambi, se l’acconciatura di una donna disperata che aveva appena sistemato i capelli con ore di duro impegno o altro)

E io vado a richiamare… Clarissa, che ci ha tenuto compagnia già nel primo e nel quarto appuntamento, ma con una narrazione un po’ diversa! Vi chiedo scusa, perché è un po’ lunghetto (non riuscivo a smettere di scrivere), però spero vi piaccia 😊

Dopo aver piantato in asso il suo attore preferito e i suoi pregiudizi, Clarissa decide di dare una svolta alla propria vacanza: visiterà otto tra le dimore storiche più belle del Regno Unito, dall’Inghilterra alla Scozia. Un un viaggio on the road che, però, rischia di non partire con il piede giusto.

Arrivo a Elephant and Castle, respiro traffico, smog e quella leggera pioggerella che oggi avvolge Londra e… Mi sento a casa!
Un autobus mi sfila accanto, prepotente, perché, ehi, lui è Drogon e io lo sfigatissimo ragazzino scambiato per una succulenta capra nella seconda stagione di Game of Thrones. Mi faccio piccola piccola, conscia di aver superato di mezzo millim… pollice la mia parte di carreggiata, e rallento per farlo passare. Con un tizio in bici che mi sorpassa a sinistra, dandomi della nonna.
«Mia nonna pedalava meglio di te!»
Credo mi mostri indice e medio, ma io sto sorridendo. Una versione contorta e sinistra in stile Gatto del Cheshire strafatto, ma ho un sorriso che mi campeggia in faccia da ben oltre un’ora. Più di preciso, da quando ho guardato nello specchietto retrovisore e ho visto l’espressione allucinata di Toby mentre lo abbandonavo alla mercé di Devon.
Perché io sono Clarissa, Nata dalla Sorpresa finita male, Khaleesi del Grande Nudista, La non Groupie, Madre dei Ne-Vale-La-Pena, Distruttrice di figure di merda e, appellativo più importante di tutti, La Principessa che l’ha-mollato-su-due-piedi.
Lui e la sua stizza per le groupie!
Faccio il giro dell’isolato, fiondandomi tra le case basse di Hampton Street con ancora tutto quel bendidio davanti agli occhi. La manna dal cielo biblica si fa schifare in confronto allo spettacolo che vedrò in loop fino alla fine dei miei giorni. E poi rido, perché io e la mia uscita da Drama Queen abbiamo appioppato un assist epico alla mia autostima… e un gol in zona Cesarini al suo orgoglio da maschio bello e sicuro di sé.
Non che l’interessato ne sia del tutto consapevole, eh. Ma chissene… tanto nemmeno Voldy sapeva che, sfregiando Harry per rifarsi il corpo, ne sarebbe uscito con due fessure da distributore automatico al posto del naso. O che Robert Pattinson sarebbe morto in Scozia per resuscitare nei pressi di Seattle e brillare al sole tipo una distesa di paillettes. Beata ignoranza!
Parcheggio in cima alla via a fondo chiuso, in quella che sembra una realtà alternativa di casette a schiera di mattoni marroni, tetti bassi e giardini minuscoli ma curati fino alla noia. Alla mia destra, però, lo Strata sbuca come un fungo architettonico uscito male, lui e la sua forma da rasoio elettrico che sembrano dirmi: “Tranqui, Clari. Stai ancora a Londra. Nun te preoccupa’.”, e mi sento rincuorata. Per un attimo ho pensato che l’euforia mi avesse giocato un brutto tiro.
Non sarebbe la prima volta.
Borsa alla mano, cammino lungo il marciapiede, un occhio al grattacielo residenziale dalle finestre enormi e l’altro ai numeri sulle villette.
Strabismo 2.0, vieni a me!
Mi sento una novella allenatrice di problemi visivi, più che di Pokemon, ma dopo l’incontro di questa mattina devo tenere i piedi per terra. Perché non a tutti capita di trovarsi davanti il proprio meraviglioso, divino (e nudo) idolo, sentirsi dire che “Sei proprio il mio tipo”… e poi un “Non ne vale la pena”. Ho bisogno di un po’ di stabilità e lo Strata a destra e le case a sinistra fanno al caso mio.
Elementi tangibili, Clari, solo elementi tangibili. Concentrati su quelli!
E sulle persone care.
Per questo svolto nel penultimo vialetto sulla sinistra, arrivo al portoncino color cuoio bruciato e busso con forza, le nocche che picchiano per sovrastare il fracasso della canzone che suona a tutto volume dall’altra parte.
Per oggi meglio evitare nuove sorprese a gente che non si aspetta di vedermi senza preavviso.
«’Rivo!»
La porta si apre, con Dancing Queen che emerge e devasta le orecchie della strada silenziosa mentre il viso squadrato di Tara fa capolino. I suoi occhi ridotti a fessure sospettose si allargano, le narici fremono e un urlo eclissa – e non esagero – le voci delle svedesi alle sue spalle.
«Clarinette!»
«Queenie!»
Cinquecento baci, abbracci, gridolini e dei “Quando sei arrivata?”, “Stamattina” dopo, me ne sto spaparanzata sul divano a fiori di Tara, uno scone mangiucchiato a metà che sparge briciole a destra e a manca. Forse sono un po’ agitata.
«E poi ha detto: “È solo un’altra fan senza speranza. Non ne vale la pena.”» borbotto, in un’imitazione perfetta della voce di Mr Odio-le-Fan. «Ma vi rendete conto!?»
Tara è sconvolta, il telefono che mi riprende mentre registriamo la mia mattinata e i suoi commenti per inviarli a Chiara. Ho bisogno del loro parere, anche per la vendetta contro la logorroica.
«Primo: la spoilerata va fatta pagare!» aggiunge, girando la telecamera verso di lei e immortalando un cipiglio da guerra in stile Braveheart che mi scalda il cuore. «Senza se e senza ma.»
Io e Tara Queenslane, detta Queenie per la sua attitudine a decretare il fato altrui come una regina priva di scrupoli, ci conosciamo da quando ho messo piede in Inghilterra la prima volta. Compagne di banco nel mio anno di scambio culturale, complici in qualunque avventura abbia vissuto in vacanza e sorelle acquisite l’una per l’altra, Tara è una versione afro di Taylor Swift, solo con lunghe trecce color ebano. E nessuna attitudine per il canto.
Per questo mi chiama Clarinette, “clarinetto”, perché sostiene che la mia voce sia “suadente e grintosa”, come lo strumento musicale. Se lo dice lei…
«Secondo» continua, levandomi lo scone di mano con un’occhiataccia. Forse le ho sporcato un po’ il divano… «Stasera tu e io usciamo. Andiamo al Club, o in qualche altro locale altrettanto figo, e dimostriamo al genere maschile che noi valiamo.»
«Come la crema viso» ridacchio tra me come una scema per la mia pessima battuta.
Tara mi fissa confusa, poi si gira verso la telecamera e la guarda nello stesso modo, come se Chiara fosse davvero dietro lo schermo. «Con l’età peggiora.»

«Oh, avanti. Non posso più nemmeno fare la scema?»
«Puoi, ma…» il campanello la interrompe, seguito dalla voce di un uomo che la chiama a gran voce. «Aspetta un attimo.»
Mi ritrovo il telefono in mano, lo sguardo eloquente rivolto alla Chiara immaginaria. Queenie e gli uomini, un rapporto spinoso come quello tra Batman e Superman, tra Ben Affleck e Henry Cavill. Sto spiegando a Chiara di quanto sia impossibile per lei costruire un rapporto con l’altro sesso quando sento Tara urlare e poi la porta sbatte.

Ho appena finito di inviare il video che la mia amica torna indietro, la faccia arrabbiatissima e una sua versione in miniatura che le si aggrappa al collo e alla vita, stile koala con l’albero dell’eucalipto.
«Elkie!»
La figlia di Tara mi scruta curiosa, poi si ricorda di chi io sia e il suo visino da ventitrémesenne si apre a un sorriso parzialmente dentato. Lancia un urletto, staccandosi da sua madre e finendo per fare da cozza a me, la sua zietta preferita, nonché unica. Io la tempesto di baci, solletico e abbracci stretti stretti, mentre lei ridacchia felice e sua madre fuma di rabbia.
Due anni fa la vita della mia amica è cambiata, e non solo perché si è ritrovata a essere madre a soli ventisei anni, con un lavoro non ancora del tutto certo e una famiglia che ha tagliato i ponti con lei non appena ha saputo di essere incinta. Oltre a questo, ha dato il benservito al nullafacente esemplare di sesso maschile che, in tutta la sua vita, si è reso protagonista di una sola azione positiva: donare metà dei propri geni a Elkie. Per ora, pare aver anche fatto un buon lavoro.
«Questa signorina ci farà compagnia?» chiedo, facendo il solletico all’interessata e guadagnando in cambio un “‘Ia ‘Issa ‘asta” tutto sghignazzante.
«Avrebbe dovuto stare da suo padre questo weekend, ma lui ha casa occupata dagli amici del coinquilino» Tara storce il naso. «Ha detto che l’alternativa era sua madre, ma piuttosto che lasciarla con quella vipera ho deciso di bruciare il mio turno di pace.»
«Meglio. Faremo una serata tra ragazze diversa» sotto sotto ne sono felice. Non ho voglia di andare per locali, non stasera, con il ricordo di Toby ancora fresco. «Tu, Elkie, io e…»
Tara sposta le trecce dalle spalle e sbuffa. «Ti prego, non dire Disney.»
Annuisco, più in fissa della bimba tra le mie braccia. «E le principesse Disney!»

