Storytelling Chronicles #18

Buongiorno!

Anche a luglio torno con un nuovo racconto per la Storytelling Chronicles (banner di Tania My Crea Bookish Kingdom), la rubrica di scrittura creativa che ormai ben conoscete e che ha fatto da casa a tanti personaggi! Per questo mese, Lara (La Nicchia Letteraria) ha proposto come tema il prendere ispirazione per genere, pov e protagonista dal libro che più ci è piaciuto del/la nostr* autore/trice preferit*. Mi spiego: io ho scelto Lisa Kleypas (e questa settimana sarà anche dedicata a lei) e il suo romanzo Peccati d’inverno, perciò il genere è il romance storico, il pov è la terza persona e per protagonista un maschio etero di alta estrazione sociale.

Date le premesse, non potevo non tornare da Lizzie e Marcus, anzi solo Marcus questa volta. Qui vi lascio le scorse “puntate”:
I nipoti del duca
Ciò che il ton si attende
La determinazione di una lady

E ora il racconto di oggi! Buona lettura!

Come sconvolgere un duca

Marcus si sistemò a uno dei tavoli liberi del White’s e ordinò da bere.
Ne aveva un disperato bisogno, anche se non era nemmeno mezzogiorno. Anche se ancora riusciva a sentire il sapore del brandy bevuto quella notte con Elizabeth. E sulle sue labbra.
Elizabeth, mugugnò tra sé, il volto della sua protetta che gli balzò davanti agli occhi come una visone. Che abbiamo combinato?
Non aveva scuse che giustificassero il suo comportamento inqualificabile, né si poteva dire troppo ubriaco da non sapere cosa stesse facendo. No, lui aveva approfittato della situazione con estrema lucidità e se lei non si fosse tirata indietro, solo Dio sapeva cosa sarebbe accaduto tra loro. Marcus ne aveva avuta una chiara visione per il resto della notte, trascorsa a fissare le fiamme nel camino della biblioteca e poi in quello nelle sue stanze. Era rimasto sdraiato sulla propria poltrona finché il suo valletto non si era presentato per aiutarlo a vestirsi. Al povero Summers era venuto quasi un colpo quando aveva visto lo stato in cui si trovava; non che potesse biasimarlo, dato che si era spaventato anche lui nello scorgere il suo stesso riflesso.
Ringraziò con un cenno il cameriere quando gli fu servito il whisky, si fece lasciare la bottiglia e trangugiò il primo bicchiere in pochi sorsi. Sperava che il fuoco lungo la gola annientasse la brama cocente che da ore gli impediva di pensare in modo sensato, reso incapace di articolare una qualche replica a ciò che era accaduto tra lui ed Elizabeth.
Perché il gentiluomo che era in lui premeva per portarlo ad accettare l’unica conclusione possibile dopo il loro incontro di quella notte. La sua coscienza gli aveva gridato una sola parola per tutta la notte.
Matrimonio, pensò di nuovo con sconcerto, dovrei sposare Elizabeth e proteggere il suo onore. Tuttavia, la frase che lei gli aveva rivolto prima di correre fuori dalla biblioteca era la ragione che lo aveva portato al club, attento a non incrociare nessuno mentre usciva di casa. Arricciò le labbra al ricordo di quella mattina. Chi voleva prendere in giro? Lui, il decimo duca di Colton, era scappato per la paura di incrociare Elizabeth o, peggio ancora, sua madre. Rose Haynes aveva la vista acuta quando si trattava di scorgere l’inquietudine del figlio e Marcus non voleva correre alcun rischio, non quando lei lo avrebbe di certo convinto a seguire la strada più onorevole. Ma non era certo che fosse ciò che Elizabeth desiderava.

Lo aveva definito istruttivo, il bacio che si erano scambiati e che aveva alterato il suo mondo, insieme all’idea che si era fatto di Elizabeth; lo aveva ringraziato, come se quell’esperienza non avesse smosso in lei nient’altro che i confini di ciò che cercava in un consorte, come se lui non facesse parte della lista dei possibili mariti e le fosse servito solo per schiarirsi le idee.
Le dita gli si strinsero attorno al bicchiere, i denti che digrignarono quando una risata improvvisa arrivò dalla poltrona libera dall’altro lato del suo tavolo. Guardò con la coda dell’occhio l’uomo che si era appena seduto al suo fianco. Alto, i tratti marcati e gioviali circondati da una folta chioma castana, James Crosswell, quinto conte di Ashbury e suo vecchio amico, lo squadrava con un sorriso di scherno per l’espressione arcigna che di certo piegava il volto di Marcus.
«Se avessi saputo che il tuo invito era per sorbirmi il tuo pessimo umore, me ne sarei rimasto tra le braccia della mia ultima conquista, Vostra Grazia
«Non usare quel tono, James» lo pregò, con un gemito roco a incrinargli la voce. «Non ho la forza di rispondere alle tue battute.»
«Ma di tracannare whisky sì, a quanto vedo. Bene, benvenuto nel club dei perdigiorno Marcus» lo canzonò l’altro, chiedendo un bicchiere anche per sé. «A cosa dobbiamo il tuo strano desiderio di bere?»
A una giovane donna che mi ha definito “istruttivo”. Quel pensiero trovò voce in un mugugno attutito da un nuovo sorso di whisky. E che mi ha liquidato senza nemmeno voltarsi indietro.
«Per caso ha a che fare con il ballo di mia madre? Ho saputo che sei stato al centro dell’interesse di tante giovani donne.»
«Sì, ma… non esattamente.» Esitò, osservando prima il bicchiere e poi il suo vecchio amico. Doveva trovare il coraggio di chiedergli ciò che gli interessava per la sicurezza di Elizabeth, per mettere il suo stesso animo in pace. «Dovrei sapere qualcosa su tuo fratello?»
James sollevò un sopracciglio, incuriosito. «Nulla che debba essere menzionato. Certo ha gusti strani, per un giovane della sua età, ma nulla che il tempo non possa correggere.»
Marcus alzò la testa di scatto. «Gusti strani?» Buon Dio, dopo il discorso fatto a Elizabeth la sera prima non poteva essere un depravato. Marcus si sentì gelare al pensiero di ciò che le sarebbe potuto accadere con un uomo del genere, uno che difendeva la morale in pubblico mentre in privato…
«Sì, sai, come il latte rispetto al vino o l’arrosto di vitello invece dell’anatra glassata. Le solite cose.» L’amico sorrise, fece un sorso di whisky e poi proseguì. «Ma cosa pretendi da un ragazzino di dieci anni.»
«Dieci… cosa?» Marcus squadrò l’espressione divertita di James per un secondo e realizzò l’ovvio. «Hai due fratelli.»
«Tre, in verità» confessò con un velo di buonumore, «ma presumo parlassi di Henry, visto che Michael e Sean non hanno ancora l’età per partecipare ai balli.»
Avrebbe dovuto saperlo. James amava prendersi gioco di lui, soprattutto della sua impostata serietà. Ci era passato a Eton e a Oxford, ma ancora non riusciva a farci l’abitudine. Specie ora, che gli premeva conoscere cosa avesse detto o fatto Crosswell dopo aver lasciato Elizabeth al ballo.
«Allora?» Suonò brusco, fin troppo, ma l’alcool lo rendeva meno accorto. «Cosa puoi dirmi di tuo fratello?»
«Te l’ho detto, nulla che debba essere menzionato. È il secondo, ha una buona rendita personale e, che la Regina e Dio ce ne scampino, Henry è talmente puntiglioso che asciugherebbe le scarpe anche prima di entrare in una stalla, oltre a essere il gentiluomo più garbato che esista.»
«Mm.»
Non lo era stato per dire a Elizabeth di comportarsi come una degna lady inglese, un nuovo mugugno accompagnò quel pensiero.
«Quindi, vediamo se ho capito: mio fratello ha ballato due quadriglie con Lady Elizabeth Whitmore, giovane signorina sotto la tua tutela, e dopo una chiacchierata in terrazza, a cui ha assistito tutto il ton, tu mi chiami per chiedermi di Henry.» Elencò il tutto con fare assente, poi però strabuzzò gli occhi. «Misericordia, non dirmi che dobbiamo organizzare un matrimonio?»
«Sul mio cadavere» borbottò Marcus, le labbra a un soffio dal bicchiere.

«Come, prego?» James restò di sasso perché sì, aveva udito le sue parole, e Marcus era certo non lo avesse mai visto ridotto in quello stato. «Potresti dirmi che succede?»
«Elizabeth ha deciso di sposarsi, ecco perché siamo rientrati a Londra.» La mente del duca fece ritorno per un istante ai giorni trascorsi a Haynes Manor. Se fossero rimasti in campagna nulla sarebbe cambiato tra loro.
«Una pessima ragione, se mi permetti, ma comprendo che per una giovane con così tanti anni di lutto alle spalle la ricerca di un marito possa essere uno svago non da poco.» James rabbrividì, una smorfia a piegargli le labbra. «Spero non vada a caccia di titoli. In quel caso, avvertimi. Vedrò di fuggire in campagna in men che non si dica.»
Marcus scosse la testa. «Cerca un matrimonio d’amore.»
«Oh, un animo romantico! Quelli sono i peggiori, amico mio. Eppure non capisco come tutto questo abbia a che fare con mio fratello.»
«Sembra che da bambino le abbia promesso di sposarla, qualora avesse iniziato a pensare al matrimonio.»
James lo studiò per un secondo di troppo, poi si lasciò andare a una risata fragorosa, tanto da attirare su di loro le occhiate degli altri gentiluomini presenti. Marcus sentì il collo scottare, l’imbarazzo per essersi esposto tanto che gli fece distogliere lo sguardo dall’amico per puntarlo sul proprio bicchiere. Sapeva anche lui quanto fosse ridicolo dar credito alla sciocca promessa di un bambino, tuttavia sentiva un fremito di rabbia attraversarlo al pensiero che Elizabeth potesse essere tentata dalla sua proposta. Dopo la notte appena passata, Marcus era ancor più intenzionato a vagliare tutti gli scapoli su cui avesse posato gli occhi, pronto a intervenire se qualcuno avesse osato prendersi delle libertà.
Esattamente come ho fatto io, maledizione!
Si rimproverò un’altra volta, incapace di decidere se sfidarsi a duello da solo o se tornare di corsa a casa per cercare di capire come stesse reagendo Elizabeth al loro bacio. E magari provare di nuo… No! Decisamente no!
«Perciò tutto questo è per una sciocca promessa fatta da bambini?» chiese il conte di Ashbury quando riuscì a placare l’attacco di risa. «Capisco l’elevato senso dell’onore, Vostra Grazia, ma non ti sembra un po’ troppo?»
«Le ha rinnovato la promessa, James, durante la chiacchierata in terrazza.»
«Oh.» Gli occhi scuri di James si velarono appena di preoccupazione. «Classico di Henry. Un po’ avventato ma lodevole. Te l’ho detto, è un gentiluomo fino al midollo.»
«Mm.» Marcus arricciò le labbra, l’alcol che non lo aiutava a tenere a freno i pensieri. «Non sempre a quel che so.»
«Spiegati.» Il tono formale di James non lo stupì. Il conte era sempre pronto a difendere la famiglia.
«Ha redarguito Elizabeth, ricordandole in malo modo quali fossero i sani principi delle lady inglesi. Non è stato propriamente un gentiluomo.»
«Se ha offeso Lady Whitmore, faremo ammenda. Gli parlerò, Marcus, e sistemeremo tutto.» L’amico gli lanciò un’occhiata di sbieco. «Ma cosa ti prende? Non può essere stata solo colpa di quel puntiglioso di Henry.»
«No, è successo anche qualcos’altro quando ho parlato con Elizabeth.»

Avrebbe voluto chiedergli se gli fosse mai capitato di scoprire quanto una persona potesse sembrargli diversa soltanto per aver scoperto un nuovo anfratto del suo carattere, ma Marcus fu interrotto da un valletto e da un biglietto indirizzato proprio a lui. Veniva da casa.
Ruppe il sigillo con il tagliacarte che gli avevano consegnato insieme alla busta, le dita impazienti mentre gli occhi scorrevano le parole tracciate dalla calligrafia di sua madre.

Per quanto i tuoi impegni ti tengano occupato,
a casa la tua presenza sarebbe alquanto gradita.
Altrimenti la cara Lizzie, i tuoi nipoti e io saremo i soli
a intrattenere Mr Crosswell e sua madre per il pranzo.

