Una scribacchina bagnata fradicia #21 : Un nuovo viaggio

La casa in cima alla scogliera riposava avvolta nella debole brezza che spirava dal mare quella mattina. Da anni nessuno ne disturbava la quiete delle stanze più interne; i vecchi custodi avevano ridotto il numero di giorni in cui si mettevano a disposizione per soddisfare la curiosità di avidi vacanzieri alla ricerca di un intrattenimento diverso dal solito e i turisti erano comunque tenuti lontani dalle stanze private, anche se cercavano sempre di ottenere il permesso di visitarle. In fondo, non capitava tutti i giorni di poter camminare tra le stesse pareti che avevano assistito a un duplice omicidio rimasto senza colpevole e chi capitava dalle parti di Pearlhell nei mesi esistivi restava affascinato dalla crudezza di quella storia, tanto da desiderare di vedere con i propri occhi quella villa abbarbicata sull’angolo più estremo del golfo. 
Anne osservava i cancelli della villa in quella mattinata limpida e non si rese minimamente conto dello scorrere del tempo. Era arrivata in città la sera prima e quella notte non aveva dormito al pensiero che il mattino dopo avrebbe rivisto Villa Froster nello splendore di un giorno di sole. Quel luogo aveva un significato particolare per lei, perché lì aveva miracolosamente portato alla luce la verità sulle origini della sua famiglia e il loro discendere dal Diavolo di Pearlhell. George Froster, l’ultimo signore della città, brutalmente assassinato con il figlio primogenito nella notte del 25 Novembre 1841, era padre anche di Samuel Froster, figlio illegittimo avuto da una lontana cugina e adottato dal fratello maggiore. Da quest’ultimo aveva avuto origine la famiglia di Anne e solo grazie a lui i Froster ancora apparivano sul registro dei cittadini della città.
Erano passati cinque anni da quando aveva ritrovato i documenti segreti nelle scrivania di Froster e messo in chiaro, una volta per tutte, che non era il mostro tramandato per secoli dalle voci sul suo conto. Si era accanita con tutta se stessa, senza saperne né immaginarne il motivo; lei che aveva sempre giustificato e applaudito per la fine orribile di quell’uomo, un giorno in cui un temporale estivo l’aveva fatta rifugiare nella villa si era convinta che forse Froster non era malvagio come tutti credevano. Un caso fortunato l’aveva aiutata a trovare i fogli – lei non aveva nemmeno idea di come fosse riuscita a scoprire la serratura segreta nel cassetto –, eppure non c’era una giustificazione per quel suo repentino cambio d’opinione a proposito del vecchio Froster. Era semplicemente accaduto.
Non aveva più ripensato al ladro che si era introdotto nella villa e che aveva cercato di convincerla che fosse arrivato dal futuro. Prima di scappare, per dimostrare che non mentiva, le aveva dato appuntamento per lo stesso giorno in cui aveva ritrovato il testamento e le lettere ma di lui non c’era traccia, come si era aspettata. Ormai non ricordava nemmeno più come avesse detto di chiamarsi.
Anne restò a fissare il cancello e la casa a lungo, non trovando mai il coraggio di girare la chiave nella serratura e oltrepassarlo. Era uscita presto, quando la sua famiglia ancora dormiva profondamente. Non che fosse abituata ad alzarsi tardi, ma nel suo primo giorno a Pearlhell aveva pensato di godersi lo spettacolo della città che iniziava un nuovo giorno dall’alto della scogliera. Si era dimenticata l’effetto che faceva Villa Froster salendo la collina, con il suo profilo imponente e contemporaneamente delicato illuminato dal tenue chiarore del mattino. In un solo secondo si era dimenticata di tutto e aveva raggiunto la casa dei nonni paterni per recuperare le chiavi che usavano per aprire e chiudere l’antica dimora in quanto custodi.
Li aveva sorpresi nel fare colazione, anche loro mattinieri in quella bella giornata di metà Luglio, e fu accolta da un profumo familiare di torta calda e caffè appena fatto. Bert e Ilma salutarono la nipote con un sorriso, cercarono anche di convincerla a fermarsi ma lei rifiutò. Voleva godersi la vista del golfo dal giardino della villa, assaporandone la tranquillità prima che arrivassero i turisti. Disse loro che avrebbe preparato le stanze per le visite guidate in programma per quel giorno perché voleva rendersi utile, anche se quelle erano le sue vacanze. La realtà era più semplice però era felice di poter aiutare i nonni.
Sin da quando aveva avvisato i genitori che sarebbe tornata a casa dopo la fine dei corsi un pensiero fisso l’aveva riportata all’estate dei suoi sedici anni, trascorsa in punizione. Era stata l’estate del ritrovamento delle carte di Froster, quella in cui aveva creduto di poter mettere a tacere le voci sulla sua famiglia ma che non aveva avuto alcun effetto. I Froster erano rimasti comunque i discendenti di un furioso mostro senza cuore.
Non che le fosse mai importato delle sciocche dicerie, eppure sentiva che non corrispondevano a verità e credeva che la soluzione a quel suo dubbio fosse nascosta nella villa in cima alla scogliera. Era una sensazione che non sapeva spiegare, era così e basta.
Era rimasta a fissare la casa pensando a tutto quello e contemporaneamente a nulla, in una silenziosa contemplazione di un luogo che un tempo odiava e che ora significava molto per lei. 
Quando si decise ad aprire il cancello e a avviarsi verso il portone, l’orologio sul suo polso segnava le nove passate. Era rimasta ferma là fuori per quasi due ore senza accorgersene.
Lasciò la bici dietro una siepe, nascosta alla vista che si poteva godere dalla strada, e entrò nella casa un tempo appartenuta al suo antenato. La frescura delle pareti di marmo bianco le solletico la pelle scoperta sulle gambe e sulle braccia e le lasciò una sensazione di sollievo, come se avesse finalmente potuto inspirare dopo aver trattenuto a lungo il respiro.
Il fruscio delle sue scarpe era il solo suono che si udiva mentre avanzava e raggiungeva l’immenso atrio, con il tavolino e il mezzobusto commemorativo di George Froster, l’imponente scalinata con le sue doppie rampe e il disegno di marmo scuro sul pavimento che interrompeva la straordinaria perfezione bianca dell’ambiente. Non aveva dimenticato un solo dettaglio di quel luogo, né le innumerevoli stanze che aveva scoperto negli anni, ma il suo pensiero correva verso una porta ben precisa, che racchiudeva quello che amava definire il suo salottino preferito.
Sali le scale senza badare a dove metteva i piedi, così esperta di ogni possibile sbeccatura nel marmo da non avere più bisogno di guardare; le dita scivolavano morbide sul corrimano e ne disegnavano il contorno con precisione, l’unico dettaglio in grado di strappare l’attenzione di Anne dal pensiero del luogo verso il quale era diretta, il solo capace di tenerla ancorata alla realtà.
Se avesse dovuto spiegare perché fosse tanto affezionata a quella particolare stanza non avrebbe saputo dare una risposta. Come il suo dubbio su Froster, sentiva qualcosa che la spingeva a credere che non potesse essere altrimenti.
Girò la maniglia e la porta dello studio di rappresentanza si aprì senza cigolii. Anne non badò allo scarno arredamento, lo conosceva come se stessa, e si diresse verso la seconda porta sulla destra. Lì si nascondeva la sua stanza preferita.
Non era che un salottino privato, con un enorme camino antico, un divano sistemato davanti alla bocca annerita dalla fuliggine e la libreria più grande che Anne avesse mai visto. Occupava tutta la parete dirimpetto all’ingresso, quella su cui si appoggiava il camino e arrivava fino al soffitto, dove ogni ripiano traboccava di volumi incredibilmente diversi l’uno dall’altro. Una sola finestra bastava a illuminare l’intero ambiente e una luce tenue sfiorò il vecchio mobilio quando Anne scostò le pesanti tende e aprì il vetro per far entrare la brezza che arrivava dal mare. Da lì se ne vedeva solo uno scorcio, ma a lei bastava.
A piccoli passi si diresse verso la libreria e ne sfiorò i ripiani con le dita, indugiò su alcune sopraccoperte di pelle, così vecchie da essere sbiadite e illeggibili. Lasciò che lo sguardo vagasse nel vuoto finché, nell’angolo che il mobile formava tra le due pareti, un oggetto brillò grazie a un accidentale raggio di luce e attirò la sua attenzione.
A parte Anne, nessuno entrava in quella stanza e che lei sapesse non era stata più aperta dall’inverno precedente. Ne era certa perché era stata proprio lei a chiuderla a chiave quella volta, dopo averci passato un intero pomeriggio con il suo fratellino.
Per questo quando il sole colpì la cassa d’oro di un orologio da taschino Anne si chiese come fosse potuto arrivare fin lì un oggetto tanto bello quanto singolare. Lo prese in mano, sfiorandone la superficie  decorata con il pollice. Intrecciate con il ghirigoro si leggevano le lettere di una singola parola.
«Chronos» lesse Anne ad alta voce facendo scattare la serratura.
La cassa si aprì in tre scomparti. Il primo mostrava il quadrante dell’orologio, con più lancette di quante ne servissero per segnare l’ora. Lo confrontò con quello che portava al polso ma non riuscì a capirne il funzionamento. Il secondo assomigliava al primo, ma invece di segnare il passaggio del tempo rappresentava una bussola, dove l’ago della direzione però era fermo. Passandoci l’indice la punta si spostò appena verso Nord-Est.
Tutto in quell’orologio da taschino era assurdo, ma ciò che lasciò Anne senza parole fu l’ultimo scomparto, dove una piccola placca rettangolare era incastonata nella struttura. Sopra, una scritta invitava a appoggiavi il dito, mentre sotto sembrava ci fosse la griglia di un altoparlante.
Anne si rigirò la cassa tra le mani tornando verso il divano. Quel nome sembrava dirle qualcosa ma non aveva idea di cosa si trattasse. Forse lo aveva sentito in una vecchia pubblicità, per quello aveva un certo non so che di familiare.
Seduta sul divano continuò a guardare i tre scomparti, soffermandosi sempre di più sul terzo e sull’invito che le rivolgeva. Era curiosa di sapere cosa sarebbe successo se avesse premuto l’indice sulla placca e lei di solito si lasciava tentare facilmente. Eppure quel termine, Chronos, non le dava una piacevole sensazione, come se sapesse già che non avrebbe portato a nulla di buono, né in quel momento, né mai. Si chiese perché avesse un così brutto presentimento solo dopo aver letto una parola che per lei non significava apparentemente nulla.
Però se Anne pensava ai suoi difetti il maggiore che si riconosceva era senza alcun dubbio la curiosità. Un giorno sarebbe finita in grossi guai a causa del suo continuo impicciarsi in cose che non la riguardavano, lo sapeva e ogni giorno ringraziava la sua buona stella che non fosse accaduto ancora nulla di irreparabile. Tutte le facevano notare che troppa curiosità l’avrebbe messa nei guai e mentre premeva l’indice sulla placca rettangolare sentì dentro di sé la voce di Jane, sua madre, che le ricordava di fare attenzione, perché chi giocava con il fuoco prima o poi si sarebbe scottato.
«Che mi aspettavo?» si lamentò tra sé quando non accadde assolutamente nulla e si vide costretta a staccare il dito. Si sentiva una sciocca per aver anche solo creduto che, forse, quell’orologio da taschino assai particolare avrebbe riconosciuto la sua impronta digitale.
Anne stava per alzarsi e riportare l’orologio dove lo aveva trovato, nell’angolo della libreria dove un unico raggio di sole le aveva indicato quell’oggetto tanto strano quanto inutile, e aveva già fatto scattare la molla per richiuderlo quando un ticchettio sospetto la fece fermare. Agghiacciata, abbassò lo sguardo sulla sua mano e osservò la rotella superiore dell’orologio ruotare completamente da sola.
«Impronta confermata» gracchiò una voce arrugginita dall’interno della cassa. «Anne Froster, Viaggiatrice di Classe A1. Giorno: 14 Luglio 2019. Destinazione viaggio precaricato: Casa Smith, 10 Ottobre 2155. Inizio sequenza temporale»
Chiedersi cosa stesse accadendo non le fu possibile. Avvertì una mano stretta attorno alla sua colonna vertebrale, una presa ferrea che le fece temere di essere presto spezzata in due, poi uno strattone la sbalzò all’indietro. Tutto quello che poté fare fu chiudere gli occhi e sforzarsi di continuare a respirare.