«The cold never bothered me anyway
Giro su me stessa in mezzo al marciapiede e Elkie fa lo stesso, solo dal suo lato del cancellino, con Tara che ci guarda e scuote la testa, la mano a nascondere la faccia per l’imbarazzo. In realtà, è solo gelosa perché io e sua figlia siamo due Elsa migliori di quanto lei non sarà mai!
«Mi ricordi quanti anni hai» commenta, prendendo in braccio la sua bimba e pulendole un avanzo di colazione dall’angolo della bocca.
Ieri sera abbiamo affrontato Frozen, uno e due, ma nulla ha conquistato Elkie come la mia superba interpretazione di Let It Go e questa mattina ha richiesto un bis, terminato giusto sul vialetto di casa. Un attimo prima che mi decida a partire davvero per il tour dei tour!
«I tuoi. Grazie l’ospitalità, per avermi ascoltata, per la bella serata tra ragazze e per questi» le rivolgo un sorriso più che smagliante e infilo in borsa le guide che mi ha prestato. Le case storiche più belle del Regno Unito mi attendono. «Te li riporto tra nove giorni.»
«Senza fretta, Clarinette. Divertiti, visita tutti quei bei pezzi d’architettura anglosassone» copre le orecchie di Elkie e sussurra. «E cercati un gran bel pezzo d’uomo con cui scordare l’attorone!»
Rido e alzo il pollice, consapevole che, anche approvando il suo consiglio, non credo di potercela fare. Toby ha lasciato il segno, in più di un senso. Vederlo vestito come un nerd, poi, ha cancellato tutto il mio interesse per i suoi profili social. Chi si accontenterebbe di vedere i film del Signore degli Anelli, quando si sa che il libro è cento volte meglio? Con tutto il mio rispetto per Viggo Mortensen, nei volumi in cui compare, Aragorn fa svergognare chiunque!
Mi arriva un nuovo messaggio. È di Chiara, la risposta al video di ieri e all’audio in cui divento Elsa che Tara le ha mandato a tradimento mentre cercavo di far ridere Elkie. Appena lo leggo, rido.

Sempre sobria nelle tue spiegazioni… Per l’omicidio contami solo se già sai dove occultare il cadavere. La logorroica deve pagarla anche per me, ma non ci tengo a finire dietro le sbarre.

E al primo ne segue subito un altro.

Kevin chiede se ti serve una mano con lo stronzo. Lui, Neil e Rick sono in fissa con Gomorra e il #teamSolberg si è offerto come spezza-ossa.

Sono tentata di accettare l’offerta. Il ragazzo di Chiara e i suoi due, altrettanto belli e ben piazzati, fratelli farebbero un figurone come squadra vendicativa. E sapere che sono disposti a tanto per me, per ripagare l’offesa subita in stile Savastano, è davvero importante. Ma non posso accettare. Abitano tutti a Washington ed è un po’ fuori mano al momento.

Di’ al #teamSolberg che sarà per la prossima volta  ❤︎  Come va con Tu-sai-cosa? Tu-sai-chi lo sa? Aspetta, ma cosa fai alzata alle 4 di mattina!?

Quando abbiamo  ho deciso di usare un messaggio in codice per la gravidanza, la zia Rowling è stata un fonte di ispirazione immediata. Perché cercare altre parole quando qualcuno ha già saputo esprimerlo meglio di te!?
Saluto Tara, un bacio spropositato a Elkie, che me ne fa ricevere in cambio uno tutto umidiccio, poi salto in auto, accendo e… resto ferma, il telefono che mi previene dal partire.

Lotte è stata male tutta notte… Si è appena addormentata. Kevin lo sa, mi è scappato mentre ci occupavamo della piccola. Pessima tempistica, ma è contento. Molto.
Ti saluta. E conferma: l’offerta resta valida.
A proposito. Come va la vacanza? Deciso dove andare?

Chiara è una santa. Come pure il suo ragazzo e sua figlia Charlotte, una bimbetta irriverente di cinque anni, nonché la vera ragione per cui quei due si sono conosciuti e innamorati. Galeotto fu il babysitteraggio…

Tour delle dimore storiche. Parto adesso e arriverò in Scozia!
Salutami il paparino!

Collego il telefono all’impianto audio e tra le scelte possibili, la riproduzione casuale che parte con Highway to Hell fa scoppiare a ridere Tara, che dal vialetto agita la manina di sua figlia per farmi salutare. Oh, sì. Oggi lascio Londra e imboccherò la mia personale autostrada per l’inferno molto volentieri.

Un’ora e mezza di autostrada dopo, con la mia Vauxhall che si è infilata a fatica su per una stradina nel mezzo del Berkshire, trovo parcheggio davanti alla prima meta del mio viaggio. Le rovine del castello di Donnington si stagliano grigie nel paesaggio verdeggiante, una fortezza inamovibile davanti alle nuvole plumbee che le sovrastano e che non mi fanno ben sperare.
Mmm. Non davano pioggia oggi. Ma quelle sagome nere un po’ mi mettono paura. Potrei rimettermi in marcia verso la prossima meta, sperando che il cattivo tempo non mi segua. Però sono già qui e non credo ci vorrà molto a visitare ciò che resta del castello medievale.
Guardo l’auto, poi il castello, tentata dalla vista. Ma sì, cosa potrà mai accadere in una mezzoretta?
Ci sarebbe voluto un coro di “Cit.” in sottofondo quando ho osato chiedermelo. Perché saranno anche trenta minuti scarsi di visita, ma quando faccio per uscire dalla grata che funge da porta alle rovine, uno scroscio improvviso trasforma il prato e il vialetto sterrato in una pozza di fango. No, questo non è solo uno scroscio. È una tempesta, è la muraglia cinese dei temporali.
Il guardiano, un signore di mezza età stempiato e con la pancia alla Filottete di Hercules, il cartone della Disney, mi affianca e fischia, stupito anche lui dalla quantità di acqua che riesce a cadere.
«Durerà un po’, signorina. Hai un ombrello?»

Ovviamente no… però ho il cappuccio della felpa, che ringrazio di essermi ricordata di indossare. «Farò una corsa. Ho l’auto parcheggiata giusto alla fine del sentiero.»
«Sicura?»
«Sì. Filerà tutto liscio» sorrido al signore, indicandogli la barriera d’acqua, e lui scuote la testa, nascondendo però l’espressione divertita. «Come la pioggia*.»
Sfidando il Signore di tutti i temporali, mi metto a correre sotto quella che sembra quasi una sassaiola di gocce. Le sneaker scivolano sulla ghiaia, stile giocatore di curling. Unica differenza: io non ho uno scopettone a tenermi in equilibrio e quindi paio una papera con evidenti problemi motori.
Non scivolare. Non scivolare. Non sci…
Volo, letteralmente. Sto per arrivare all’auto quando il piede mi parte per la tangente e finisco culo a terra nello spiazzo fangoso. Con la caduta, ovvio, mi ritrovo a faccia in su verso il temporale, il viso e la testa completamente fradici. Meraviglia…
«Coraggio, Clari» mi rimprovero, nera di rabbia per la sfortuna. «Un po’ te le chiami.»
Completamente bagnata, sporca di terra e incazzata con me stessa perché dovrei starmene zitta, recupero la chiave dell’obbrobrio dalla borsa e… E niente.
Guardo il tasto, lo premo, studio l’auto. Mi prende in giro!? Premo a ripetizione il quadratino nero sul telecomando, l’acqua che continua a cadere mentre a me sale il nervoso perché, mannaggia la miseria, questo coso non funziona. Perfetto! La tecnologia decide di lasciarmi a piedi quando? Nel bel mezzo del diluvio universale.
Rivolto come un calzino l’aggeggio incriminato, cercando la chiave d’emergenza. Dovrebbe essere inserita…
«Mi prendi per il…» un tuono squarcia l’aria e io salto in aria, il telecomando inutile che cade a terra. Non ha la chiave di emergenza.
Ergo: sono fregata!