Marcus guardò l’orologio da taschino e imprecò tra sé per l’ora.
«Sei impegnato per pranzo?» Si ritrovò a chiedere con un’occhiata sbilenca a James.

«Nulla di inderogabile. Perché?»
«Ottimo. Hai appena guadagnato un invito da me» lo informò, il corpo che scattò in piedi travolto da una scarica di energia nervosa. «Ci saranno anche tua madre e tuo fratello.»
«Come… Aspetta, quale dei tre?»
«Henry, il puntiglioso» rispose, il fastidio e lo scherno che si mescolarono nella sua voce. «Vieni?»
James sorrise apertamente. «Non mi perderei questo pranzo per nulla al mondo.»

E fine! Spero che questo racconto vi sia piaciuto e, se l’ispirazione mi assiste, spero anche di potervelo raccontare, questo pranzo a casa Haynes! Incrociate le dita per me 🤞 e se vi va, fatemi sapere le vostre impressioni sul racconto 😊 

A presto
Federica 💋

Storytelling Chronicles #17

Buongiorno e buon martedì!

Questo mese sono riuscita a preparare presto il mio racconto per la Storytelling Chronicles, la rubrica di scrittura creativa ideata da Lara, blogger di La Nicchia Letteraria, e grafica di Tania di My Crea Bookish Kingdom. Per giugno le storie devono contenere tre elementi, uno principale e due secondari: i libri sono appunto il fulcro delle storie, mentre la mamma e il lavoro sono il contorno, anche se tutti e tre potevano essere gestiti come più ci piaceva, senza limiti all’immaginazione.

Ebbene, visto che ad aprile ho lasciato Marcus ed Elizabeth in biblioteca, interrompendo la loro storia sul più bello (trovate i capitoli che li riguardano qui e qui), sono stati loro a farsi avanti e a farsi di nuovo protagonisti del racconto. Con la storia di oggi, se grazie a questi due personaggi mi sono lanciata nel romance storico, segno un’altra novità nel mio stile di scrittura, perché il serio e compassato duca di Colton mi ha permesso di spingermi un po’ fuori dalla mia comfort zone per quanto riguarda la passione e il desiderio.

Ok, non aggiungo altro! Vi lascio leggere 😊

La determinazione di una lady

Elizabeth si sfiorò le labbra con il polpastrello, lo sguardo perso e distratto mentre la duchessa madre di Colton seguiva lei e i nipoti tra gli scaffali della libreria. Avevano deciso di recarvisi quella mattina, per mostrare a Thomas e Alicia un angolo di Londra che lei amava molto.
I bambini avevano esultato all’idea della piccola gita per le strade affollate della città, allettati dalla prospettiva di poter entrambi scegliere un libro da acquistare alla fine delle loro commissioni. E lì erano giunti tutti e quattro dopo aver raccontato ai nipoti quante meraviglie si erano persi mentre vivevano nel loro sicuro rifugio di campagna. Lizzie non visitava quel negozio da ben sei anni, eppure appena vi aveva messo piede l’odore di carta e pelle e inchiostro l’aveva travolta, riportando a galla attimi cari al suo cuore. Se solo fossero bastati quei ricordi e quei profumi a calmare i suoi pensieri sconvolti ed erranti.
«Daisy avrebbe adorato venire qui» commentò la duchessa e quelle parole riportarono Lizzie a concentrarsi, a osservare il volto meravigliato della donna che le aveva fatto da madre in quei tre anni mentre ella studiava gli scaffali straripanti di volumi. «Non che l’abbia mai incoraggiata a leggere più di quanto fosse necessario, ma ha sempre avuto una predisposizione per la letteratura. Amava i romanzi.»
«Lo ricordo.» Elizabeth sospirò e sorrise quando il suo sguardo corse a Thomas e al modo dolce in cui mostrava alla sorella un libro pieno di immagini strabilianti. Anche quei bambini adoravano leggere. «Cosa avete trovato?»
La domanda fece sollevare le testoline dai riccioli biondi dei suoi nipoti, le espressioni traboccanti di eccitazione quando entrambi mostrarono alla zia e alla nonna un piccolo libro di avventure.
«Parla di pirati!» esclamò Thomas, nell’istante esatto in cui Alicia puntò l’indice sulla pagina e disse: «Guarda, zia Lizzie, una principessa».
Elizabeth sorrise ma fu Lady Haynes a chiedere ai due piccoli di mostrarle il piccolo volume. L’intervento della donna la lasciò libera di girovagare tra gli alti scaffali, una mano poggiata al petto, l’altra intenta a sfiorare distratta i dorsi di quegli immensi scrigni di meraviglie chiamati libri. Era uscita dalla casa di città del duca di Colton convinta che passare del tempo in libreria avrebbe riaggiustato i meccanismi inceppati della propria esistenza, tuttavia non era ancora riuscita a liberarsi della curiosa oppressione al petto che la tormentava dalla notte precedente. Da quando aveva baciato Marcus, subito dopo aver giurato a se stessa di non chiedere nulla di tanto avventato a nessun gentiluomo del ton. Ma lei non aveva chiesto, no, aveva preso in mano la situazione da sé.
Aveva cercato di accantonare il ricordo di quella notte, ma nulla era valso a superare la sfida. Sfida, pensò tra sé, rimproverandosi subito dopo. Non avrei dovuto raccogliere la sua sfida.

Due erano le cose che Elizabeth sapeva con certezza: la prima era che il brandy aveva un sapore diverso se assaggiato sulle labbra di un’altra persona; mentre la seconda, e la più sconvolgente, era che Marcus non stava reagendo.
Se ne stava immobile, la bocca ridotta a una linea sottile e ferma, mentre lei si poggiava a lui per capire cosa intendesse sua madre nell’affermare che: «Un bacio sconvolge la vita, ma belle. L’uomo giusto sa smuovere l’universo con un solo bacio». Ma non stava funzionando. Non aveva perso cognizione di dove si trovasse, né della totale mancanza di partecipazione di Marcus. Anzi, in qualche modo era più conscia della propria presenza nella biblioteca di casa, del calore del fuoco che le scaldava il fianco attraverso le vesti sottili. Registrava ogni dettaglio, dallo scoppiettio del legno nel focolare al respiro accennato del duca che le sfiorava la guancia; dal velo di barba pungente che le solleticò i polpastrelli quando gli sfiorò il mento alla morbidezza del labbro inferiore quando aumentò la pressione della propria bocca. Non era mai stata tanto consapevole del proprio corpo come in quell’istante, quando una scarica di un’emozione sconosciuta la attraversò e finì per aggrovigliarle lo stomaco.
Frustrazione, ecco cosa avvertì.
Si tirò indietro, i capelli che le scivolarono lungo le spalle a qual movimento e avvolsero entrambi in una cortina. Guardò Marcus e si sorprese di trovarlo con le palpebre serrate, gli occhi chiusi con forza come se fosse preda di una prova tremenda in modo indicibile. Lizzie tenne le dita contro la sua mascella, osservando il duca accovacciato davanti a lei e studiandone il fisico. Aveva mai notato quanto fosse alto? Sì, certo, ma perché ora vedeva il suo aspetto in modo tanto diverso? Si chiese se avesse sempre avuto le spalle ampie, un petto abbastanza largo da accoglierla in un abbraccio in cui potersi perdere e gambe allenate e forti come quelle che i pantaloni da sera mettevano in evidenza. Da quando immaginava di passare le dita tra i suoi capelli per scoprire se fossero folti e morbidi come sembravano alla vista? E perché le importava sapere quanto diventassero lisce le sue guance dopo la rasatura del mattino?
Sbuffò, spazientita e resa nervosa dalla tensione che le serrava il ventre, poi appoggiò la fronte contro quella di Marcus e quasi esultò tra sé quando vide il duca compito sussultare.
«Non mi sei di aiuto, Vostra Grazia» si lamentò, parlando quasi tra sé e sé, mentre il palmo si accoccolò attorno al profilo del suo viso serio. «Non funziona affatto.»

