Una scribacchina bagnata fradicia #40 : Oniria

Questa sarà l’ultima cosa che dirà: Correte!

 

Mya rilesse più volte i tratti a carboncino incisi sul muro. Era passata una settimana e ancora nessuna notizia di Fred e suo figlio.
Le avevano assicurato che una volta ricevuti i soldi non sarebbe stato difficile far entrare la sua famiglia in città, dare loro dei documenti e un posto sicuro dove stare per qualche giorno. Le avevano detto che si faceva regolarmente e che niente andava mai storto, se si sapeva trattare con le guardie. E Fred e suo figlio sapevano bene come farlo, loro erano dei veterani in quel settore. Era chiamato Trasporto beni ma a essere “trasportate” erano persone, spesso intere famiglie, e non merci, com’era scritto sulle carte da presentare ai cancelli di ingresso.
La busta grigia in cui aveva nascosto le monete era ancora incastrata nella tasca interna della mantella; si era scordata di buttarla e quando non aveva più avuto notizie da Fred, si era convinta che quella fosse l’unica prova in grado di confermare che aveva seguito le istruzioni – nella città di Oniria le buste grigie servivano solo per uno scopo, tutti lo sapevano e tutti fingevano che non fosse vero.
In quel momento però era come avere una scheggia infilata in profondità nella carne, sentiva il suo peso aumentare ogni secondo ed era certa stesse lanciando invisibili segnali per essere trovata. “Sono qui” urlava dalla sua tasca tutte le volte che una figura passava davanti alla finestra rotta del deposito. Se una guardia le avesse chiesto i documenti non avrebbe potuto nasconderla e allora nessuno le avrebbe evitato di finire in una prigione nascosta chissà dove sotto le fogne della capitale, con la sua famiglia costretta a anni di fame per quel tentativo di tradimento.
Soffiò sulle mani per attenuare il freddo, mentre continuava a leggere la scritta a carboncino scarabocchiata sul muro di fronte a dove si era seduta per aspettare. Avevano scritto tirannide. Oniria stava regredendo ma, qualunque cosa volesse dire, a Mya non interessava. La Legge sulla Classificazione aveva raggiunto il mezzo secolo l’anno prima della sua nascita e nemmeno i suoi genitori sapevano com’era vivere prima che fosse il loro Signore a decidere quale dovesse essere il lavoro e la città di ogni singolo abitante. Il giorno dei suoi sedici anni si era recata dal delegato inviato dalla capitale come gli altri suoi coetanei e aveva ascoltato la sua voce monotona elencare la città in cui avrebbe vissuto e il suo lavoro. Per lei il verdetto era stato un colpo atroce: “Oniria, cameriera per la famiglia Deveroux”.
Il delegato non aveva fatto una piega leggendo ma la sua amica Trish, due file davanti a lei, si era voltata per guardarla. Era sconvolta, proprio come lo furono i suoi genitori e i suoi fratelli e sorelle quando disse che se ne sarebbe andata il mattino seguente. Lei era la prima a lasciare casa e nessuno della sua famiglia si era mai trasferito più a sud di Poyn, un paesino a mezza giornata di cammino dal suo. Ma lei andava a Oniria, la città più grande mai costruita e lontana migliaia di chilometri, e per sua madre fu quasi come vederla morire. Le aveva detto che, a una tale distanza, era impossibile per loro anche solo pensare di potersi incontrare. Erano due anni che non li vedeva e le notizie che riceveva erano poche.
L’orologio all’angolo della strada batté quattro colpi e le mura del deposito tremarono tutte e quattro le volte. Per quel giorno non aveva più tempo di aspettare ma mentre si alzava e puliva la polvere dai vestiti pensò che, se anche fosse rimasta lì un’altra ora, non sarebbe arrivato nessuno. Tolse un pezzo di gesso dalla tasca e segnò una piccola stanghetta sul pavimento, accanto alle altre fatte nei giorni precedenti.
Con quella erano otto. Fred le doveva otto volte ciò che aveva pagato, una per ogni giorno di ritardo, però sapeva che non li avrebbe rivisti. Aveva sprecato due anni di stipendio più tre anticipi per riuscire a far entrare in città almeno due dei suoi fratelli e ora non aveva più nulla. Sarebbe dovuta sopravvivere fino alla prossima primavera senza un soldo, con un pasto al giorno e niente legna per scaldarsi.
Uscendo in strada, Mya si coprì il volto con il cappuccio e nascose le mani nelle ampie tasche della cappa, più per non farsi vedere che per attenuare il freddo. Se qualche corriere che frequentava Villa Deveroux l’avesse incontrata mentre usciva da un deposito dismesso, avrebbe avuto la sua dose di problemi a spiegare perché si fosse trovata in quella zona.
E poi doveva fare in fretta.
Quella sera i signori Deveroux avrebbero tenuto una festa per la maggiore età della loro primogenita e Mya doveva aiutare la signorina a prepararsi.
Un compito spiacevole, perché la sua presenza non era molto gradita a Lady Clara.
A passi veloci si lasciò alle spalle il deposito, il grande orologio all’angolo della strada e la bottega del conciatore dove già brillavano le luci delle candele. 
Conosceva il tragitto a memoria: arrivata alla taverna gestita dalla donna grassa, girava a sinistra e poi sempre dritta fino alla fontana dove un cieco chiedeva l’elemosina, superata la quale si trovava a sud del parco confinante con Villa Deveroux. Da lì impiegava circa dieci minuti, con due svolte a sinistra intervallate da una a destra, per arrivare al cancello sul retro, quello della servitù.
Il ticchettio prodotto dai tacchi dei suoi stivaletti sul lastricato della strada era accompagnato di tanto in tanto dal motivetto fischiettato da alcuni avventori della locanda e a mano a mano che vi si avvicinava, Mya si stringeva sempre più sotto la pesante lana della mantella. Le era già successo che qualche cliente la fermasse per chiederle dove stesse andando o per invitarla a restare e non voleva dover di nuovo affrontare la stessa situazione. Purtroppo la strada era stretta in quel punto e la sua andatura veloce attirò molta più attenzione di quanto avrebbe voluto.
Un paio di uomini si misero a fischiare mentre passava, la chiamarono e quando lei proseguì dritta per la sua strada, abbandonarono la bettola e la seguirono. Mya cercava di non guardare indietro, di fingere che non avesse paura di loro e che i loro appellativi non fossero rivolti a lei, ma il cuore le martellava nel petto così forte che temeva stesse per esplodere.
«Signorina» la chiamarono entrambi, le voci alticce e biascicanti per il troppo alcool. «Perché non torni indietro con noi?»
Li sentì ridere ma non osò voltarsi indietro per vedere quanto si fossero avvicinati. Intravedeva già la sagoma della fontana, sentiva lo zampillio dell’acqua e quasi distingueva la voce del mendicante cieco dagli altri rumori; era certa che ci fossero altre persone ma finché non fosse arrivata alla piazza sarebbe stata sola. Doveva affrettarsi.