* Ho adattato il detto inglese right as rain, che sarebbe il nostro “liscio come l’olio”, ma mi piaceva il doppio senso. Perdonatemi: Clari non può esimersi dalle battute sceme!

Eeee… fine! Sarò felice di leggere le vostre impressioni sul racconto e su questa nuova avventura di Clarissa e Toby 😊

Passate una buona giornata
Federica 💋

Storytelling Chronicles #6

Ciao a tutti!

Siamo quasi arrivati alla fine del mese e diversamente dagli altri appuntamenti sono riuscita a partecipare alla Storytelling Chronicles (la rubrica di scrittura creativa creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom) soltanto oggi! Diciamo che sono sul filo del rasoio, ma non perché il racconto non fosse pronto (l’ho finito il 1 luglio, fate voi 😅). Tra recensioni e segnalazioni varie, praticamente mi sono ridotta ad oggi per postarlo. Spero ne sia valsa la pena attendere così tanto prima di pubblicarlo! Sì sa, la maturazione nel tempo a volte fa bene.

Ad accompagnare la stesura di questo mese più che è un tema, c’è stato un incipit comune. La traccia iniziale infatti doveva essere

Afferro al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apro e ne leggo il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i miei occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

Oppure

Afferra al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apre e ne legge il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i suoi occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

E questo è il risultato.

Afferro al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apro e ne leggo il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i miei occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

Può una bocca uccidere?
Se di amore si muore, a chuisle,
il tuo sorriso negato è la lama
che il petto mi squarcia.

Possono degli occhi uccidere?
Quando distogli il viso,
a chuisle, tu lasci annegare un disperato
che l’aria della tua anima anela.

A chuisle, la ragione per cui il rumore
al centro del mio petto
è un cuore che batte.
Può a chuisle uccidere?
Un volto amorevole, un sorriso
tenero anfratto di un sentimento
che devasta nella sua crudele,
insensata assenza.

Cerco la direzione da cui il foglio è arrivato. I miei occhi si alzano, su, sempre più su, verso il cielo e il ponte che attraversa il fiume lungo cui ho cercato rifugio. Altri fogli volano nell’aria e tra di loro, schiacciato sul parapetto in ferro del ponte, emerge la figura di un uomo.
Sono troppo lontana per vederlo in viso, ma bastano i suoi movimenti concitati, la furia con cui quelle mani strappano i fogli da un piccolo quaderno in pelle e li gettano nel vuoto, per trasmettermi l’idea di un animo tormentato. Decine di pagine fluttuano nell’aria tersa e fredda di febbraio, scivolano giù, sempre più giù, fino a gettarsi nel fiume che, ignaro della vista sopra di lui, le accoglie nel suo abbraccio eterno, soffocante di gelida indifferenza.
Abbasso di nuovo gli occhi sulla pagina, la sola che sia riuscita a sfuggire a quel naufragio di parole e tormento. Sfioro ogni tratto, lo assimilo, incidendo quei sentimenti nella mia mente, perché nel mio cuore già albergano da tempo. E, su tutto, sono otto simboli a devastarmi l’anima, un articolo e un nome che sussurrano al mio spirito promesse mancate e speranze facili da alimentare. Facili da distruggere.
A chuisle.
Tesoro. Amore. Mia adorata. Ma qualcosa di ancora più tenero. Di più vitale.
A chuisle mo chroí. Il battito del mio cuore.
Quante volte ho udito la sua voce sussurrare queste parole? Troppe per poterle rammentare tutte.
Quante volte le ha dimenticate, per addossarmi colpe che non erano soltanto mie? Troppe per poterne ignorare alcune.
Eppure il sentimento è ancora vivo dentro di me, una rosa dai petali di seta e lo stelo di metallo, le cui spine affondano nel mio di cuore. Lo fa sanguinare e lo accarezza per lenire il dolore, tutto in un unico ansito di vita che mi riporta a ieri, a quei giorni che so non vivrò mai più. Mi riporta alla gioia e al dolore di un amore che mi ha dato tutto. Che mi ha tolto tutto. E che di me non ha lasciato altro se non questo mio corpo distrutto.
Ho occhi stanchi di lacrime aride, stanchi di desideri impossibili da realizzare e sogni che hanno la dolcezza e il tepore della primavera, ma nascondono l’aridità di un inverno impietoso. Sono stanchi di affrontare tempeste e tormente, quando erano stati promessi loro colline erbose e oceani di gioia. Hanno esaurito ogni goccia di disperazione e si sono asciugati a contatto con il bruciante risentimento per accuse che non meritavano, per sospetti che non avevano nemmeno osato immaginare.
Le mie dita si aprono, arpioni che liberano la carta, con le sue parole strazianti e i ricordi di un passato che ha mandato in frantumi tutto ciò cui tenevo. Quelle parole corrono, il vento le porta a inseguire le loro sorelle nell’acqua grigia e indifferente; il rettangolo bianco volteggia prima di svanire sotto la superficie torbida, cancellato dall’esistenza ma non dai ricordi immateriali. Si dissolve e il vincolo che stringe il mio cuore si allenta, alleviato dalla scomparsa della prova tangibile di ciò che sono stata un tempo.
Di ciò che
siamo stati, lui e io.
«A chuisle.»
Non importa come mi abbia trovata. Non importa che, dopo tutta la sofferenza provata, la sua voce riesca ancora a smuovere certe corde segrete, corde che soltanto lui ha saputo trovare e suonare in una vita intera. Non importa averlo visto gettare al vento mesi interi, fatti di parole vergate alla ricerca di un senso per spiegare la fine di ciò che credevamo fosse amore. Quei fogli erano poesie nate senza pace, perché la pace è ciò che lui ha negato a entrambi scrivendole, ponendo il punto alla fine della frase formata dall’unione delle nostre esistenze.
«A chuisle?»
Una domanda questa volta, incerta, soffocata dall’inquietudine mentre mi rifiuto di guardarlo avvicinarsi. Mentre mi rifiuto di riconoscere la sua presenza quando si ferma accanto alla panchina ed esita. Non si siede. Il suo corpo trema dal desiderio inespresso di sedere al mio fianco, eppure si trattiene, bloccato dalle rigide catene del senso di colpa. E io non lo guardo; non infrango la parete di vetro che ci separa, fragile, invisibile, eppure invalicabile.
«No.»
Una sola risposta, molteplici domande inespresse da soddisfare. No, non credo più a quel sentimento. No, ciò che ha fatto non basta a cancellare il dolore e il tradimento per averlo visto cercare in un’altra ciò io gli ho donato senza riserve. No, non so se qualunque suo gesto basterà mai a dimenticare che ogni parola d’amore si è trasformata nel più devastante dei tormenti.
No, non sono ancora pronta a pensare a lui per come lo vedevo un tempo. È ancora la causa dei mio cuore ridotto a brandelli, milioni di pezzi di un puzzle scombinato e senza più tasselli di giunzione.
Due lettere, una parola. Non ho il suo stesso dono dell’eloquenza, ma tanto mi è bastato per tacere ciò che crede di dovermi chiedere, per impedirgli di insistere affinché forzi un cammino verso una meta che, al momento, potrebbe persino portarmi per sempre lontana da lui.
I suoi occhi disegnano percorsi sul mio viso. Li sento scavare strade là dove le lacrime hanno scavato la mia pelle nei mesi scorsi, cercando segni di una decisione che ancora non riesco a prendere. Che forse non sarò mai capace di prendere.
«Aspetterò finché sarà necessario.»

Non rispondo. Potrei dirgli che sarebbe inutile, che potrebbe marcire nel mio stesso inferno se davvero si aspetta un cambiamento di qualche tipo. Ma taccio, incapace di rompere quest’ultimo filo che ci lega, che avvolge i frammenti della mia anima e impedisce loro di andare davvero alla deriva.
Taccio, mentre i miei occhi vagano sulla superficie dell’acqua, saltando tra pagine nere di inchiostro e onde grigie, tra battelli fumanti e raffiche leggere di vento.
Un giorno troverò una replica adatta alla sua volontà di attendere un cuore che non possiede più nulla. Un giorno ci riuscirò, lo so.
Ma non oggi.

Fine!
Se volete lasciarmi un commento, sarò felice di leggervi e rispondervi qualunque siano le vostre impressioni su questa mia nuova storia!