Coraggio-tattoo

Buongiorno e buon Sabato a tutti!

Come potete non è un racconto autoconclusivo, ma è l’inizio (come dice il titolo) di un nuovo viaggio. Chi mi segue da un po’ avrà sicuramente riconosciuto Anne, protagonista di Time Murder – L’omicidio di Casa Froster, e spero che questa nuova avventura possa riportarci tutti nel suo universo. Vedremo cosa succederà 😊 Io ho in mente qualche idea a tal proposito, ma vorrei sapere anche cosa ne pensate voi. Vi piacerebbe se tornasse? Cosa vi aspettate che accada da adesso in avanti?
Sono curiosa di sentire cosa vi aspettate da questa possibile continuazione!

Un bacio
firma scribacchina


Cliccando sul link sottostante potete partecipare all’On Rainy Days Contest e vincere uno dei premi in palio!

a Rafflecopter giveaway

Resoconto di Febbraio (un po’ in ritardo…)

Buongiorno e buon Sabato 😄

Come state? Avete passato una buona settimana?
Io sono stata abbastanza indaffarata con gli ultimi preparativi per la tesi ma per fortuna adesso è pronta e definitivamente finita! Devo solo farla stampare… Beh, manca poco!
Oggi purtroppo niente racconto, proprio perché non c’è stato tempo di ultimarlo, però recupero con il resoconto di Febbraio di tutto ciò che è passato sul blog!

