Storytelling Chronicles #6

Ciao a tutti!

Siamo quasi arrivati alla fine del mese e diversamente dagli altri appuntamenti sono riuscita a partecipare alla Storytelling Chronicles (la rubrica di scrittura creativa creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom) soltanto oggi! Diciamo che sono sul filo del rasoio, ma non perché il racconto non fosse pronto (l’ho finito il 1 luglio, fate voi 😅). Tra recensioni e segnalazioni varie, praticamente mi sono ridotta ad oggi per postarlo. Spero ne sia valsa la pena attendere così tanto prima di pubblicarlo! Sì sa, la maturazione nel tempo a volte fa bene.

Ad accompagnare la stesura di questo mese più che è un tema, c’è stato un incipit comune. La traccia iniziale infatti doveva essere

Afferro al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apro e ne leggo il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i miei occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

Oppure

Afferra al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apre e ne legge il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i suoi occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

E questo è il risultato.

Afferro al volo il pezzo di carta stropicciata che il vento ha trascinato fino ai piedi della panchina; acciuffato, lo apro e ne leggo il contenuto. E nell’esatto istante in cui quella serie di lettere, messe una dopo l’altra precisamente in quell’ordine, attraversano i miei occhi e arrivano nella testa e da lì, in una corsa impetuosa, dritte al cuore, il tempo si ferma.

Può una bocca uccidere?
Se di amore si muore, a chuisle,
il tuo sorriso negato è la lama
che il petto mi squarcia.

Possono degli occhi uccidere?
Quando distogli il viso,
a chuisle, tu lasci annegare un disperato
che l’aria della tua anima anela.

A chuisle, la ragione per cui il rumore
al centro del mio petto
è un cuore che batte.
Può a chuisle uccidere?
Un volto amorevole, un sorriso
tenero anfratto di un sentimento
che devasta nella sua crudele,
insensata assenza.

Cerco la direzione da cui il foglio è arrivato. I miei occhi si alzano, su, sempre più su, verso il cielo e il ponte che attraversa il fiume lungo cui ho cercato rifugio. Altri fogli volano nell’aria e tra di loro, schiacciato sul parapetto in ferro del ponte, emerge la figura di un uomo.
Sono troppo lontana per vederlo in viso, ma bastano i suoi movimenti concitati, la furia con cui quelle mani strappano i fogli da un piccolo quaderno in pelle e li gettano nel vuoto, per trasmettermi l’idea di un animo tormentato. Decine di pagine fluttuano nell’aria tersa e fredda di febbraio, scivolano giù, sempre più giù, fino a gettarsi nel fiume che, ignaro della vista sopra di lui, le accoglie nel suo abbraccio eterno, soffocante di gelida indifferenza.
Abbasso di nuovo gli occhi sulla pagina, la sola che sia riuscita a sfuggire a quel naufragio di parole e tormento. Sfioro ogni tratto, lo assimilo, incidendo quei sentimenti nella mia mente, perché nel mio cuore già albergano da tempo. E, su tutto, sono otto simboli a devastarmi l’anima, un articolo e un nome che sussurrano al mio spirito promesse mancate e speranze facili da alimentare. Facili da distruggere.
A chuisle.
Tesoro. Amore. Mia adorata. Ma qualcosa di ancora più tenero. Di più vitale.
A chuisle mo chroí. Il battito del mio cuore.
Quante volte ho udito la sua voce sussurrare queste parole? Troppe per poterle rammentare tutte.
Quante volte le ha dimenticate, per addossarmi colpe che non erano soltanto mie? Troppe per poterne ignorare alcune.
Eppure il sentimento è ancora vivo dentro di me, una rosa dai petali di seta e lo stelo di metallo, le cui spine affondano nel mio di cuore. Lo fa sanguinare e lo accarezza per lenire il dolore, tutto in un unico ansito di vita che mi riporta a ieri, a quei giorni che so non vivrò mai più. Mi riporta alla gioia e al dolore di un amore che mi ha dato tutto. Che mi ha tolto tutto. E che di me non ha lasciato altro se non questo mio corpo distrutto.
Ho occhi stanchi di lacrime aride, stanchi di desideri impossibili da realizzare e sogni che hanno la dolcezza e il tepore della primavera, ma nascondono l’aridità di un inverno impietoso. Sono stanchi di affrontare tempeste e tormente, quando erano stati promessi loro colline erbose e oceani di gioia. Hanno esaurito ogni goccia di disperazione e si sono asciugati a contatto con il bruciante risentimento per accuse che non meritavano, per sospetti che non avevano nemmeno osato immaginare.
Le mie dita si aprono, arpioni che liberano la carta, con le sue parole strazianti e i ricordi di un passato che ha mandato in frantumi tutto ciò cui tenevo. Quelle parole corrono, il vento le porta a inseguire le loro sorelle nell’acqua grigia e indifferente; il rettangolo bianco volteggia prima di svanire sotto la superficie torbida, cancellato dall’esistenza ma non dai ricordi immateriali. Si dissolve e il vincolo che stringe il mio cuore si allenta, alleviato dalla scomparsa della prova tangibile di ciò che sono stata un tempo.
Di ciò che
siamo stati, lui e io.
«A chuisle.»
Non importa come mi abbia trovata. Non importa che, dopo tutta la sofferenza provata, la sua voce riesca ancora a smuovere certe corde segrete, corde che soltanto lui ha saputo trovare e suonare in una vita intera. Non importa averlo visto gettare al vento mesi interi, fatti di parole vergate alla ricerca di un senso per spiegare la fine di ciò che credevamo fosse amore. Quei fogli erano poesie nate senza pace, perché la pace è ciò che lui ha negato a entrambi scrivendole, ponendo il punto alla fine della frase formata dall’unione delle nostre esistenze.
«A chuisle?»
Una domanda questa volta, incerta, soffocata dall’inquietudine mentre mi rifiuto di guardarlo avvicinarsi. Mentre mi rifiuto di riconoscere la sua presenza quando si ferma accanto alla panchina ed esita. Non si siede. Il suo corpo trema dal desiderio inespresso di sedere al mio fianco, eppure si trattiene, bloccato dalle rigide catene del senso di colpa. E io non lo guardo; non infrango la parete di vetro che ci separa, fragile, invisibile, eppure invalicabile.
«No.»
Una sola risposta, molteplici domande inespresse da soddisfare. No, non credo più a quel sentimento. No, ciò che ha fatto non basta a cancellare il dolore e il tradimento per averlo visto cercare in un’altra ciò io gli ho donato senza riserve. No, non so se qualunque suo gesto basterà mai a dimenticare che ogni parola d’amore si è trasformata nel più devastante dei tormenti.
No, non sono ancora pronta a pensare a lui per come lo vedevo un tempo. È ancora la causa dei mio cuore ridotto a brandelli, milioni di pezzi di un puzzle scombinato e senza più tasselli di giunzione.
Due lettere, una parola. Non ho il suo stesso dono dell’eloquenza, ma tanto mi è bastato per tacere ciò che crede di dovermi chiedere, per impedirgli di insistere affinché forzi un cammino verso una meta che, al momento, potrebbe persino portarmi per sempre lontana da lui.
I suoi occhi disegnano percorsi sul mio viso. Li sento scavare strade là dove le lacrime hanno scavato la mia pelle nei mesi scorsi, cercando segni di una decisione che ancora non riesco a prendere. Che forse non sarò mai capace di prendere.
«Aspetterò finché sarà necessario.»

Non rispondo. Potrei dirgli che sarebbe inutile, che potrebbe marcire nel mio stesso inferno se davvero si aspetta un cambiamento di qualche tipo. Ma taccio, incapace di rompere quest’ultimo filo che ci lega, che avvolge i frammenti della mia anima e impedisce loro di andare davvero alla deriva.
Taccio, mentre i miei occhi vagano sulla superficie dell’acqua, saltando tra pagine nere di inchiostro e onde grigie, tra battelli fumanti e raffiche leggere di vento.
Un giorno troverò una replica adatta alla sua volontà di attendere un cuore che non possiede più nulla. Un giorno ci riuscirò, lo so.
Ma non oggi.