Federica 💋

Storytelling Chronicles #5

Buongiorno e buon martedì 😊

Questa settimana riesco a essere un po’ più presente, a iniziare da oggi, con il mio racconto per la Storytelling Chronicles, la rubrica di scrittura creativa creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom 😊 Il tema di questo mese è mare e anche se devo dire di aver avuto una storia abbastanza definita dall’inizio alla fine, ho impiegato un po’ per terminarla! Però ce l’ho fatta e stavolta vi porto nel mondo del kitesurf. Vi avviso che, essendo uno sport con termini specifici e un suo gergo, troverete degli asterischi su alcune parole, il cui significato è alla fine della storia.

Buona lettura!

Katy, campionessa mondiale di kitesurf, è reduce da un brutto incidente le cui conseguenze, anche dopo tre mesi, le impediscono di riprendere gli allenamenti. Sconsolata e convinta di dover rinunciare per sempre al suo amore per il mare, Katy scoprirà che forse non è poi tutto perduto.

Katy guardò il profilo impetuoso delle onde e sospirò.
Pesantemente.
Tre mesi prima, quello spettacolo avrebbe risvegliato in lei un senso di eccitazione così forte da spingerla a tuffarsi in acqua, incurante delle conseguenze e alla ricerca solo del momento perfetto, il secondo in cui il resto del mondo si sarebbe eclissato. Sarebbero rimaste solo lei, la tavola, l’ala sopra la sua testa e l’infinita distesa azzurra sotto di sé.
Un nuovo sospiro eruppe dalle sue labbra imbronciate, mentre il borbottio del suo manager le rimbombava nelle orecchie.
“Passerà. Vedrai, è solo lo stress.”
Ma non era andata così. L’incidente di tre mesi prima, durante un DP*, aveva lasciato il segno e anche se all’asciutto riusciva a ignorare il fastidio, Katy sapeva che se avesse messo piede in acqua, allora il suo orecchio interno l’avrebbe tradita, mandando a gambe all’aria il suo equilibrio e ogni possibilità di restare attaccata alla tavola da kitesurf.
Perché l’Errore, come aveva iniziato a chiamare la brutta caduta contro gli scogli che le aveva lasciato una commozione celebrale e il vestibolo dell’orecchio destro parzialmente danneggiato, non faceva sconti. Mai.
E solo lei e il mare sapevano quante volte avesse tentato di cavalcare di nuovo le onde come sapeva fare da una vita. Come la campionessa che non sarebbe mai più stata. Lo scorso anno aveva vinto il titolo, il World Tour* era stato solo suo sin dalle prime gare, e adesso quel traguardo le sembrava irrealizzabile. Non sarebbe mai più potuta salire su una tavola senza avvertire il senso di spaesamento che l’aveva scaraventata in acqua e poi più giù, tra le onde scure e verso le rocce che non aveva nemmeno notato.
I chirurghi avevano sistemato tutto ciò che non andava, ma lei continuava a perdere l’equilibrio ogni volta che si alzava in aria. Vorticava e poi finiva per sprofondare tra le onde, incapace di capire dove fosse o da che parte dovesse andare per risalire.
Sospirò per l’ennesima volta. Quella mattina sarebbe stata perfetta per l’allenamento, con il vento che soffiava verso la spiaggia e creava il movimento perfetto sul pelo dell’acqua.
E come lo aveva notato lei, non si sorprese di vedere altri cinque o sei kiter* che si divertivano a vorticare in aria e tra le onde, le loro grida esaltate che le giungevano forti e chiare. Katy fu rosa dall’invidia, desiderando con tutta se stessa di essere al loro posto, di immergersi nella sensazione di libertà che le dava solcare il mare a tutta velocità e poi osservarlo dall’alto, certa che quello fosse il suo vero mondo.
Il mare, così come la tavola e l’aquilone, era parte di lei. E per colpa dello stupido Errore le era stato portato via tutto.
Si alzò, pulendo la sabbia dagli shorts e imponendosi di non cedere allo sconforto. Si era fermata sulla spiaggia fin troppo e anche se non era stata sua intenzione perdersi in ricordi così dolorosi, dopo aver visto quella compagnia di amici le era stato impossibile andarsene.
Perché a lei non era concesso divertirsi così? Cos’aveva il suo orecchio che le impediva di tornare sulla sua tavola?
A un tratto, gli occhi di Katy scorsero un ragazzo avvicinarsi, la parte superiore della muta che pendeva attorno alla vita e un asciugamano avvolto attorno al collo. Lo aveva visto eseguire diversi trick nella mezzora precedente, intrigata dal suo stile fluido benché grezzo, e quando le fu accanto notò la forza che il suo fisico allenato trasmetteva, la stessa che aveva percepito osservandolo in acqua.
«Hey! Ti piace il kitesurf?» le mostrò un sorriso cordiale che gli illuminò gli occhi scuri. «Se ti va di provare, abbiamo tavole e ali in più.»
«Grazie, ma non posso» sollevò gli occhiali a specchio sopra la testa e ricambiò il sorriso. «Non farei onore alla vostra attrezzatura.»
«Aspetta! Ma tu sei Katy O’Shea!?» asciugò il palmo sul telo e le porse la mano. Le dita tremavano dall’emozione e cercò di scrollarle per fermarle. «Merda! Cioè… Sono Jason. È un onore conoscerti.»
Katy rise per il suo imbarazzo, ma accettò la stretta. «Piacere mio» con un cenno del capo gli indicò tavola e ala, abbandonate alle sue spalle insieme al gruppo di amici. «Lo pratichi da tanto?»
«Ci sono letteralmente nato. Storia buffa, sai? Mia madre non è riuscita ad arrivare in ospedale e la sola superficie dritta nell’auto dei miei era la tavola da kite di…» Jason frenò di botto quella tirata, la mascella serrata così stretta da fargli quasi male. Un rossore incredibile gli segnò guance e naso. «Ma a te questo non interessa. Già… non dovrei dire certe cose a una ragazza… a te! Cioè, non dovrei parlarne con nessuno, non al primo incontro e…»
«Respira, Jason» Katy sorrise, divertita dal suo blaterare a raffica. «Mia sorella fa esattamente come te, quando è in ansia. Respira.»
Lui seguì il consiglio, volendo sprofondare per l’imbarazzo. «Già, scusa.»
«Quindi?»
«Quindi? Sì! Sì, faccio kitesurf da diciassette anni» i suoi occhi d’onice si fissarono su Katy. Lei percepì l’esatto momento in cui i suoi pensieri virarono verso l’Errore. Seppe cosa avrebbe detto un secondo prima che accadesse. «Mi dispiace per il tuo incidente. Deve essere difficile.»
«Cose che capitano» minimizzò, benché dentro le bruciasse da morire. «Avrei dovuto prestare più attenzione.»
«Il team avrebbe dovuto annullare il DP, come tu avevi suggerito» Jason incrociò le braccia al petto e per la prima volta Katy si sentì capita. «Il video di Delany è stato cancellato, ma non tutti hanno finto di non averlo visto.»
Delany. Il suo compagno di squadra ossessionato dai social, che aveva postato il video di quella mattina, per poi cancellarlo e negarne l’esistenza. Il video in cui si sentiva con chiarezza la voce di Katy proporre di annullare l’allenamento e in cui, tre minuti dopo, era stato immortalato il suo incidente.
«Sei tra i pochi che lo ammetterebbe» in quei mesi nessuno, tra i suoi amici, le aveva dato ragione.
«Be’, io non sono nemmeno uno stronzo» al suo sguardo stupito, lui alzò le spalle. «Il team manager ha negato un sacco di cose sul tuo incidente. Compreso il vero motivo della tua caduta.»
Katy mantenne il sorriso, tuttavia sentì di dover fare un passo indietro dal terreno delle confidenze. Aveva firmato un accordo di riservatezza e doveva mantenere la versione ufficiale.
«Un
brain fart* capita a chiunque.»
«Certo» le labbra di Jason si tirarono in un cenno amaro. «Immagino tu abbia delle condizioni da rispettare, ma ho visto il video. Sei caduta per un
dookie dive*, non perché hai dimenticato la figura da eseguire.»
«Accidenti, che sicurezza!» lo riprese Katy, l’ansia che le ronzava nelle orecchie e minacciava il suo equilibrio. «Sembra che tu ne sappia più di me. E dimmi: cosa ti rende così certo che sia caduta per aver perso potenza?»
Non avrebbe dovuto metterlo alla prova. Sentiva che quel ragazzo conosceva la verità, e ne era sicuro al cento per cento. Ma dopo mesi passati a negare l’evidenza, a sentirsi dire che forse era lei ad aver sbagliato manovra ed essere finita contro gli scogli per dei calcoli imprecisi, quella mattina Katy ebbe bisogno di ascoltare la verità. Basta negazioni e sotterfugi.
«Produco tavole e ali da kite e windsurf per vivere. Sono attento a tutti i nuovi prodotti del mercato e so che, durante quel DP, avreste provato della merce ancora non in commercio» il suo viso si fece serio. «Il suo produttore se n’era vantato un paio di sere prima, a un convegno, quindi, sapendo che anche Delany ci sarebbe stato, ho seguito la diretta sul suo profilo. A occhio, le ali sembravano piccole per il vento che tirava.»
«Era forte, sì» era arrivato a 30 nodi, troppo per la sua piccola C-kite*, perfetta per il freestyle ma non per tenere le raffiche. «Offshore*.»
Jason annuì. «Poi è arrivato il video. Si vede che cerchi di fare un trick, e il movimento trae in inganno. Sembra quasi un tuo errore, ma è evidente che, nel momento in cui ti alzi in aria, una raffica spinge l’ala oltre il punto di non ritorno. Da lì a cadere passa un secondo.»
Meno, in realtà, ma a lei era sembrato eternamente più lungo. Poi c’era stato lo schianto di schiena sul pelo dell’acqua e le onde che la trascinavano sempre più a fondo, verso gli scogli e ai lunghi mesi di inattività.
«Ho cercato di ruotare l’aquilone, così da assorbire la spinta» nelle mani sentì ancora la fatica fatta quel giorno, quasi sperasse di cambiarne l’esito. «Ma si è trasformato nel mio kitemare*.»
«Ho letto dell’operazione. L’equilibrio come va?»
«Domanda di riserva?» si scambiarono un sorriso triste, poi Katy guardò le onde spumose e sospirò. «All’asciutto va bene. È quasi perfetto, in realtà. Ma se entro in acqua…»
«Balleresti meno dentro una centrifuga» annuì, incrociando le braccia al petto. «Ti capisco.»
«Brutta esperienza?»
Jason si sporse verso di lei, facendole notare per la prima volta la differenza di altezza tra loro. Non le era sembrato
così alto, eppure Katy si accorse che in realtà lo era e un po’ ne ebbe soggezione. Lei non era un tipo da complessi, ma i ragazzi di una certa statura la mettevano in agitazione; la facevano sentire “piccola”, nonostante il suo metro e settanta, scarso. E Jason non fece eccezione.
«Come?» si ritrovò a chiedere, schiarendosi la voce per mascherare l’imbarazzo. Non aveva sentito una parola di ciò che le aveva appena detto, troppo impegnata a percepire la sua vicinanza per prestargli attenzione.
«La vedi?» ruotò la testa e, piegando l’angolo in alto dell’orecchio, le indicò una sottile linea biancastra che si perdeva in mezzo ai capelli castani. Poi si raddrizzò e le rivolse un’occhiata divertita. «Avevo quindici anni, durante uno dei miei primi DP da solo. Dopo due anni di pratica, volevo fare il fenomeno, partendo dalla spiaggia e arrivando in mare. Ma ho calcolato male la forza del vento e invece di essere magicamente trasportato sull’acqua, sono stato dolorosamente trascinato per venti metri sulla riva.»
«Un
facial* in piena regola.»
«Puro e semplice. Risultato? Una piccola commozione celebrale e orecchio interno sinistro danneggiato» Jason guardò verso il bagnasciuga e agitò un braccio in risposta a un kiter in volo sopra l’acqua. «Operato e guarito senza troppa fatica, ma se solo provavo a eseguire un salto, cadevo in acqua come un idiota.»
«Impossibile!» l’incredulità di Katy trapelò da quell’unica parola.
Non poteva essere vero. Lo aveva visto in acqua con i suoi occhi, gli aveva visto fare dei trick anche complessi e per lei era inverosimile che avesse sofferto dei suoi stessi problemi e li avesse superati. Perché a lei sembrava impossibile riuscirci.
«Giuro» esclamò serio, mettendo la mano sul petto all’altezza del cuore. «Ho impiegato sette mesi per recuperare e rimettermi in acqua. Non sono diventato un asso, ma alla fine ho ripreso a praticare il mio sport preferito e tanto mi basta.»