L’ansia era così forte che non si accorse di una fessura tra due lastre. Finì per restarvi incastrata con il tacco dello stivaletto e se non avesse allungato la mano verso il muro sarebbe certamente caduta.
Si chinò e afferrò lo stivaletto con entrambe le mani. Lo tirò e strattonò con forza nel tentativo di liberarlo, tuttavia più cercava di stringere i bordi di pelle, meno ci riusciva a causa del freddo che le intorpidiva le dita. Sentiva le voci farsi sempre più vicine, soddisfatte, addirittura euforiche; lei invece respirava a fatica, tesa perché presto quei due uomini le sarebbero stati accanto.
«Ti sei fermata finalmente» il primo dei due che la raggiunse afferrò il cappuccio della mantella e le scoprì il volto. «Come siamo carini»ì
«E giovani anche» l’altro si mise alla sua sinistra. Con quei due sistemati in quella posizione, Mya non sarebbe riuscita a scappare nemmeno dopo aver liberato il piede.
Raddrizzò la schiena e ruotò il busto all’indietro per cercare di allontanarsi, ma il tacco non le permise di muoversi nemmeno di un centimetro. A ogni respiro sentiva l’odore dell’alcool proveniente dalle loro gole.
«La mia signora avrà mandato qualcuno a cercarmi» si accorse troppo tardi che non avrebbe dovuto dire nulla, quando due paia di occhi la fissarono divertiti.
«La tua signora non vorrebbe vederti camminare da sola» l’uomo che le aveva tolto il cappuccio allungò una mano verso il primo bottone della mantella. «Le strade sono pericolose»
Inorridita, Mya lo allontanò con una spinta. Aveva una paura folle ma non avrebbe permesso loro di toccarla.
Aveva ancora la mano protesa verso l’uomo che aveva spinto quando qualcuno le cinse le spalle con un braccio e la allontanò dai due ubriachi.
«Buonasera, signori. Mia sorella vi ha recato problemi?»
Alla parola “sorella”, i due uomini guardarono insoddisfatti il nuovo venuto. Anche Mya inclinò la testa leggermente all’indietro, meravigliata che qualcuno fosse giunto in suo aiuto. 
Da quella posizione non riusciva a distinguerne i tratti del volto ma si accorse che era giovane. Un giovane uomo le cingeva saldamente le spalle con un braccio e le teneva la schiena reclinata, vicina a sfiorare il suo petto, per allontanarla dai due inseguitori. 
«Vostra sorella?» domandarono quelli all’unisono.
«Esattamente» la mano libera del ragazzo si spostò lungo il fianco, dove pendeva un pugnale. «Vi ringrazio per averla tenuta lontana dai guai»
Un balbettio di scuse e rassicurazioni si levò dalle labbra dei due uomini, mentre si spingevano l’un l’altro per allontanarsi in fretta da Mya e dal ragazzo armato.
«State bene?» il giovane la lasciò e dopo che si fu spostato davanti a lei come farle da scudo, seguì con lo sguardo i due fuggiaschi.
«Ora sì» Mya contemplò il profilo del suo salvatore, indecisa se ringraziarlo subito oppure no, ma preferì concentrarsi su come liberare il tacco dello stivaletto. Fece per chinarsi ma il ragazzo la bloccò afferrandole un braccio
«Lasciate che vi aiuti»
«Sono in grado di continuare da sola» 
«Non dubito delle vostre capacità, ma della buona fede degli uomini che vi hanno seguita» la bocca del giovane si fermò vicino all’orecchio di Mya mentre parlava. «Non credo vi lasceranno andare se ci separiamo subito»
Mya guardò lo sconosciuto, sospettosa. Dagli abiti sembrava un giovane di buona famiglia, non ricco ma rispettabile, e nonostante il suo aspetto poco curato, possedeva dei bei lineamenti. 
Le sue iridi, poi, erano braci non del tutto spente, nere come l’abisso più profondo e allo stesso tempo illuminate da un bagliore quasi impercettibile. Mya non riusciva a vederlo, lo sentiva solo nell’intensità con cui la guardava e non sapeva dire se sarebbe riuscita a negargli anche la più piccola richiesta.
«Accompagnatemi fin dopo la fontana» fu il massimo che poté concedere a lui e a se stessa. «Conoscete il parco a sud di Villa Deveroux?»
Il giovane annuì, lasciandola andare, poi si inginocchiò per aiutarla a togliere il tacco dalla fessura in cui si era incastrato.
«Come vi chiamate?» le chiese rialzandosi, una volta che il piede fu in grado di muoversi.
«Dovreste dirmi il vostro nome, prima» Mya si risistemò il cappuccio sulla testa, ricordandosi tutto a un tratto di dove si trovasse.
«Zen» il giovane fece una piccola riverenza abbassando appena il capo.
«Mya» sistemò la mantella e prima di incamminarsi controllò che i due ubriachi si fossero davvero allontanati.
«Ora che so il vostro nome, vi chiedo di perdonarmi, Mya»
«Perdonarvi per cosa?» non riuscì a essere veloce quanto il ragazzo nei movimenti e quando spostò il peso da una gamba all’altra per voltarsi, era già troppo tardi perché si accorgesse del pericolo e si allontanasse da lui.
Con mezzo passo Zen le fu alle spalle e con una mano infilata sotto la mantella, le puntò contro lo spazio tra le scapole lo stesso pugnale che fino a poco prima pendeva lungo il suo fianco e che aveva fatto scappare i due uomini, mentre con l’altra le coprì la bocca per impedirle di urlare.
«Ho bisogno del vostro aiuto, Mya. Vedete quegli uomini laggiù?» la spinse avanti di pochi passi, finché entrambi non videro un gruppo di cinque o sei individui dalle espressioni terrificanti, fermi accanto alla fontana e intenti a tormentare il vecchio cieco. «Ho bisogno che veniate con me e fingiate di essere mia sorella» 
Mya avrebbe preferito andarsene, non aiutarlo, ma come rifiutare quando aveva un pugnale puntato contro la schiena. Se fosse riuscita a uscire viva da quella situazione, ripromise a se stessa che non avrebbe mai più messo piede in quella parte della città; anzi, non sarebbe mai più uscita da Villa Deveroux per il resto della sua vita. Tutto pur di tornare sana e salva.
«Non provate a scappare o chiedere aiuto» sentì distintamente la punta del pugnale premere contro i vestiti. «Avete capito?»
Mya annuì per quel che le riuscì.
«Bene» finalmente la mano di Zen si staccò dalla sua bocca. Il pugnale, però, restò dov’era. «Vi chiamate Katy e siamo arrivati a Oniria una settimana fa. Ripetetelo»
«K-k-k…» non riuscì a pronunciare il nome. Non poteva, era pericoloso e aveva paura di essere scoperta e uccisa.
«Katy! Non è difficile» la voce di Zen, che non si era scomposta nemmeno una volta, sembrò tradire un briciolo di impazienza.
«Poi potrò tornare a casa?» le gambe le tremavano molto più di prima ma non aveva ancora perso la speranza.
«Sì, ma solo se farete ciò che dico» la pressione del pugnale scomparve ma la mano di Zen restò ancora sotto la sua mantella, nel caso si fosse messa in testa l’idea di poter scappare.
Mya non aveva mai dovuto dimostrare di avere coraggio. La vita non l’aveva messa di fronte nemmeno una volta a quella prospettiva e dal giorno dell’assegnazione, si era limitata a seguire ciò che i signori Deveroux le dicevano di fare. Cucinava, puliva, aiutava Lady Clara a vestirsi o faceva compagnia alla vecchia balia che aveva accudito la signorina e suo fratello per quasi dieci anni; non aveva altri compiti da svolgere e se non avesse cercato di far entrare la sua famiglia in città, sarebbe uscita raramente dalla Villa.