Fine!
Se volete lasciarmi un commento, sarò felice di leggervi e rispondervi qualunque siano le vostre impressioni su questa mia nuova storia!

Federica 💋

Storytelling Chronicles #5

Buongiorno e buon martedì 😊

Questa settimana riesco a essere un po’ più presente, a iniziare da oggi, con il mio racconto per la Storytelling Chronicles, la rubrica di scrittura creativa creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom 😊 Il tema di questo mese è mare e anche se devo dire di aver avuto una storia abbastanza definita dall’inizio alla fine, ho impiegato un po’ per terminarla! Però ce l’ho fatta e stavolta vi porto nel mondo del kitesurf. Vi avviso che, essendo uno sport con termini specifici e un suo gergo, troverete degli asterischi su alcune parole, il cui significato è alla fine della storia.

Buona lettura!

Katy, campionessa mondiale di kitesurf, è reduce da un brutto incidente le cui conseguenze, anche dopo tre mesi, le impediscono di riprendere gli allenamenti. Sconsolata e convinta di dover rinunciare per sempre al suo amore per il mare, Katy scoprirà che forse non è poi tutto perduto.

Katy guardò il profilo impetuoso delle onde e sospirò.
Pesantemente.
Tre mesi prima, quello spettacolo avrebbe risvegliato in lei un senso di eccitazione così forte da spingerla a tuffarsi in acqua, incurante delle conseguenze e alla ricerca solo del momento perfetto, il secondo in cui il resto del mondo si sarebbe eclissato. Sarebbero rimaste solo lei, la tavola, l’ala sopra la sua testa e l’infinita distesa azzurra sotto di sé.
Un nuovo sospiro eruppe dalle sue labbra imbronciate, mentre il borbottio del suo manager le rimbombava nelle orecchie.
“Passerà. Vedrai, è solo lo stress.”
Ma non era andata così. L’incidente di tre mesi prima, durante un DP*, aveva lasciato il segno e anche se all’asciutto riusciva a ignorare il fastidio, Katy sapeva che se avesse messo piede in acqua, allora il suo orecchio interno l’avrebbe tradita, mandando a gambe all’aria il suo equilibrio e ogni possibilità di restare attaccata alla tavola da kitesurf.
Perché l’Errore, come aveva iniziato a chiamare la brutta caduta contro gli scogli che le aveva lasciato una commozione celebrale e il vestibolo dell’orecchio destro parzialmente danneggiato, non faceva sconti. Mai.
E solo lei e il mare sapevano quante volte avesse tentato di cavalcare di nuovo le onde come sapeva fare da una vita. Come la campionessa che non sarebbe mai più stata. Lo scorso anno aveva vinto il titolo, il World Tour* era stato solo suo sin dalle prime gare, e adesso quel traguardo le sembrava irrealizzabile. Non sarebbe mai più potuta salire su una tavola senza avvertire il senso di spaesamento che l’aveva scaraventata in acqua e poi più giù, tra le onde scure e verso le rocce che non aveva nemmeno notato.
I chirurghi avevano sistemato tutto ciò che non andava, ma lei continuava a perdere l’equilibrio ogni volta che si alzava in aria. Vorticava e poi finiva per sprofondare tra le onde, incapace di capire dove fosse o da che parte dovesse andare per risalire.
Sospirò per l’ennesima volta. Quella mattina sarebbe stata perfetta per l’allenamento, con il vento che soffiava verso la spiaggia e creava il movimento perfetto sul pelo dell’acqua.
E come lo aveva notato lei, non si sorprese di vedere altri cinque o sei kiter* che si divertivano a vorticare in aria e tra le onde, le loro grida esaltate che le giungevano forti e chiare. Katy fu rosa dall’invidia, desiderando con tutta se stessa di essere al loro posto, di immergersi nella sensazione di libertà che le dava solcare il mare a tutta velocità e poi osservarlo dall’alto, certa che quello fosse il suo vero mondo.
Il mare, così come la tavola e l’aquilone, era parte di lei. E per colpa dello stupido Errore le era stato portato via tutto.
Si alzò, pulendo la sabbia dagli shorts e imponendosi di non cedere allo sconforto. Si era fermata sulla spiaggia fin troppo e anche se non era stata sua intenzione perdersi in ricordi così dolorosi, dopo aver visto quella compagnia di amici le era stato impossibile andarsene.
Perché a lei non era concesso divertirsi così? Cos’aveva il suo orecchio che le impediva di tornare sulla sua tavola?
A un tratto, gli occhi di Katy scorsero un ragazzo avvicinarsi, la parte superiore della muta che pendeva attorno alla vita e un asciugamano avvolto attorno al collo. Lo aveva visto eseguire diversi trick nella mezzora precedente, intrigata dal suo stile fluido benché grezzo, e quando le fu accanto notò la forza che il suo fisico allenato trasmetteva, la stessa che aveva percepito osservandolo in acqua.
«Hey! Ti piace il kitesurf?» le mostrò un sorriso cordiale che gli illuminò gli occhi scuri. «Se ti va di provare, abbiamo tavole e ali in più.»
«Grazie, ma non posso» sollevò gli occhiali a specchio sopra la testa e ricambiò il sorriso. «Non farei onore alla vostra attrezzatura.»
«Aspetta! Ma tu sei Katy O’Shea!?» asciugò il palmo sul telo e le porse la mano. Le dita tremavano dall’emozione e cercò di scrollarle per fermarle. «Merda! Cioè… Sono Jason. È un onore conoscerti.»
Katy rise per il suo imbarazzo, ma accettò la stretta. «Piacere mio» con un cenno del capo gli indicò tavola e ala, abbandonate alle sue spalle insieme al gruppo di amici. «Lo pratichi da tanto?»
«Ci sono letteralmente nato. Storia buffa, sai? Mia madre non è riuscita ad arrivare in ospedale e la sola superficie dritta nell’auto dei miei era la tavola da kite di…» Jason frenò di botto quella tirata, la mascella serrata così stretta da fargli quasi male. Un rossore incredibile gli segnò guance e naso. «Ma a te questo non interessa. Già… non dovrei dire certe cose a una ragazza… a te! Cioè, non dovrei parlarne con nessuno, non al primo incontro e…»
«Respira, Jason» Katy sorrise, divertita dal suo blaterare a raffica. «Mia sorella fa esattamente come te, quando è in ansia. Respira.»
Lui seguì il consiglio, volendo sprofondare per l’imbarazzo. «Già, scusa.»
«Quindi?»
«Quindi? Sì! Sì, faccio kitesurf da diciassette anni» i suoi occhi d’onice si fissarono su Katy. Lei percepì l’esatto momento in cui i suoi pensieri virarono verso l’Errore. Seppe cosa avrebbe detto un secondo prima che accadesse. «Mi dispiace per il tuo incidente. Deve essere difficile.»
«Cose che capitano» minimizzò, benché dentro le bruciasse da morire. «Avrei dovuto prestare più attenzione.»
«Il team avrebbe dovuto annullare il DP, come tu avevi suggerito» Jason incrociò le braccia al petto e per la prima volta Katy si sentì capita. «Il video di Delany è stato cancellato, ma non tutti hanno finto di non averlo visto.»
Delany. Il suo compagno di squadra ossessionato dai social, che aveva postato il video di quella mattina, per poi cancellarlo e negarne l’esistenza. Il video in cui si sentiva con chiarezza la voce di Katy proporre di annullare l’allenamento e in cui, tre minuti dopo, era stato immortalato il suo incidente.
«Sei tra i pochi che lo ammetterebbe» in quei mesi nessuno, tra i suoi amici, le aveva dato ragione.
«Be’, io non sono nemmeno uno stronzo» al suo sguardo stupito, lui alzò le spalle. «Il team manager ha negato un sacco di cose sul tuo incidente. Compreso il vero motivo della tua caduta.»
Katy mantenne il sorriso, tuttavia sentì di dover fare un passo indietro dal terreno delle confidenze. Aveva firmato un accordo di riservatezza e doveva mantenere la versione ufficiale.
«Un
brain fart* capita a chiunque.»
«Certo» le labbra di Jason si tirarono in un cenno amaro. «Immagino tu abbia delle condizioni da rispettare, ma ho visto il video. Sei caduta per un
dookie dive*, non perché hai dimenticato la figura da eseguire.»
«Accidenti, che sicurezza!» lo riprese Katy, l’ansia che le ronzava nelle orecchie e minacciava il suo equilibrio. «Sembra che tu ne sappia più di me. E dimmi: cosa ti rende così certo che sia caduta per aver perso potenza?»
Non avrebbe dovuto metterlo alla prova. Sentiva che quel ragazzo conosceva la verità, e ne era sicuro al cento per cento. Ma dopo mesi passati a negare l’evidenza, a sentirsi dire che forse era lei ad aver sbagliato manovra ed essere finita contro gli scogli per dei calcoli imprecisi, quella mattina Katy ebbe bisogno di ascoltare la verità. Basta negazioni e sotterfugi.
«Produco tavole e ali da kite e windsurf per vivere. Sono attento a tutti i nuovi prodotti del mercato e so che, durante quel DP, avreste provato della merce ancora non in commercio» il suo viso si fece serio. «Il suo produttore se n’era vantato un paio di sere prima, a un convegno, quindi, sapendo che anche Delany ci sarebbe stato, ho seguito la diretta sul suo profilo. A occhio, le ali sembravano piccole per il vento che tirava.»
«Era forte, sì» era arrivato a 30 nodi, troppo per la sua piccola C-kite*, perfetta per il freestyle ma non per tenere le raffiche. «Offshore*.»
Jason annuì. «Poi è arrivato il video. Si vede che cerchi di fare un trick, e il movimento trae in inganno. Sembra quasi un tuo errore, ma è evidente che, nel momento in cui ti alzi in aria, una raffica spinge l’ala oltre il punto di non ritorno. Da lì a cadere passa un secondo.»
Meno, in realtà, ma a lei era sembrato eternamente più lungo. Poi c’era stato lo schianto di schiena sul pelo dell’acqua e le onde che la trascinavano sempre più a fondo, verso gli scogli e ai lunghi mesi di inattività.
«Ho cercato di ruotare l’aquilone, così da assorbire la spinta» nelle mani sentì ancora la fatica fatta quel giorno, quasi sperasse di cambiarne l’esito. «Ma si è trasformato nel mio kitemare*.»
«Ho letto dell’operazione. L’equilibrio come va?»
«Domanda di riserva?» si scambiarono un sorriso triste, poi Katy guardò le onde spumose e sospirò. «All’asciutto va bene. È quasi perfetto, in realtà. Ma se entro in acqua…»
«Balleresti meno dentro una centrifuga» annuì, incrociando le braccia al petto. «Ti capisco.»
«Brutta esperienza?»
Jason si sporse verso di lei, facendole notare per la prima volta la differenza di altezza tra loro. Non le era sembrato
così alto, eppure Katy si accorse che in realtà lo era e un po’ ne ebbe soggezione. Lei non era un tipo da complessi, ma i ragazzi di una certa statura la mettevano in agitazione; la facevano sentire “piccola”, nonostante il suo metro e settanta, scarso. E Jason non fece eccezione.
«Come?» si ritrovò a chiedere, schiarendosi la voce per mascherare l’imbarazzo. Non aveva sentito una parola di ciò che le aveva appena detto, troppo impegnata a percepire la sua vicinanza per prestargli attenzione.
«La vedi?» ruotò la testa e, piegando l’angolo in alto dell’orecchio, le indicò una sottile linea biancastra che si perdeva in mezzo ai capelli castani. Poi si raddrizzò e le rivolse un’occhiata divertita. «Avevo quindici anni, durante uno dei miei primi DP da solo. Dopo due anni di pratica, volevo fare il fenomeno, partendo dalla spiaggia e arrivando in mare. Ma ho calcolato male la forza del vento e invece di essere magicamente trasportato sull’acqua, sono stato dolorosamente trascinato per venti metri sulla riva.»
«Un
facial* in piena regola.»
«Puro e semplice. Risultato? Una piccola commozione celebrale e orecchio interno sinistro danneggiato» Jason guardò verso il bagnasciuga e agitò un braccio in risposta a un kiter in volo sopra l’acqua. «Operato e guarito senza troppa fatica, ma se solo provavo a eseguire un salto, cadevo in acqua come un idiota.»
«Impossibile!» l’incredulità di Katy trapelò da quell’unica parola.
Non poteva essere vero. Lo aveva visto in acqua con i suoi occhi, gli aveva visto fare dei trick anche complessi e per lei era inverosimile che avesse sofferto dei suoi stessi problemi e li avesse superati. Perché a lei sembrava impossibile riuscirci.
«Giuro» esclamò serio, mettendo la mano sul petto all’altezza del cuore. «Ho impiegato sette mesi per recuperare e rimettermi in acqua. Non sono diventato un asso, ma alla fine ho ripreso a praticare il mio sport preferito e tanto mi basta.»