«Come?» Katy sentì prudere le mani dal desiderio di tenere stretta la barra dall’ala e tornare quella di un tempo. «Come hai fatto?»
Jason le fece cenno di aspettare e come un razzo corse verso il suo gruppo di amici. Katy lo vide rovistare in uno dei borsoni abbandonati sulla sabbia immacolata, mentre le sue labbra si muovevano a raffica per spiegare chissà cosa. In meno di un paio di minuti, però, fu di nuovo da lei e tutto sorridente le porse un biglietto da visita. Davanti, sopra l’immagine di un’onda, Katy trovò il suo nome completo, Jason Lewis; dietro, invece, un numero di telefono, una e-mail e un sito web di qualcosa chiamato “The Waver”.
«Cos’è?» chiese, rigirandoselo tra le dita.
«Dopo il mio incidente, ho passato mesi senza riuscire a capire perché perdessi l’equilibrio sulla tavola. Ero guarito, eppure se provavo a sollevarmi dal filo dell’acqua vorticavo peggio di una trottola» Jason le indicò uno dei ragazzi alle prese con le evoluzioni, proprio nel momento in cui si sollevò a mezz’aria. «Non so tu, ma io non capivo più da che parte andare durante lo stacco.»
«Sì. E il peggio arriva se devo voltarmi.»
Lui annuì. «È una forma di disequilibrio, insolita ma abbastanza frequente in chi ha subito un trauma cranico. Dopo una lesione, in genere il cervello resetta da solo il coordinamento con vista e orecchie. A volte, però, non riesce a completarlo e alcuni movimenti lo mandano in tilt. Quando l’ho capito, con mio padre ho costruito una macchina che, tramite un sistema di pompe e molle, simula il movimento della tavola in mare.»
«The Waver?»
«Esatto. Simula un migliaio di situazioni diverse, da fermo fino ai trick più complessi per vento, altezza e inclinazione della tavola. Aiuta a rieducare l’equilibrio nell’affrontare i movimenti specifici del kitesurf.»
Katy guardò con interesse il piccolo biglietto tra le sue dita. «Perché non ne ho mai sentito parlare?»
«Perché sono pressoché nuovo nel settore. Produco attrezzatura solo da qualche anno e per lo più per principianti. O per chi ha esigenze speciali. Poi c’è Waver, ma non ci sono molti kiter che ne hanno bisogno» dal suo gruppo di amici si levò il suo nome e Jason si voltò, facendo loro cenno che sarebbe tornato subito. «Be’, adesso è meglio che vada. Ti ho subissato abbastanza di chiacchiere.»
Katy si sentì confusa. In quei tre mesi, sponsor e privati le avevano proposto diverse tecniche, prodotti e collaborazioni per risolvere il suo problema. Tutti inutili. Jason, invece, che aveva forse la soluzione al suo problema, se ne andava senza provare a venderle nulla.
«Sul serio?»
Lui si fermò, a metà strada tra Katy e i suoi amici, girò la testa e le sorrise da sopra una spalla. Dovette aver capito a cosa alludesse, perché i suoi occhi di onice brillarono divertiti.
«Hai il mio numero. Sta a te decidere se usarlo o no.»
E la lasciò sola.
Katy sorrise tra sé, riportando gli occhi sulle onde e sul gruppo di kiter ancora in acqua.
Il mare e il kitesurf erano stati la sua vita, un’espressione della sua anima cui aveva temuto di dover rinunciare per sempre dopo l’Errore. Guardò la spuma bianca percorsa da quelle ali colorate e sospirò, di sollievo quella volta.
Forse, per una qualche incredibile fortuna, anche lei sarebbe tornata in acqua. Magari non più brava come un tempo, ma non era quello a importarle. Voleva sentirsi di nuovo parte di quel regno fatto d’acqua e aria, libera come solo tra le onde poteva esserlo.
Per questo recuperò il telefono dalla tasca degli shorts, compose il numero che aveva davanti agli occhi e attese fin quando la voce di Jason rispose dall’altra parte.
«Jason Lewis? Sono Katy O’Shea. Ho saputo da un amico che tu potresti aiutarmi a risolvere un problema.»

* DP (dawn patrol): allenamento tenuto di mattina presto.
* GKA kitesurf World Tour: campionato mondiale di kitesurf organizzato dalla Global Kiteboarding Association. Strutturato su più eventi nel corso dell’anno, il World Tour attribuisce il titolo di campione mondiale di kitesurf a chi, nel corso delle gare organizzate, ottiene il punteggio più alto nella somma dei voti nelle categorie tecniche, di freestyle e miste.
* Kiter: chiunque pratichi kitesurf.
* Brain fart: il dimenticare il trick da eseguire a mezz’aria e quindi schiantarsi/atterrare sull’acqua.
* Dookie dive: perdita di potenza durante la permanenza in aria, con conseguente caduta in acqua.
* C-kite: le prime ali utilizzate nel kitesurf e che hanno una forma a C. Oggi sono utilizzati quasi esclusivamente dai kiters più esperti e da coloro che fanno freestyle, perché meno manovrabili delle ali di nuova generazione.
* Offshore: vento che soffia perpendicolarmente dalla spiaggia verso il mare. Con questo tipo di vento occorre sempre avere dei mezzi di recupero pronti al soccorso.
* Kitemare: un incidente o un problema pericolosi durante il kitesurfing. I Kitemare possono essere mortali.
* Facial: totale perdita di controllo dell’ala aperta mentre si è ancora sulla spiaggia, con il rider trascinato dal vento su rocce e sabbia, di faccia.