Marcus si sarebbe messo a ridere, se solo non fosse stato troppo concentrato per cercare di restare immobile, di mantenere il respiro regolare e lento, quando i suoi polmoni avrebbero di certo preferito intraprendere una marcia degna di una locomotiva. Ma non poteva permettersi dei respiri profondi, avrebbe percepito di nuovo il profumo di Elizabeth e allora non sapeva cosa sarebbe accaduto, né quanto pericolosa sarebbe diventata quella chiacchierata notturna.
Chi voleva raggirare? Avevano già oltrepassato il segnale di pericolo, già abbandonato i presupposti di una conversazione civile nell’istante in cui lui era entrato nella biblioteca e aveva deciso di restarvi, fin troppo cosciente del suo abbigliamento del tutto sconveniente e del desiderio di parlare con lei finché avesse potuto. Se fosse dipeso da lui, sarebbero andati avanti fino al tramontare delle stelle, richiamati a conformarsi ai dettami della società dal sorgere implacabile del sole.
E Marcus non aveva mai detestato nessun astro come si ritrovò a fare in quel preciso momento.
Inspirò piano, dando a se stesso dello sciocco e dell’avventato per quel pensiero, mentre cercava di ignorare l’acuta consapevolezza del corpo di Elizabeth davanti a sé, la fronte della giovane poggiata contro la propria che poneva un nuovo punto di equilibrio per il suo intero essere. Era una lady, buon Dio, e la sorella di suo cognato! La conosceva da anni, e niente avrebbe dovuto più sorprenderlo in lei. Eppure teneva le palpebre chiuse con ostinazione, perché altrimenti sapeva chi avrebbero incrociato i suoi occhi.
Non Lady Whitmore, né tantomeno la giovane Lizzie, la sorellina dalle lunghe trecce di Alec. Davanti a sé non avrebbe trovato alcuna versione fino ad allora incontrata, ma una donna nuova, una dalle idee confuse su come cercare marito e dall’indole decisa, capace di sorprendere anche lui con la propria determinazione.
Poi Elizabeth mormorò qualcosa che non sarebbe mai riuscito a sentire se non si fosse trovato a un soffio dal suo viso, un commento caustico sul non averla assecondata e un “Vostra Grazia” del tutto sarcastico. Marcus avrebbe voluto aprire gli occhi e sorriderle, ma lei lo anticipò poggiandogli il palmo sulla guancia e ogni sua intenzione fu assorbita da quel gesto semplice e tuttavia sconveniente. Un gesto che gli seccò la gola, il petto che si contrasse quando la sentì parlare di nuovo.
«Cosa non funziona?» le domandò, pentito di averlo fatto nello stesso secondo in cui si accorse di come i loro respiri si mescolassero.
«Questo.» Gli sfiorò il labbro superiore con il pollice e Marcus fu tentato di morderlo. Fu solo un caso se riuscì a resistere. «Un bacio non funziona se lo si fa da soli. Come posso capire se provo qualcosa quando mi ritrovo davanti una… una… statua fredda come il marmo. Non sei stato più utile di Henry.»
A quel commento la rabbia gli montò nelle vene. Come poteva anche solo nominarlo nella stessa frase con Crosswell? Lo aveva chiamato per nome, come se fossero intimi, vecchie conoscenze e lo erano, ma non esisteva il minimo paragone tra loro. Non nel rango, né nel comportamento e neppure nel legame che condivideva con Elizabeth, perché Marcus poteva contare su qualcosa di ben più profondo di un’amicizia relegata all’infanzia e una scialba promessa di matrimonio; li avevano avvicinati Thomas e Alicia, ma se non avesse trovato stimolante e interessante la compagnia di Elizabeth non sarebbero mai giunti a trascorrere il tempo insieme come avevano fatto anche quella sera.
Lui non era un bigotto secondogenito pronto a criticare una lady qualora ne avesse avuto l’occasione. Era un gentiluomo ben più educato e spalancò gli occhi con l’intenzione di farle cambiare idea. Fu nell’incrociare il divertimento, mescolato a una punta di malizia, che traboccava dalle iridi verdi della giovane che comprese. Lo aveva stuzzicato di proposito, per fargli sollevare le palpebre e guardarla.
«Astuta, Elizabeth» disse, mal celando la soddisfazione di saperla interessata a lui tanto da spingerlo a una reazione. «Ma non credo di capire perché ti infastidisce. Sei tu ad aver detto di volerlo fare, e da gentiluomo ho pensato di non interferire con il tuo… esperimento.»
Marcus ringraziò le generazioni di contegno ducale che gli erano state instillate a forza nell’animo. Fu solo grazie ai suoi antenati se mantenne un tono neutrale per tutto il tempo. Tranne alla fine. Già, perché quell’ultima parola gli graffiò la gola nell’uscire, accompagnata da un piccolo suono che avrebbe di certo definito un ringhio se fosse stato più realista nei confronti di quel fuoco che gli divorava l’animo.
«Un vero gentiluomo, Marcus, non ho alcun dubbio.» Elizabeth staccò la mano dal suo viso e la abbassò sul proprio grembo. Poi la giovane raddrizzò la schiena, staccandosi da lui e lasciandolo interdetto davanti alla forza con cui lo colpì quella distanza.
Tutto in lei lo rendeva vigile, attento a tutto ciò che la riguardava. Se avesse tenuto gli occhi chiusi, se solo avesse dimostrato più volontà, non avrebbe visto il rossore che le colorava la pelle pallida della gola e delle gote, né si sarebbe accorto di come i pugni serrati di Elizabeth tirassero la stoffa della vestaglia e mettessero in evidenza le forme di un corpo che ora non poteva evitare di considerare con più attenzione. Come la curva del seno.
Sollevò lo sguardo, furioso verso i suoi stessi pensieri sconvenienti e irrispettosi, e si sforzò di ascoltare ciò che stava dicendo.
«… anche se non mi hai ricambiata, suppongo di aver comunque compreso qualcosa.»
«Cosa hai imparato?» mormorò, una mano serrata attorno al gomito di Elizabeth per impedirle di accrescere lo spazio tra loro più di quanto non avesse fatto. E una scusa per non fare nient’altro di avventato.
Elizabeth arrossì, ma non distolse gli occhi dai suoi quando parlò. «È evidente che non siamo una coppia affine.» L’imbarazzo la portò ad abbassare la voce. «Almeno non dal punto di vista fisico.»
A quella parola, quel fisico appena sussurrato, la sua mente deragliò verso immagini del tutto inopportune. Vide se stesso protendersi in avanti, le mani serrate sui braccioli della poltrona per bloccare Elizabeth tra le sue braccia e impedirle ogni via di fuga. Le avrebbe concesso il tempo di capire cosa sarebbe accaduto, un’ultima possibilità di respingerlo, prima di avventarsi sulle sue labbra e dimostrare cosa accadeva quando un bacio veniva ricambiato.
«È evidente?» le domandò, mentre si rendeva conto di aver preso ad accarezzarle l’incavo del gomito con il pollice.
Lei annuì, la testa che scattò su e giù con una leggera esitazione, il respiro trattenuto per un istante e che poi si fece corto. No, tra loro non esisteva affatto alcuna affinità fisica. Era quella la ragione per cui Elizabeth a stento inspirava e il suo corpo scivolò in avanti, verso di lui e quell’evidente indifferenza che vigeva tra loro. Il duca accennò un fugace sorriso. No, non sarebbero stati proprio affini.
«Sì, chiaro come la luce del sole… Marcus» pronunciò il suo nome in un soffio colmo di esitazione. «Altrimenti mi avresti baciata.»
Era una provocazione. Marcus lo sapeva e se fosse stato pienamente cosciente delle proprie azioni si sarebbe dimostrato il gentiluomo dal contegno ducale che tanto declamava di essere; tuttavia aveva Elizabeth davanti a sé, una vergine guerriera che lo provocava con i propri segreti, con un’intelligenza viva e curiosa del mondo, della vita, e la cui bellezza era solo un dettaglio in più all’interno di un quadro già splendido di per sé. Il desiderio di scoprire perché volesse sposarsi gli aveva aperto gli occhi davanti al fatto che non fosse più una ragazzina, mentre quell’alterco per Crosswell e il bacio che ne era seguito avevano spalancato le porte alla sua femminilità. L’avevano portata all’attenzione di Marcus e lui, nonostante fosse un duca e andasse fiero del suo comportamento impeccabile, era pur sempre un uomo. Lo aveva detto a Elizabeth: non era perfetto, era un essere umano e per questo colmo di difetti e lacune, e desideri. Soprattutto desideri.
Proprio quello lo spinse ad avvolgere il palmo e le lunghe dita attorno alla nuca di Elizabeth mentre le sue gambe lo portarono ad alzarsi e a dominare dall’alto la figura delicata della giovane. Adesso lei si trovava racchiusa tra l’alto schienale della poltrona e il suo corpo teso e travolto da un senso di aspettativa del tutto nuovo. Non poteva fuggire ma Marcus si rese conto che, se fosse stato saggio la metà di quanto si professava, sarebbe stato lui a dover scappare da quella stanza. Il duca di Colton però non scappava mai; come i suoi antenati era un cacciatore, dunque colmò la distanza tra loro e si arrestò a un soffio dalla labbra di Elizabeth.
«Hai ragione, non funziona se non si è in due.» Studiò le sue iridi verdi, dilatate per la sorpresa e forse l’eccitazione, poi il suo sguardo saettò verso le labbra appena schiuse di Elizabeth, sul movimento rapido della lingua che vi passò sopra per inumidirle. «Vorresti riprovare?»
A Marcus bastò sentirla raddrizzare la propria postura per sapere cosa avrebbe detto l’avventurosa e caparbia Lady Whitmore. Le lesse sul volto la determinazione a capire cosa fossero le sensazioni che la sconvolgevano e che lasciavano stupefatto lo stesso Marcus. Poi arrivò anche la sua voce, ricca e struggente, travolta da qualunque cosa stesse accadendo tra loro.
«Sì.»
Bastò quell’unica parola. Marcus abbassò la testa e le loro labbra si trovarono di nuovo. La baciò come non aveva osato fare soltanto qualche minuto prima, gli argini del suo controllo rotti da quella conversazione e del tutto dimenticati mentre scopriva quanto fosse paradisiaco il sapore del brandy assaggiato sulla bocca di Elizabeth. Seguì la curva del labbro inferiore con una serie di baci, i denti che lo graffiarono appena quando la sentì rilassarsi contro la poltrona e cercare di trascinarlo con sé, per poi avvertire le mani di Elizabeth strette attorno alle braccia, poggiate sulle spalle e infine affondate nei capelli, le unghie che gli sfregavano la cute e scatenavano decine di brividi in tutto il suo corpo.
Voleva di più, desiderava spingersi oltre le sue labbra e scoprire come cambiasse il sapore del liquore se assaporato in un contatto ben più spinto e lascivo di quanto era sicuro Elizabeth avesse mai immaginato. Voleva scoprire il suo corpo e riempire di baci la pelle nascosta sotto quegli indumenti inconsistenti, cancellando in entrambi qualunque altro pensiero che non riguardasse la soddisfazione del piacere reciproco. E lo avrebbe fatto, avrebbe portato la mano libera sul suo seno e avrebbe cambiato per sempre il loro rapporto, se solo Elizabeth non avesse scelto proprio quel momento per porre fine al bacio e separarsi da lui.
Entrambi ansimavano, piccoli ansiti rapidi e insistenti che li misero davanti al loro aver perso completamente di mano l’intera situazione.
«È stato…» Marcus si sentì in dovere di dire qualcosa ma il sorriso di Elizabeth gli scatenò una fitta al petto che lo portò a esitare.
«Davvero istruttivo» terminò lei al suo posto. Gli sistemò le ciocche scarmigliate passandoci più volte in mezzo le dita, osservando un punto imprecisato tra la sua gola e la camicia stropicciata. «Grazie per il tuo aiuto, Marcus. Ora so con precisione cosa aspettarmi quando cercherò il mio futuro marito.»

Lizzie sapeva che le sue parole lo avrebbero sconvolto ed era ciò a cui lei mirava. Doveva lasciarlo senza parole tanto da poter fuggire il più lontano possibile da lui. Marcus, infatti, inspirò bruscamente, la schiena che si ritrasse come strattonata da una corda e la mano che abbandonò la sua nuca e il calore del nascondiglio creato dalla lunga chioma. La giovane avvertì un fruscio freddo scorrerle lungo la pelle mentre veniva privata del suo tocco confortante, ma scacciò la sensazione alzandosi in piedi e, con una riverenza frettolosa, gli augurò la buonanotte per poi fuggire dalla biblioteca.
Cos’è appena accaduto?, si chiese con preoccupazione, i pensieri sconvolti dal calore che le si annidava nel ventre e dal respiro affannato mentre attraversava la casa per tornare nelle proprie stanze. Purtroppo non aveva una risposta, ma un’unica certezza, quella di doversi allontanare da Marcus prima che la sua mente registrasse davvero i dettagli del bacio che le aveva appena capovolto l’esistenza.

Da qualche parte un libro cadde a terra con un sonoro schianto e Lizzie tornò in sé, i pensieri di nuovo imbrigliati sotto il suo ferreo autocontrollo mentre riprendeva coscienza di dove si trovasse.
Non era più nella biblioteca di casa, né stava attraversando i corridoi silenziosi per sfuggire alla tentazione incarnata dal serio duca di Colton. Erano trascorse diverse ore dagli eventi di quella notte, aveva dormito per lasciarseli alle spalle – anche se con incredibile fatica – e aveva promesso a se stessa che più vi avrebbe indugiato. Aveva vissuto accanto a Marcus per tre anni e mai una volta lo aveva guardato com’era accaduto quella notte; non poteva permetterselo, perché indugiare sul calore che aveva attraversato i suoi occhi azzurri mentre la baciava rischiava di confondere ancor di più ciò che pensava di volere in un marito.
Avanzò fino alla fine del corridoio creato tra due alte scaffalature, i volumi lì custoditi che non riuscivano a conquistare la sua attenzione quando lei avrebbe voluto immergersi nelle pagine di anche solo una di quelle opere e dimenticare la fretta che la spingeva a trovare marito. Sapeva di doversi sposare, e la decisione si era fatta pressante quando la duchessa madre aveva iniziato a stilare una lista di possibili future duchesse di Colton, una lista che il duca ancora non immaginava esistesse e su cui il suo nome non aveva mai neppure corso il pericolo di apparire. Non che lo avessi voluto, si disse, ma che anche per Marcus si stesse avvicinando il momento di sposarsi, e adempiere così ai suoi doveri di gentiluomo, le aveva fatto capire che presto quel mondo idilliaco in cui tutti e cinque avevano vissuto in quegli anni sarebbe giunto al termine.
Si lasciò sfuggire un sospiro mentre svoltava in un secondo corridoio per completare il giro e tornare indietro, ma i suoi passi furono presto interrotti da una figura china a raccogliere alcuni volumi caduti a terra. Era un uomo di mezza età, i capelli bianchi lunghi fino alle spalle tenuti fermi da un nastro nero e gli occhiali a mezzaluna che gli calzavano sulla punta del naso adunco. Lizzie e l’uomo si scambiarono un’occhiata sorpresa, tuttavia un immenso sorriso scaldò i volti di entrambi quando di si riconobbero a vicenda.
«Mr Woodrow!»
«Lady Whitmore.» L’anziano libraio si alzò, poggiò i volumi raccolti su un carrello alle sue spalle e le rivolse un mezzo inchino con il capo, gli occhi che brillavano quando incrociò quelli di Lizzie. «Sono onorato della vostra presenza.»
Lizzie aveva frequentato spesso la sua libreria nel corso dell’unico anno trascorso in città prima del suo debutto, ed era il luogo che le era mancato di più nel ritirarsi in campagna. Si sentì travolgere dalla gioia davanti al librario che le aveva raccomandato tante storie e che lei non aveva potuto fare altro che amare.
«E io sono felice di ritrovarvi. Mi auguro che siate in buona salute.»
«Sì, milady, vi ringrazio. Spero sia lo stesso per voi.»
«Lo è, Mr Woodrow.»
Lizzie si informò su come procedesse il suo lavoro, felice di sentire che la sua libreria preferita sarebbe rimasta aperta ancora diversi anni ora che il primogenito di quell’uomo tanto pacato e gentile avrebbe affiancato il padre nell’attività di famiglia. E la conversazione divenne ricca di brio quando i suoi nipoti la trovarono e Mr Woodrow li affascinò con la propria esperienza in fatto di storie meravigliose, per nulla intimorito dall’avere nel proprio negozio un marchese e una duchessa.
Quando lasciarono quell’angolo che Lizzie considerava il proprio paradiso in mezzo alla caotica Londra, il loro piccolo gruppo si ritrovò in mezzo a una via trafficata di carrozze e dai marciapiedi affollati da coppie e altre comitive che come loro avevano scelto la tarda mattinata per completare un giro di compere. Insieme a scoprire i piccoli sussurri che già iniziavano a circolare sulla serata appena trascorsa al ballo dei Crosswell. Lady Haynes le aveva assicurato che, in poche ore, avrebbero scoperto se vi fosse già stato un gentiluomo interessato a lei.
Lizzie si prese un secondo per guardarsi alle spalle, verso le vetrine luminose della libreria di Mr Woodrow e la tranquillità che vi aveva sempre scorto. Quanto le sarebbe piaciuto portare con sé quella sensazione anche al di fuori di quel luogo, farne il proprio scudo per affrontare la ricerca del marito perfetto e per far sì che la aiutasse a ritrovare il coraggio di guardare Marcus senza sentirsi in imbarazzo per ciò che era accaduto tra loro.
Avrebbe voluto che sua madre fosse lì con lei. Lei avrebbe di certo saputo come comportarsi, le avrebbe detto cosa aspettarsi adesso che ogni linea di demarcazione si era confusa e non aveva quasi più punti di riferimento certi. Ma la duchessa di Charville aveva promesso di non mettere più piede in Inghilterra finché il mondo non fosse finito e se Lizzie ricordava con precisione qualcosa della donna che l’aveva cresciuta era che nulla l’avrebbe sviata dal portare avanti il proprio proposito.
Oh, quanto vorrei essere come lei, pensò, avviandosi per raggiungere i suoi nipoti e lady Haynes. Forse un giorno lo sarebbe diventata.