In quel momento, però, doveva essere abbastanza coraggiosa per fare quello che il ragazzo le aveva chiesto, anche se la sua non era stata esattamente una richiesta. Si accorse che in fondo non era niente di diverso da ciò che faceva tutti i giorni. Si trattava di eseguire un ordine e non faceva differenza che esso venisse dai suoi padroni o da uno sconosciuto.
Mya raddrizzò le spalle per riguadagnare un po’ di contegno e benché sentisse il cuore battere all’impazzata, quando si voltò per guardare Zen sentì di essere in grado di farlo. Doveva solo continuare a pensare che alla fine sarebbe tornato tutto esattamente com’era prima di quella sera.
«Sono vostra sorella Katy. È una settimana che siamo in città»
Mya tenne lo sguardo fisso sul volto di Zen mentre lui annuiva alla sua complicità e la spingeva verso la piazza.
Uscendo dalla stradina buia i suoi occhi apparvero a Mya ancora più magnetici di quanto lo erano stati fino a pochi attimi prima; non si era chiesta perché quel ragazzo ben vestito avesse bisogno del suo aiuto o che affari avesse con quegli uomini, ma aveva capito che, più della paura o del desiderio di rimanere in vita, era stata quella misteriosa forza emanata dagli occhi di Zen a convincerla ad aiutarlo. 
Non sapeva assolutamente nulla di lui; poteva essere un criminale della stessa specie dei due ubriachi che l’avevano seguita dalla taverna o di quella degli uomini che doveva incontrare. Eppure non si sentiva in apprensione o intimorita nel camminargli accanto, la sua presenza in certo qual modo la rassicurava, perché aveva l’impressione che con Zen al suo fianco non le sarebbe accaduto nulla. Era sciocco da parte sua, ne era conscia, però non poteva evitare di avere fiducia in lui e nella luce emanata dai suoi occhi.
«Non parlate finché non ve lo chiederanno» glielo sussurrò all’orecchio pochi istanti prima che un individuo tarchiato li vedesse e li indicasse al resto del gruppo. Immediatamente, il vecchio cieco smise di essere l’oggetto delle loro attenzioni e Mya lo invidiò moltissimo quando vide che strisciava il più lontano possibile.
Zen appoggiò la mano contro la sua schiena e la incoraggiò a avanzare finché non arrivarono accanto alla fontana. Lì si fermarono e per un secondo Mya si chiese se quei malviventi stessero davvero aspettando loro due. Nessuno fece un passo verso lei e Zen, né dissero niente; rimasero immobili, gli sguardi fissi su di loro come se li stessero soppesando.
Mya non si era aspettata una reazione simile. La sua idea era che quegli uomini li avrebbero attaccati non appena fossero stati abbastanza vicini, proprio come con il mendicante, quindi quell’immobilità la faceva sentire a disagio. Prese a fissare gli stivaletti pur di non dover vedere quei volti che la squadravano dalla testa ai piedi; se il tacco non si fosse incastrato, lei non si sarebbe ritrovata in quella situazione e sarebbe rientrata a Villa Deveroux senza incorrere in alcun tipo di problema. Non avrebbe mai incontrato lo sguardo magnetico di Zen e nulla di tutto quello sarebbe mai accaduto.
«Quindi lei è vostra sorella?» un uomo si fece largo in mezzo al gruppo.
Alto all’incirca quanto Zen, ma sicuramente più vecchio di lui, aveva un aspetto curato, gli abiti puliti e in ordine; i capelli erano biondi e lunghi, tanto che sarebbero arrivati fin sotto le spalle se non li avesse tenuti legati con una striscia di corda.
A differenza degli altri, se lo avesse incrociato in altre circostanze, Mya non sarebbe mai stata in grado di capire che persona fosse; in un’altra occasione, avrebbe pensato a lui come a un uomo perbene. Le uniche cose che tradivano quella visione erano la spada e il fodero che spuntavano da dietro la sua schiena.
«Non vi somiglia molto» si avvicinò finché non fu esattamente di fronte a Mya.
«Abbiamo due padri diversi» la mano di Zen nascosta sotto la mantella si contrasse mentre l’altro uomo li controllava e l’elsa del pugnale finì contro la scapola di Mya.
«Capisco… Come ti chiami?» le domandò dopo aver fatto un giro completo.
«Katy» si sforzò di non tremare mentre rispondeva. Zen le aveva assicurato che sarebbe tornata a casa, perciò voleva fare la sua parte in modo impeccabile, così lui avrebbe mantenuto la parola.
«E dimmi, Katy, da quanto siete in città?» 
«Da una settimana» l’uomo biondo non le tolse gli occhi di dosso un solo istante. Quello sguardo le fece venire i brividi. Sembrava una bestia pronta a divorarla.
«Quindi, se dovessi chiederti se è tuo fratello lo stupido che ha cercato di mandare in rovina i miei affari otto giorni fa, tu cosa risponderesti?»
«Che è impossibile»
«Lo giureresti? Sulla tua vita, magari» l’uomo si allontanò e con movimento fulmineo estrasse la spada, puntandola dritta alla gola di Zen. «O forse, è meglio sulla sua?»
Mya si sarebbe certamente messa a urlare se Zen non le avesse puntato nuovamente la punta del pugnale contro la schiena. Di sottecchi lo guardò, ma dalla sua espressione non trapelava nulla, come se il volto e la mano appartenessero a due persone diverse.
«Mia sorella vi ha detto che è impossibile» la voce era calma, niente a che vedere con la tensione irradiata dal suo braccio.
«Voglio sentirla giurare» il filo della lama tracciò un leggero segno rosso sotto il mento. «Sempre che possa farlo» l’uomo biondo girò la testa verso di lei. «Allora, Katy. Sei certa di voler giurare sulla sua vita che non è stato lui?»
Mya non sapeva cosa fare, perché temeva che, qualunque fosse stata la sua risposta, né lei né Zen sarebbero stati risparmiati. Tuttavia, la sensazione di fiducia nei confronti del ragazzo che prima l’aveva aiutata e poi costretta a fare ciò che diceva non si era attenuata, nemmeno con un pugnale puntato contro la schiena. Era incomprensibile ma era convinta che Zen non le avrebbe fatto nulla di male.
«Lo giuro» si sentiva braccata da quello sguardo ma non poteva fare altro.
«Peccato, Katy, sempre che sia questo il tuo nome» gli occhi famelici indugiarono su Mya. Tremava all’idea di cosa avesse in serbo per lei quell’uomo ma alla fine spostò la sua attenzione sul collo e il volto di Zen. «Vuoi dire qualche parola prima di essere ucciso?»
Zen alzò un angolo della bocca, come accennando un sorriso. «Solo una: correte!»
Mya capì che era rivolta a lei nell’istante in cui la mano di Zen e il pugnale si staccarono dalla sua schiena per colpire il costato dell’uomo biondo.
Non aspettò per vedere la reazione degli altri uomini mentre quello che doveva essere il loro capo veniva attaccato; raccolse tutte le sue forze, si voltò e iniziò a correre a più non posso verso una delle stradine laterali. Qualcuno urlò di non lasciarla scappare ma i passi dei suoi inseguitori si spensero quasi subito.
Forse era stata la sua immaginazione, ma le era sembrato di vedere le ombre di più uomini muoversi in direzione opposta alla sua.