«Come?» Katy sentì prudere le mani dal desiderio di tenere stretta la barra dall’ala e tornare quella di un tempo. «Come hai fatto?»
Jason le fece cenno di aspettare e come un razzo corse verso il suo gruppo di amici. Katy lo vide rovistare in uno dei borsoni abbandonati sulla sabbia immacolata, mentre le sue labbra si muovevano a raffica per spiegare chissà cosa. In meno di un paio di minuti, però, fu di nuovo da lei e tutto sorridente le porse un biglietto da visita. Davanti, sopra l’immagine di un’onda, Katy trovò il suo nome completo, Jason Lewis; dietro, invece, un numero di telefono, una e-mail e un sito web di qualcosa chiamato “The Waver”.
«Cos’è?» chiese, rigirandoselo tra le dita.
«Dopo il mio incidente, ho passato mesi senza riuscire a capire perché perdessi l’equilibrio sulla tavola. Ero guarito, eppure se provavo a sollevarmi dal filo dell’acqua vorticavo peggio di una trottola» Jason le indicò uno dei ragazzi alle prese con le evoluzioni, proprio nel momento in cui si sollevò a mezz’aria. «Non so tu, ma io non capivo più da che parte andare durante lo stacco.»
«Sì. E il peggio arriva se devo voltarmi.»
Lui annuì. «È una forma di disequilibrio, insolita ma abbastanza frequente in chi ha subito un trauma cranico. Dopo una lesione, in genere il cervello resetta da solo il coordinamento con vista e orecchie. A volte, però, non riesce a completarlo e alcuni movimenti lo mandano in tilt. Quando l’ho capito, con mio padre ho costruito una macchina che, tramite un sistema di pompe e molle, simula il movimento della tavola in mare.»
«The Waver?»
«Esatto. Simula un migliaio di situazioni diverse, da fermo fino ai trick più complessi per vento, altezza e inclinazione della tavola. Aiuta a rieducare l’equilibrio nell’affrontare i movimenti specifici del kitesurf.»
Katy guardò con interesse il piccolo biglietto tra le sue dita. «Perché non ne ho mai sentito parlare?»
«Perché sono pressoché nuovo nel settore. Produco attrezzatura solo da qualche anno e per lo più per principianti. O per chi ha esigenze speciali. Poi c’è Waver, ma non ci sono molti kiter che ne hanno bisogno» dal suo gruppo di amici si levò il suo nome e Jason si voltò, facendo loro cenno che sarebbe tornato subito. «Be’, adesso è meglio che vada. Ti ho subissato abbastanza di chiacchiere.»
Katy si sentì confusa. In quei tre mesi, sponsor e privati le avevano proposto diverse tecniche, prodotti e collaborazioni per risolvere il suo problema. Tutti inutili. Jason, invece, che aveva forse la soluzione al suo problema, se ne andava senza provare a venderle nulla.
«Sul serio?»
Lui si fermò, a metà strada tra Katy e i suoi amici, girò la testa e le sorrise da sopra una spalla. Dovette aver capito a cosa alludesse, perché i suoi occhi di onice brillarono divertiti.
«Hai il mio numero. Sta a te decidere se usarlo o no.»
E la lasciò sola.
Katy sorrise tra sé, riportando gli occhi sulle onde e sul gruppo di kiter ancora in acqua.
Il mare e il kitesurf erano stati la sua vita, un’espressione della sua anima cui aveva temuto di dover rinunciare per sempre dopo l’Errore. Guardò la spuma bianca percorsa da quelle ali colorate e sospirò, di sollievo quella volta.
Forse, per una qualche incredibile fortuna, anche lei sarebbe tornata in acqua. Magari non più brava come un tempo, ma non era quello a importarle. Voleva sentirsi di nuovo parte di quel regno fatto d’acqua e aria, libera come solo tra le onde poteva esserlo.
Per questo recuperò il telefono dalla tasca degli shorts, compose il numero che aveva davanti agli occhi e attese fin quando la voce di Jason rispose dall’altra parte.
«Jason Lewis? Sono Katy O’Shea. Ho saputo da un amico che tu potresti aiutarmi a risolvere un problema.»