Ed eccoci alla fine! Spero che la storia vi sia piaciuta! Ho fatto un po’ di ricerche sul mondo del kite e devo dire che me ne sono innamorata! Spero possa uscirne qualcosa di bello 😊 Se vi va, sarei curiosa di leggere i vostri commenti e le impressioni!

A presto
Federica 💋

Storytelling Chronicles #3

Buongiorno e buon Lunedì 😊

Ormai l’appuntamento con la rubrica di scrittura creativa dello Storytelling Chronicles (creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom) sta diventando fisso… e mi sa che è li sto pubblicando pure nello stesso giorno 😅Coincidenze, giuro!

Il tema questa volta è un’immagine:

E si è adattata alla perfezione al continuo di Blue Melody (scritta il mese scorso). Devo dire di essere proprio contenta di partecipare a questa “sfida”, perché mi ha permesso di riprendere in mano un’idea su cui già stavo lavorando ed è esplosa, letteralmente 😊 È diventata molto, molto, molto più articolata e complessa di quanto avessi sperato all’inizio, perciò prima di lasciarvi leggere il racconto, vi metto => qui <= i capitoli precedenti, se vi andasse di leggerli 😊altrimenti il recap qui sotto serve a contestualizzarlo (è lungo, ma è il meglio che ho saputo fare).

Durante la ricerca di alcune piante officinali, la giovane erborista Melody scampa all’attacco di un lupo grazie all’intervento di un essere sovrannaturale, metà uomo e metà lupo, insieme a un grande lupo nero. Rientrata a casa, dove aiuta la madre e la nonna a preparare medicamenti e a prendersi cura del padre infermo, la giovane tace alla propria famiglia l’accaduto, decisa a dimenticare la presenza delle due creature per non cedere alla paura dei boschi e smettere di raccogliere le piante e le erbe necessarie alla sopravvivenza del villaggio.
Diversi giorni dopo, durante gli scambi commerciali presso la bottega del macellaio, Melody riesce a ottenere un buon prezzo per la propria merce, fatta salva la promessa di portarne altra entro sera. Ciò che cerca sono le erbe tardive, le cui foglie aiutano a ridurre il consumo di cibo durante i mesi invernali, necessarie a causa dei razionamenti delle provviste cui andranno incontro. Perché è proibito inoltrarsi nei boschi che circondano il villaggio, persino per cacciare; infestata da lupi che nessuno riesce a debellare, la foresta è un luogo ostile, che tuttavia Melody conosce alla perfezione e nella quale riesce a fare scorta di erbe prima che tramonti il sole.
Rientrata dai cancelli del villaggio, dopo l’ennesimo scontro verbale con il capitano delle guardie, consegna la merce al macellaio ma vi trova anche una misteriosa pelliccia di lupo grigio. Riconosciuta come quella del predatore che l’ha attaccata, scopre che è stato un cacciatore appena uscito dalla bottega a barattarla, insieme alla carne di lupo, il solo che riesca a vivere in mezzo ai boschi senza essere sbranato dalle bestie feroci. Benché dovrebbe tenere segrete la sue uscite, Melody decide lo stesso di affrontare l’uomo che, dapprima restio, si offre di rispondere alle sue domande in cambio di un rimedio per le ferite che contenga anche le radici delle erbe tardive, di norma urticanti.
Nel pieno delle preparazioni dei rimedi con la sua famiglia, tuttavia, una ragazza del villaggio viene trovata morta, sbranata dai lupi. Sotto un rigido coprifuoco, le uscite di Melody si fanno rare per non fornire alle guardie una ragione per arrestarla, eventualità che il loro capitano aspetta con ansia, finché queste non irrompono a casa. Una denuncia anonima contro di lei è quanto basta per ordinare la distruzione delle scorte raccolte e per farla arrestare. Decisa ad evitare di passare un mese a disposizione del capitano in una prigione, Melody sceglie l’esilio, stabilendosi nella casa della nonna al limitare della foresta nonostante il pericolo dei lupi.
Rimasta senza erbe e a corto di tempo prima dell’arrivo dell’inverno, la giovane si vede costretta a cambiare i termini del proprio accordo con il cacciatore. Gli fornirà quanto chiesto e parte dei guadagni ottenuti dal baratto dei medicamenti se le farà da guida nella foresta, in quanto lui è il solo che la conosca bene quanto lei, se non meglio. Il cacciatore, benché minacciato di ostracismo dal capitano delle guardie, accetta.

E ora la storia!