Eccoci arrivati alla fine! Spero che questa nuova avventura vi sia piaciuta, ma soprattutto che Marcus ed Elizabeth vi abbiano sorpresi, perché con me ci sono riusciti! Sarei felicissima di sapere cosa ne pensate, se vi va di lasciarmi un commento ❤︎

Federica 💋

Storytelling Chronicles #16

Buongiorno 😊

Questa settimana si chiude con il mio racconto per la Storytelling Chronicles, la rubrica di scrittura creativa ideata da Lara (La Nicchia Letteraria), con design del banner di Tania (My Crea Bookish Kingdom) e che ogni mese torna a proporvi una nuova storia!

A maggio la scelta del tema prevedeva di optare per una delle voci della seguente lista:

1) Incubo 
2) Protagonista adatto alla notte del 31 ottobre
3) Ambientazione temporale alla Halloween style
4) Montagna
5) Terza persona di narrazione
6) Immagine in allegato
7) La donna
8) Una storia d’amore appena finita

E io mi sono lasciata tentare dalla terza, quindi – anche se un po’ fuori stagione – vi aspetta un racconto ambientato al 31 ottobre 😅 e con due protagonisti molto… particolari!

Buona lettura!

God was a girl, the Devil wore a t-shirt

Il piede mi tamburella sul marciapiede, il tramonto freddo che penetra nelle ossa e scaccia a picconate quel poco di voglia che mi ha portata fin qui stasera.
Per strada i ragazzini umani si trascinano di casa in casa, urla e schiamazzi che li accompagnano mentre tengono d’occhio le loro borse a forma di zucche e le guardano riempirsi.
Qualcuno, di tanto in tanto, finisce con il lamentarsi della scarsa ricompensa. Come il ragazzino ciocciottello che mi passa accanto adesso, la maschera da alieno che gli tira attorno al girovita e le labbra appiccicose di zucchero. Lo sento programmare con i suoi amici uno scherzo, uno davvero di cattivo gusto, ed è qui che decido di intervenire.
«Perché non cambi idea?» sussurro al suo orecchio, la mia voce che raggiunge soltanto il suo subconscio. «E magari domani ti iscrivi alle lezioni di nuoto private che tua madre ha organizzato.»
Lo vedo bloccarsi in mezzo al marciapiede, gli occhi che si abbassano sul suo corpo e poi sul sacchetto straripante di dolci. Passa un secondo, le rotelle che macinano nel suo cervello, e alla fine decide che sì, nuotare un po’ non potrà fargli così male.
Quando si allontana sorrido tra me, contenta di aver aiutato un altro umano a scegliere la strada per una buona azione. Il mio piccolo balletto della vittoria però si interrompe quando vedo quello stesso ragazzetto e i suoi amici tornare indietro con dei rotoli di carta igienica. Per poi lanciarli nel giardino da cui si erano allontanati poco fa.
«Demon!»
La mia protesta viene seguita da una risata bassa, carica di tanta malizia e peccato che anche metà sarebbe bastata a far arricciare le dita dei piedi per il piacere a un comune mortale. A me fa solo venire l’orticaria.
«Mi hai chiamato, mia dolce Heaven?»
Il sussurro che mi sfiora l’orecchio mi spinge a voltarmi su me stessa, le guance paonazze per la rabbia e la sorpresa mentre lancio uno sguardo risentito al demone maggiore che ha mandato all’aria il mio turno di guardia sulla Terra.
Alto, con gli occhi di un verde così puro da ricordare uno smeraldo perfetto e due labbra sempre sollevate in un ghigno provocante, Demon non è solo uno dei più potenti demoni degli inferi, no, è anche l’Erede, colui che assumerà il titolo di Satana quando sua madre deciderà di abdicare. Se si dice “Bello come il peccato” è a causa sua e lui lo è talmente che lascerebbe senza fiato chiunque… Be’, non me. È la mia nemesi e se non lo sapessi mi verrebbe da pensare fosse come una delle tante persone che ci circondano e non hanno idea della nostra esistenza.
Incrocio le braccia al petto, uno sbuffo spazientito che mi sfugge quando mi accorgo di quanto stia bene con indosso un paio di jeans neri e la maglietta a maniche corte dei Ramones, uno dei tanti gruppi umani.
Ma come fa? Io porto il maglione e gelo lo stesso!
«Sei stato scorretto» mi lamento, scansando lo sguardo dal suo corpo per puntarlo sul giovane appena irretito. «Lo avevo già convinto a non farlo.»
Lui ride di nuovo, affiancandomi. «E da quando io gioco in modo corretto?» Infila le mani nelle tasche posteriori dei jeans, le braccia allenate messe ben in evidenza mentre lui contempla la sua opera con un’espressione vittoriosa. «Quel ragazzino mi darà grandi soddisfazioni crescendo.»
«Non se io farò il mio lavoro.» Dovrà passare sul mio corpo per riuscirci. «Non hai un conflitto o una ribellione da scatenare? O meglio» mi volto verso di lui, esasperata dalla sua presenza, «perché non cerchi una succube con cui passare la serata?»
Demon scuote la testa, i suoi occhi che attirano i miei come calamite. «Nah, oggi ho dato al mondo un giorno di tregua. Sai, anche i migliori hanno bisogno di riposare.» Le sue labbra si dischiudono a rivelare due file di denti perfetti, un sorriso carnale e perverso. «Lo stesso vale per le succubi. Le poverette meritano un po’ di tregua, no, Heaven?»
Il modo in cui pronuncia il mio nome ricorda la notte, oscura e misteriosa, avvolta in un manto di seta e tempesta, in cui le passioni promettono infinite e piacevoli possibilità.
In pratica: un immenso fastidio!
«Sei disgustoso» mi lamento e lui ride di nuovo. «Davvero, perché sei qui? A parte darmi fastidio, s’intende.»
«Tu perché sussurri alla mente degli umani proprio la notte di Halloween?» ribatte e mi ritrovo a distogliere lo sguardo. Demon, però, non molla l’osso. «Credevo che oggi i cieli fossero tutti in fermento. Sai, vista la giornata.»
«Evita.» Non riesco a frenare il fastidio per la sua presa in giro e il pugnale che mi sprofonda nel petto. «So che tu ti diverti, ma per me non è serata, Demon. Adesso scusami, c’è un posto che vorrei visitare.»
Mi allontano a grandi passi, la testa china a fissare le scarpe mentre attraverso la cittadina addobbata con zucche, fantasmi e mostri fino ad arrivare al grande campo allestito a labirinto degli orrori. Lascio vagare lo sguardo sull’ingresso e l’amarezza brucia per essere arrivata qui da sola.
Perché oggi è il mio compleanno e tutti a casa se ne sono dimenticati. No, non lo hanno dimenticato, ma è passato in secondo piano quando mio padre ha annunciato che, tra sei mesi esatti, inizierà il processo di successione.
Tra sei mesi, io, Heaven, unica Erede dei cieli, diventerò Dio. E la prospettiva mi dà la nausea. Cioè, ho studiato, lavorato e fatto i salti mortali per essere degna della mia eredità, ma adesso che ho una data definitiva oltre la quale sarò il centro delle preghiere di tante persone mi sento tremare le ginocchia per la paura.
Specie perché Demon, sua madre e buona parte della corte degli inferi parteciperanno alla cerimonia di successione. I nostri regni convivono in pace, ci tolleriamo a vicenda e manteniamo buoni rapporti diplomatici, eppure tutti sanno quanto loro adorino creare scompiglio.
Ancora ricordo l’imbarazzo di mio padre quando zio Humble è stato trovato in un angolo appartato con tre succubi… durante la festa per la sua ascesa a spirito superiore! Inutile dire che non è rimasto in quella sfera celeste, nonostante lo zio si sia difeso dicendo che stavano solo parlando, un incontro innocente e senza doppi fini. Lo spettacolo è stato tutto fuorché una chiacchierata e di certo non era innocente. Cieli e inferi adesso sanno descrivere alla perfezione cosa nasconde sotto gli abiti…
Mi copro gli occhi, come se servisse a cancellare quel ricordo indelebile. O anche la tristezza per essere qui senza nessuno a tenermi compagnia.
«Un labirinto degli orrori?» La voce di Demon suona sorpresa e carica di divertimento. «Che ci facciamo qui, Heaven?»
Ovvio, mi ha seguita e non ha intenzione di lasciarmi sola. Che demone fastidioso e irritante. «Io ci entro, tu… tu sparisci.»
Demon ride del mio mugugno a denti stretti, ma resta dov’è mentre io mi avventuro tra i corridoi circondati da pareti fatte con dei cubi di fieno e paglia, in mezzo a umani che non mi vedono e che ridono quando da dietro una curva sbuca un manichino spaventoso.
La struttura è diversa ogni anno ma sono certa di essere diretta verso il cuore del labirinto. Lo faccio sempre, il giorno del mio compleanno, ma questa è la prima volta che non c’è nessuno ad accompagnarmi. Non che serva; ho un senso dell’orientamento infallibile, io, e appena giro alla mia destra…
«Dolce Heaven.»
La presenza di Demon mi fa fare un salto all’indietro, la paura che spinge il mio cuore a battere come un forsennato nel sentire la sua voce bassa e accattivante così vicina al mio viso. Un singhiozzo mi sfugge dalla gola e vorrei fosse stato sordo, perché la sua espressione divertita si congela.
«Heaven?» chiede e leggo tanta preoccupazione sul suo viso mentre il suo corpo si avvicina.
«Non è niente» sussurro, scansandolo e passandogli accanto. La sua mano mi stringe il gomito e sento le lacrime pungermi gli occhi quando mi impedisce di andare via. «Davvero, Demon. Vai a tentare qualche umano, per favore.» Tutto pur di allontanarmi da lui, anche se significa lasciargli fare ciò che dovrei impedire.
Sono proprio disperata se non mi importa del destino di qualche povera anima, ma per un attimo solo voglio essere libera di prendermi cura di me stessa, di pensare che tutti si sono scordati del mio compleanno perché non è importante tanto quanto diventare Dio. Lo capisco, certo, sono la prima ad ammettere che sia vero, però… Però…
«Non ho intenzione di cantare per te una qualche scemenza di compleanno.» Demon mi sorprende di nuovo, sedendomi accanto quando raggiungo la panchina al centro del labirinto e mi ci lascio sprofondare. «Ma se vuoi lamentarti di quanto sia orribile essere surclassati dagli annunci a sorpresa di Dio, io sono tutto orecchi.»
Lo studio di sottecchi, aspettando che scopra le sue carte e mi sveli l’inganno, la clausola per cui poi diventerò la fonte del suo divertimento eterno. Si lascia andare all’indietro, le braccia spalancate e stese sullo schienale, per poi accavallare le caviglie mentre il suo sopracciglio si solleva sotto il mio esame.
«Allora?» mi sprona, un guizzo malizioso che gli piega le labbra.
«Se lo facessi, sarei egoista e infantile.»
«Che ci sarebbe di male? Parlare di me, insieme all’appagamento personale, è ciò a cui aspiro ogni giorno.»
Piego le labbra in una smorfia. «Appunto. Ciò a cui tu aspiri, non io.»
«E la perfetta, pura e altruista Heaven non può permettersi di essere egocentrica, vero? Neppure nel giorno del suo compleanno, sbaglio?» Vedo il suo corpo tendersi, l’espressione indurita anche se non perde quel ghigno carico di promesse indecenti. «Voi dei cieli siete così perbenisti, così ipocriti.»
«Oh, certo» esplodo, contrariata. «Invece voi degli inferi siete dei modelli di onestà, sempre sinceri con tutti.»
Ci osserviamo in cagnesco a vicenda, mentre gli umani ci girano attorno senza avere idea del perché a nessuno di loro venga voglia di sedersi sull’unica panchina disponibile.
«Almeno noi abbiamo il coraggio di fare e dire ciò che vogliamo» commenta secco, mentre distoglie lo sguardo, soffermandosi sul centro del labirinto e liberandomi dal peso dei suoi occhi.
«Non sempre va così, Demon. E tu dovresti saperlo, sei l’Erede di Satana.» Mi ritrovo a scrutare il suo profilo, esasperata e del tutto presa alla sprovvista dalla sua insofferenza. «Tu hai delle responsabilità e sai bene che non sempre possiamo ottenere ciò che vogliamo.»
«Già, sembra proprio.» Si alza, le mani in tasca e il viso scuro per il malumore. Poi lo sento imprecare, le dita che corrono a scompigliarli i capelli castani. «Sai, Heaven, ogni tanto dovresti scendere dal tuo cazzo di piedistallo da maestrina e venire a giocare. Chissà che fare l’egoista non ti piaccia più di quanto credi.»
«Con te?» gli chiedo, la voce che gronda sarcasmo mentre anche io mi alzo. «Nemmeno se i cieli dovessero bruciare.»
«Ah-ah, divertente.» Si volta e ci ritroviamo faccia a faccia, le punte delle nostre scarpe che quasi si toccano. «Paura di scoprire la verità, dolce Heaven?»
«No. So chi sono e la tua esistenza dissoluta non fa per me.»
«Dissoluta?» Lo vedo inarcare l’angolo della bocca, compiaciuto. «È così che mi vedi, come immagini che passo le mie giornate?»
Sento le guance avvampare. «No, non rientri affatto nei miei pensieri. Ciao, Demon.»
Schiocco le dita e mi ritrovo in un bosco appena fuori città, il sole morente che filtra attraverso i rami. Sì, finalmente so…
«Pensavi di scappare, Heaven?» domanda il mio tormento, immobile davanti a me dopo avermi seguita. «O cerchi di nasconderti dalla verità?»
«Tu» mi alzo in punta di piedi, l’indice puntato contro il suo petto, «sei una spina nel fianco. Mai, ripeto mai, potresti finire tra i miei pensieri, né tentarmi con una delle tue assurde proposte.»
«Peccato.» Demon si sporge in avanti, la guancia che quasi sfiora la mia e il suo respiro a solleticarmi l’orecchio. «Sai, se fossi venuta con me, magari avresti passato il miglior compleanno della tua vita.»
«Ne dubito» replico, ricordandomi in questo istante quanto fossi triste per essere stata lasciata sola proprio oggi. Negli ultimi minuti non c’è stato spazio per nulla che non fosse il battibecco tra me e questo insopportabile demone.
«Allora dovrai accontentarti del mio piccolo regalo, dolce Heaven.»
Vorrei chiedergli di cosa parla, ma appena apro bocca Demon scompare nel nulla. Resto da sola in mezzo al bosco, il cuore che batte forte a causa di quell’essere irritante e perverso, ma quando porto la mano al petto per cercare di calmarmi, capisco cosa significavano le sue parole.
Perché attorno all’indice della mano sinistra, quello che ho puntato contro di lui, scorgo un anello d’argento mai visto prima, la fascia larga e mascolina che mi avvolge il dito e mi ricorda in tutto e per tutto l’insopportabile demone appena svanito nel nulla.
Lo faccio controvoglia, tuttavia mi ritrovo a osservarmi la mano con incanto, un sorrisetto appena accennato sul viso. Questo si che è un giorno memorabile.
Demon è riuscito a sconvolgermi la giornata. E non è stata un’esperienza negativa.