Per accedere agli articoli basta cliccare sulle immagini

47379 death-at-a-funeral.15822 jbnOzMjla-corrispondenza-nuovo-trailer-italiano-poster-e-prima-clip-del-nuovo-film-di-giuseppe-tornatore  EdwardScissorhandsPoster

The_Doors_-_L.A._Woman Seventeen_Seconds Uno-Dos-Tre-green-day-32239735-600-200R.E.M._-_Reckoning

26803056 110844Philip-Pulman-Queste-oscure-materie-trilogiaNZO25531394 IMG_0230

91+tIju7nuL._SL1500_The_Pillars_of_the_EarthTitanic Blood And Steel 2012 SignedSealedDeliveredSeriesPoster

Vi ricordo anche che tra una mezzora andrà online su YouTube il quarto episodio di You Can’t Take It With You, la web serie made in Italy, e che domani pomeriggio troverete il commento qui sul blog ✌️

Per oggi è tutto! Ci risentiamo domani!
Federica 💋

Coraggio-tattoo

Vi ricordo che, cliccando sul link sottostante, potete partecipare all’On Rainy Days Contest e vincere uno dei premi in palio 😄

a Rafflecopter giveaway

Una scribacchina bagnata fradicia #9 : Gli enigmi di Chevalier (prima parte)