* DP (dawn patrol): allenamento tenuto di mattina presto.
* GKA kitesurf World Tour: campionato mondiale di kitesurf organizzato dalla Global Kiteboarding Association. Strutturato su più eventi nel corso dell’anno, il World Tour attribuisce il titolo di campione mondiale di kitesurf a chi, nel corso delle gare organizzate, ottiene il punteggio più alto nella somma dei voti nelle categorie tecniche, di freestyle e miste.
* Kiter: chiunque pratichi kitesurf.
* Brain fart: il dimenticare il trick da eseguire a mezz’aria e quindi schiantarsi/atterrare sull’acqua.
* Dookie dive: perdita di potenza durante la permanenza in aria, con conseguente caduta in acqua.
* C-kite: le prime ali utilizzate nel kitesurf e che hanno una forma a C. Oggi sono utilizzati quasi esclusivamente dai kiters più esperti e da coloro che fanno freestyle, perché meno manovrabili delle ali di nuova generazione.
* Offshore: vento che soffia perpendicolarmente dalla spiaggia verso il mare. Con questo tipo di vento occorre sempre avere dei mezzi di recupero pronti al soccorso.
* Kitemare: un incidente o un problema pericolosi durante il kitesurfing. I Kitemare possono essere mortali.
* Facial: totale perdita di controllo dell’ala aperta mentre si è ancora sulla spiaggia, con il rider trascinato dal vento su rocce e sabbia, di faccia.

Ed eccoci alla fine! Spero che la storia vi sia piaciuta! Ho fatto un po’ di ricerche sul mondo del kite e devo dire che me ne sono innamorata! Spero possa uscirne qualcosa di bello 😊 Se vi va, sarei curiosa di leggere i vostri commenti e le impressioni!

A presto
Federica 💋

Storytelling Chronicles #3

Buongiorno e buon Lunedì 😊

Ormai l’appuntamento con la rubrica di scrittura creativa dello Storytelling Chronicles (creata da Lara de La nicchia letteraria e con la grafica di Tania di My CreaBookish Kingdom) sta diventando fisso… e mi sa che è li sto pubblicando pure nello stesso giorno 😅Coincidenze, giuro!

Il tema questa volta è un’immagine:

E si è adattata alla perfezione al continuo di Blue Melody (scritta il mese scorso). Devo dire di essere proprio contenta di partecipare a questa “sfida”, perché mi ha permesso di riprendere in mano un’idea su cui già stavo lavorando ed è esplosa, letteralmente 😊 È diventata molto, molto, molto più articolata e complessa di quanto avessi sperato all’inizio, perciò prima di lasciarvi leggere il racconto, vi metto => qui <= i capitoli precedenti, se vi andasse di leggerli 😊altrimenti il recap qui sotto serve a contestualizzarlo (è lungo, ma è il meglio che ho saputo fare).

Durante la ricerca di alcune piante officinali, la giovane erborista Melody scampa all’attacco di un lupo grazie all’intervento di un essere sovrannaturale, metà uomo e metà lupo, insieme a un grande lupo nero. Rientrata a casa, dove aiuta la madre e la nonna a preparare medicamenti e a prendersi cura del padre infermo, la giovane tace alla propria famiglia l’accaduto, decisa a dimenticare la presenza delle due creature per non cedere alla paura dei boschi e smettere di raccogliere le piante e le erbe necessarie alla sopravvivenza del villaggio.
Diversi giorni dopo, durante gli scambi commerciali presso la bottega del macellaio, Melody riesce a ottenere un buon prezzo per la propria merce, fatta salva la promessa di portarne altra entro sera. Ciò che cerca sono le erbe tardive, le cui foglie aiutano a ridurre il consumo di cibo durante i mesi invernali, necessarie a causa dei razionamenti delle provviste cui andranno incontro. Perché è proibito inoltrarsi nei boschi che circondano il villaggio, persino per cacciare; infestata da lupi che nessuno riesce a debellare, la foresta è un luogo ostile, che tuttavia Melody conosce alla perfezione e nella quale riesce a fare scorta di erbe prima che tramonti il sole.
Rientrata dai cancelli del villaggio, dopo l’ennesimo scontro verbale con il capitano delle guardie, consegna la merce al macellaio ma vi trova anche una misteriosa pelliccia di lupo grigio. Riconosciuta come quella del predatore che l’ha attaccata, scopre che è stato un cacciatore appena uscito dalla bottega a barattarla, insieme alla carne di lupo, il solo che riesca a vivere in mezzo ai boschi senza essere sbranato dalle bestie feroci. Benché dovrebbe tenere segrete la sue uscite, Melody decide lo stesso di affrontare l’uomo che, dapprima restio, si offre di rispondere alle sue domande in cambio di un rimedio per le ferite che contenga anche le radici delle erbe tardive, di norma urticanti.
Nel pieno delle preparazioni dei rimedi con la sua famiglia, tuttavia, una ragazza del villaggio viene trovata morta, sbranata dai lupi. Sotto un rigido coprifuoco, le uscite di Melody si fanno rare per non fornire alle guardie una ragione per arrestarla, eventualità che il loro capitano aspetta con ansia, finché queste non irrompono a casa. Una denuncia anonima contro di lei è quanto basta per ordinare la distruzione delle scorte raccolte e per farla arrestare. Decisa ad evitare di passare un mese a disposizione del capitano in una prigione, Melody sceglie l’esilio, stabilendosi nella casa della nonna al limitare della foresta nonostante il pericolo dei lupi.
Rimasta senza erbe e a corto di tempo prima dell’arrivo dell’inverno, la giovane si vede costretta a cambiare i termini del proprio accordo con il cacciatore. Gli fornirà quanto chiesto e parte dei guadagni ottenuti dal baratto dei medicamenti se le farà da guida nella foresta, in quanto lui è il solo che la conosca bene quanto lei, se non meglio. Il cacciatore, benché minacciato di ostracismo dal capitano delle guardie, accetta.

E ora la storia!