Spero che Heaven e Demon vi siano piaciuti 😊 Una piccola curiosità: il titolo – e da cui arriva parte dell’ispirazione – è una strofa di love race, l’ultimo singolo dei Machine Gun Kelly.

Se vi va, e mi farebbe super piacere, fatemi sapere come vi è sembrato questo nuovo racconto!

Federica 💋

Storytelling Chronicles #15

Buongiorno 😊

Ben ritrovati! Dopo una settimana di fermo, in cui ho recuperato un po’ di energie, torno sul blog un po’ più carica! E per ricominciare mi sembra giusto partire con un nuovo racconto da inserire all’interno della rubrica di scrittura creativa della Storytelling Chronicles! Come ormai saprete, la rubrica nasce da un’idea di Lara, blogger de La Nicchia Letteraria, con la grafica di Tania di My Crea Bookish Kingdom, e ogni mese prevede la stesura di un racconto con un tema sempre diverso. Ad aprile la tematica scelta è stata: il sogno!

Per l’occasione, ho continuato a seguire la storia di Elizabeth e Marcus, i personaggi nati nel racconto dello scorso mese. Ecco come prosegue la loro storia!

Buona lettura.

Ciò che il ton si attende

I giovani gentiluomini approvati dal ton assomigliavano a una schiera di insipidi cicisbei.
Marcus osservò la sala da ballo di Lady Crosswell e dovette trattenere uno sbuffo di fronte all’inconsistenza degli interessi che i lord dell’alta società, titolati o meno, dimostravano nel fluire delle diverse conversazioni. La viva e acuta intelligenza di Elizabeth avrebbe sofferto in un matrimonio mal assortito, per questo l’unione che auspicava per lei doveva tener conto della comunione intellettuale, molto più che di tutto il resto.
Che di certo lei nemmeno avrebbe immaginato.
«Se la sta cavando a meraviglia, non credi anche tu?» Sua madre tenne lo sguardo su una delle coppie che danzavano in mezzo al salone, la figura di Elizabeth avvolta in un abito dalle tinte tenui che ne metteva in risalto la pelle perfetta. «Questo è il secondo ballo con Mr Crosswell.»
«Il secondo?» Quando era avvenuto il primo? E perché lui non se n’era accorto? Colton adocchiò il gentiluomo in questione, studiando la distanza rispettosa che comunque teneva da Elizabeth e assumendo un cipiglio scontroso quando si accorse che entrambi sorridevano.
«Oh, Marcus, se non ti vedessi con i miei occhi, direi che sei rimasto in campagna.» La canzonatura di sua madre colpì nel segno. In qualche modo era la verità, perché erano tornati a Londra da tre settimane, ma lui sentiva che la propria mente era rimasta a Haynes Manor. «La scorsa settimana, al ballo dei Thompson, sono stati presentati e hanno ballato una quadriglia. Come adesso.»
Ricordava quella sera. Il primo vero ballo dopo una serie di cene formali e due serate musicali in cui Elizabeth si era dimostrata un’attrazione più interessante della musica. Tuttavia aveva perso il conto di quanti giovani si erano fatti avanti per conoscerla.
«Due balli non fanno una dichiarazione» liquidò l’idea, aggiustando i polsini della giacca con un gesto secco. «Determinano a malapena un barlume di interesse.»
«È anche vero che il ballo giusto accende l’interesse e porta a una dichiarazione.» Sua madre accennò un sorriso nostalgico e colmo di infinita tristezza. «A Daisy è bastato un valzer per innamorarsi del marchese di Brury. E lo stesso è accaduto a lui.»
Dolore e vuoto scavarono un solco nel petto di Marcus. «Ciò che condividano era speciale.»
«E così sarà per la nostra cara ragazza. Molti giovani sarebbero disposti a sposare Lady Whitmore, tuttavia Mr Crosswell potrebbe essere perfetto per Elizabeth.»
«Di certo per lui lo è la sua dote. Crosswell è un secondogenito con una rendita nettamente inferiore a quella del fratello maggiore.» Ciò portò il cipiglio del duca a incupirsi e a fargli puntare un’occhiata cupa sul giovane. Avrebbe indagato sulle sue finanze il prima possibile.
«Certi argomenti tienili per altri circoli» lo rimproverò la madre, il ventaglio usato per colpirlo sull’avambraccio. «E il cinismo non ti si addice, figlio mio. Mr Crosswell è un uomo per bene, a modo e dall’intelletto vivace. Di certo una buona scelta per la nostra Lizzie.»
«Vedremo, madre. Quel che non capisco» aggiunse, l’animo sollevato quando sentì risuonare l’ultima nota della quadriglia, «è l’insistenza di Elizabeth per sposarsi.»
«È giusto così, caro.» La madre sfilò il braccio da quello del figlio e nascose le labbra dietro al ventaglio aperto. «Io e Lizzie abbiamo avuto modo di parlare spesso del suo futuro ed entrambe siamo d’accordo sulla necessità almeno di guardarsi attorno. Ora, smetti di essere così arcigno e sorridi, o la nostra cara Lizzie crederà che per te sia un peso sostenere la sua stagione.»
Marcus annuì e si sforzò di distendere l’espressione contrariata. Non lo infastidiva dover presenziare a tanti eventi sociali per il bene della sorella di suo cognato, né l’avere a che fare con i pupilli del ton, con madri e giovani donne alla ricerca di un marito. Quello che rabbuiava il suo umore era la certezza che tanti dei pretendenti di Elizabeth fossero amici suoi e del fratello, quindi ne conosceva pregi e difetti e sapeva quali avrebbero potuto catturare l’interesse della giovane ancor prima che le fossero presentati.
Sapeva chi avrebbe rappresentato un degno partito per Elizabeth e chi invece era soltanto un perdigiorno. E quella sera nessuno degli ospiti che riusciva a scorgere rientrava nella prima categoria. Doveva indagare su quel Mr Crosswell, ma finché non vi avesse visto più chiaro su di lui, lo avrebbe tenuto d’occhio in ogni istante.