Una scribacchina bagnata fradicia #38 : Dieci piccoli racconti (Finale)

Prima, Seconda & Terza parte

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GIORNO 11 – SARAH

«Possiamo parlare cinque minuti?» lo psicologo mi ferma fuori dalla stanza ricreativa con una mano sulla maniglia per non farmi aprire la porta.
«C’è qualche problema?»
«No. Solo una chiacchierata»
Ci spostiamo di qualche metro e aspetto che mi dica quello che tanto lo interessa. Spero non sia un qualche richiamo per la storia di ieri.
«Volevo farti i complimenti. Quando mi hanno parlato del progetto di assistenza ero scettico sulla sua utilità, soprattutto dopo la morte di Richard. Ma ieri sono rimasto colpito dal modo in cui te la sei cavata con gli altri pazienti»
«I bambini sono davvero perspicaci» sentirli chiamare in quel modo mi ricorda il mio definirli equazioni e loro non si meritano una simile freddezza. «Mi sorprendono sempre»
«Già. Assisterò anche oggi, poi da domani tornerete a essere da soli. Ho capito di essere di troppo»
«Non è che sei di troppo» devo riscattarmi, soprattutto da una possibile figuraccia per le occhiate di ieri. «Però è più facile credere che le storie siano vere se ci sono solo dei bambini ad ascoltare»
«Stai comunque facendo un buon lavoro. Puoi aiutarli molto più di me»
Torniamo indietro a pochi passi di distanza l’uno dall’altra e mentre prendo posto noto meno lo sguardo dello psicologo. Forse ero solo preoccupata che non approvasse quello che racconto.
«Lizzy per chi è la storia oggi?» Tim vuole sentire la sua da quando hanno fatto i sorteggi però deve avere ancora un po’ di pazienza.
«È il turno di Sarah» mi metto comoda e li osservo tutti per un attimo. Sarah ha due occhi grandi ed espressivi, davvero profondi per la sua età. «Conoscevo una ragazza identica a te,  Sarah, solo che si chiamava come me. Elizabeth. Aveva dei grandi occhi castani, dei lunghi capelli ed era la seconda di cinque sorelle. La maggiore, Jane, era la più bella ma Lizzy, dalla sua, aveva una mente sveglia e intelligente. La sua famiglia però non era molto ricca e quindi sua madre faceva di tutto per far sì che Lizzy e le sue quattro sorelle si sposassero presto»
Pian piano arrivo a presentare i coprotagonisti, soprattutto Mr. Darcy, sottolineando tutti i luoghi comuni, le antipatie, i balli e i dialoghi che quest’ultimo instaura con Elizabeth. È una storia per ragazze, infatti tutte le bambine mi seguono senza fiatare, ma con un piccolo stratagemma riesco a trascinare anche i ragazzi nelle vicende di Elizabeth Bennet e Mr. Darcy. In fondo, non è poi così improbabile che Darcy e Wickham si sarebbero potuti sfidare per dimostrare che avesse ragione e chi torto… Non è una grandissima licenza creativa, non se serve a mantenere tutti attenti.
La dichiarazione d’amore, il rifiuto e tutto quello che accade fino al finale è un tripudio di romanticismo e, ancora, un pizzico di licenza artistica per aumentare l’avventura, senza però cambiare il finale. Tra ironia, esagerazioni e un più che mai rocambolesco incontro tra Elizabeth e la zia di Mr. Darcy, con quest’ultima che finisce per cadere per un pendio erboso, sul finale i due protagonisti riescono ad appianare qualsiasi divergenza e a sposarsi finalmente. 
Sto salutando la mia responsabile quando sento lo psicologo schiarirsi la voce alle mie spalle.
«Scelta interessante» commenta con un’espressione furba. «Sarah sarebbe un’Elizabeth Bennet perfetta»
«Già, non appena l’ho vista mi ha ricordato l’immagine che mi ero fatta di lei»
«Miss Austen avrebbe da ridire sulle licenze poetiche di oggi, ma credo che nessuno le dirà nulla»
«Credo anch’io» sorrido e lo psicologo ricambia, invitandomi a prendere un caffè prima di lasciare l’ospedale.
Per qualche minuto chiacchieriamo parlando principalmente delle impressioni e delle domande con cui i bambini mi hanno tempestata una volta terminata la storia, trovando nella loro curiosità più un motivo di gioia che di preoccupazione, perché tutti, a modo loro, sono riusciti a capire le vere intenzioni del racconto. Lo fanno sempre, in realtà.
«Dieci giorni fa non avrei scommesso un centesimo sulla riuscita del progetto» confesso, realizzandolo per la prima volta solo adesso. «Ma è bastato un giorno in loro compagnia per farmi cambiare idea»
«Niente più ripensamenti sull’utilità dei servizi socialmente utili? Meglio questo dei domiciliari, no?»
Lo guardo forse in malo modo perché subito alza le mani in segno di resa.
«Non intendevo giudicarti. Sono stato avvisato del motivo per cui sei qui solo stamane e già ieri ho smesso di essere scettico sull’aiuto che puoi dare ai bambini. Era solo un tentativo di capire»
«Capire cosa?» sento prudere le mani dalla voglia di metterlo al suo posto, magari con l’avanzo del mio caffè rovesciato sulla testa.
«Come hanno fatto a farti cambiare idea così in così pochi giorni»
Il fastidio un po’ si attenua ma ancora lo trovo invadente. «Quando ti trovi davanti dieci timer pronti a suonare fai di tutto per occupare il tempo che resta nel migliore dei modi. Spesso ci riesci. A volte non sai correre abbastanza in fretta»
«Richard?» annuisco, incapace di esprimere quanto mi abbia segnato la scomparsa di un bambino che conoscevo appena.
«Conoscere questi bambini ha messo in discussione le mie priorità. Prima pensavo solo alla matematica e alla mia carriera da ricercatrice, non esisteva altro»
«Poi hai incontrato loro, pieni di sogni e speranze per il futuro quando non sanno nemmeno se lo avranno mai, un loro futuro»
«Sono così piccoli» sento gli occhi umidi ma mi costringo a non piangere. I ragazzi non hanno certo bisogno della pietà di qualcuno. «È ingiusto che stia accadendo loro tutto questo. La vita è ingiusta»
«La vita è vita, siamo noi uomini a attribuirle un grado di giustizia a seconda del nostro sistema di valori»
«Ma sono solo dei bambini!»
«Li hai mai sentiti lamentarsi? O chiedere perché sia toccato a loro dover trascorrere mesi interi in un’ospedale?» scuoto la testa e lo psicologo sorride soddisfatto. «Tu ed io siamo quasi coetanei, credo, ma quei bambini hanno molto da insegnarci. Loro non dimenticano mai che, anche nelle difficoltà, sono i nostri sogni a tenerci a galla. Non perché siano migliori di altri, semplicemente perché vogliono credere che la vita sia ancora bella nonostante tutto. Tu cosa vuoi fare?»
Fisso la tazza di cartone per un po’, indecisa della risposta. All’inizio li avrei voluti riportare con i piedi per terra ma adesso capisco che non avrei mai potuto farlo.
«Voglio aiutarli a credere nei loro sogni»