Il foglio di carta ammorbidito dall’umidità si scurisce nei tratti che traccio a carboncino. La nebbia di questa mattina si sta diradando con il passare delle ore, rendendomi più facile scorgere i dettagli principali di questa zona della foresta. È uno schizzo rudimentale dell’ansa del fiume, delle rocce alte e immense che la circondano, però basterà come appunto per la nuova mappa che sto costruendo.
Da quando ho iniziato a tracciarne le prime forme, più a memoria che altro, è stato chiaro che mi serviranno mesi per completarne solo la metà di quella che le guardie hanno bruciato. Non ho tutto questo tempo, però, e anche se ho saputo che la nonna sta cercando di disegnarne una a sua volta, io cerco di ricostruirne più porzioni possibili, approfittando di ogni momento libero.
Non che ne abbia mai. Tra la ricerca di nuove scorte e il prendermi cura di quelle che già sono in lavorazione, le mie giornate sono scandite da ritmi troppo serrati per trasgredire.
Guardo verso sud-est, dove emerge appena il profilo del lago Nero, il grande bacino che permette di irrigare i campi coltivati del villaggio e oltre il quale si estende un tratto selvaggio mai esplorato dalla mia famiglia. Traccio ciò che vedo sulla carta, soffermandomi più sulla forma generale che sui dettagli. Li aggiusterò in seguito, passando in rassegna ciò che mi è sfuggito nel viaggio di ritorno.
Non mi ha entusiasmata l’idea di venire da questo lato della foresta, ma il cacciatore è stato di tutt’altro avviso all’alba di oggi, proprio come nelle scorse mattine. Negli ultimi tre giorni mi ha mostrato porzioni di foresta che non avrei mai considerato, nelle quali nemmeno io mi sarei mai spinta. Tutte troppo lontane o delle quali non conoscevo l’esistenza, né i pericoli, che con lui ho attraversato e iniziato a catalogare.
Ho sempre saputo che la conformazione dei boschi fosse diversa da quel cha appariva sulla nostra mappa. Abbiamo una buona conoscenza del territorio, ma è parziale e frammentaria. Nessuno si è mai spinto oltre il lago Nero.
Soltanto io.
Frugo nella borsa con la mano libera, gli occhi fissi sulla foresta per non dimenticare il punto cui sono arrivata. La striscia di carne essiccata è facile da trovare. La porto alle labbra, addentandola e tenendola stretta tra i denti quando ricomincio a tenere il foglio e a tracciare la linea sinuosa dell’ansa del fiume. La tranquillità è assoluta, mi permette di restare concentrata anche se so che c’è un intero branco di lupi nascosto chissà dove, in attesa che cali il buio per uscire a caccia.
«L’ansa è più estesa.»
Mi chino di soprassalto, le dita strette attorno al manico del pugnale. Ma è solo il cacciatore e mi rilasso quando lo vedo passarmi accanto per abbandonare a terra la propria borsa. Quando si è allontanato per controllare alcune trappole era vuota; adesso il tessuto è teso e gonfio, pieno di prede.
Il suo cane lo segue a ruota, sdraiandosi accanto al bottino quasi a fare da guardia. Il muso longilineo posa sulle zampe incrociate, ma sono i suoi occhi quelli che non mancano di stupirmi. È soltanto un animale, eppure rivelano un’intelligenza fuori dal comune, come non ne ho mai vista nemmeno in certi miei simili. Ogni volta che incrocio quegli occhi, lo sento studiarmi, soppesarmi nel più profondo dell’anima, come se stesse decidendo se fidarsi di me.
Come adesso.
Il martellio del mio cuore si fa assordante sotto davanti al suo sguardo. Non è la prima volta che accade. Negli scorsi giorni, nei pochi momenti di sosta che il cacciatore mi ha concesso, ho osservato spesso quell’animale, senza una vera ragione. È stato per istinto, quasi ci sia qualcosa in lui che spinge a far gravitare lo sguardo su di sé. Esercita un magnetismo difficile da definire, eppure quando i miei occhi incrociano i suoi, non posso sostenerli a lungo.
Proprio per questo li riporto sul paesaggio e poi sul mio schizzo, i pensieri offuscati che cercano di ricordare cosa abbia detto il cacciatore. Ha parlato del fiume, di qualcosa di più esteso.
L’ansa.
«Da qui non sembra» metto via il pezzo di carne, l’unico gesto che mi permette di ritrovare la calma. «Arriva a quei faggi laggiù, poi ruota in direzione del villaggio.»
Il cacciatore nega, le braccia serrate al petto e uno sguardo di sufficienza puntato sulle linee a carboncino.
«Hai una buona mano, erborista, ma no, l’ansa è più estesa. Devi essere precisa con le mappe.»
«Lo sono. E non chiamarmi in quel modo.»
Le mie parole suonano secche nella pacifica quiete della foresta, affilate come artigli.
«Erborista?» chiede, una nota incredula a storcere l’innocenza della domanda. «È ciò che sei.»
«Sì. Ma non usarlo» ripeto, alzandomi per guardarlo dritto negli occhi. «Melody può andare.»
Il cacciatore mi soppesa, un secondo troppo esteso nella sua immobilità per essere reale. C’è desiderio di comprensione nelle sue iridi castane, un tremolio profondo di aspettativa che toglie il fiato. Si aspetta qualcosa da me, una qualsiasi rivelazione che temo di non volergli fornire; i suoi occhi chiedono un permesso alla mia anima e ho terrore di scoprire che cosa implichi.
«Concedi troppo potere al capitano delle guardie. È solo un uomo, non un dio.»
Stringo i pugni, il carboncino che si spezza tra le dita. «Io non gli concedo nulla.»
«Erborista» il mio corpo ha un fremito e lui annuisce. «Questo è il potere che ha su di te. Il tuo titolo è la sua arma per controllati. Non dovresti permetterglielo.»
Conb mi ha portato via quasi tutto ciò che possedevo, ma non ha potere su di me. Non deve averne. L’unica reazione che mi provoca è l’odio. E il ribrezzo, per ogni volta in cui ha osata toccare mia madre senza che lo sapessi.
«Non è così. E la mia vita non è affar tuo.»
«Lo è, da quando abbiamo un accordo» serra la mascella con forza, quasi infastidito dalla situazione. Poi rivolge un cenno al proprio cane, che si alza docile. «Ho altre trappole da controllare. Poi potremo proseguire.»
Si inoltrano lungo la curva del sentiero, la figura slanciata dell’uomo affiancata da quella massiccia dell’animale. La luce del sole taglia le fronde verdi e piove su di loro, lunghe lame dorate che giocano sui loro corpi per disegnare valli oscure e oceani dorati. Sentieri lucenti fatti di stoffa e pelliccia rivestono i muscoli, conducono alle ombre calate sui loro visi e le fanno emergere a nuova vita, mentre il baluginio del sole li accompagna nel loro cammino.
Appaiono eterei, creature fuori dal tempo e lontane da ciò che gli uomini hanno conosciuto in secoli di esistenza. Sono fantasmi emersi dalle profondità della foresta e quando il cacciatore esita, trattengo il respiro. Quasi avesse sentito il peso dei miei occhi su di sé, lui resta immobile sulla strada battuta, incerto se voltarsi a guardarmi o ignorare la mia presenza. Il capo si muove appena, di lui si vede solo un’ombra dove dovrebbe trovarsi il suo profilo. Eppure io lo percepisco, quello sguardo intenso che nasconde a chiunque si trovi davanti e che ancora non sono riuscita a decifrare. Non mi guarda dritta in viso, eppure mi studia, con la stessa attenzione che gli ho riservato io.
Un singolo frammento di tempo, sospeso nel nulla; ma l’indecisione non dura che l’anfratto di un respiro, un battito di ciglia così fugace da credere di averlo soltanto immaginato. L’oscurità torna ad avvolgere quel viso, finché entrambi non scompaiono alla mia vista.
Potrei aver sognato, sconfitta dai giochi di luce che fanno tremare la foresta e la mia percezione. Ma un’illusione può sciogliere le briglie del respiro e indurlo a correre senza freni? Può risvegliare ansiti rapidi quanto i battiti impazziti di un cuore? Potrebbe, ma il peso di quell’istante è troppo grande per credere che non sia mai accaduto.
Ma non è il cacciatore il solo responsabile. Il mio respiro vacilla perché un ricordo sepolto lotta per risvegliarsi, feroce nel mostrarmi un altro uomo avvolto in un mantello di raggi di sole, primaverili quella volta, e su un sentiero lontano miglia da qui.
È mio padre, il giorno in cui la sua vita si è spezzata. Il giorno in cui abbiamo cominciato a considerare i lupi una minaccia.
Prima della malattia, prima dei confini e della paura, era lui a scandagliare i boschi alla ricerca di piante e cortecce. Cacciava per noi e spesso mi portava con sé per insegnarmi ciò che negli anni mi avrebbe più volte salvato la vita. Per mio padre, la foresta doveva divenire parte della mia anima, perché solo così avrei potuto riconoscerne le voci. Ma non quel giorno.
Mi lasciò a casa. Si sarebbe spinto troppo vicino al Lago del Predatore e una bambina non era adatta per quelle zone impervie. Ero una preda troppo facile per i lupi e mi lasciò dalla nonna, dopo aver discusso con lei e mia madre mentre lui mi avrebbe voluta con sé. Quando, più tardi nella notte, le guardie lo riportarono al villaggio con le fauci dei lupi impresse sul corpo, ricordo che nonna fu grata mi avesse lasciata indietro.
Pianse e ancora rimpiange la tragedia che lo ha menomato nel fisico e nella mente, ma negli anni non ha mai cessato di ripetere quanta fortuna abbia avuto nell’essere rimasta a casa. Non ho motivo di dubitarne; quelle ore sono avvolte nel dolore e nel terrore di aver visto mio padre ridotto all’ombra di se stesso. Non ricordavo di essere con lui perché è così. Io rimasi al villaggio.
Melody.
La sua voce è un sussurro nel vento, una carezza che balla nei raggi di un sole traditore e mi inganna ancora. Perché lo vedo come se accadesse adesso, davanti ai miei occhi fissi su una strada deserta.
Melody, forza. Tieni il passo.
Lo ripeteva spesso. Ero sempre troppo lenta, troppo goffa, per tenere la sua andatura. Ma dovevo andare con lui, era importante che imparassi presto i suoi segreti. Era esigente, lo ricordo molto bene. A volte così esigente da contravvenire al buonsenso.
Guardo di nuovo il sentiero. I raggi di sole attraversano ancora le fronde, pugnali di luce sulla strada battuta che fanno della mia memoria un puntaspilli. Il sangue ronza nelle orecchie, un fiume rapido che attraversa gli anni e riporta alla luce suoni dispersi, odori di un bosco antico che a quel tempo non avrei saputo riconoscere. Oggi sì, li vedo per quel che sono.
Quel giorno non rimasi al villaggio.
Mio padre mi portò con sé perché così aveva deciso. Ma io ero piccola, stanca per una marcia che ancora non avevo la forza di terminare. Mi persi, tornai indietro, o almeno credo sia ciò che accadde, perché ero in casa quando lo trovarono.
Trovo l’appoggio di un tronco, sopraffatta dal peso di ricordi che non credevo d’avere, e lascio vagare la mente a quel giorno. Ero con lui, eppure non ricordo nulla a parte quel momento, l’istante in cui si voltò per spronarmi a raggiungerlo. È così chiaro adesso; è una candela che brilla tra i miei pensieri e fatico a credere di non averne avuto memoria fino a questo momento.
Se non avessi guardato verso il cacciatore, se non lo avessi osservato allontanarsi, quel giorno sarebbe ancora sepolto tra gli attimi dimenticati dell’esistenza. Ma non è solo questa consapevolezza a soffiare una nebbia gelata sulle mie ossa. È il volto del cacciatore, sconosciuto fino a pochi giorni or sono, perché è anche lui che ricordo.
No, non lui. Qualcosa di molto simile galleggia sulla superficie dei miei ricordi, un aspetto che il cacciatore mi ha rammentato con vividezza ma che non gli appartiene. L’uomo-lupo, ecco cos’è che tormenta la mia pace oltre a mio padre.
Quella maschera è l’incubo a occhi aperti che mormora una melodia seducente e antica; il bisbiglio dei boschi che ho sempre udito e che mai prima di quel giorno ha avuto un volto. Era solo una sensazione. Ora non può esserlo più.
Ha corpo e voce. Ha una forma. E io devo trovarle un nome.
Perché non ero sola quel giorno. Dietro ai raggi di sole che mi hanno separata da mio padre, acquattato tra le fronde, mi stava aspettando anche quel lupo cattivo.