Le nocche mi fanno male ma non smetto di bussare. Prima o poi verrà ad aprirmi.
Sua madre, che non lo vede da stamattina, è certa che sia entrato nel laboratorio sul retro della casa. Mi guardo indietro e la intravedo attraverso le tende della finestra della cucina, mentre mette a bollire l’acqua per il tè.
Ricomincio a battere con più forza perché se mi fermo da loro per il tè del pomeriggio potrei non rispettare i termini del biglietto. Lo stringo nell’altra mano e mi accanisco contro quella tavola di legno. Coraggio! Quanto ti ci vuole per scendere?
Dei tonfi rapidi e un “arrivo” ovattato mi fanno allontanare dalla porta prima che questa si apra verso l’esterno. Appena mi vede sembra sorpreso poi si sistema la camicia sfatta nei pantaloni e sogghigna.
«Guarda chi si rivede!»
Andy, il mio migliore amico e con il quale ieri ho litigato fino a dirgli di sparire, è davvero insopportabile e adesso mi deve delle risposte.
«Non sarei qui se non fosse importante» lo sposto con una spinta e mi avvio su per la scala, verso il nascondiglio sopra la rimessa di suo padre.
È un buco ma ha abbastanza spazio per contenere uno scaffale con gli attrezzi da lavoro, il tavolo e un divano dismesso.
«E cosa ti avrebbe fatta uscire il giorno del tuo compleanno per venire da me?» chiede, seguendomi con passo calmo e lasciandosi andare sul divano non appena arriva di sopra.
Altro che esercitarsi! Ha passato la mattina a dormire.
«Questo» gli passo il biglietto, in attesa di una spiegazione.
«Del tuo oggetto più caro mi sono fregiato. Catturato nella mia maglia, ho posto sulla sua cruna una taglia. Nei miei lustri enigmi, solitaria tu erri. Tieni a mente: il ticchettio si spegne nell’ora in cui i servi danzanti mostrano i loro ispidi manti» legge, con un braccio sotto la testa e le gambe accavallate. «Quindi?»
«Ridammelo!»
Allunga il braccio verso di me e mi mostra il pezzo di carta. «Tieni. Ma sei stata tu a darmelo per prima»
«Non il foglio! Voglio il mio ciondolo!»
«Il tuo ciondolo?» mi fissa stupito. «Cosa ti fa pensare che l’abbia io?»
«Chi altro potrebbe averlo preso? Proprio oggi poi»
Andy si mette a sedere, passandosi ripetutamente una mano nei capelli. «Senti, lo so che sei arrabbiata con me per quello che ti ho detto ieri e anche se sono convinto di aver ragione, non arriverei a tanto» si alza dal divano per mettersi di fronte a me. «Joanne credimi, non ti farei mai una cosa simile solo per ripicca»
«Davvero?» adesso mi sento una sciocca.
Il ciondolo di mia nonna è scomparso e sono corsa qui pensando che lo avesse rubato lui a causa di quello sciocco biglietto scritto come indovinello. Andy li adora, per questo ho creduto fosse il responsabile, ma è mio amico e sa quanto conti per me. Davvero, non farebbe mai una cosa simile.
«Certo» mi rassicura, stringendomi le spalle. «Ora che facciamo?»
«Facciamo
«Non posso farti cercare il ciondolo da sola, proprio il giorno del tuo compleanno. Inoltre, chiunque l’abbia preso ha predisposto degli indovinelli da risolvere» gli occhi gli scintillano mentre si risiede sul divano.
«Questo l’ho capito anche io, ma non so da dove iniziare» mi sistemo accanto a lui e fisso il foglio da sopra la sua spalla. «C’è anche una scadenza»
«Oggetto rubato, richiesta di riscatto, numero di indovinelli e indizio dove poter trovare il primo, ma niente scadenza» sospira divertito. «Joanne fai proprio schifo con i rompicapi»
«Come? E la parte sul ticchettio?»
«Quella è l’indizio» mi mette il foglio tra le mani e indica la prima frase. «“Del tuo oggetto più caro mi sono fregiato”. L’oggetto cui tieni di più al mondo è il ciondolo a forma di ago di tua nonna. E questo è l’oggetto rubato» segna un uno con l’indice prima di proseguire. «Con “Catturato nella mia maglia, ho posto sulla sua cruna una taglia” ti chiede un riscatto, anche se non rivela cosa sia. “Nei miei lustri enigmi, solitaria tu erri”. Non penso che intenda “lucidi” quando dice lustri, perciò deve avere un secondo significato»
«Un lustro equivale a cinque anni» è assurdo che intenda un periodo così lungo.
«Esatto e qui è usato proprio come sinonimo di “cinque”, perciò abbiamo cinque indovinelli da risolvere» si gratta la fronte, dubbioso. «Il ladro sperava che arrivassi al primo da sola»
«Lo capisci da “Solitaria tu erri”?»
Annuisce, aggiornando il conto con le dita a tre. «Infine “Tieni a mente: il ticchettio si spegne nell’ora in cui i servi danzanti mostrano i loro ispidi manti”. Non può essere la scadenza perché altrimenti il gioco si fermerebbe qui e non avresti modo di proseguire. No, è l’indizio che ci porterà al punto di partenza»
«“Danzanti” può riferirsi al ballo di stasera. Ho pensato che dovessi recuperare il ciondolo prima dell’arrivo degli ospiti»
«I servi dagli ispidi manti è un po’ altisonante come definizione dei consiglieri ma non così sbagliata… A che ora è la festa?» me lo chiede rigido, perché è proprio per questo che abbiamo litigato.
«Alle 19» lo sa a che ora è perché è invitato anche lui, ma finge di fare il superiore, come se per lui fosse una cosa sciocca festeggiare l’ingresso ufficiale nella comunità magica.
«Perché un ticchettio dovrebbe fermarsi alle 19? Cosa significa?» Andy si strofina le mani nei capelli. «Posso dare per scontato che non parla di un vero orologio»
Una lampadina scatta nella mia testa. «E se non fosse così? Forse parla di un vero orologio» raddrizzo la schiena e guardo attentamente il foglio.
Un compleanno magico non è come tutti gli altri e il diciannovesimo anno è festeggiato in pompa magna perché è il momento in cui i poteri di una persona raggiungono il loro apice. A questo proposito, c’è una vecchia usanza durante i compleanni nella nostra famiglia, così antica e desueta che l’ultima ad averla vissuta è la mia tris nonna. Per esseri sicuri che la strega, o lo stregone, sia degno del titolo è obbligato a fermare con le proprie forze il moto di una vecchia pendola di fronte a tutti, pendola precedentemente stregata per non fermarsi mai.
«Vieni! Dobbiamo andare!» scatto in piedi e volo giù dalle scale. 
«Cosa?» Andy è ancora sul divano quando io sono già sulla soglia, una mano stretta sulla maniglia della porta.
«So dov’è il primo indovinello»
Lo sento esclamare un’imprecazione solo perché sono stata io a capire l’indizio per prima, poi corre di sotto anche lui. Sua madre, vendendoci uscire, si fa avanti dalla cucina con una tazza tra le mani ma Andy le fa cenno di no con la testa. Lei alza gli occhi al cielo prendendo un sorso di tè. 
«Dove andiamo?» fuori dal giardino di casa si rassetta i pantaloni e la camicia della divisa.
«A casa mia, no?» in breve gli spiego la tradizione del compleanno e della pendola che troneggia nella sala centrale da questa mattina e che ho notato solo uscendo.
Il primo indizio è sempre stato sotto il mio naso e aveva ragione. Avrei potuto trovarlo anche da sola se mi fossi impegnata un po’ di più.
Andy è un razzo quando corre, ma mi aspetta perché sa che ai miei non piace che mi sforzi per tenere il suo passo.