Il foglio di carta ammorbidito dall’umidità si scurisce nei tratti che traccio a carboncino. La nebbia di questa mattina si sta diradando con il passare delle ore, rendendomi più facile scorgere i dettagli principali di questa zona della foresta. È uno schizzo rudimentale dell’ansa del fiume, delle rocce alte e immense che la circondano, però basterà come appunto per la nuova mappa che sto costruendo.
Da quando ho iniziato a tracciarne le prime forme, più a memoria che altro, è stato chiaro che mi serviranno mesi per completarne solo la metà di quella che le guardie hanno bruciato. Non ho tutto questo tempo, però, e anche se ho saputo che la nonna sta cercando di disegnarne una a sua volta, io cerco di ricostruirne più porzioni possibili, approfittando di ogni momento libero.
Non che ne abbia mai. Tra la ricerca di nuove scorte e il prendermi cura di quelle che già sono in lavorazione, le mie giornate sono scandite da ritmi troppo serrati per trasgredire.
Guardo verso sud-est, dove emerge appena il profilo del lago Nero, il grande bacino che permette di irrigare i campi coltivati del villaggio e oltre il quale si estende un tratto selvaggio mai esplorato dalla mia famiglia. Traccio ciò che vedo sulla carta, soffermandomi più sulla forma generale che sui dettagli. Li aggiusterò in seguito, passando in rassegna ciò che mi è sfuggito nel viaggio di ritorno.
Non mi ha entusiasmata l’idea di venire da questo lato della foresta, ma il cacciatore è stato di tutt’altro avviso all’alba di oggi, proprio come nelle scorse mattine. Negli ultimi tre giorni mi ha mostrato porzioni di foresta che non avrei mai considerato, nelle quali nemmeno io mi sarei mai spinta. Tutte troppo lontane o delle quali non conoscevo l’esistenza, né i pericoli, che con lui ho attraversato e iniziato a catalogare.
Ho sempre saputo che la conformazione dei boschi fosse diversa da quel cha appariva sulla nostra mappa. Abbiamo una buona conoscenza del territorio, ma è parziale e frammentaria. Nessuno si è mai spinto oltre il lago Nero.
Soltanto io.
Frugo nella borsa con la mano libera, gli occhi fissi sulla foresta per non dimenticare il punto cui sono arrivata. La striscia di carne essiccata è facile da trovare. La porto alle labbra, addentandola e tenendola stretta tra i denti quando ricomincio a tenere il foglio e a tracciare la linea sinuosa dell’ansa del fiume. La tranquillità è assoluta, mi permette di restare concentrata anche se so che c’è un intero branco di lupi nascosto chissà dove, in attesa che cali il buio per uscire a caccia.
«L’ansa è più estesa.»
Mi chino di soprassalto, le dita strette attorno al manico del pugnale. Ma è solo il cacciatore e mi rilasso quando lo vedo passarmi accanto per abbandonare a terra la propria borsa. Quando si è allontanato per controllare alcune trappole era vuota; adesso il tessuto è teso e gonfio, pieno di prede.
Il suo cane lo segue a ruota, sdraiandosi accanto al bottino quasi a fare da guardia. Il muso longilineo posa sulle zampe incrociate, ma sono i suoi occhi quelli che non mancano di stupirmi. È soltanto un animale, eppure rivelano un’intelligenza fuori dal comune, come non ne ho mai vista nemmeno in certi miei simili. Ogni volta che incrocio quegli occhi, lo sento studiarmi, soppesarmi nel più profondo dell’anima, come se stesse decidendo se fidarsi di me.
Come adesso.
Il martellio del mio cuore si fa assordante sotto davanti al suo sguardo. Non è la prima volta che accade. Negli scorsi giorni, nei pochi momenti di sosta che il cacciatore mi ha concesso, ho osservato spesso quell’animale, senza una vera ragione. È stato per istinto, quasi ci sia qualcosa in lui che spinge a far gravitare lo sguardo su di sé. Esercita un magnetismo difficile da definire, eppure quando i miei occhi incrociano i suoi, non posso sostenerli a lungo.
Proprio per questo li riporto sul paesaggio e poi sul mio schizzo, i pensieri offuscati che cercano di ricordare cosa abbia detto il cacciatore. Ha parlato del fiume, di qualcosa di più esteso.
L’ansa.
«Da qui non sembra» metto via il pezzo di carne, l’unico gesto che mi permette di ritrovare la calma. «Arriva a quei faggi laggiù, poi ruota in direzione del villaggio.»
Il cacciatore nega, le braccia serrate al petto e uno sguardo di sufficienza puntato sulle linee a carboncino.
«Hai una buona mano, erborista, ma no, l’ansa è più estesa. Devi essere precisa con le mappe.»
«Lo sono. E non chiamarmi in quel modo.»
Le mie parole suonano secche nella pacifica quiete della foresta, affilate come artigli.
«Erborista?» chiede, una nota incredula a storcere l’innocenza della domanda. «È ciò che sei.»
«Sì. Ma non usarlo» ripeto, alzandomi per guardarlo dritto negli occhi. «Melody può andare.»
Il cacciatore mi soppesa, un secondo troppo esteso nella sua immobilità per essere reale. C’è desiderio di comprensione nelle sue iridi castane, un tremolio profondo di aspettativa che toglie il fiato. Si aspetta qualcosa da me, una qualsiasi rivelazione che temo di non volergli fornire; i suoi occhi chiedono un permesso alla mia anima e ho terrore di scoprire che cosa implichi.
«Concedi troppo potere al capitano delle guardie. È solo un uomo, non un dio.»
Stringo i pugni, il carboncino che si spezza tra le dita. «Io non gli concedo nulla.»
«Erborista» il mio corpo ha un fremito e lui annuisce. «Questo è il potere che ha su di te. Il tuo titolo è la sua arma per controllati. Non dovresti permetterglielo.»
Conb mi ha portato via quasi tutto ciò che possedevo, ma non ha potere su di me. Non deve averne. L’unica reazione che mi provoca è l’odio. E il ribrezzo, per ogni volta in cui ha osata toccare mia madre senza che lo sapessi.
«Non è così. E la mia vita non è affar tuo.»
«Lo è, da quando abbiamo un accordo» serra la mascella con forza, quasi infastidito dalla situazione. Poi rivolge un cenno al proprio cane, che si alza docile. «Ho altre trappole da controllare. Poi potremo proseguire.»
Si inoltrano lungo la curva del sentiero, la figura slanciata dell’uomo affiancata da quella massiccia dell’animale. La luce del sole taglia le fronde verdi e piove su di loro, lunghe lame dorate che giocano sui loro corpi per disegnare valli oscure e oceani dorati. Sentieri lucenti fatti di stoffa e pelliccia rivestono i muscoli, conducono alle ombre calate sui loro visi e le fanno emergere a nuova vita, mentre il baluginio del sole li accompagna nel loro cammino.
Appaiono eterei, creature fuori dal tempo e lontane da ciò che gli uomini hanno conosciuto in secoli di esistenza. Sono fantasmi emersi dalle profondità della foresta e quando il cacciatore esita, trattengo il respiro. Quasi avesse sentito il peso dei miei occhi su di sé, lui resta immobile sulla strada battuta, incerto se voltarsi a guardarmi o ignorare la mia presenza. Il capo si muove appena, di lui si vede solo un’ombra dove dovrebbe trovarsi il suo profilo. Eppure io lo percepisco, quello sguardo intenso che nasconde a chiunque si trovi davanti e che ancora non sono riuscita a decifrare. Non mi guarda dritta in viso, eppure mi studia, con la stessa attenzione che gli ho riservato io.
Un singolo frammento di tempo, sospeso nel nulla; ma l’indecisione non dura che l’anfratto di un respiro, un battito di ciglia così fugace da credere di averlo soltanto immaginato. L’oscurità torna ad avvolgere quel viso, finché entrambi non scompaiono alla mia vista.
Potrei aver sognato, sconfitta dai giochi di luce che fanno tremare la foresta e la mia percezione. Ma un’illusione può sciogliere le briglie del respiro e indurlo a correre senza freni? Può risvegliare ansiti rapidi quanto i battiti impazziti di un cuore? Potrebbe, ma il peso di quell’istante è troppo grande per credere che non sia mai accaduto.
Ma non è il cacciatore il solo responsabile. Il mio respiro vacilla perché un ricordo sepolto lotta per risvegliarsi, feroce nel mostrarmi un altro uomo avvolto in un mantello di raggi di sole, primaverili quella volta, e su un sentiero lontano miglia da qui.
È mio padre, il giorno in cui la sua vita si è spezzata. Il giorno in cui abbiamo cominciato a considerare i lupi una minaccia.
Prima della malattia, prima dei confini e della paura, era lui a scandagliare i boschi alla ricerca di piante e cortecce. Cacciava per noi e spesso mi portava con sé per insegnarmi ciò che negli anni mi avrebbe più volte salvato la vita. Per mio padre, la foresta doveva divenire parte della mia anima, perché solo così avrei potuto riconoscerne le voci. Ma non quel giorno.
Mi lasciò a casa. Si sarebbe spinto troppo vicino al Lago del Predatore e una bambina non era adatta per quelle zone impervie. Ero una preda troppo facile per i lupi e mi lasciò dalla nonna, dopo aver discusso con lei e mia madre mentre lui mi avrebbe voluta con sé. Quando, più tardi nella notte, le guardie lo riportarono al villaggio con le fauci dei lupi impresse sul corpo, ricordo che nonna fu grata mi avesse lasciata indietro.
Pianse e ancora rimpiange la tragedia che lo ha menomato nel fisico e nella mente, ma negli anni non ha mai cessato di ripetere quanta fortuna abbia avuto nell’essere rimasta a casa. Non ho motivo di dubitarne; quelle ore sono avvolte nel dolore e nel terrore di aver visto mio padre ridotto all’ombra di se stesso. Non ricordavo di essere con lui perché è così. Io rimasi al villaggio.
Melody.
La sua voce è un sussurro nel vento, una carezza che balla nei raggi di un sole traditore e mi inganna ancora. Perché lo vedo come se accadesse adesso, davanti ai miei occhi fissi su una strada deserta.
Melody, forza. Tieni il passo.
Lo ripeteva spesso. Ero sempre troppo lenta, troppo goffa, per tenere la sua andatura. Ma dovevo andare con lui, era importante che imparassi presto i suoi segreti. Era esigente, lo ricordo molto bene. A volte così esigente da contravvenire al buonsenso.
Guardo di nuovo il sentiero. I raggi di sole attraversano ancora le fronde, pugnali di luce sulla strada battuta che fanno della mia memoria un puntaspilli. Il sangue ronza nelle orecchie, un fiume rapido che attraversa gli anni e riporta alla luce suoni dispersi, odori di un bosco antico che a quel tempo non avrei saputo riconoscere. Oggi sì, li vedo per quel che sono.
Quel giorno non rimasi al villaggio.
Mio padre mi portò con sé perché così aveva deciso. Ma io ero piccola, stanca per una marcia che ancora non avevo la forza di terminare. Mi persi, tornai indietro, o almeno credo sia ciò che accadde, perché ero in casa quando lo trovarono.
Trovo l’appoggio di un tronco, sopraffatta dal peso di ricordi che non credevo d’avere, e lascio vagare la mente a quel giorno. Ero con lui, eppure non ricordo nulla a parte quel momento, l’istante in cui si voltò per spronarmi a raggiungerlo. È così chiaro adesso; è una candela che brilla tra i miei pensieri e fatico a credere di non averne avuto memoria fino a questo momento.
Se non avessi guardato verso il cacciatore, se non lo avessi osservato allontanarsi, quel giorno sarebbe ancora sepolto tra gli attimi dimenticati dell’esistenza. Ma non è solo questa consapevolezza a soffiare una nebbia gelata sulle mie ossa. È il volto del cacciatore, sconosciuto fino a pochi giorni or sono, perché è anche lui che ricordo.
No, non lui. Qualcosa di molto simile galleggia sulla superficie dei miei ricordi, un aspetto che il cacciatore mi ha rammentato con vividezza ma che non gli appartiene. L’uomo-lupo, ecco cos’è che tormenta la mia pace oltre a mio padre.
Quella maschera è l’incubo a occhi aperti che mormora una melodia seducente e antica; il bisbiglio dei boschi che ho sempre udito e che mai prima di quel giorno ha avuto un volto. Era solo una sensazione. Ora non può esserlo più.
Ha corpo e voce. Ha una forma. E io devo trovarle un nome.
Perché non ero sola quel giorno. Dietro ai raggi di sole che mi hanno separata da mio padre, acquattato tra le fronde, mi stava aspettando anche quel lupo cattivo.