Spero vi sia piaciuto e che, anche se non esaustivi, i chiarimenti e i dettagli bastino a rendere il racconto comprensibile. Tra l’altro, ho idea che sarà proprio una rivisitazione di Cappuccetto Rosso 😅 per qualunque cosa, vi aspetto nei commenti, se vi va!

Federica 💋

#ioleggoacasa

Storytelling Chronicles #2

Buongiorno a tutti e buon venerdì!

A chiudere la settimana fa ritorno una rubrica super creativa, la Storytelling Chronicles, nata dal gruppo di scrittura creativa omonimo! Come vi dicevo il mese scorso, l’iniziativa ha lo scopo di aiutare a far conoscere quello che scriviamo e anche migliorarci ascoltando i commenti/consigli di chi partecipa (e di chi tra voi lettori vorrà commentare)! Il gruppo nasce grazie a Lara de La nicchia letteraria (grazie, di nuovo, per avermi coinvolta ❤️) e la grafica è di Tania di My CreaBookish Kingdom.

Per questo mese il tema è “Papà”, proprio perché a marzo cade la festa del papà e questo è il mio racconto a tema!

Dopo essere scampata dall’assalto di un lupo nei boschi attorno al proprio villaggio, la giovane Melody rientra nella propria casa e affronta la propria quotidianità.