Henry Crosswell eseguì l’inchino e Lizzie si ritrovò a sorridere quando lui le porse il braccio per scortarla dalla sua chaperon. Chissà se Lady Haynes sapeva che lei e Henry erano amici sin da bambini; di certo non immaginava che la presentazione avvenuta due settimane prima non era stata altro che la scusa per rinnovare una conoscenza interrotta dagli anni di lutto.
«Diventare grande ti ha anche resa aggraziata, Lizzie» la prese in giro Henry, mentre avanzavano in mezzo alle altre coppie. «Non credevo saresti mai diventata una brava ballerina.»
«Potrei dire lo stesso di te, ma sappiamo entrambi che è solo merito mio se non mi hai pestato i piedi.» E delle lezioni di ballo che da piccoli seguivano insieme alle cugine di Henry.
Lizzie e Alec erano cresciuti nella tenuta di campagna del padre, dove gli unici amici che frequentavano erano le figlie della grande dimora confinante, le lady Charlotte e Sarah Shift, e i cugini di quest’ultime, tra cui Henry, di un paio d’anni più grande di lei. Lizzie lo ricordava da bambino, con i suoi riccioli castani e le ginocchia sporgenti, mentre adesso si era trasformato in un giovane uomo dai tratti decisi e definiti, con labbra piene su cui era facile scorgere un costante sorriso. Henry emanava buon umore e per lei non era una sorpresa sentirsi così a proprio agio in sua compagnia.
Poter ballare, poi, era un vero e proprio sogno, e farlo con lui stava diventando estremamente piacevole. Tra coloro che aveva conosciuto e ritrovato dopo il rientro a Londra, Henry Crosswell si stava dimostrando la compagnia migliore di tutte.
«Devo riportarti dal duca e da sua madre? O vuoi un rinfresco?»
Le premure dell’amico la fecero sentire al sicuro, e in vena di proporgli un piano folle. «Ti andrebbe una passeggiata? Qui o in terrazza, così possiamo chiacchierare ancora qualche minuto.»
Gli occhi scuri di Henry guizzarono allegri, complici nel voler prolungare quel momento insieme. «Con molto piacere.»
Lizzie apprezzò la sua compagnia, entrambi presi a scambiarsi racconti su ciò che ne era stato delle loro vite da quando si erano persi di vista, della ragione che li aveva riportati tutti e due nella capitale dopo anni passati in campagna.
«Mi è dispiaciuto molto per tuo fratello e sua moglie» disse Henry, scortandola verso il parapetto della terrazza affollata da coppie e gruppi che come loro si godevano la frescura dei giardini. «Deve essere stato un duro colpo, immagino.»
«Sì, molto.» Il sorriso di Lizzie si increspò ma non permise che vacillasse. Obbligò gli angoli delle labbra a restare sollevati e si sforzò di mantenere il tono leggero. «Però avere i miei nipoti di cui occuparmi ha reso gli ultimi anni un concentrato di impegni e amore.»
«Sono bambini fortunati ad avere te a occuparsi della loro salute» Henry le strinse la mano, un gesto di conforto che avrebbe dovuto almeno sorprenderla per la sua intimità e che invece non la stupì affatto. Non quanto il tono incredulo delle parole che aggiunse subito dopo. «E a godere della protezione del duca di Colton. Tutto il ton sa quanto Sua Grazia tenga a loro, pur nelle condizioni che hanno portato a questo rapporto.»
«Condizioni?»
Henry si strinse nelle spalle, colpito dal tono seccato dell’amica. «Non era tenuto a farsene carico.»
«Anche Sua Grazia è loro zio. Non vedo perché debba sorprendenti che si occupi di loro.» Forse sorprendente è che lo faccia anche con me. Il pensiero sibillino le restò incastrato al centro del petto, mentre il fastidio per ciò che Henry aveva detto la portò a stringere le braccia al petto. «Non perché è un uomo e un duca è esentato dai doveri verso la famiglia.»
«Non era mia intenzione alludere a qualcosa di simile, Lizzie. Forse dovremmo cambiare argomento.» Henry le mostrò un sorriso affabile. «Non voglio rovinare questa serata.»
Lizzie si ritrovò a mostrare un sorriso tirato, nascondendo la propria irritazione di fronte alla sufficienza con cui aveva chiuso l’argomento. O all’insinuazione che Marcus non fosse tenuto a occuparsi di Thomas e Alicia.
«Da quanto non vedi Charlotte e Sarah?»
«Qualche mese. Lo scorso giugno sono venute a trovarmi a Haynes Manor con la madre. Ho saputo che Charlotte si è fidanzata.»
«Sì, con sir Alex Stratton. È l’erede del conte di Beaufort.»
Entrambi restarono in silenzio per diversi minuti ma quando la voce di Crosswell interruppe la contemplazione dei giardini, Lizzie fu attraversata dalla consapevolezza di aver forse frainteso la compagnia del vecchio amico. Soprattutto quando aggiunse: «Immagino che il fidanzamento, poi il matrimonio, sia un’occasione unica per una giovane lady».

«Dovrebbe esserlo anche per il fidanzato e futuro sposo, non credi?» lo incalzò. «Altrimenti quale senso avrebbe interessarsi al matrimonio?»
Henry scosse appena la testa, un sorriso bonario a scaldargli i tratti. «Certo, ma credo sarai d’accordo che siete voi donne a trarne maggior gradimento. A noi basta avere una padrona di casa impeccabile e capace.»
«Hai appena descritto la migliore delle governanti, Henry, non una moglie.» Esitò davanti a un tema così poco adatto a riportare la conversazione su un terreno neutrale. «Però sì, lo si attende sempre con ansia ed eccitazione. Un buon matrimonio è il sogno di ogni donna.»
Il sorriso di Henry si approfondì. «Ed è anche il tuo, Lizzie?»
Un campanello d’allarme le risuonò nelle orecchie, il ricordo di una vecchia promessa che si affacciò tra i suoi pensieri e la portò a voltare il viso verso il giovane uomo che le stava a fianco. Anni dimenticati le si riversarono addosso come pioggia insistente e improvvisa, mettendola di fronte a una possibilità che forse avrebbe messo fine alla sua ricerca dopo solo tre settimane.
«Henry?»
«So perché sei tornata a Londra e, anche se sono solo parole dette da un bambino, ciò che pensavo a dieci anni vale ancora adesso» commentò, guardandola dritta negli occhi. «Sarebbe un onore averti come moglie. Tienilo a mente, ti chiedo solo questo.» Lizzie, scioccata, poté solo annuire e accettare il suo braccio quando la invitò a fare due passi.
Lizzie si lasciò guidare mentre indirizzava entrambi verso la portafinestra, diretti di nuovo verso il salone affollato e la sua chaperon. La piccola discussione aveva alterato il suo buonumore, portandola a chiedersi quanto fosse diversa la visione di Henry da quella che lei condivideva con Marcus, e ora il discorso sul matrimonio aveva sconvolto tutta la sua serata. Che fosse stata così eloquente nel mostrare le ragioni per cui aveva abbandonato Haynes Manor? Oppure Henry, nonostante fossero passati anni, ancora la conosceva abbastanza da capire cosa la spingesse a frequentare ogni serata a cui sapeva avrebbero preso parte anche gli scapoli più ambiti del ton?
Le sue intenzioni non erano un mistero, ovvio, ma forse avrebbe potuto attendere di avere le idee un po’ più chiare sul proprio sogno prima di mettersi a stilare una lista di candidati adatti al matrimonio. Non che Henry non vi rientrasse, ma Lizzie avrebbe voluto godere di un po’ più di tempo per capire cosa desiderasse dal suo futuro sposo. E soprattutto per capire cosa le piacesse.
Ora si ritrovava con un pretendente che nemmeno aveva preso in considerazione e una lista di dubbi che nemmeno riusciva a decifrare.
«Ti ho sconvolta, vedo.»
«Molto. Devo ammettere che non me l’aspettavo, non da te.» Strinse le dita attorno al suo braccio, consapevole solo in quel momento di quanto sembrasse sgarbata la sua risposta. «Non intendevo offenderti.»
Henry rise. «Nessuna offesa, Lizzie. Ma spero mi terrai in considerazione quando avrai la tua lista di candidati per realizzare il matrimonio dei tuoi sogni.»
«Se ne avrò una…» Si sentiva così persa e indecisa, all’oscuro di tutto ciò avrebbe dovuto tenere a mente per decidere chi sarebbe stato il marito più adatto per lei. «Ho così tanti dubbi in questo momento da non credere di poterlo mai ottenere, quel matrimonio.»
«Se posso aiutarti in qualche modo» si offrì subito Crosswell, fermandosi per prolungare ancora un po’ il loro incontro, «non esitare a chiedere.»
«Forse…» Si bloccò. No, non essere sciocca, Lizzie. Marcus direbbe che è un’idea stupida. Ma il duca non era lì e lui non capiva di cosa davvero avesse bisogno per trovare l’uomo adatto a lei, capace di stimolare la sua mente e la sua curiosità in ogni senso possibile. Magari Henry avrebbe potuto fare al caso suo. «Forse c’è un modo in cui puoi aiutarmi. E avere buone possibilità di trovarti su quella lista.»
Gli occhi di Henry si illuminarono. «Tutto ciò che serve.»
«Bene.» Lizzie esultò tra sé prima di sussurrare: «Allora vorrei essere baciata». 

Le sue stanze non gli erano mai sembrate tanto piccole. Marcus le trovava claustrofobiche mentre misurava a grandi passi la distanza che separava il letto dal camino. Avanti e indietro, il duca assomigliava a un impaziente leone in gabbia dalla criniera dorata spettinata, i cui pensieri caotici ripercorrevano gli eventi accaduti al ballo dei Crosswell ancora e ancora, alla ricerca di una ragione che spiegasse le ombre negli occhi di Elizabeth.
L’aveva vista chiacchierare con Crosswell in terrazza dopo il loro ballo insieme; lui avrebbe voluto raggiungerli ma sua madre lo aveva trattenuto, certa non vi fosse nulla di sconveniente e che desse ai due giovani modo di conoscersi meglio pur sotto l’attento sguardo della buona società. Marcus aveva stretto i denti, per concedere a Elizabeth l’occasione di scegliere da sé come progettare il proprio futuro, tuttavia gli era servito tutto il proprio contegno ducale per restare nel salone e conversare con le lady che gli venivano presentate.
Aveva chiacchierato e danzato, almeno finché non aveva perso di vista Crosswell, e con lui Elizabeth. Ricordò quei minuti di panico e furia cieca e sentì rimontare entrambe le emozioni, cruente, intense come se le stesse vivendo per la prima volta in quell’istante. Non era servito ritrovare la giovane accanto a sua madre per tranquillizzarsi. Perché anche se sorrideva e teneva viva la conversazione com’era solita fare, Elizabeth non sembrava felice, quanto piuttosto tesa e distante. Una volta rientrati, aveva cercato di capire cosa non andasse, ma lei si era ritirata con la scusa di un gran mal di testa. Era accaduto due ore prima e Marcus camminava avanti e indietro nelle proprie stanze da allora.
Rivide l’ombra che aleggiava nei suoi occhi verdi e sentì il bisogno di bere.
Attraversò la casa silenziosa diretto verso la biblioteca, e verso l’armadietto dei liquori che un suo antenato aveva nascosto dietro una delle librerie. Annegare il senso di impotenza nell’alcol era una pessima decisione, ma l’alternativa era irrompere nella camera di Elizabeth e obbligarla a raccontargli cosa avesse guastato il suo buonumore. E poi correre da Crosswell a chiedere soddisfazione. Perché, benché lei non ne avesse fatto accenno, Marcus era certo che fosse accaduto qualcosa con il giovane, qualcosa le cui conseguenze l’avevano sconvolta.
Aprì la pesante porta di legno e la prima occhiata che diede all’interno lo fece restare bloccato sulla soglia. Il camino in fondo alla stanza riversava una luce calda sulle mensole e i ripiani colmi di libri antichi, le fiamme che scoppiettavano quiete e che lo sorpreso per la loro presenza. Avanzò di un passò e si ritrovò in impaccio, paralizzato dalla vista di una sagoma rannicchiata su una delle grandi poltrone, i giochi di luce del camino e le ombre della stanza che si inseguivano sul viso e sul corpo della giovane che contemplava il fuoco, e che sembrava non essersi accorta del suo arrivo.
Impiegò diversi secondi a riprendersi dallo stupore e altri ne occorsero affinché il duca di Colton riuscisse a ritrovare la voce. Tuttavia, il suono che produsse gli ricordò un lamento strozzato. «Elizabeth?»