Spero vi sia piaciuto e che, anche se non esaustivi, i chiarimenti e i dettagli bastino a rendere il racconto comprensibile. Tra l’altro, ho idea che sarà proprio una rivisitazione di Cappuccetto Rosso 😅 per qualunque cosa, vi aspetto nei commenti, se vi va!

Federica 💋

#ioleggoacasa

Storytelling Chronicles #2

Buongiorno a tutti e buon venerdì!

A chiudere la settimana fa ritorno una rubrica super creativa, la Storytelling Chronicles, nata dal gruppo di scrittura creativa omonimo! Come vi dicevo il mese scorso, l’iniziativa ha lo scopo di aiutare a far conoscere quello che scriviamo e anche migliorarci ascoltando i commenti/consigli di chi partecipa (e di chi tra voi lettori vorrà commentare)! Il gruppo nasce grazie a Lara de La nicchia letteraria (grazie, di nuovo, per avermi coinvolta ❤️) e la grafica è di Tania di My CreaBookish Kingdom.

Per questo mese il tema è “Papà”, proprio perché a marzo cade la festa del papà e questo è il mio racconto a tema!

Dopo essere scampata dall’assalto di un lupo nei boschi attorno al proprio villaggio, la giovane Melody rientra nella propria casa e affronta la propria quotidianità.

Rientrando dalla porta sul retro sono sorpresa da tre paia di occhi. Tobias e la nonna mi salutano alzando il cucchiaio dalla ciotola di quella che ha tutta l’aria di essere minestra di cavolo, invece mia madre mi rifila un’occhiata torva.
Appena uscita dal folto della foresta, ho costeggiato un quarto del perimetro del villaggio per arrivare all’edificio di pietra che fino a due anni fa era casa di mia nonna e mi ci sono sprangata dentro.
Mi serviva un posto in cui calmarmi e dove potessi riparare la tracolla. Ci ho passato un’ora buona, controllando che non avessi tagli o ferite visibili, e sono riuscita a trovare anche la mantella di scorta.
La appoggio al chiodo infilato nella parete. È identica a quella che ho lasciato nel bosco, perciò nessuno si accorgerà della differenza. Nessuno sospetterà che mi è accaduto qualcosa. Se mia madre intuisse che un lupo mi ha attaccata, sarebbe la fine. Impazzirebbe.
«Sei in ritardo» si avvicina al camino, dove sobbolle un pentolone mezzo pieno, e versa un mestolo di zuppa in una scodella, dopodiché lo appoggia con un gesto secco sul lato del tavolo più vicino a me. È furiosa.
«Mi sono fermata a casa della nonna per riparare la borsa» afferro la cena e prendo posto accanto a Tobias. «Si è impigliata in un ramo mentre rientravo»
La zuppa calda è un toccasana, sia per lo stomaco, sia per i nervi. Il calore mi da un po’ di stabilità e la certezza di essere in un territorio che conosco, di poter affrontare il da farsi con la mente lucida. Le gambe tremano ancora ma finché riescono a tenermi su, io non vacillo. Tutti hanno bisogno che continui ad andare nei boschi. Un lupo non mi fermerà.
«E la mantella?» la nonna alza gli occhi dalla zuppa e mi fissa. «L’hai cambiata»
«È la stessa di questa mattina» sorrido. «Mamma ti ho preso la corteccia di castagno. Ce n’è abbastanza per un centinaio di decotti»
«Un’altra epidemia di prurito?» Tobias allunga le dita verso il collo, dove i funghi dell’inverno scorso gli hanno lasciato delle macchioline rosa scuro.
Per evitare che grattasse le croste ho dovuto tenerlo legato al letto per una settimana e nonostante tutto, non sono riuscita a evitare che gli lasciassero i segni.
«Tranquillo, quest’anno le cinghie non si allenteranno»
«Quest’anno si spera che non succeda di nuovo, altrimenti i danni non si conteranno» il lato positivo di mia madre colpisce sempre nel segno, specie se è arrabbiata. È capace di gelare il sangue alle persone più di quanto possa fare un predatore dei boschi.
«Come vanno le cose con i sorveglianti?» al mio rientro, il registro era già stato firmato nella colonna con il mio nome. Tobias deve averlo fatto prima di smontare dal turno di guardia.
«Conb mi fa sgobbare. Ma se si tratta di controllare i registri, direi che si fida» occhiata furtiva, sorrisetto.
Tobias è veramente facile da leggere e anche mia madre e mia nonna capiscono cosa ha fatto oggi e cosa fa sempre per me.
Lo sguardo di biasimo di mia madre centra entrambi, ma io sono la sola a risentirmene. Il suo continuo astio per quello che faccio e per i luoghi in cui vado mi fa soffrire. Amo i boschi, ma non ci vado solo per me stessa. Lo faccio per lei, per la nonna, per mio padre e per tutte le persone che vivono nel nostro villaggio. Non sono io ad aver bisogno di tutte quelle medicine.
«Papà ha già mangiato?» domando e al cenno di no di mia madre mi alzo e riempio di nuovo la scodella.
«Glielo porto io» vicino alla porta della camera mi passa un boccettino di vetro. Dentro, una purea biancastra ondeggia a ogni movimento.
Detesto vederlo prendere questo intruglio ma serve a farlo stare meglio, anche se il solo momento che gli è rimasto per stare bene è quando non sente dolore.
Con passo felpato entro nella stanza dove dormono i miei genitori e Tobias, cercando di non far spaventare mio padre. La sua testa si muove nella penombra, un soffio leggero come respiro e un nome sussurrato quasi senza voce. Il mio. Mi riconosce sempre.
Non mi stupisce che sia sveglio; sono poche le ore in cui riesce a rilassarsi abbastanza da prendere sonno. Sposto la sedia appoggiata alla parete vicino al letto e accendo una candela nuova con il moncherino di quella vecchia.
Adesso il viso scavato di mio padre si vede benissimo. La pelle bianca e grinzosa gli segna gli zigomi e gli angoli degli occhi, perennemente chiusi; ha le labbra secche e la pezza che dovrebbe usare per tenerle umide è appoggiata di traverso sul collo. La sposto sulle mie ginocchia mentre mi siedo e lo scopro leggermente, liberando dalla coperta il petto scheletrico. Quando ero piccola era così forte e grande; mi fa male vederlo così.
«Melody» mormora e dopo aver posato la scodella sul comodino, lo aiuto a raddrizzare la schiena per mangiare. «Li hai trovati?» chiede, con la voce rotta per lo sforzo.
Il cuore mi si spezza. Non avrebbero dovuto dirgli che sono andata nei boschi.
«No, papà. Mi dispiace» lo vedo spegnersi e non posso fare nulla per consolarlo.
Vorrei dirgli che ho trovato le tracce degli animali che si nutrono dei fiori che tanto vuole ma non è così. Non so nemmeno se esistano davvero.
Sciolgo un cucchiaio raso di purea bianca nella minestra e imbocco mio padre finché non la finisce tutta. Lo faccio stendere di nuovo e resto seduta in silenzio accanto a lui finché il suo respiro non si fa calmo e rilassato.
Era a quei fiori che pensava nel sussurrare il mio nome.
Sono chiamati Blue Melody, per via del loro colore, ma al villaggio sono conosciuti come Melodia di lacrime, perché credono che siano in grado di curare qualsiasi malattia e che possano persino vincere la morte in cambio di alcune lacrime.
Sono tutte stupidaggini e nessuno ha mai visto davvero un fiore di Blue Melody. Ma mio padre si aggrappa alla loro esistenza come un disperato e io non riesco a cancellare le sue speranze. Fino a qualche anno fa li cercavo, ma adesso ho smesso di farlo. Sono stanca di inseguire qualcosa che non esiste.
Bagno la pezza nel catino di acqua accanto al letto e tampono per un po’ le labbra di mio padre. La malattia lo sta consumando sempre di più; giorno dopo giorno le sue condizioni peggiorano e nessuno è riuscito a capire quale sia la causa del suo male. Tutto ciò che possiamo fare è sciogliere quella purea bianca nel cibo e calmargli il dolore.
Tutto quello che posso fare è stargli accanto, poco importa quanto questo mi strazi l’anima in ogni singolo istante.

Spero vi sia piaciuto e, se vi va, lasciatemi tutti i commenti e le critiche che vi ha ispirato 😉

Federica 💋