Non ho esattamente un fisico atletico e gli sforzi eccessivi mi sfiancano, però cerco di non farci caso. È una prerogativa del ramo femminile della mia famiglia quella di essere fisicamente deboli, tant’è che sospetto sia colpa nostra se esiste il cliché del sesso debole, con ragazze cagionevoli e delicate.
Avendo come parola d’ordine “segretezza”, il viale della nostra casa di campagna e il suo ingresso sono occupati da troppe auto e persone per passare inosservati.
«Che si fa?» domanda, riparandosi dietro una siepe nell’istante in cui un’auto nera varca il cancello.
«Di qua» gli faccio cenno di seguire la stradina laterale e silenziosi facciamo il giro dal retro, entrando in casa dalla sala lavanderia.
Nessuno deve scoprire cosa stiamo facendo perché sarebbe un tremendo guaio se scoprissero che il ciondolo mi è stato rubato. Nessuno deve saperlo, men che meno i miei genitori, perciò sgattaioliamo verso la sala grande fermandoci ogni trenta secondi per non essere visti dal frequente via vai.
Chi ha architettato tutto questo ha un pessimo tempismo, o senso dell’umorismo se crede che mettermi in difficoltà sia divertente, perché è impossibile non rischiare di incontrare qualcuno con tutta questa gente che va e viene per ultimare i preparativi. Per fortuna la casa ha molte nicchie e angoli ciechi.
A pochi metri dal nostro obiettivo blocco Andy dietro una colonna, mentre il Sommo Mago entra nella sala accompagnato dai miei genitori. Dev’essere qui per l’orologio.
«Dobbiamo distrarli. Se getta l’incantesimo sulla pendola, potremmo non recuperare il primo indovinello»
«Lascia fare a me» estrae dalla tasca una biglia e la sfrega tra le mani.
Lo sta ancora facendo quando al suo viso si sostituisce quello di suo padre.
«Se non sapessi che sei tu, inizierei ad agitarmi» confesso, sorpresa dalla verosimiglianza dell’incantesimo.
«Mi fa piacere» sogghigna. «Adesso vado. Tu vedi di recuperare l’enigma»
Andy si allontana dal nostro nascondiglio e ricompare alcuni istanti dopo dall’altro lato della casa, davanti alla porta dove sono entrati i miei genitori. Bussa e dopo aver ricevuto la risposta, li segue all’interno.
I minuti passano lenti e sento la casa fremere attorno a me, però non mi muovo finché non li vedo uscire; con le quattro sagome che si allontanano mi faccio avanti verso la seconda porta della sala centrale.
Appena la varco mi prende l’ansia. Tutto è già sistemato e pronto per stasera, persino l’orologio, il cui pendolo oscilla a destra e sinistra.
Con lo sguardo cerco una sedia e quando la trovo la trascino al centro della stanza, vi salgo e osservo il quadrante.
Tic, tac. Tic, tac. Tic, tac.
Il ticchettio si spegne nell’ora in cui i servi danzanti mostrano i loro ispidi manti.
L’ora in cui dovrei fermare il ticchettio sono le sette di stasera ma non potendo aspettare sposto le lancette in avanti finché non le segnano.
Spero accada qualcosa e miracolosamente il pendolo rallenta fino a fermarsi, emettendo un leggero suono. Un clic.
Da l’impressione che si sia aperto un cassetto e smonto dalla sedia per controllare. Lo scomparto è lì, in vista proprio sopra il piedistallo dove poggia la colonna con il pendolo.
Dentro, piegato in quarti, si nasconde un pezzo di carta.
Lo afferro, richiudendo lo sportello segreto, e sto per risalire sulla sedia per aggiustare l’ora quando la porta alle mie spalle scricchiola.
«Joanne» Andy, di nuovo con il suo aspetto, si affretta a raggiungermi.
È rosso in viso e trafelato si allunga per aiutarmi a sistemare le lancette.
«Non dovevi distrarli?» domando, stupita che sia qui.
«Lo stavo facendo finché non arrivato mio padre. Ho rischiato che il Sommo Mago mi incenerisse» mentre racconta mi da una mano a scendere. «Dobbiamo andarcene. Ora!»
Con Andy ad assistermi come una vecchia nonna iperprotettiva rimetto la sedia dove l’ho presa e ce ne andiamo nell’esatto secondo in cui i miei ricompaiono con il Sommo Mago e il padre del mio migliore amico.
Salvi, anche se per poco.
Di comune accordo ripercorriamo a ritroso la strada verso la lavanderia e poi in giardino, dove corriamo a perdifiato finché non raggiungiamo la strada che costeggia le proprietà e che è riparata dalle loro siepi.
Sono piegata dalla corsa che abbiamo fatto fin qui per non essere scoperti; il respiro è spezzato e il fianco punge, ma mi sento bene. Ho il primo indovinello stretto in mano.
«L’hai trovato?» Andy, sempre più rosso per lo sforzo, mi guarda mentre ancora riprende fiato, con le mani appoggiate alle cosce e la schiena curva.
Sono anch’io nella stessa posizione, con la sola differenza che io non riesco a parlare per la fatica e così annuisco, mostrandogli un sorriso a trentadue denti.
Davvero: potrei morire per quanto sono stanca e provata ma sono troppo felice perché accada.
«Brava!» si raddrizza e allunga una mano. «Posso?»
Prendendo fiato gli lancio il pezzo di carta e mi sposto dalla strada, andando a sedermi all’ombra di una siepe.
«Primo tranello: ore di sonno reclama, ma solo può fare da lama; là dove la voce tace, nel tiepido fuoco dell’alta fornace, la seconda via mostra il passo verso la pace» recita, alzando un sopracciglio.
«Ok» replico, allungando la “o” e fissandolo in attesa della sua illuminazione. «Ora dove cerchiamo?»
«Prima dobbiamo risolvere questo» si accomoda accanto a me sospirando. «Vediamo un po’»
Andy si mette a studiare l’enigma con occhi penetranti, quasi volesse bucare la carta con lo sguardo per liberarne i segreti.
«Sono due parti distinte» afferma dopo qualche attimo. «La prima indica un oggetto o una persona che ti sarà utile, la seconda porta al prossimo indovinello»
«Dove troviamo chi o quello che serve?»
«Insieme al secondo indizio, credo»
«Andy… L’“Alta Fornace” non è un oggetto dei creatori di artefatti?» mi sporgo verso di lui per poter leggere il biglietto.
Sarò anche una schiappa con gli enigmi, però posso provare a risolverli con lui.
«Sì, è la pietra con il fuoco magico che usa mio padre. Ho pensato la stessa cosa quando l’ho letto, ma non ha senso»
«Cosa sai della pietra?»
«Permette di creare artefatti. Un oggetto non può accogliere un incantesimo se prima non è stato scaldato con il fuoco della pietra» stringe il foglio tra le mani, rileggendo attentamente quella parte a mezza voce. «Ogni creatore ha la propria e più è potente, più la Fornace diventa calda. Qui è “tiepida”, perciò potrebbe indicare uno stregone non molto forte»
«O un novizio. Anche tu hai la tua pietra, giusto?»
«Sì, ma è un tizzone spento» i suoi occhi si illuminano. «Giusto! Sono io l’aiuto che avresti dovuto cercare»
«Sicuro di non aver organizzato tu tutto questo?» glielo richiedo perché è una coincidenza fin troppo sospetta che sia coinvolto anche lui.
«Solo un imbecille ruberebbe qualcosa per poi indirizzare il proprietario verso di lui»
«Hai ragione ma il sospetto mi resterà finché non ci saranno prove sufficienti a scagionarti»
Andy si alza sorridendo e mi afferra le mani per obbligarmi a fare lo stesso.
«Coraggio, Poirot. Abbiamo un enigma da trovare e risolvere»