v

GIORNO 12 – TIM

Io e i miei ragazzi oggi siamo soli. Si respira un’aria più tranquilla, la giusta atmosfera per raccontare una storia di mostri e morti viventi.
«È così! Ve lo giuro» Tim lo ripete da quando sono arrivata e ha capito che oggi è il suo turno. «Quando tutto sembra andare per il verso giusto, ecco che gli zombie sono dietro l’angolo»
«E sentiamo, cosa fanno questi mostri?» lo sfida Vivian.
«Non so…» alza le spalle e punta l’indice verso di me. «Lizzy conosce tutte le storie»
«Grazie, Tim, ma non sono così brava» lo vedo aggrottare il visino mezzo incredulo e mezzo deluso. «Però conosco quella di un dottore davvero speciale e del suo tentativo di riportare in vita un uomo»
«Uno zombie!!» esclama su di giri.
«Il primo vero zombie della storia» gli faccio l’occhiolino prima di iniziare. «Un giovane capitano, di nome Robert Walton, decide di avventurarsi in un viaggio alla scoperta del Polo e fare il giro del mondo. Dopo essere arrivato in quella terra freddissima, però, la sua nave rimane intrappolata fra blocchi di ghiaccio. Ogni tentativo di liberarsi fallisce. I giorni passano identici finché, sperduta fra i ghiacci, appare una figura enorme e mostruosa su una slitta»
«Zoooooombie» lo sento sussurrare ma fingo di non notarlo.
«Il giorno successivo appare una seconda slitta che, questa volta, traina un uomo congelato»
«Zombie?»
«No, Tim, questo è ancora vivo» mi sporgo verso di lui come se gli stessi confidando un segreto prima di riprendere. «Quest’uomo, il dottor Victor Frankenstein, viene fatto salire sulla nave ed è proprio lui a spiegare a Walton chi è l’enorme creatura vista il giorno prima. Preparatevi perché Frankenstein ha la lingua lunga e le sue storie partono da molto, molto lontano»
Racconto con calma della sua infanzia, senza aggiungere dettagli inutili ma cercando di dare loro la giusta importanza, della scomparsa della madre, di come questo lo spinge a coltivare un sogno impossibile per chiunque: la creazione di un essere umano più intelligente, dotato di salute perfetta e lunga vita.
Frankenstein studia medicina, è uno dei più bravi allievi della sua scuola, e questo gli permette di creare vita nella morte, di riportare in vita qualcuno.
«Quest’essere, chiamato la Creatura»
«Zombie» mi corregge subito Tim.
«Questo Zombie, però, non è una gran bellezza e Frankenstein lo lascia fuggire perché sconvolto dal risultato»
«Cosa si aspettava? Miss Mondo?»
Tutti ridiamo alla battuta di Ivy, persino Tim, che ha fatto dei morti viventi i suoi eroi.
«No, però ha paura di ciò che potrebbe fare, perciò lo abbandona»
«E lo zombie torna a tormentarlo» Tim si dondola avanti e indietro, felice come non l’ho mai visto.
«Ma qui qualcuno conosce già la storia. Posso anche andare per oggi» mi alzo subito come se volessi farlo davvero e Tim scatta in avanti, stringendomi le braccia attorno ai fianchi.
«Scusa, Lizzy, non lo faccio più. Non andare, ti prego» 
Gli scompiglio un po’ i capelli, il cuore stretto in una morsa di tenerezza che mi sorprende e preoccupa allo stesso tempo. Sarà difficile rinunciare a tutti loro, a questo legame stranissimo che ci ha uniti. Sarà difficile tornare a vedere il mondo come un’equazione.
«La Crea… Ehm, lo zombie torna a tormentare il suo creatore, la sua famiglia, facendo cose molto brutte»
«Come staccare loro la testa e mangiare i cervelli?» Tim proprio non riesce a resistere ma è stranito guardandosi attorno. Non tutti apprezzano il suo gusto per il macabro. «Che c’è?»
«Non specificare cosa fa. Lascia spazio all’immaginazione, sì?» propongo e con sollievo annuisce. Meglio evitare incubi a Paula o Zack, mi sentirei in colpa.
«A questo punto, però, lo zombie fa al suo creatore una richiesta insolita: la creazione di una compagna, con la promessa che i due zombie si ritireranno insieme nelle terre sconosciute dell’America del Sud»
«Perché una compagna? Non sapevo che gli zombie vivessero in coppia» Marco sembra divertito più che spaventato dalla storia ma come sempre dimostra una voglia incredibile di conoscere cose nuove.
«Certo! Così mentre uno tiene ferma la vittima, l’altro può…» inizia Tim, salvo fermarsi subito prima di aggiungere un dettaglio raccapricciante.
«Perché, anche se è uno zombie, si sente solo e vuole qualcuno identico a lui con cui passare il tempo»
«E Frankenstein che fa? Lo aiuta?»
«In un primo momento Victor accetta, ma poi pensa che ciò potrebbe avere conseguenze tragiche e distrugge il secondo mostro ancora prima di dargli vita. Lo zombie si vendica facendo sparire la fidanzata di Frankenstein e suo padre, lasciandolo solo esattamente come lo è la Creatura. Victor, dopo tutto questo dolore, decide di vendicarsi, seguendo le tracce dello zombie per il mondo, fino al Polo Nord, dove incontra Walton. E qui finisce il racconto di Frankenstein»
«Ma Walton cosa fa? E la creatura enorme vista il giorno prima di Frankenstein è lo zombie?» Mai avrei creduto che Sarah si sarebbe interessata tanto a questa storia eppure si ricorda tutti i dettagli raccontati dall’inizio.
«Sì, era lui. Quando Frankenstein si spegne, lo zombie si fa avanti e parla con Walton, raccontandogli che il suo odio e la sua cattiveria sono nate dal trattamento che gli uomini gli hanno riservato dal momento in cui ha riaperto gli occhi. Dopodiché se ne va, per non permettere a nessun altro di scoprire come Frankenstein ha riportato in vita un morto. Fine»
Far togliere i mostri dalle storie per gli altri è stata un’impresa, ma quest’oggi è Tim ad essere il fortunato perciò per il tempo che resta lo ascolto tartassare tutti con “Le Avventure dello Zombie”, la sua personale interpretazione di cosa può aver fatto la creatura dopo essersi separato da Walton. Tutto è una sequenza di cadaveri striscianti, mostri e quant’altro che di certo terrà sveglio qualcuno di loro questa notte.
«Perciò tutta questa storia sugli zombie mirava a farci capire che l’aspetto esteriore non conta, che l’anima è ciò che fa di noi esseri umani, che non si deve trattare male qualcuno e crederlo malvagio solo perché appare così… Sbaglio?» Ivy ammicca e poi guarda Tim. «Sai che andrà avanti per settimane a credere che lo zombie viva ancora al Polo Nord e a insistere per andare, vero? Lo sopporterai tu per noi?»
«Ci proverò, almeno fino a domani»
«Si sono dimenticati che è il tuo ultimo giorno. La mia storia sarà l’ultima che dovrai raccontarci» Ivy appoggia la testa sulla mia spalla e sospira. «Non credo di volerla ascoltare»
«Così saresti la sola a non aver avuto una storia. Ti sembra giusto?»
«Non importa. Se può farti restare, non raccontarla mai»
«Ivy mi prometti una cosa?» non so come riesco a mantenere salda la voce ma fortunatamente non trema, non tanto quanto fa il mio cuore. «Promettimi che qualunque cosa succeda tu ti ricorderai sempre della mia storia e ti prenderai cura di loro»
«Come faccio se non l’ho ancora sentita?»
«Tu promettilo. Ok?»
«Ok, promesso»
La stringo forte e poi li guardo tornare tutti nelle loro stanze. Domani sarà una lunga giornata.

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GIORNO 13 – IVY

«Non mangi la torta?»
Abbasso lo sguardo sul piattino tra le mie mani e scuoto la testa. L’infermiera assume un’espressione dispiaciuta, mi appoggia la mano sulla spalla e dopo aver rimosso i segni della mia festa d’addio sparisce per lasciarmi campo libero. Le ultime due ore del mio servizio socialmente utili. Le ultime due ore con questi nove fantastici bambini.
«D’accordo» li richiamo dopo esserci tutti radunati. «Chi vuole sentire la storia di oggi? Ivy?»
«Direi. È la mia» è sprezzante ma so cosa nasconde. È la più grande, deve dare l’esempio.
«Il protagonista di oggi si chiama Arthur e da poco si è trasferito in un nuovo appartamento»
Questa storia parla di avere fede. In molte cose, non solo in senso religioso. Fede in se stessi, negli altri, fede nell’Amore e fede nel soprannaturale, perché possono accadere cose che vanno al di là della nostra comprensione. Arthur, come spero facciano questi ragazzi, impara ad averne dopo l’incontro con Laureen, una giovane donna che sostiene di essere uno spirito il cui corpo giace in coma in ospedale in seguito a un incidente.
La vita di Laureen e Arthur e ciò che imparano l’uno dall’altro è ciò che voglio lasciare a tutti loro. Un’idea ben precisa, che anche se qualcosa sembra impossibile non significa che lo sia davvero. Tutto ciò che devono fare è credere nei loro sogni, appigliarvisi e tenerli stretti, perché sono ciò che li spingerà a lottare.
Fallire in quest’impresa è un’eventualità, ma non sarà un fallimento finché ci saranno gli uni per gli altri e finché continueranno a credere nella forza che questo gruppo ha dimostrato di avere. Come Arthur riesce a salvare Laureen, sono convinta che questi bambini riusciranno a salvare loro stessi e i loro sogni. Sono timer pronti a squillare ma quando ciò accadrà tutti loro avranno dato vita a qualcosa di meraviglioso. Non so perché ne sono sicura, è così e basta.
Tutti loro trasformeranno il ticchettio del loro timer in una musica unica e splendida.

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CONCLUSIONE

I miei giorni di servizi socialmente utili, signori burocrati, sono terminati due settimane fa. Se devo essere sincera, dopo questo resoconto degli eventi, non ho più interesse a conoscere la vostra decisione in merito alla mia espulsione dal corso del professore che ho aggredito.
Sto passando il tempo libero che mi è concesso ancora in quell’ospedale, con quei bambini che avete conosciuto attraverso le mie pagine, e sono felice di potervi dire che, tra alti e bassi, non ho più perso nessuno di loro.
Li tengo stretti e continuerò a farlo finché non arriverà il giorno in cui la sveglia dei loro sogni e desideri li porterà lontano da me, nel mondo che tanto ha bisogno di essere visto attraverso i loro splendidi occhi.

Con i miei più sinceri saluti.
Elizabeth S.