Rientrando dalla porta sul retro sono sorpresa da tre paia di occhi. Tobias e la nonna mi salutano alzando il cucchiaio dalla ciotola di quella che ha tutta l’aria di essere minestra di cavolo, invece mia madre mi rifila un’occhiata torva.
Appena uscita dal folto della foresta, ho costeggiato un quarto del perimetro del villaggio per arrivare all’edificio di pietra che fino a due anni fa era casa di mia nonna e mi ci sono sprangata dentro.
Mi serviva un posto in cui calmarmi e dove potessi riparare la tracolla. Ci ho passato un’ora buona, controllando che non avessi tagli o ferite visibili, e sono riuscita a trovare anche la mantella di scorta.
La appoggio al chiodo infilato nella parete. È identica a quella che ho lasciato nel bosco, perciò nessuno si accorgerà della differenza. Nessuno sospetterà che mi è accaduto qualcosa. Se mia madre intuisse che un lupo mi ha attaccata, sarebbe la fine. Impazzirebbe.
«Sei in ritardo» si avvicina al camino, dove sobbolle un pentolone mezzo pieno, e versa un mestolo di zuppa in una scodella, dopodiché lo appoggia con un gesto secco sul lato del tavolo più vicino a me. È furiosa.
«Mi sono fermata a casa della nonna per riparare la borsa» afferro la cena e prendo posto accanto a Tobias. «Si è impigliata in un ramo mentre rientravo»
La zuppa calda è un toccasana, sia per lo stomaco, sia per i nervi. Il calore mi da un po’ di stabilità e la certezza di essere in un territorio che conosco, di poter affrontare il da farsi con la mente lucida. Le gambe tremano ancora ma finché riescono a tenermi su, io non vacillo. Tutti hanno bisogno che continui ad andare nei boschi. Un lupo non mi fermerà.
«E la mantella?» la nonna alza gli occhi dalla zuppa e mi fissa. «L’hai cambiata»
«È la stessa di questa mattina» sorrido. «Mamma ti ho preso la corteccia di castagno. Ce n’è abbastanza per un centinaio di decotti»
«Un’altra epidemia di prurito?» Tobias allunga le dita verso il collo, dove i funghi dell’inverno scorso gli hanno lasciato delle macchioline rosa scuro.
Per evitare che grattasse le croste ho dovuto tenerlo legato al letto per una settimana e nonostante tutto, non sono riuscita a evitare che gli lasciassero i segni.
«Tranquillo, quest’anno le cinghie non si allenteranno»
«Quest’anno si spera che non succeda di nuovo, altrimenti i danni non si conteranno» il lato positivo di mia madre colpisce sempre nel segno, specie se è arrabbiata. È capace di gelare il sangue alle persone più di quanto possa fare un predatore dei boschi.
«Come vanno le cose con i sorveglianti?» al mio rientro, il registro era già stato firmato nella colonna con il mio nome. Tobias deve averlo fatto prima di smontare dal turno di guardia.
«Conb mi fa sgobbare. Ma se si tratta di controllare i registri, direi che si fida» occhiata furtiva, sorrisetto.
Tobias è veramente facile da leggere e anche mia madre e mia nonna capiscono cosa ha fatto oggi e cosa fa sempre per me.
Lo sguardo di biasimo di mia madre centra entrambi, ma io sono la sola a risentirmene. Il suo continuo astio per quello che faccio e per i luoghi in cui vado mi fa soffrire. Amo i boschi, ma non ci vado solo per me stessa. Lo faccio per lei, per la nonna, per mio padre e per tutte le persone che vivono nel nostro villaggio. Non sono io ad aver bisogno di tutte quelle medicine.
«Papà ha già mangiato?» domando e al cenno di no di mia madre mi alzo e riempio di nuovo la scodella.
«Glielo porto io» vicino alla porta della camera mi passa un boccettino di vetro. Dentro, una purea biancastra ondeggia a ogni movimento.
Detesto vederlo prendere questo intruglio ma serve a farlo stare meglio, anche se il solo momento che gli è rimasto per stare bene è quando non sente dolore.
Con passo felpato entro nella stanza dove dormono i miei genitori e Tobias, cercando di non far spaventare mio padre. La sua testa si muove nella penombra, un soffio leggero come respiro e un nome sussurrato quasi senza voce. Il mio. Mi riconosce sempre.
Non mi stupisce che sia sveglio; sono poche le ore in cui riesce a rilassarsi abbastanza da prendere sonno. Sposto la sedia appoggiata alla parete vicino al letto e accendo una candela nuova con il moncherino di quella vecchia.
Adesso il viso scavato di mio padre si vede benissimo. La pelle bianca e grinzosa gli segna gli zigomi e gli angoli degli occhi, perennemente chiusi; ha le labbra secche e la pezza che dovrebbe usare per tenerle umide è appoggiata di traverso sul collo. La sposto sulle mie ginocchia mentre mi siedo e lo scopro leggermente, liberando dalla coperta il petto scheletrico. Quando ero piccola era così forte e grande; mi fa male vederlo così.
«Melody» mormora e dopo aver posato la scodella sul comodino, lo aiuto a raddrizzare la schiena per mangiare. «Li hai trovati?» chiede, con la voce rotta per lo sforzo.
Il cuore mi si spezza. Non avrebbero dovuto dirgli che sono andata nei boschi.
«No, papà. Mi dispiace» lo vedo spegnersi e non posso fare nulla per consolarlo.
Vorrei dirgli che ho trovato le tracce degli animali che si nutrono dei fiori che tanto vuole ma non è così. Non so nemmeno se esistano davvero.
Sciolgo un cucchiaio raso di purea bianca nella minestra e imbocco mio padre finché non la finisce tutta. Lo faccio stendere di nuovo e resto seduta in silenzio accanto a lui finché il suo respiro non si fa calmo e rilassato.
Era a quei fiori che pensava nel sussurrare il mio nome.
Sono chiamati Blue Melody, per via del loro colore, ma al villaggio sono conosciuti come Melodia di lacrime, perché credono che siano in grado di curare qualsiasi malattia e che possano persino vincere la morte in cambio di alcune lacrime.
Sono tutte stupidaggini e nessuno ha mai visto davvero un fiore di Blue Melody. Ma mio padre si aggrappa alla loro esistenza come un disperato e io non riesco a cancellare le sue speranze. Fino a qualche anno fa li cercavo, ma adesso ho smesso di farlo. Sono stanca di inseguire qualcosa che non esiste.
Bagno la pezza nel catino di acqua accanto al letto e tampono per un po’ le labbra di mio padre. La malattia lo sta consumando sempre di più; giorno dopo giorno le sue condizioni peggiorano e nessuno è riuscito a capire quale sia la causa del suo male. Tutto ciò che possiamo fare è sciogliere quella purea bianca nel cibo e calmargli il dolore.
Tutto quello che posso fare è stargli accanto, poco importa quanto questo mi strazi l’anima in ogni singolo istante.

Spero vi sia piaciuto e, se vi va, lasciatemi tutti i commenti e le critiche che vi ha ispirato 😉

Federica 💋

Storytelling Chronicles #1

Buongiorno!

Oggi torno a pubblicare un racconto! Questa storia nasce per il gruppo di scrittura creativa Storytelling Chronicles, che ha lo scopo di aiutare a farci conoscere per quello che scriviamo e anche migliorarci ascoltando i commenti/consigli di chi partecipa (e di chiunque tra voi lettori vorrà commentare)! Il gruppo nasce grazie a Lara de La nicchia letteraria (grazie per avermi coinvolta ❤️) e la grafica è di Tania di My CreaBookish Kingdom. Vi consiglio di seguirle, se ancora non le conosceste!

Allora… Il tema di febbraio è stato “Amore”, a nostra discrezione se scegliere tra uno appena iniziato o finito. Devo dire che mi ha messa alla prova, perché non mi sento mai sicura nel descrivere i sentimenti. Quindi ho pensato di fare un tributo al mio attore preferito. E anche di prendermi un po’ in giro, nel frattempo 😉

Clarissa cerca l’amore e l’uomo della sua vita, ma questi non vogliono trovarla. Così vive i suoi sentimenti in un modo alternativo. Molto alternativo. Ma cosa accade quando l’Amore decide di farsi vivo?
Clarissa scoprirà quanto realtà e fantasia, a volte, siano due mondi completamente diversi.