Poiché il racconto è diventato più lungo di quanto avessi previsto, sarà suddiviso in tre parti. Le prossime due saranno pubblicate Sabato 12 e 19, sospendendo quindi temporaneamente l’introduzione di nuove storie nella rubrica.
Questa riprenderà regolarmente Sabato 26 Dicembre.

Una scribacchina bagnata fradicia #7 : Un weekend in montagna

Non avere limiti. Essere senza freni. Che significa?
Lui sicuramente lo sa, ma io no e presto smetterò di essere carina e gentile. Lo sto ascoltando blaterare le sue scemenze da troppo tempo.
«Tu parli sempre così tanto?»
«Sì, certo» mi guarda con un’espressione da “lo so che ti piaccio” che è decisamente fuori luogo.
Più che sentirmene attratta, vorrei solamente ficcargli quella faccia insolente da qualche parte. Se potessi scegliere, sarebbe un bel cumulo di fango, lo stesso che mi ha appena sporcato i pantaloni.
Perché sono finita in mezzo a un bosco con… lui? Tra tutte le persone sulla faccia della Terra, perché a me è toccato proprio l’unico uomo che ha un ego più grande dell’universo?
L’idea di fare un weekend con i colleghi di lavoro in una baita in montagna per “approfondire i legami” è stata pessima, ma il peggio è stato scoprire della caccia al tesoro a coppie e tirare a sorte le squadre.
Avrei dovuto ascoltare la mia voce interiore. Lei sapeva che dovevo restarmene a casa a fare le pulizie di primavera come avevo programmato. Ma no, ho dato ascolto a mia sorella e adesso sono sperduta in un bosco umido, alla ricerca di non so cosa con questo tizio odioso fino all’inverosimile.
«Cosa dice la mappa?»
Si ferma e osserva il pezzo di carta che ci hanno dato gli organizzatori. Non ha uno sguardo intelligente mentre lo fa…
«La direzione dovrebbe essere quella giusta»
«Dovrebbe?» il condizionale è poco incoraggiante, anzi non lo è proprio.
«Non è colpa mia se non abbiamo una bussola»
Perfetto. Ho commesso un solo errore ed ecco che me lo rinfaccia come se fossi la causa di tutto. Non sono stata io a voler proseguire a tutti i costi.
«Fosse stato per me saremmo tornati indietro» gli ricordo, chinandomi a pulire le gambe. Perché ho scelto i pantaloncini?
«E perdere il vantaggio? Non esiste» arrotola la mappa e la sistema di nuovo nella tasca della giacca. «Di qua» sfodera di nuovo quel suo sorriso odioso prima di precedermi.
Non è tutta colpa di mia sorella. Mi sono fatta abbindolare dal messaggio sull’opuscolo. “Perderete i vostri freni inibitori” era la promessa di fronte alla bellezza del posto e per una volta mi sarebbe davvero piaciuto lasciarmi andare; per una volta avrei voluto smettere di essere la solita rigida regina di ghiaccio dell’ufficio, ma come faccio a comportarmi diversamente con accanto lui? La fama lo precede e sinceramente non mi interessa appurare che sia vera.
Le altre colleghe mi hanno invidiata all’estrazione – tante arpie hanno anche avuto da ridire – ma non trovo nulla di che in quello che chiamano “l’Adone del reparto vendite”. È un bell’uomo, non lo nego, ma da qui al cadere ai suoi piedi solo perché apre bocca ne passa di acqua sotto i ponti.
«Non ho capito in che reparto lavori» butta lì una specie di conversazione.
«Se te lo avessi detto…»
«Cercavo di passare il tempo. Scusa se almeno io ho voglia di fare quattro chiacchiere»
Alzo gli occhi al cielo. Perché ho cercato di cambiare la mia riservatezza? Le pulizie erano decisamente un modo migliore di passare il weekend.
«Che c’è?» è la prima vera domanda che mi fa da questa mattina e sembra davvero avere intenzione di ascoltare la mia risposta. Forse il suono della sua voce lo ha stancato.
«È da quando abbiamo lasciato la baita che parli. Sono satura»
Si acciglia ma non dice nulla. Finalmente un po’ di tranquillità.
Continuiamo a camminare per una buona ora, con pause brevi per controllare la direzione da seguire, che confermano la mia prima opinione: non sembra molto intelligente quando deve osservare la mappa.
Nonostante la discutibile affidabilità della guida, lo seguo senza fare domande. Io ho già detto la mia, non mi ha voluta ascoltare e se ci perderemo – peraltro persi lo siamo già – darò la colpa a lui e alla sua smania di vincere.
Più ci inoltriamo nel bosco, più i segni del temporale dell’altra notte si fanno evidenti e frequenti. Ci sono rami spezzati e fango dovunque ma l’Adone davanti a me non sembra notarli. Mentre io mi muovo a fatica, lui sembra che stia facendo una passeggiata in aperta campagna.
«Non sei una sportiva, vero?» si ferma per aspettarmi. Non mi ero accorta di essere rimasta così indietro.
«Cosa te lo fa credere?»
«Stiamo andando in discesa e hai il fiatone» si toglie dalle spalle lo zaino con le provviste per oggi e lo apre, passandomi dell’acqua e una barretta di cioccolato. «Tieni. Non voglio che tu svenga»
«Che gentile»
«Sei sempre così acida?»
Non so se me lo chiede come semplice informazione o se è scocciato. Il tono non mi permette di capire cosa stia pensando e sinceramente è la prima volta che mi succede. Provare a leggere l’espressione è impossibile; ha sempre quella faccia da schiaffi.
«No. È solo che non mi piace essere qui» la cioccolata, anche se un po’ sciolta, è davvero un toccasana, soprattutto perché non ci stiamo muovendo. Siamo usciti dalla baita alle otto e sono giusto tre ore che camminiamo senza metà. Non sarei riuscita a proseguire ancora.
Sorride e scuote la testa. «”Weekend nei boschi” a cosa ti fa pensare?»
«Non certo a una caccia al tesoro in mezzo al fango! E sul volantino non era specificato che saremmo usciti»
Lui sorride ancora una volta e so che dentro di sé ride della mia ingenuità. Lo so, era scritto che avrebbero organizzato un’escursione, ma non che fosse obbligatoria.
«Hai finito?» chiedo piccata mentre gli restituisco la bottiglia d’acqua.
«Di fare cosa?»
«Di prendermi in giro»
«E come lo starei facendo?» mi indica la direzione e lascia che sia io a andare per prima. Che cavaliere.
«Sorridendo»
Per un po’ procediamo senza aprir bocca e ne sono felice. Lui è davvero insopportabile. Pensa di sapere tutto e emana la fastidiosa consapevolezza di avere il mondo ai suoi piedi solo perché ha una bella faccia. È questo il genere di uomini che detesto.
«Scommetto che sei un tipo da libri» dice di punto in bianco. «Hai la faccia da bibliofila»
E questa da dove l’ha tirata fuori?! E c’è una sorpresa: sa cos’è un bibliofilo!
«Anche se fosse?»
Alza le spalle. «Era una scusa come un’altra per chiacchierare»
Che mi serva di lezione per la prossima volta che non cestino le email aziendali. Mi sono infilata in questa situazione da sola e non posso fare altro che sopportarlo. Abbiamo davanti ancora sette ore da passare insieme e uno sforzo devo anche farlo, altrimenti finirò per strozzarlo. Almeno adesso cerca di fare conversazione e non solo un discorso a senso unico.
«Non vivo di libri, ma ne leggo più di due al mese» è una capitolazione la mia ma spero di controllarla.
«Io sono un bookaholic» spara ed io resto di sasso. «Vedo che sei sorpresa»
Mi accorgo di essere rimasta a bocca aperta e quando la chiudo, so che presto diventerò color melanzana.
«I miei genitori avevano una libreria» spiega ridendo. «Difficile non aprire un libro quando ne sei circondato»
«Deve essere stato bello. Avevi tutti i libri a tua disposizione» spero di essermi salvata perché quello che avrei voluto dirgli davvero è “Non lo avrei mai detto”.
«Molto, ma da ragazzo mi stava un po’ stretta»
Come può starti stretta un’intera libreria? Ecco che ritorna l’espressione da schiaffi di prima.
«Dietro quegli alberi dovrebbe esserci un fiume. Vuoi fermarti per pranzo?» domanda controllando la mappa e indicando un punto indistinto in mezzo al bosco.
«Va bene»
Non sono sicura che sappia davvero dove siamo. A me sembra tutto uguale e non credo che sia riuscito sul serio a orientarsi senza bussola. Se devo essere sincera, spero che oltre quegli alberi non ci sia un fiume solo per potergli dimostrare che avevo ragione a voler tornare indietro.
Purtroppo non è così. C’è davvero un fiume e è il posto più bello che abbia mai visto.
«Ti ho sorpresa di nuovo, vero?» mi supera con quel sorrisetto beffardo stampato in faccia.
Sembra quasi che provi gusto a farmi sentire un’idiota con tutta questa ostentazione di sicurezza. Ho il sospetto che la faccia da idiota fosse una messa in scena per arrivare a fin qui con l’effetto sorpresa.
Ci sistemiamo su due massi abbastanza grandi e piatti da fare da seduta proprio accanto al fiume e lo osservo svuotare lo zaino. Lo ha portato per tutta la mattina eppure ha l’aspetto più fresco di una rosa. Come fa? Io sono sudata e sporca di fango, anche se ho fatto la sua stessa strada…
«Se non è per l’escursione, perché hai deciso di partecipare?»
A essere senza freni qui è la sua curiosità, oltre che alla sua lingua. Lui non aveva decisamente bisogno di venirci.
«Volevo passare un weekend diverso» una sua occhiata mi fa capire che non l’ha bevuta. Perché dovrei dirglielo?
«Ho capito, è per la promessa di liberare gli istinti» addenta il suo panino con soddisfazione mentre io guardo il mio senza aver davvero voglia di mangiare.
Già, è proprio per quello e non vorrei parlarne con nessuno, men che meno con te.
«Se è per quello, e credo proprio che lo sia, dovresti scrollarti di dosso la maschera da regina di ghiaccio e parlarne»