Coraggio-tattoo

Finalmente è giunto al suo finale il racconto-tag per cui sono stata nominata da Alessia, Dieci cose che vorrei sapere, e che chiedeva i miei 10 racconti preferiti in modo dettagliato. Ora, se non li avete indovinati man mano che la storia procedeva, è giunto il momento di svelare i dieci racconti:

  1. Eragon di Christopher Paolini
  2. Da qualche parte suona un’orchestrina di Ray Bradbury
  3. Qualcuno con cui correre di David Grossman
  4. Harry Potter e il prigioniero di Azkaban di J. K. Rowling
  5. Il leone, la strega e l’armadio di C. S. Lewis
  6. La bambina Icaro di Helen Oyeyemi
  7. Il canto del ribelle di Joanne Harris
  8. Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen
  9. Frankenstein. O il moderno Prometeo di Mary Shelley
  10. Se solo fosse vero… di Marc Levy

Li avete riconosciuti tutti?? Spero di essere riuscita a renderne un po’ lo spirito e a trasmettere i diversi motivi per cui adoro queste storie 😊 Ringrazio ancora Alessia per avermi nominata e, come sempre, spero che il racconto e i suoi personaggi vi siano piaciuti!

Vi auguro un buon Sabato!

Federica 💋

Una scribacchina bagnata fradicia #37 : Dieci piccoli racconti (Terza parte)

Prima parte & Seconda parte

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GIORNO 5 – UMA

«Abracadabra. Da bambino diventi… capra!»
«Beeeeeeeeeh»
Entrando nella sala ricreativa vengo accolta dai belati di Tim e dalle risate degli altri. Qualcosa mi dice che Uma questa mattina si è svegliata più forte che mai e sta convincendo tutti che è davvero una piccola strega.
«Lizzy!!» esplodono le loro voci quando mi avvicino e mi inginocchio tra Ricky e Paula.
«Ciao. Cosa fate di bello?»
«Uma ha appena trasformato Tim in una capra, Vivian in un cavallo e Sarah in uno scoiattolo» Marco mi aggiorna mentre gli interessati nitriscono e belano nell’ilarità generale.
«E non sono reversibili» Sarah sembra seccata mentre rivolge alla bimba con indosso un cappello a punta un’occhiata di traverso.
«Allora oggi niente storia? Se tutti non sono ai loro posti non posso iniziare»
«Abracadabra. Scoiattolo, cavallo e capra ritornano Tim, Vivian e Sarah»
Non capisco perché ma la convinzione di Uma mi fa sorridere. Crede ancora nella magia nonostante tutto.
«Tutti normali?» la streghetta annuisce. «Allora possiamo iniziare!»
La storia di oggi racconta di un mondo in cui streghe e maghi vivono nascosti da chi non ha alcun potere, i Muggles. L’universo magico ha il suo Primo Ministro, i negozi, la banca e soprattutto una scuola in cui i giovani maghi e le giovani streghe possono imparare tutto ciò di cui anno bisogno. Tra di loro c’è anche Harry, famoso per aver sconfitto il più grande nemico dei maghi, colui che non deve essere nominato, il Signore Oscuro.
All’inizio del terzo anno scolastico la vita di Harry però si complica: Sirius Black, un pericolosissimo criminale, è evaso da Azkaban, la prigione dei maghi da cui nessuno era mai riuscito a scappare e lo sta cercando. 
Alla caccia di Black vengono mandati i Dissennatori, pericolose creature che sottraggono ogni pensiero felice, ogni energia a chiunque vi si avvicini, che creano non pochi incidenti con gli studenti della scuola, soprattutto con Harry, che per difendersi deve imparare un incantesimo chiamato Incanto Patronus e lo fa grazie al professor Lupin.
«Come funziona l’incantesimo?» chiede Uma, che scalpita per fare domande da quando ho iniziato. 
«Devi pensare al ricordo più felice che hai, intensamente, e poi dire Expecto Patronum.  Se ci riesci, dalla tua bacchetta esce una luce che fa allontanare il Dissennatore»
«E perché quel Black dà la caccia a Harry?»
«Beh perché lavora per il Signore Oscuro e ha detto ai cattivi dove potevano trovarli»
«Ma se stava con i cattivi come hanno potuto catturarlo?»
«Perché ha fatto sparire tredici persone, tra cui l’amico Peter Minus, in una strada affollata di Muggles»
Visto che sono tutti attentissimi proseguiamo in fretta, arrivando quasi al finale. «Harry e i suoi amici Ron e Hermione, dopo aver assistito alla…» potrò usare la parola “morte” con loro?
«A cosa, Lizzy?» gli occhietti spalancati di Tim, Uma, Ricky e qualcun altro mi bloccano.
No, non posso.
«Alla cattura di Fierobecco, l’Ippogrifo del loro amico Hagrid» Ivy mi viene in aiuto con un’alzata di spalle quando gli altri le chiedono se conosce anche lei la storia. «Io però non ricordo come continua»
«Sapete cos’è un Ippogrifo?» tutto scuotono la testa, compreso Marco, la mia piccola enciclopedia. «È una creatura metà aquila e metà cavallo, con un becco davvero tagliente»
«Perché lo hanno catturato?»
«Perché senza volerlo ha fatto del male a uno studente di nome Draco e suo papà ha preteso che fosse catturato. Dicevamo che Harry, Hermione e Ron, dopo aver perso Fierobecco, sono attirati in un posto chiamato Stamberga Strillante, una casa abbandonata, e qui i tre trovano Sirius Black e il professor Lupin, suo amico» alla rivelazione mi trovo davanti nove facce sconvolte e una che finge molto bene. «Ma Lupin racconta che lui, Sirius, Peter e James, il padre di Harry, erano amici per la pelle e che Peter, chiamato anche Codaliscia, non è scomparso davvero, ma si è trasformato in topo e ha vissuto nella famiglia di Ron. È stato lui a tradire i genitori di Harry, mentre Sirius, suo padrino, ha sempre fatto di tutto per proteggerlo e difenderlo»
L’ingresso dell’infermiera non mi ferma ma vedo che è quasi ora che i bambini tornino in camera. «A questo punto sembra tutto risolto, ma Lupin inizia a sentirsi male e si trasforma in un lupo mannaro»
«Evvai un mostro!!» esulta Tim ma non posso lasciarlo continuare perciò riprendo subito, arrivando a come Sirius ed Harry, circondati e quasi sconfitti dai Dissennatori, riescono a salvarsi solo grazie a un potentissimo Incanto Patronus lanciato dallo stesso Harry.
«Ma se Harry era caduto accanto a Sirius come ha fatto?»
«Qui viene il bello. C’erano due Harry»
«Cooooosa?» per la foga il cappello di Uma le cade sugli occhi ma lo toglie subito per fissarmi esterrefatta.
«Due Harry, perché lui e Hermione, dopo la cattura di Sirius, tornano indietro nel tempo con una collana Giratempo. Per prima cosa salvano Fierobecco e poi anche Sirius dai Dissennatori, facendolo scappare proprio con l’Ippogrifo»
«E Peter Minus?»
«Purtroppo è scappato quando Lupin si è trasformato. Ma non preoccupatevi, lo prenderanno»
Quando mi alzo per andarmene ci sono Uma, Vivian, Zack, Sarah e Marco tutti intenti a esercitarsi negli stessi incantesimi che ho usato nella storia e ridono a più non posso. Anche Gregory è abbastanza indaffarato. Mi sembra quasi di sentirgli pronunciare il nome Dinka mentre si allontana con Ricky e un infermiere.
Sono qui da cinque giorni, ma mi sembra passato un secolo visti quanti cambiamenti sono avvenuti.