Clari stava diventando un’esperta.
All’età di ventotto anni, due lauree in conservazione e storia dei beni culturali e gli ultimi due mesi passati sul proprio divano a valutare proposte di lavoro, Clari stava diventando proprio un’esperta. Una stalker esperta.
E l’oggetto ignaro del suo accurato studio era Lui.
Ebbene: Lui non era un’entità prettamente reale, né prettamente umana. Per una congiunzione astrale assai strana di algoritmi, ore di nullafacenza e di passione smodata, Lui era il gruppo inscindibile dei profili Facebook-Twitter-Instagram di Toby Seddlithon.
E non Toby Seddlithon, il ragioniere calvo di Birmingham. No. L’omonimo che Clari aveva per sbaglio iniziato a seguire non aveva niente a che vedere con Lui.
Lui apparteneva a Toby Seddlithon, l’attore più bello, dotato e famoso della storia inglese. L’uomo ideale di Clarissa, l’unico capace di inchiodarla davanti a uno schermo per ore, a recuperare la più sconosciuta, becera filmografia in cui aveva preso parte agli inizi della sua smagliante, e ormai stellare, carriera d’attore. Persino i cameo di alcuni miseri secondi, perché Clarissa era una fan di quelle serie, disposta a sorbirsi trame assurde pur di vederlo crescere. Platonicamente parlando. Ma anche no.
E come ogni altro pomeriggio prima di quello, se ne stava comodamente sdraiata sul proprio divano, cellulare alla mano e occhi inchiodati sull’ultimo post pubblicato nei tre profili, quasi in simultanea. E. Che. Post.
Toby si dimostrava ancora una volta bello come un dio. Il dio lo aveva anche interpretato, ma quel ruolo non aggiungeva nulla alla sua naturale bellezza. Una classica bellezza inglese: alto, fisico asciutto e viso fine. Niente a che vedere con quei palestrati di Hollywood. E Clari apprezzava la vista. Eccome.
Avrebbe volentieri passato le dita in quella chioma castana, o sulla barba corta che aveva iniziato a sfoggiare negli ultimi selfie. Non che le piacesse più di tanto. Lo preferiva rasato di fresco, a suo gusto personale, ma anche così non era male. Cascasse il mondo, Toby aveva sempre un suo perché. Sempre.
«Hmm»
«Ti prego, dimmi che non era un gemito»
Clarissa alzò gli occhi dallo schermo, colpevole dell’accusa. Chiara, la sua migliore amica da… beh, da quando entrambe iniziarono a capire che i versi prodotti da lingua, labbra e gola potevano diventare suoni con un senso vero e proprio… Chiara, compagna di avventure da una vita, la stava fissando dall’altro capo del divano. Disgustata.
«Forse?»
«Clari, sul serio?!» storse il naso, scuotendo la testa. «Fai paura quando fai così»
«Ma tu che ne sai, eh? Tu hai Kevin, mentre noi povere, comuni e sventurate mortali non abbiamo un fidanzato bello come il sole che ci adora» mise il broncio, gli occhi che scivolavano ancora sullo schermo. «Lasciaci almeno le piccole gioie»
«Il plurale maiestatis… addirittura?!»
Clari sfoderò un bel sorriso davanti al sopracciglio di Chiara, che si era sollevato incredulo davanti alla sua, più che legittima, spiegazione. Non le erano sfuggiti i cuoricini evaporati dalla sua amica nel sentir nominare il suo ragazzo, e la invidiava per quello. Non che le invidiasse Kevin, che non era proprio il suo tipo, ma le mancava quello che c’era tra loro. Voleva la complicità. Cercava l’amore.
Quello, però, voglia di trovare lei non ne aveva nemmeno un briciolo. Anzi, l’Amore la evitava come la peste. Ecco la vera ragione dell’esistenza di Lui.
Clarissa voleva l’Amore. E se non poteva averlo, allora si sarebbe accontentata di stalkerare il suo attore preferito. Attività per la quale stava dimostrando un vero talento.
Il citofono del suo appartamento emise un singulto stridulo, un suono a metà tra il clacson del film Il sorpasso e il gemito di Lurch. Prima o poi sarebbe morto definitivamente, ma per quel giorno ancora si era deciso a suonare. Per fortuna! Perché Clari aspettava il corriere con l’ultimo volume della sua saga Paranormal-Romance-Urban-Fantasy preferita e finalmente avrebbe scoperto se il belloccio della serie fosse riuscito a inzuppare…
«Ciao! Secondo piano, grazie. Il portoncino è il primo sulla sinistra»
La figura in bianco e nero nel videocitofono annuì. Il corriere era così alto che Clari nemmeno riuscì a vederlo in faccia. Scorse solo un accenno di barbetta e il pacchetto con il suo libro. Ecco la seconda gioia della giornata, dopo la foto di Toby.
Come una comare vecchio stile, curiosa di scoprire i segreti dei vicini, si apposto sull’uscio. Gli occhi di falco puntati sul pianerottolo sondavano la tromba delle scale alla ricerca del minimo movimento. Quando la testa del suo nuovo, secondo, uomo preferito al mondo sbucò sul pianerottolo di sotto, piroettò sul posto dalla gioia. Poi la piroetta finì, Clarissa si ritrovò al punto di partenza e lo sguardo incrociò quello azzurro cielo del corriere.
E la mascella le si disarticolò.
Per un eterno secondo, si sentì come la versione itterica di Voldemort che Munch aveva piazzato al centro del suo quadro. Il mento poteva davvero aver toccato terra, le guance scavate tipo concorrente da Isola dei Famosi dopo due mesi a riso, lacrime e “Clarissa chi mandi al televoto?”. Perché il corriere non era un corriere. E il pacchetto non era il suo libro. Affatto.
A salire le scale del suo palazzo era Lui. No, non Lui, la congiunzione astralmente perfetta di Facebook-Twitter-Instagram. Ma Lui lui. Quello vero, in carne e ossa e sconfinata bellezza ed erogatore di sex appeal sufficiente a farle urlare “Sì, sarò la madre dei tuoi figli. Tutte le volte che vuoi!”.
C’era Toby Seddlithon. Lì, davanti a lei.
«Clarissa»
E conosceva pure il suo nome!
Il saluto che mugolò assomigliò all’unico suono che Chewbecca riesce a emettere in ben sette film, quel verso che potrebbe dire qualunque cosa e che comunque, per chiunque, resta un gorgoglio indecifrabile.
Toby rise, la voce roca e armoniosa persino mentre emetteva semplici vocali senza alcun senso. Beh, per Clarissa avrebbe anche potuto parlare in elfico e sarebbe rimasto un figo pazzesco.
«Finalmente ci conosciamo. Non vedevo l’ora di trasferirmi da te»
Le parole dell’attore fecero fatica a farsi strada attraverso la nebbia calata sul suo cervello alla comparsa di quel bel faccino. A Milano erano anni che non si vedeva un nebbione del genere, uno che neanche i riflettori di San Siro sarebbero riusciti a diradare, ma con calma ce la fecero ad attraversare i suoi neuroni andati in brodo di giuggiole. E si schiantarono sul fondo dell’inconscio di Clarissa come un’auto contro il muro dei crush test. Lei, ovviamente, si sentì il manichino.
«Come scusa?»
«Ma sì, pucci-pucci. Da oggi vivremo insieme»
Il nomignolo le fece accapponare la pelle. Il sex appeal gelò come Arendel durante la crisi d’identità di Elsa e anche se il sorriso di Toby restava bello da togliere il fiato, a lei il respirò mancò per un altro motivo. Giù, alle ore sei del quadrante immaginario attorno all’uomo che le stava di fronte, si palesò il peggior incubo di Clarissa, l’anti-figaggine della moda maschile: i pantaloni col risvolto! E più giù, loro. I mocassini! Con le frange!
«Senti…»
Ma ogni possibile scusa per cacciare quel ben di dio dal pianerottolo si spense quando le mostrò la scatola che teneva tra le mani. Erano cioccolatini. Tartufi, per giunta.
«Per te» le confermò, mentre lei prendeva la scatola e lo trascinava nel suo salotto.
«Oh, ma grazie! Sei un… perché è mezza vuota!?»
«C’era traffico per entrare in centro e nell’attesa mi è venuta fame. Scusa, pucci…»
«Primo: non chiamarmi mai pu… in quel modo» rabbrividì, atterrita solo all’idea di pronunciare quella parola. «Secondo: se ci sono di mezzo dei tartufi, nessuno deve toccarli prima di me. Nessuno. Terzo…»
«Terzo» Toby le afferrò la mano e la attirò a sé. Il contatto con il suo corpo le causò un fremito dolcissimo. «Adesso devo proprio baciarti»
Clarissa osservò la sua bocca mentre si avvicinava, al rallenty. L’aveva desiderata per mesi e adesso finalmente…
Un labbro umidiccio sfiorò il suo. Fu un picchiettio, un tocco maldestro che di romantico o sexy aveva ben poco. Anzi, proprio nulla. Oh, boia mondo! Toby non sapeva baciare. Era negatissimo. Sembrava avere due cozze al posto delle labbra e l’immagine spezzò ogni possibile, e comunque lontanissimo, entusiasmo.
Provò a tirarsi indietro, ma le braccia che tanto aveva ammirato la avvolgevano come due tentacoli appiccicosi e un po’ sudaticci. Non le piaceva. Il vero Toby non era affatto come se l’era immaginato! Non era l’uomo dei suoi sogni. Quello era un vero e proprio incubo!
Clari si svegliò di soprassalto. Il cuore le batteva a mille e si guardò in giro col terrore di trovare Toby Seddlithon nel suo appartamento. Ma non c’era nessuno, a eccezione della sua amica Chiara.
Aveva sognato tutto!
«Meno male…» le sfuggì un sospiro sollevato, che le si strozzò in gola quando il suo cellulare vibrò per una notifica di Twitter. Lui aveva appena aggiunto un nuovo post nell’etere dei social. Il primo istinto fu di guardarlo, poi ricordò Toby-la-cozza e lasciò andare quell’infernale aggeggio tecnologico.
«Che ti prende?» Chiara la fissava basita, ferma davanti alla porta semi accostata.
«Niente, niente. Hey, ma che fai alla porta?»
«Ha suonato il corrie…»
La voce di Chiara si perse sotto l’urlo agitato e in preda al terrore di Clarissa. Lei, ignara di sembrare una completa matta agli occhi della sua amica, si mise a correre per l’appartamento, cercando di raggiungere la porta prima che fosse troppo tardi. Non le importava che ci fosse o meno il corriere – o Toby, o chiunque avesse citofonato a casa sua. L’importante era non lasciare che quella porta si aprisse del tutto. Non voleva niente di quello che aveva sognato. Proprio niente!
Ma in fondo, chi era lei per fermare l’Amore?

Fine 😊Avete capito chi è lui? Se vi va, fatemi sapere cosa ne pensate!

Federica 💋