Il suo sorriso da “lo sappiamo entrambi che ho ragione” è una cannonata nello stomaco. Mi ha chiamata come i miei colleghi, quel nomignolo odioso che circola in ufficio quando pensano che non li senta, e ha anche la faccia tosta di credersi in diritto di potermi dire cosa fare o non fare. Chi è lui per darmi un consiglio? Questo signor nessuno, l’Adone del reparto vendite, che non ha idea di chi io sia o di che cosa abbia passato, non ha proprio alcun diritto di sparare sentenze e credersi dalla parte della ragione.
«E tu che diavolo ne sai del perché sono qui?» sbotto, scattando in piedi. «Non hai la più pallida idea di cosa mi abbia spinta a venire e non hai nessun diritto di guardarmi con quella faccia da “Sono bello da morire e per questo posso dire tutto quello che mi passa per il cervello”! Io non mi sciolgo come le sciacquette del tuo reparto»
Ho il fiato corto quando finisco, però mi sento meglio. Tutta la frustrazione accumulata da questa mattina è scomparsa, aspettava solo questo momento per lasciarmi.
So che lui non ha niente a che fare con il perché io sia qui, ma nella vita ho sopportato troppe persone come lui per lasciarlo libero di dire ciò che vuole. Ho passato anni a seguire delle sciocche paranoie, diventando quella che sono oggi; non me ne pento, l’ho fatto perché volevo e mi andava bene, ma adesso non mi va più. Per questo sono venuta qui, al weekend in montagna, ma non pensavo di dover affrontare la situazione con qualcuno che ricorda alla perfezione qualcosa che ho provato a dimenticare.
«Scusa» mi riserva un’occhiata davvero dispiaciuta. «Non dovevo permettermi»
«Sono io a dovermi scusare» guardo un punto indefinito verso il fiume. Dopo lo sfogo subentra l’imbarazzo e questo non passerà mai.
«Dovresti mangiare. Ci aspettano altre tre ore di cammino questo pomeriggio» si alza con le bottiglie e si avvia verso il corso d’acqua.
Seguo il suo consiglio e quando torna indietro si risiede di fronte a me. Io sto ancora osservando il panino, mezzo sbocconcellato solo perché non voglio camminare a stomaco vuoto. Sento i suoi occhi su di me, eppure non mi muovo. Può pensare quello che vuole della regina di ghiaccio.
«Non è tutto vero quello che raccontano»
Alzo la testa e mi sorride, incoraggiante. A chi si riferisce? Alle voci su di me o alle sue?
«Sono uscito con una collega, una sola volta peraltro, e da allora sono iniziate le voci. Non fraintendere, non mi dispiacciono» compare la faccia da schiaffi. «Ma sono infondate»
«Lei mie no» metto la carta del panino nello zaino. «Sono davvero di ghiaccio»
«Non mi è sembrato»
«È stato un caso» chiudo il discorso e la nostra pausa pranzo finisce.
Non è stato un bene aderire. Adesso devo continuare a camminargli accanto dopo quello che gli ho detto e il pensiero mi fa venir voglia di scavarmi una fossa. Mi sento un po’ meglio, è vero, ma non avrei dovuto farlo.
Dopo la scoperta del fiume direi che è una guida più che affidabile e lo seguo senza preoccuparmi della direzione. L’ho fatto per tutta la mattina, ma adesso so di potermi fidare. È quasi liberatorio non dover costantemente dubitare della sua affidabilità, almeno da questo punto di vista.
«La mappa dice cosa troveremo una volta arrivati?»
Più che essere in vena di parlare, mi sento in colpa per essermela presa con lui – mi ha provocata, ma non avrei dovuto usarlo come capro espiatorio – e la sola cosa che mi viene in mente per alleviare questo peso è assecondare per un po’ la sua vena ciarliera. Poi forse me ne pentirò, però per adesso va bene.
«No, ma credo abbia a che fare con il tema del weekend»
«Spero solo che non preveda altre ore di cammino» ma mentre lo dico mi accorgo che comunque dovremo camminare per tornare alla baita dove siamo alloggiati. «Che senso ha dividerci e mandarci nel bosco da soli?»
«È nelle situazioni come questa che i nostri istinti si liberano. Le difficoltà ci mettono alla prova e dobbiamo dare il massimo per superarle»
La sua risposta pronta mi colpisce, ma questa volta non c’è traccia sul suo viso di quell’espressione sfrontata che lo accompagna da stamane. Ci crede davvero, non lo ha detto solo per fare colpo.
«Sembri esperto»
«Abbastanza. Leggere tanti libri mi ha insegnato che ho una sola vita nel mondo reale e che non devo sprecarla»
«Vorrei poter dire lo stesso» è più una riflessione tra me e mi accorgo troppo tardi di averla detta ad alta voce.
Sta già sorridendo, soddisfatto per qualcosa che non riesco ad afferrare. Non pensavo potesse essere questo tipo di persona e per la prima volta non mi prudono le mani. Sorrido di rimando.
«L’ho detto che non sei di ghiaccio»
Proseguiamo nel bosco e mentre camminiamo scopro tante cose su di lui che non avrei mai immaginato. Tra le altre, racconta di essere un escursionista esperto, oltre a vivere di libri, e quando era un’adolescente suo zio gli ha insegnato a orientarsi senza bussole o oggetti di altro tipo.
«Quindi era tutto finto?»
«Cosa?» ribatte stupito.
Sento le guance calde – spero passi per il caldo dovuto all’attività fisica – ma mi impongo di dirglielo. «L’espressione da idiota mentre osservavi la mappa questa mattina»
Ride e mi sento io un’idiota mentre sorrido imbarazzata. «Tutto calcolato. Volevo farti sentire un po’ in colpa per aver dimenticato la nostra bussola»
«Perché?»
Alza le spalle. «Volevo suscitare una reazione. Sai, non sono l’unico su cui girano delle voci»
«Già» le mie però sono tutte vere, non come le sue…
«Su, vedila nel verso giusto!» mi sprona con un leggero colpetto d’incoraggiamento sulla spalla. «Lunedì in ufficio non si parlerà d’altro che del nostro duo, la regina di ghiaccio delle risorse umane e l’Adone del reparto vendite»
Sussulto nel sentire quel nomignolo lasciare proprio le sue labbra, ma se ne sta prendendo gioco e non solo per lui. Lo sta facendo per entrambi.
«Che coppia» commento, scoccandogli un’occhiata divertita.
È da tanto che non mi sento così bene, senza farmi troppe domande su come comportarmi e su cosa dover dire. Mi sento libera, in un certo modo, anche con tutta la stanchezza e la sporcizia accumulate da stamattina che premono su di me.
«Voglio sapere una cosa però» il tono mi mette un po’ in allarme. Sento che sta per arrivare un’invasione del mio spazio personale.
«Cosa?» se devo abbracciare lo spirito del weekend tanto vale farlo senza troppi ripensamenti.
«Dimmi come si guadagna un soprannome come il tuo»
Prendo fiato, camminando in silenzio per un attimo. Ha capito che non eluderò la sua richiesta, ma mi serve tempo e me lo concede.
«Devi sposare la persona sbagliata e poi divorziare quando ormai è troppo tardi, quando non sei più chi credevi di essere» non so come ma trovo la forza di fargli un sorriso. «È questo il segreto per diventare di ghiaccio»
«Mi dispiace» per la prima volta non mi guarda mentre lo dice. Cammina e guarda dritto davanti a sé.
«È passato del tempo ed è stato anche un mio errore» non so che mi prende ma sento che questo peso deve andarsene. Adesso, non dopo o domani, e forse lui può ascoltarmi. Basta solo una parola.
«Nel momento in cui si ama qualcuno, non ci si accorge se sia un errore o no»
«Ma io lo sapevo» si volta a guardarmi ed è sorpreso. «Sapevo che mi stava cambiando e non ho fatto nulla per impedirlo. Credevo che seguire le sue istruzioni mi avrebbe resa insostituibile, che non mi avrebbe mai lasciata. Sono stata una sciocca» accenno un mezzo sorriso che è solo per me.
Il mio ex marito era un maniaco del controllo, che mi ha convinta a seguire tutto ciò che diceva grazie alla fastidiosa espressione che credevo di vedere anche sul volto dell’uomo accanto a me. Ho cambiato il mio carattere per essere la donna che voleva, mi sono fidata di lui e mi sono lasciata cadere in uno stato catatonico fatto di limiti e imposizioni.
Questo weekend avrebbe dovuto eliminarli per sempre; voglio tornare a essere la ragazza spensierata che ero ai tempi dell’università, quando non avevo grandi freni a rendermi un involucro di rimpianti. Forse sono troppo ottimista.
Mentre procediamo il bosco inizia a diradarsi e accanto a noi compare lo stesso corso d’acqua che ci ha accolto durante il pranzo. Si è fatto più largo ma scorre placido come nel punto in cui ci siamo fermati quasi tre ore fa.
Mi fermo per bere e riposare un po’. Non mi sono accorta di aver camminato per tutto questo tempo e di non aver sentito nemmeno una volta le gambe doloranti. Provo una certa soddisfazione e anche se resterò la regina di ghiaccio dell’ufficio, ho trovato qualcuno che potesse ascoltarmi. Ne avevo bisogno? Può darsi, eppure è stato qualcosa di inaspettato.
«Neil» chiamo il mio compagno di squadra per nome forse per la prima volta da quando ci hanno sorteggiati. «Mi insegni a leggere la mappa?»
È andato avanti di alcuni metri e quando si volta mi riserva di nuovo quello sguardo da “Senza di me non sai stare” che stavolta mi fa ridere.
Credo di aver capito perché ha deciso di partecipare. Tutti e due siamo maschere di solito e questi giorni sono l’occasione giusta per dimostrare chi siamo, a noi stessi prima che agli altri. Abbiamo i nostri limiti, i freni inibitori che ci impediscono di essere chi vorremmo, però quest’oggi si sono allentati.
Ci vorrà del tempo affinché cada la barriera che ho eretto e dietro la quale mi sono nascosta per quasi cinque anni, eppure ho fatto dei passi avanti. Ho tempo da vendere nell’unica vita reale che mi è concessa, perciò posso farcela.