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GIORNO 6 – PAULA

Oggi ci sono solo nove bambini ma la mia responsabile mi ha detto di non preoccuparmi e fare esattamente come gli altri giorni. I miei bimbi hanno protestato un po’ vedendo che non ho aspettato Ricky prima di iniziare; sono riuscita a convincerli solo dicendo che sarebbe stato compito loro raccontargli la storia di oggi. Eppure sembrano più irrequieti e faticano a stare attenti.
«D’accordo, basta storia» li testo, quando trovo Tim e Gregory che parlano tra loro. «Non continuo finché non mi raccontate cos’è successo fino ad adesso»
Silenzio.
Scuoto la testa. «Che vi succede?»
«Non vediamo Ricky da ieri pomeriggio» è Ivy a parlare per tutti. «Di solito la mattina passa con l’infermiera per andare in giardino, ma oggi non è uscito dalla sua stanza»
«Sono sicura che ci sarà un motivo. Non serve preoccuparsi senza sapere perché e sono convinta che vorrebbe sentire la storia, perciò dovete stare attenti anche per lui» li guardo uno per uno e sento che sono preoccupati e spaventati ma non c’è molto che possa fare per loro. Li posso distrarre ma il pensiero non se ne andrà.
«Paula ti va di aiutarmi?» mi alzo e mi avvicino al grosso armadio dei giochi contro la parete. «Vieni qui un secondo»
La più piccola si alza e mi si avvicina. «Cosa devo fare?»
Dando la schiena agli altri le sussurro all’orecchio di entrare nell’armadio e di uscire solo quando mi sentirà dire Lucy. La aiuto a fare ciò che le ho chiesto e poi torno a guardare il gruppo.
«Chi sa dirmi dov’è Paula?» mi fissano come se fossi matta, nessuno escluso. «Non dite nell’armadio»
«Ma se è lì!» Sarah incrocia le braccia al petto. Da grande potrebbe diventare fastidiosa, una di quelle ragazze che credono di sapere tutto.
«Sbagliato! E pensare che vi stavo raccontando una storia…» fingo di allontanarmi ma la vocina di Zack che grida “Narnia” mi blocca.
«Narnia?» chiedo, guardandolo come se non capissi.
«È andata a Narnia» Marco lo aiuta. «Una terra magica dove sono andati anche quattro fratelli dopo essere passati attraverso un armadio»
«Non credo di conoscerli» mi appoggio all’armadio con una spalla e incrocio le braccia.
«Si chiamano Peter, Susan, Edmund e Lucy»
«Con loro c’è anche un fauno di nome Tumnus» Tim e la sua attenzione alle creature vagamente mostruose non deludono mai. «E una vecchiaccia da cui devono scappare»
«È la Strega Bianca, non una vecchiaccia» Uma lo riprende con fastidio. «È la regina di Narnia. Ma è la cattiva»
«Perché secondo una leggenda i fratelli porteranno la pace»
«Ah! E cosa fanno questi quattro fratelli?»
I bambini si guardano l’un l’altro finché Gregory non alza la mano.
«Si dividono. Edmund è stato catturato dalla strega, mentre gli altri vanno alla Tavola di Pietra per trovare Aslan e il suo esercito e nel viaggio incontrano Babbo Natale»
Sono arrivata qui prima. Allora mi ascoltavano dopotutto.
«Mmm, quindi i tre fratelli rimasti vedono Babbo Natale?»
«Sì, lascia anche dei regali a tutti»
«E non dice nulla? Nemmeno a Lucy?»
«Presto! Aslan ci aspetta!» Paula sbuca dall’armadio con una sciarpa avvolta attorno al collo e fissa tutti come se arrivasse davvero da chissà dove. «Muoviamoci!»
Ho scelto bene la mia attrice. Le faccio l’occhiolino mentre torna a sedersi e finisco la storia, raccontando loro di come i fratelli, grazie all’aiuto di Aslan, riescono a ritrovarsi e a sconfiggere la Strega Bianca e di come diventano Re e Regine di Narnia.
«Molti anni dopo, durante una gita a cavallo, i quattro fratelli riconoscono il luogo dove sono arrivati la prima volta e attraversando gli alberi, come per magia, si ritrovano dall’altro lato dell’armadio, nuovamente bambini, perché nel loro mondo non è passato nemmeno un secondo»
«Posso andare a Narnia?» Paula si stringe le ginocchia mentre sta seduta. Non guarda me e non capisco se sia seria o no.
«Beh è…» impossibile? Non posso dirle così. «Difficile. Ci vuole un buon armadio. Però» aggiungo non appena mi accorgo che era seria. «se ti eserciti tutti i giorni e immagini cosa ti piacerebbe fare a Narnia, forse un giorno potresti passare attraverso quello giusto»
False speranze portano a un’esito fallimentare, lo so. Con le equazioni funziona così, basta una sola svista per non arrivare al risultato giusto, e io sto sbagliando di proposito. Ma Paula sta sorridendo e non c’è nulla di male in questo, non quando il pensiero fisso è non sapere se un amico sta bene o no.
Basta equazioni per un po’. Voglio altri sorrisi come questo.

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GIORNO 7 – RICKY

Questa notte Ricky ha avuto un’insufficienza cardiaca. L’infermiera mi ha detto che è stato tutto improvviso e che non sono riusciti a fare nulla per lui. Se n’è andato nel giro di un’ora.
I bambini lo sanno già. Non me lo hanno detto direttamente ma le loro facce non lasciano alcun dubbio. È chiaro come il sole e anche se li conosco da poco, il silenzio di Tim, il non correre in giro di Paula, il cappello abbandonato di Uma, gli sguardi tristi e imponenti di Sarah, Ivy, Marco e Zack, le carezze di Vivian al suo peluche e la felpa di Gregory appoggiata a una sedia sono tutti segni inequivocabili che conoscono la verità.
Per concludere, non mi hanno nemmeno salutata mentre entravo.
«A chi è dedicata la storia di oggi?» la mia domanda non ottiene risposta. Quindi oggi avrebbe dovuto essere il giorno di Ricky. Bene.
Mi siedo e aspetto. Devo dare loro tutto il tempo di cui hanno bisogno, anche se non sarà sufficiente. Quella che ci vuole qui è un’idea, ma niente potrà mai cancellare ciò che è successo e l’effetto che ha avuto su di loro.
Non posso cancellarlo, ma posso provare a dare un nuovo significato agli eventi.
«Sì, capisco. Certo, certo, è perfettamente normale» parlo tra me come se in realtà stessi rispondendo alle domande di qualcuno. «In fondo non si può fare altro»
E vado avanti per diversi minuti, fino a quando non ho gli sguardi di tutti puntati addosso. Persino le infermiere mi fissano e sembrano preoccupate per la mia sanità mentale. Qualche giorno fa mi sarei guardata anch’io in questo modo.
«Oh, non fate caso a me. Sto parlando con un’amica» sorriso e riprendo il mio finto discorso.
«Con chi parli?» Marco è il primo a mettersi seduto di fronte a me. È un ragazzetto perspicace.
«Un’amica. Si chiama Jess. Oh, ti saluta»
«Ciao» accompagna con un gesto e sorride appena. «Come mai ti parla?»
«Perché sa cosa state passando e mi sta spiegando cosa fare»
«Cosa fare?» Ivy mi guarda con, cos’è, risentimento? «Non c’è niente che si può fare. Ricky è morto»
Come immaginavo ieri, la reazione alla fatidica parola è delle peggiori. Nominare la morte qui dentro non va bene.
«Mm, sì certo» fingo di rispondere a questa bambina prima di avvicinarmi a Ivy. «Jess dice che si può sempre fare qualcosa, anche quando sembra impossibile»
«E sentiamo, cosa suggerisce di fare “Jess”?»
«Ascoltare. Jess vuole farvi conoscere la sua storia»
Jess ha un’indole terribilmente sensibile. Adora il silenzio, passa le ore da sola, magari a inventare finali più allegri per i suoi romanzi preferiti, oppure dentro l’armadio delle lenzuola, nel buio rassicurante e profumato di chiuso, a pensare. 
Un giorno però, durante un viaggio in Nigeria con i genitori, incontra Titiola, una ragazzina vivace e selvatica che vive in una casa abbandonata, e le due diventano subito inseparabili. Ma Jess deve tornare a casa e per questo separarsi da Titiola.
TillyTilly però non è una bambina come le altre e Jess se la ritrova davanti, senza che nessun altro possa vederla. Conoscitrice di mille segreti, dotata di bizzarri poteri, TillyTilly sa essere crudele e vendicativa e per assicurarsi di non dover dividere Jess con nessuno ha concepito un piano, il cui esito sarà la morte di Jess.
«Quindi la tua amica è morta?» Paula è la più piccola e mi aspettavo da lei questa domanda. Gli altri sembrano aver capito dove voglio arrivare.
«Sì, ma ti chiede di non essere triste per lei»
«Perché no?»
«Perché adesso che conosci la sua storia puoi portarla nel tuo cuore e non dimenticarla mai» sono seduta di fronte a Paula ma sento gli sguardi di tutti su di me. «Anche se le persone cui vogliamo bene ci vengono portate via, saranno sempre vicino a noi. E sai perché?» scuote la testolina castana. «Perché le abbiamo incontrate e siamo stati gli uni accanto agli altri»
«Anche Ricky?» Sarah si sposta accanto a me.
«Sì. Ognuno di voi ha un ricordo di Ricky e anche se fa male non averlo più qui con noi, non se ne andrà mai davvero, non finché continueremo a pensare a lui»
Vorrei poter dire altro, continuare a raccontare i mille modi in cui il piccolo Richard può essere rimasto con loro ma la verità è che ho finito le parole. Quel bambino piccolo e fragile dai sorrisi timidi ma estremamente dolci mi mancherà.
L’ho incontrato solo una settimana fa e mi mancherà. Tanto.