Lizzie ruotò il capo con calma, gli occhi che incrociarono quelli stupefatti di Marcus e poi lo osservarono nella sua interezza. La giacca da sera e il panciotto indossati al ballo erano scomparsi, il duca che per la prima volta le si presentava come un qualsiasi essere umano, in maniche di camicia arrotolate sulle braccia tornite, pantaloni sgualciti e una chioma ridotta a un caotico groviglio di ciocche scomposte.
La vista la sorprese in modo positivo e un sorriso stanco le si disegnò sulle labbra quando tornò a guardarlo in volto. «Allora non siete sempre perfetto nemmeno voi, Marcus.»
Lui ricambiò il cenno e Lizzie sentì finalmente la cappa di tristezza allentarsi, un vago barlume di luce in una serata altrimenti strana e priva delle rivelazioni che tanto aveva atteso. Si sentiva così sciocca, e sbagliata, una lady del tutto incapace rispetto al ruolo sociale che rivestiva. Tuttavia, quando il duca le si avvicinò, gli eventi delle ultime ore le sembrarono un po’ più tollerabili. Lì, in quella casa e con quella famiglia, almeno sapeva di poter essere sempre se stessa.
«Non ho mai preteso di esserlo. La perfezione non si addice a noi umani» replicò, la mano poggiata sullo schienale della seconda poltrona. Marcus fu sorpreso dal vederle tra le mani un bicchiere di liquore, tanto quanto dal realizzare che non indossava altro che la camicia da notte e la vestaglia. «Potrei dirmi sconvolto dalla vostra presenza e dalla scelta della bevanda, ma non sono così ipocrita da credere che solo gli uomini abbiano bisogno di bere, di tanto in tanto.»
Lizzie si strinse nelle spalle e bevve, gli occhi che le scivolarono di nuovo sulle fiamme del camino. «Mio padre diceva sempre che un goccio di brandy semplifica i problemi.»
«Ci credete anche voi?» le domandò, curioso di sentire la sua risposta, mentre si serviva anche lui e prendeva posto davanti alla ragazza.
«Forse. Ma credo anche che li annebbi tanto da essere irriconoscibili alla fine.» Come lo è adesso il viso di Henry. A quel pensiero Lizzie premette il vetro freddo del bicchiere contro la fronte, osservò il fuoco attraverso il liquido e sentì il cuore sprofondarle. «Quale che sia la verità, il suo sapore è di gran lunga migliore degli effetti che produce.»
«Sì, concordo.»
Il duca assaporò il bruciore del liquore lungo la gola, in attesa di trovare il coraggio per affrontare l’argomento che lo tormentava. Elizabeth emanava ancora la stessa tristezza di quando avevano lasciato il ballo e che fosse venuta in biblioteca a tarda notte lo impensierì. La certezza che volesse stare sola lo spinse a stringere le mani attorno al bicchiere, i gomiti posati sulle ginocchia e lo sguardo fisso su di lei. Qualunque cosa le fosse accaduta con Crosswell l’aveva messa all’angolo e per Elizabeth era una condizione inusuale; non l’aveva vista crollare nemmeno tre anni prima, quando le loro vite si erano intrecciate attorno a quelle dei loro nipoti, perciò avvertiva una preoccupazione intensa davanti a quel suo mutismo.
Era da tempo che quella giovane rappresentava per lui un mistero, le motivazioni che la spingavano a sposarsi un altro segreto che né lei, né sua madre gli avevano rivelato. Continuavano a ripetere che fosse ora per lei di trovare un buon partito, che l’attendeva una casa sua, ma quando Marcus la osservò vide solo una ragazza cresciuta in fretta. Sulle sue spalle premevano preoccupazioni che neanche lui, un duca, sapeva come alleviare.
«Come avete conosciuto Crosswell?» chiese alla fine, il desiderio di scoprire cos’era accaduto che gli premeva sul cuore. «Avete detto che siete vecchie conoscenze.»

Lizzie raddrizzò la schiena e sorseggiò il brandy prima di voltarsi verso Marcus. Il duca la stava studiando con attenzione, il corpo piegato in avanti, quasi la invitasse a confessare e confidarsi con lui. Avrebbe già voluto farlo, ma la certezza di apparire inadeguata le aveva chiuso la gola, il timore di leggere il biasimo in quegli occhi così azzurri da lasciarla senza parole. Lo stesso biasimo che aveva oscurato quelli di Henry quando gli aveva confidato la verità.
«Eravamo amici da bambini. Io, Henry e le sue cugine, Charlotte e Sarah Shift. La loro tenuta confina con quella di mio fra… di Thomas, Brury Park» si corresse, un nodo di dolore che soffocò entrambi. «Siamo cresciuti insieme, prima che Henry partisse per la scuola e io seguissi mia madre in Francia.»
Quegli anni passati oltremanica l’avevano separata da suo fratello e da tutti gli affetti che aveva in Inghilterra, tuttavia le avevano anche insegnato quanto valore dovesse tributare a se stessa al di là di quello che la società le riconosceva come donna. In quella terra straniera, sua madre possedeva un titolo che sarebbe stata lei a ereditare, in un futuro che sperava lontanissimo, mentre lì non era che una dote da valutare e una possibile genitrice di eredi maschi dal nobile pedigree.
«È stato difficile? Daisy diceva che voi e Alec eravate molto vicini.»
«Lo è stato, i primi tempi. Non sapevo perché io e mia madre fossimo state allontanate, ma la vita non è stata più la stessa» ammise, confidando qualcosa che aveva condiviso solo con suo fratello maggiore. «Quei primi anni sono un limbo, dove ho imparato che la mia perfetta vita da lady era un’esistenza sempre in bilico, un sogno a cui aspirare solo grazie alla benevolenza di un uomo che a stento tollerava la mia presenza.»
«Mi dispiace tremendamente.» Marcus avrebbe voluto stringerle la mano tra le sue, cancellare quei ricordi tristi e alleviare la sofferenza di una bambina la cui colpa era di essere sopravvissuta al gemello malato. Avrebbe voluto sfidare a duello l’ormai defunto marchese di Brury per il dolore inferto alla figlia. «Voi non avreste dovuto pagare per la morte del piccolo Thomas. Avete sofferto più di chiunque altro, non solo per essere stata allontanata.»
Elizabeth guardò il duca di Colton e fu come vederlo davvero per la prima volta. Si sentì rincuorata dalle sue parole, la commozione che minacciò di farla scoppiare in lacrime, mentre quell’uomo forse spesso troppo serio dimostrava una comprensione aliena tanto al suo titolo quanto al suo ruolo nella loro società. Capì in quell’istante perché Alec avesse visto in lui un caro amico, perché avesse lasciato i suoi figli sotto la tutela di Marcus. Perché vi avesse lasciato anche lei.
«Grazie. Senza Alec e Daisy, oltre a mia madre, voi siete il solo a pensarlo.» Lizzie finì il liquido dalle sfumature rossastre. «Nostro nipote porta il suo nome e sono grata ad Alec per averlo scelto. Ogni giorno guardo Thomas ed è come se entrambi i miei fratelli fossero ancora qui con me. Capite, vero?»
Marcus si limitò a un cenno d’assenso. Per lui era così con Alicia, ogni istante un viaggio a ritroso nella sua infanzia con la sorella. Quei bambini rappresentavano per entrambi una responsabilità e una gioia senza pari, perché in essi rivedevano le persone care che la morte aveva reclamato troppo presto.
«Perdonatemi» aggiunse Lizzie, schiarendosi la voce mentre si alzava. «Non sono esattamente una piacevole compagnia.»
La ragazza adesso si trovava davanti a lui, il fuoco alle sue spalle che ne metteva in evidenza la statura e il fisico. Marcus restò senza parole, conscio della sconvenienza di tutto ciò che stava accadendo in quella stanza. Parlavano soltanto, sì, ma l’intimità che si era creata tra loro sarebbe stata sufficiente per gridare allo scandalo, se solo qualcuno lo avesse scoperto. Ma nessuno lo saprà mai, pensò con sollievo. L’intera casa dormiva, fatto salvo per loro due, e lui avrebbe potuto godere ancora un po’ della sua presenza, della libertà che di certo entrambi avvertivano in compagnia l’uno dell’altra.
Forse fu per quello che abbandonò ogni pretesa di formalità quando disse: «Sei la sola compagnia che avrei desiderato avere in questo momento». E scoprì di aver detto la verità, non solo una cortesia dovuta a una lady.
Le labbra di Lizzie si aprirono al primo, vero sorriso felice che si fosse concessa da qualche ora a quella parte. Sapeva di essere davanti a una situazione del tutto intollerabile, più per lei che per Marcus, ma era stanca di sentire il peso delle aspettative. Volle assaporare la tranquillità dell’essere se stessa con qualcuno che non l’avrebbe mai fatta sentire sbagliata o in difetto, con una persona degna della sua fiducia.
«È lo stesso per me» rivelò Lizzie, tornando a sedersi quando lui la incitò a farlo con un cenno. Restarono entrambi trincerati nei propri pensieri per alcuni minuti, il crepitio del fuoco come unico suono a riempire il silenzio della stanza. Poi, però, si sentì in dovere di aggiungere qualcosa e così fece. «Scusa se sono stata scortese, quando siamo rientrati. È stata una serata faticosa.»

Marcus non riuscì a impedire alla propria bocca di arricciarsi in una smorfia, che provò a nascondere bevendo ciò che restava del suo drink; tuttavia avvertì su di sé lo sguardo di Elizabeth e quando le rivolse la sua attenzione, la trovò con un sopracciglio alzato, la richiesta di spiegare quella reazione ben evidente sul suo volto.
«Ti è accaduto qualcosa, al ballo dei Crosswell, e ne sei rimasta sconvolta.» La tensione che le serrò le spalle fu la conferma che Marcus andava cercando da ore. Strinse la mascella e la rabbia gli scaldò il sangue. «Chi devo affrontare, Elizabeth?»
Lei volse gli occhi e il viso altrove, scuotendo il capo, e quella fuga spinse il duca ad abbandonare il proprio posto per accovacciarsi accanto alla poltrona della giovane. Le dita si mossero senza che ne ebbe la piena consapevolezza, trovarono la guancia accaldata di Elizabeth e la pregarono di voltarsi di nuovo nella sua direzione. Quel tocco li paralizzò entrambi, eppure Marcus fu il primo a riprendersi, stringendo le dita della mano libera attorno a quella che lei aveva abbandonato in grembo.
«Sfiderò chiunque ti abbia mancato di rispetto. Basta solo un nome, Elizabeth» insistette, i loro visi così vicini che nulla potevano nascondere dei loro pensieri. «Non c’è titolo o famiglia al di sopra della giustizia. Se Crosswell si è preso troppa libertà…»
«Non è stato Henry» si affrettò a correggerlo Lizzie. Signore, che malinteso, gemette tra sé mentre lo scetticismo di Marcus le rivelava che non le credeva fino in fondo. Se solo sapesse la verità!
Confessarla avrebbe riaperto le porte alla vergogna, e non avrebbe sopportato il biasimo anche da parte di Marcus. Tuttavia lui non demorse e Lizzie avvertì la tensione crescere; più Marcus le chiedeva come potesse aiutarla, più l’ansia le aggrovigliò lo stomaco. Finché tutta quella pressione non esplose.

«Sono stata io» mormorò, zittendo il duca. «Io ho infranto l’etichetta, chiedendo a Henry qualcosa che non avrei dovuto. Ma non devi preoccuparti. Mr Crosswell è stato un tale gentiluomo da farmi riconoscere il mio errore e da assicurarsi che non lo commetta mai più.»
Né con lui, né con nessun altro in questa città. Anche se aveva cercato di mettere in pratica gli insegnamenti di sua madre per capire come poter raggiungere l’unione perfetta, la sola capace di regalarle un matrimonio d’amore felice e in grado di superare ogni difficoltà.
«Cos’è successo? Perché è chiaro che il modo in cui ti ha trattata ti ha resa infelice.» Marcus allontanò le dita dal suo viso, una parvenza di decoro che ormai si erano lasciati alle spalle. «E nessun gentiluomo rende triste una lady.»
«È inevitabile, se la lady in questione non si comporta come tale.» Si prese un secondo per riflettere su quali parole forse meglio usare, per poi raccogliere tutto il coraggio di cui disponeva e iniziare a parlare. «Qualche giorno prima di partire per la Francia, dissi a Henry che andandomene non avrei più avuto la possibilità di fare un buon matrimonio. Era una considerazione sciocca e stupida, come possono esserlo solo quelle di una bambina che ancora non ho compreso come funziona il mondo. All’epoca, non conoscevo nulla della vita e men che meno cosa significasse la parola “matrimonio”, anche se noi donne veniamo cresciute con il sogno di farci accompagnare all’altare non appena diventiamo adulte.»
«Magari non sapevi cosa implicasse, ma capivi che rappresentava l’idea di avere una famiglia. Stavi abbandonando tutto ciò che conoscevi, perciò credo sia normale provare quel tipo di timore.»
«Credo sia così» concesse Lizzie. «Tuttavia quando lo dissi a Henry, lui fu così gentile da assicurarmi che sarebbe stato pronto a sposarmi non appena fossi tornata in Inghilterra. Fino a stasera avevo dimenticato del tutto quella promessa.»
Marcus avvertì un odio immediato, sia per quel bambino, sia per il giovane uomo che di certo aveva approfittato della serata per assicurarsi di ricordare a Elizabeth quel momento del loro passato. Cercò di rammentare a se stesso che all’epoca non erano che dei bambini e che nessuna promessa fatta a quell’età potesse essere davvero vincolante. Eppure quasi imprecò quando Elizabeth raccontò della solerzia con cui si era fatto avanti, seppur con la scusa di rispettare un vecchio patto tra amici.
«Sarebbe stato perfetto, non ti sembra? Quando decido di sposarmi, ecco che trovo un probabile pretendente senza quasi muovere un dito. Un vero sogno.»
Magnifico, mugugnò il duca tra sé, affatto convinto che fosse la soluzione migliore. Tuttavia qualcosa nel tono di Elizabeth lo mise sull’attenti. «Cos’è che non ha funzionato?»
«Io.» La risata di Lizzie si spezzò in fretta, affranta dalla gravità di ciò era accaduto. «A quanto sembra, la mia educazione manca della pudicizia e della compostezza mansueta degne di una vera lady inglese. A detta di Henry, gli anni passati con mia madre in Francia mi hanno precluso l’apprendimento delle più basilari norme di comportamento che la società si aspetta dalla figlia di un defunto marchese.»
«In pratica, ti ha dato della selvaggia» commentò, riducendo all’osso l’offesa portata avanti da Mr Crosswell. Ora Marcus aveva un’ulteriore scusa per avvicinarlo e rimetterlo al proprio posto. «Perché?»
«Perché gli ho chiesto di baciarmi.»