Una scribacchina bagnata fradicia #5 : Il frutto della vendetta

Tutto è finalmente pronto e la mia dura attesa sarà ripagata.
Posso sentire il brusio del pubblico che mi aspetta. Sono tutti qui per ascoltare me, il fallito di famiglia, il perdigiorno che, a detta di mio padre, non avrebbe mai combinato nulla nella sua vita nemmeno se il buon Dio si fosse scomodato per aiutarlo.
Pregusto questo trionfo da alcuni anni ma, ora che lo sto sfiorando con le dita, mi trattengo ancora un po’ dietro il sipario improvvisato. Questa tenda è tutto ciò che mi separa dall’obiettivo che ho inseguito per tutta una vita e ne osservo la trama sorridendo. Più mi trattengo qui dietro, più godrò dell’applauso che riceverò entrando. Ma c’è dell’altro.
Apro il volume che ho in mano esattamente dove mi serve, scorro con gli occhi il passaggio prescelto e solo dopo essermi concesso un breve sogghigno, lo richiudo lasciandovi il dito come segnalibro.
Oggi l’intera città, cioè la parte della società che conta, assisterà al trionfo di James Paul Shepard come scrittore. Il figlio di Frank Shepard, diseredato e privato degli affetti, sta per entrare nelle grazie dei nomi più importanti di Londra come nuovo esempio di genio letterario, il Dickens o il Defoe della sua generazione.
Quell’uomo ha cercato di costringermi a seguire la strada intrapresa da tutti gli uomini della nostra famiglia proprio com’è accaduto con mio fratello prima di me, ma l’avvocatura non è mai rientrata nei miei progetti. Volevo dedicarmi all’arte, che sola può donare all’uomo la possibilità di realizzare i propri sogni.
Da ragazzo, sciocco e poco esperto dell’aridità dell’animo di mio padre qual ero, pensai che confidarmi con lui e chiedergli il permesso di fare di questo passatempo la mia professione bastasse a ottenere il benestare dell’uomo cui tenevo sopra ogni altra cosa, ma la mia confessione lo trasformò nel mio più grande nemico. Mi diede l’ordine di seguire l’esempio dei miei padri senza discutere e qualsiasi altro destino all’infuori dell’essere un avvocato era categoricamente escluso.
Mi opposi ma da quel giorno non ho più avuto un padre, solo un genitore. Gli unici affetti mi restarono in mia madre e nelle mie due sorelle minori. Zachary, di tre anni più grande di me e sulla strada per divenire il giudice più probo e incorruttibile dell’ordine, decise di sostenere formalmente il partito di nostro padre, benché si sia sempre sforzato di capire le ragioni della mia testardaggine.
Mi trasformai in un figlio ingrato agli occhi di mio padre e la mia decisione di unirmi ad alcuni amici per creare le nostre opere sotto un’unica fratellanza segnò la rottura definitiva. Fui diseredato e con una lettera mi avvertì di non scomodarmi più a scrivere o a visitare mia madre o le mie sorelle, perché da quel giorni in avanti non avrebbero più saputo chi fossi.
Sono stato privato delle persone care a causa del capriccio di un insensibile. Tuttavia, quest’oggi il dolore e la vergogna subite negli anni dagli sguardi giudicanti dei perbenisti non saranno rivolti su di me ma su quello stesso uomo che non si è mai creduto nel torto.
Ha giudicato e deriso la mia arte, definendola un’attività da perdigiorno, degna solo di giovani svogliati, ma presto avrò la mia vendetta. Ho lavorato duramente per ottenerla e finalmente i miei sforzi saranno ripagati.
Il romanzo che ho tra le mani e che già i giornali acclamano come il nuovo capolavoro della letteratura è la mia vendetta. Qui ho imprigionato lo spirito di mio padre e l’ho trasformato nel nemico di un eroe non disposto a soccombere alla sua bigotta potenza e destinato a deriderlo per il resto dell’eternità. Sarà letto, giorno dopo giorno, secolo dopo secolo, e l’Avvocato Shepard verrà ricordato come lo zimbello della sua epoca, cieco e sordo di fronte alla mia grandezza.
Il rappresentante del mio editore mi fa cenno che è giunto il momento e nemmeno io intendo aspettare oltre. Scosto la tenda e la vista mi sovrasta: i posti a sedere predisposti sono stati tutti occupati e ci sono anche ospiti in piedi, arrivano fin all’ingresso.
Gioia sublime. Devo la mia eterna riconoscenza all’intelletto superbo di chi ha saputo riconoscere il valore dell’opera e del suo autore. Sono qui per ascoltarmi leggere il passaggio che decreterà la caduta dell’uomo rispettabile e la rinascita di quello ingiustamente decaduto. L’ignaro pubblico, che anni addietro additava me come fonte di imbarazzo, oggi si fa complice della mia vendetta.
Il mio cuore palpita mentre loro ascoltano rapiti il discorso dell’eroe, lo accompagnano verso il successo e riconoscono nelle sue parole al nemico giurato un sapore di giustizia che non ha eguali nel grigiore dei tribunali in cui avrei dovuto essere confinato. Il pubblico non sente nomi reali, né luoghi conosciuti, ma l’idea che il tiranno e l’eroe incarnano arriva dritta alla loro anima e l’ultimo paragrafo è il mio scacco matto.
Il trionfo dell’eroe e della giustizia li ha conquistati. Gli incontri con gli uomini e le donne del pubblico sono una profusione di complimenti e dichiarazioni di sostegno. Serpeggia l’idea di un padre tiranno che resterà sordo nella ristrettezza mentale tipica dei genitori ed io sento di aver ottenuto ciò che da lungo tempo desidero.
Un uomo mirabile ha affermato di recente che “La penna è più potente della spada” e non esiste verità più forte di questa. Presto queste voci che mi circondano giungeranno all’orecchio di mio padre e anche lui saprà a cosa è destinato, scoprirà la mia vendetta per l’infelicità in cui ha cercato di relegarmi.
Anche quando ormai la sala si svuota, dopo aver incontrato le mie sorelle e averle viste sorridere, dopo aver sparso per Londra la mia vendetta, dopo aver riposto l’euforia del singolo attimo in favore di una pacata soddisfazione mi concedo il lusso di ascoltare le promesse portate da un silenzio sempre più forte.
Una sala che si svuota dopo la grande accoglienza che ha ricevuto il mio romanzo e il suo protagonista raccoglie in sé la promessa di regalarmi, ora come in futuro, la consacrazione e la vendetta che desidero. Ho sparso i semi e presto raccoglierò i frutti, facendo cadere nel dispiacere colui che ha colpito me.
Una mano tesa che chiede di essere stretta si allunga nella mia direzione. Credevo se ne fossero andati tutti, ma sono ben felice di concedere al mio spirito un’ultima consacrazione.
«È un onore stringerle la mano, signor Shepard. Ho apprezzato molto il suo lavoro»
Ripagato da una stretta di mano e una frase. Sarebbe una piacevole serata, sarebbe tutto perfetto se non avvertissi un sapore amaro in bocca. Che senso ha la vendetta ora che vedo il volto dietro questa mano?
«Grazie, padre»