Lizzie sapeva di aver appena segnato la propria reputazione in maniera indelebile. Esporsi in quel modo, soprattutto a un evento pubblico, era una macchia impossibile da dimenticare e che, se scoperta, avrebbe spazzato via il suo buon nome, influenzando in modo negativo anche Marcus, ma soprattutto i bambini. E che Henry le avesse negato di soddisfare quella richiesta la metteva in una situazione ancora più precaria.
«Si è rifiutato, immagino, visto ciò che ti ha detto.»
Il tono di voce tirato di Marcus la spinse ad alzare lo sguardo, che non si era accorta di aver distolto. Il camino proiettava sul suo viso lingue di luce dai colori aranciati, i tratti marcati che emergevano tra le ombre ed esprimevano una risolutezza che Elizabeth sapeva appartenergli per natura, soprattutto quando si trattava di difendere qualcuno della famiglia.
«Sì, e prima di riportarmi da tua madre si è assicurato comprendessi che un tale comportamento non era degno di una lady inglese. Come se essere per metà francese facesse di me un pezzo di carne quasi avariata.» Sbuffò, addolcendo tuttavia il proprio cipiglio quando si accorse che le sue parole avevano acuito il malumore di Marcus. «Non devi preoccuparti. Sentirmi inadeguata come lo sono stata questa sera mi permetterà di non commettere di nuovo lo stesso errore. Credo che i consigli di mia madre in campo sentimentale non siano del tutto canonici, quantomeno per la buona società inglese.»
A quel suo tentativo di alleggerire la tensione seguì un lungo silenzio, nel quale il duca continuò a studiarla con gli occhi velati da strane emozioni. Mai prima di quella sera erano stati così vicini, né lo erano stati per così tanto tempo, tuttavia non c’era imbarazzo tra loro. Anzi, più il tempo passava più la complicità cresceva. Finché poi Marcus si riscosse dal proprio esame.
«Non sei inadeguata, Elizabeth» disse, la voce bassa e piena. «Né lo è la tua educazione. Solo…»
Quando lui esitò, Lizzie sorrise mesta. «Solo non avrei dovuto chiederglielo, lo so. Devo ammettere che l’idea di sposarmi ha causato più confusione che altro. Ma dopo ciò che mi ha detto Henry, ho iniziato a pensare che non sapevo cosa volessi dal mio futuro marito, non davvero.»

«E chiedergli di baciarti ti è sembrata una buona idea?» domandò e un leggero divertimento riuscì a farsi strada tra le sue parole. «Forse iniziare con una passeggiata a Hyde Park o un invito per un tè sarebbe stato più consono.»
«Ma meno illuminante. Secondo mia madre si capisce di più se si è affini a un gentiluomo dopo averlo baciato, invece che dopo una serie infinita di conversazioni su argomenti del tutto privi di importanza.»
Il cuore di Marcus ebbe un tuffo e il duca si ritrovò a sorridere, pur nella totale sconvenienza di quella precisa conversazione. «La duchessa di Charville dimostra ancora la propria forza d’animo, vedo. Ma sì, da un certo punto di vista credo abbia ragione.»
«Potresti essere l’unico nobile da questa parte della manica a pensarla in questo modo.»
«Sono felice che sia così» ammise lui, serrando per un secondo la stretta attorno alle dita di Elizabeth. «E che Crosswell sia stato tanto saggio da non assecondarti.»
Non appena finì di pronunciare quella frase, Marcus si accorse di quanto potesse suonare severa rispetto alle azioni di Elizabeth. Non era sua intenzione criticarla, per quanto l’idea di ciò che sarebbe potuto accadere tra lei e Crosswell lo rendeva nervoso e irascibile; eppure da quelle parole, sembrava quasi esprimere comprensione per le ragioni che avevano spinto il giovane a non baciarla. Come se anche lui le condividesse.
«Perché?» la domanda di Elizabeth lasciò trasparire tutta la sua mortificazione, ma anche una certa rabbia. «Sarebbe così terribile, l’idea di fare ciò che ho chiesto? Sarebbe un tale sacrificio?»
Signore, fa’ che non risponda, implorarono i pensieri successivi di Lizzie. Se le avesse risposto in modo affermativo, era già pronta a preparare la propria valigia e a rifugiarsi in Francia per il resto dei suoi giorni. Pur di non lasciare il tempo a Marcus di rispondere, fu lei a continuare a parlare: «Ogni donna sogna di essere baciata e non capisco cosa la società e il ton vi trovino di scandaloso. Né trovo giusto che a voi sia tutto permesso, ed esentato dal rimprovero sociale.»
«A… noi?» Marcus si sentì perso, anche se aveva compreso a cosa alludesse. Nessuno trovava strano se un uomo chiedeva ciò che aveva cercato Elizabeth, tuttavia che fosse proprio lei a parlargliene lo aveva svegliato di colpo.
In tutti quegli anni non si era accorto, o aveva preferito non vedere, quanto quella giovane fosse cresciuta. Era una donna e lui non aveva il diritto di mettere in discussione le sue motivazioni, qualsiasi esse fossero. Non spettava a lui farlo, neppure se si trovava a fare le veci di Alec. Neppure se sapere che avrebbe potuto essere stata baciata da un qualunque, presunto gentiluomo lo riempivo di disappunto.
«Sì, voi, i perfetti e titolati pari del Regno! Voi uomini siete così pieni di voi stessi da non accorgervi di quanto anche le donne abbiano diritto di decidere da sole come vogliono condurre la loro vita. Vi sbagliate tutti e adesso lo dimostrerò.»
Marcus avrebbe voluto spiegarle che Mr Crosswell non era titolato, né che quel discorso valeva per lui, in quanto non le avrebbe mai imposto alcuna decisione. Tuttavia gli fu impossibile anche solo muovere un muscolo. Perché la rabbia di Elizabeth sfociò nel più imprevedibile e rapido dei movimenti; nel giro di un secondo, il decimo duca di Colton si ritrovò accovacciato davanti al caminetto della biblioteca, incredulo e paralizzato.
Mentre Elizabeth lo baciava.

E fine! Scusate se mi sono dilungata, ma questi due personaggi non volevano proprio lasciarmi finire 😊 Spero che questo nuovo pezzetto dalla storia di Elizabeth e Marcus vi sia piaciuto. In ogni caso, vi aspetto nei commenti per leggere le vostre impressioni.

A presto
Federica 💋

Storytelling Chronicles #13 : Una cartolina dal passato

Buongiorno e buon lunedì!

Questa settimana sarò abbastanza piena di appuntamenti, tra cui un cover reveal e un review party! Mmm, Non vedo l’ora! Ma oggi fa ritorno la rubrica di scrittura creativa Storytelling Chronicles, ideata da Lara (La nicchia letteraria) e con grafica di Tania (My Crea Bookish Kingdom). Il tema per febbraio è stato scelto da Simona, un’altra partecipante alla rubrica, ed è Cartoline dall’Inferno: in pratica nelle storie ci deve essere un messaggio, proveniente da qualcuno del passato o da uno sconosciuto, capace di destabilizzare il/la protagonista tanto da scuoterlo/a fin nelle sue profondità!

Devo dire di aver fatto un po’ fatica con il lato destabilizzante della storia, perché forse non l’ho sentito molto nelle mie corde, però questo è quello che mi ha inspirato questo super tema. Spero che il racconto vi piaccia 😊

Una cartolina dal passato

Una risata isterica mi sale alle labbra.
Non è possibile, non dopo tutti questi anni, dopo tutte le ore passate da uno psicologo per venire a capo della mia infanzia squinternata e degna di un film horror.
Avete presente il vicino simpatico, quello tutto sorrisi e attenzioni che si rivela essere uno stalker e, alla peggio, un killer sociopatico? Ecco, a quella voce sul dizionario ci troverete la foto del mio amabile e inquietante padre.
John Frost, a dispetto del nome, è sempre stato un uomo caloroso ed espansivo, il padre ideale, attento ma non tiranno e soprattutto, capace di suscitare l’invidia delle mie compagne di scuola fino alla prima superiore. Poi, un bel giorno, quell’uomo perfetto ha lasciato la porta del garage aperta e i mostri che credeva di nascondere bene sono scappati a gambe levate.
Nella fattispecie, i “mostri” erano due donne tenute segregate là sotto e seviziate per quasi quindici anni. Una delle quali, Jenny Marshall, si è rivelata essere mia madre. E, ciliegina sulla torta, John Frost l’ha rapita al terzo mese di gravidanza, quindi non è nemmeno mio padre, non nel senso biologico del termine.
Ma perché vi racconto tutto questo? Perché dovete sapere che negli ultimi quindici ho lavorato sodo per superare quella tragedia e la devastazione che ne è seguita, compresa la totale incredulità dei miei veri genitori davanti al fatto che, nonostante John Frost sia uno psicopatico, io sono stata cresciuta come una persona tutto sommato sana e felice. Niente a che vedere con la vera natura dell’uomo che mi ha tirata su.
Ecco, ricordate che io sono questo. Perché adesso, all’alba del mio trentesimo compleanno, sento una risata isterica e inumana salirmi alle labbra e non c’è nulla che mi aiuti a trattenerla. È un suono agghiacciante, che rimbomba tra le pareti del mio appartamento e sembra trafiggermi la pelle come schegge di vetro affilato.
Mi rigiro la cartolina tra le mani, il rivolo di sudore che mi cola lungo la schiena e cancella quel po’ di sanità che credevo di aver ritrovato costruendo un rapporto sano con Jenny e Marcus, i miei veri genitori. Guardo quelle sei parole e mi ritrovo a dondolare su me stessa, le mani avvolte attorno alle ginocchia e il corpo abbandonato tra il bancone e l’isola della mia cucina super accessoriata.
Non so quante ore passano, ma quando Marcus mi viene a prendere per andare a cena lo vedo sgranare gli occhi per lo stato in cui mi trovo.
«Hope, cos’è successo?»
La sua voce gronda preoccupazione, come il suo volto squadrato e comunque ancora ben tenuto per essere quello di un quasi sessantenne. Si inginocchia davanti a me, le mani che non sanno dove andare per capire cosa non vada in me, che esitano nel toccarmi perché ancora non riusciamo a sentirci poi tanto a nostro agio insieme.
«Papà.»
E mentre pronuncio questa parola mi si spezza ancora di più il cuore. Perché Marcus sa che è un altro l’uomo che porta quel nome nella mia vita. Ma nonostante il dolore che quella parola è sufficiente a scatenare, Marcus annuisce e i suoi occhi mi studiano con un miscuglio di sofferenza e odio. Poi trova la cartolina e se ne appropria senza che opponga una vera resistenza. Non ho più bisogno di leggerla per sentire nell’anima il peso di quelle frasi tracciate in fretta.

Buon compleanno, Hop-Hop!
Presto saremo di nuovo una famiglia.
Ti voglio bene,
Papà

Perché John Frost è evaso dall’ospedale psichiatrico in cui stava scontando l’ergastolo.
Mio padre è un sociopatico, un criminale e uno stupratore.
E ha deciso di venirmi a prendere.

È molto più corto dei soliti racconti per la rubrica, però spero di essere riuscita a dare l’enfasi su cosa scateni questa cartolina nella mente della protagonista! Se vi va di farmi sapere come vi è sembrato, vi aspetto nei commenti 😊

Federica 💋