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Continua il racconto-tag per cui sono stata nominata da Alessia, Dieci cose che vorrei sapere, e che chiedeva i miei 10 racconti preferiti in modo dettagliato. Avrei voluto concluderlo oggi ma sarebbe stato troppo lungo, perciò vi rimando a Sabato prossimo per gli ultimi quattro racconti e la lista completa dei romanzi che nascondono!

Come sempre spero che vi sia piaciuto! Buon Sabato 💋

Una scribacchina bagnata fradicia #36 : Dieci piccoli racconti (Seconda parte)

Prima parte

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GIORNO 2 – ZACK

Storia preferita + Interesse = Bambini intrattenuti

Questa mattina ho chiesto all’infermiera di scrivere una lista di tutto ciò che quei dieci bambini adorano. Sceglierò una storia diversa per ognuno di loro, non perché mi dispiaccia di aver detto loro ciò che penso, ma perché così possono sentirsi tutti ugualmente speciali.
Hanno stilato anche una seconda lista, scegliendo l’ordine in cui vogliono ascoltare la loro storia. Il primo ad essere stato estratto è Zack, che non la smette di ascoltare quell’obbrobrio del rap (che è impossibile da definire “musica”) e che insiste a parlare in rima.
Ho scoperto dall’infermiera che ha una gatta a casa che adora e considera la sua migliore amica. Da quel che ho capito sono inseparabili e ne sente molto la mancanza. Spero che la storia scelta per lui possa ricordargliela.
Il chiasso nella stanza non è facile da sedare, non dopo il fiasco di ieri, ma quando li avverto che conosco una storia che potrebbe piacere loro, mi accerchiano immediatamente. Non tutti ne sono entusiasti ma non hanno altro da poter fare.
«Per questa storia dovete fare un piccolo sforzo» metto in chiaro prima di iniziare. «Dovete credere con tutti voi stessi che avete che la magia e le creature delle leggende esistano davvero»
«Un tempo, in una terra lontana chiamata Alagaësia, esisteva un regno davvero potente, custodito da un tipo speciale di cavalieri. Costoro non viaggiavano a cavallo, ma i loro fidati compagni erano maestosi e potenti draghi e dragonesse, che facevano di loro i Cavalieri dei Draghi. Un giorno uno di questi cavalieri, il cui nome era Galbatorix, distrutto dalla morte della propria dragonessa, chiese di poterne avere un secondo. Il rifiuto fu ciò che lo spinse a dichiarare guerra al proprio ordine; rapì un drago, legandolo a sé con la magia, e conquistò quasi tutte le terre conosciute. Nessuno dei suoi compagni cavalieri sopravvisse alla sua furia e anche le uova di drago furono tutte distrutte quasi tutte, così che lui fosse il solo Cavaliere dei Draghi rimasto. Galbatorix divenne l’imperatore di tutta Alagaësia»
Gli anni passarono e diverse creature si ribellarono al tiranno. Elfi, nani e gli esseri umani scampati alla conquista di Galbatorix si impegnarono a contrastarlo, proteggendo l’ultima speranza di poter riottenere la libertà; ognuno di loro cercava di salvaguardare l’ultimo uovo di drago esistente, nell’attesa che la creatura al suo interno scegliesse il suo compagno e prossimo Cavaliere dei Draghi.
Ma un giorno, durante lo spostamento dell’uovo, i soldati dell’impero attaccarono gli elfi incaricati di proteggerlo. Con un incantesimo cercarono di mandarlo in un posto sicuro.
«È questo il momento in cui i due protagonisti della storia si incontrano»
L’attenzione dei bambini, tra alti e bassi, non manca mai mentre racconto delle avventure di Eragon e Saphira, il nuovo Cavaliere dei Draghi e la sua dragonessa, delle loro vittorie, delle sconfitte e degli incontri avvenuti nel viaggio attraverso Alagaësia.
«Dopo un’epica battaglia nella città-montagna, i nemici furono finalmente sconfitti. O per lo meno lo furono in questo primo scontro. E Eragon e Saphira ripresero l’addestramento per diventare ancora più forti. Fine»
I bambini mi guardano nel più completo silenzio. Non vola una mosca. Devo aver sbagliato qualche passaggio nell’equazione, perché secondo i miei calcoli avrebbero dovuto essere contenti a questo punto.
«E poi? Che ne è dei due eroi?» Zack mi guarda serio, con gli occhi spalancati e pieni di meraviglia.
Anche tutti gli altri hanno lo stesso sguardo, comprese le bambine. Ed io che pensavo di averle annoiate con le battaglie e gli scontri.
«Ehm» prendo tempo perché non credevo che si sarebbero appassionati così tanto. «Eragon e Saphira si trasferiscono dagli Elfi e riprendono ad addestrarsi. La strada per sconfiggere Galbatorix è ancora lunga, ma con un nuovo maestro diventeranno sicuramente più forti»
«Ci sono altre battaglie e mostri?» Tim scatta in piedi e mima un affondo con la spada. «Lo scontro con i Ra’zac è stato fanta…»
«E la strega Angela?» la voce di Uma si unisce a quella di Tim mentre lui finisce la frase con un “fantastico”.
A turno mi raccontano i loro momenti preferiti della storia e non mancano i battibecchi su quale fosse il migliore. Tuttavia sono tutti d’accordo su un aspetto: l’amicizia e la forza che lega Eragon e Saphira è la cosa più importante.
Uscendo Zack mi blocca sulla porta. Mi getta le braccia esili attorno ai fianchi e mi stringe in un abbraccio, la testa appoggiata contro il mio stomaco. Prima di staccarsi lo sento tirare su con il naso.
«Mi è piaciuta tanto la storia. Se torno a casa la racconto anche a Toria. È la mia gatta e non posso vederla perché qui farebbe la matta»
«Ne… ne sono felice»

Storia giusta + Ricordi = Felicità

Ma se guardo Zack l’equazione non torna. Mi dispiace che sia triste e io speravo di potergli regalare un attimo di tranquillità facendogli dimenticare di non poter tenere accanto a sé la sua gatta. Però non credo mi abbia mentito quando ha detto che gli è piaciuta la storia di Eragon e Saphira.
C’è qualcosa che non torna nella mia equazione e è impossibile. Forse la logica non serve con questi bambini.

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GIORNO 3 – MARCO

«La storia di oggi è per Marco, giusto?» tutti i bambini annuiscono e faccio mente locale su cosa so su di lui.
È italiano, sempre allegro e positivo, adora i treni e da grande vorrebbe fare il giornalista. Ho la storia giusta per lui.
«Immaginate un treno» inizio sedendomi in mezzo a loro. «che percorre un’intero continente. Passa in mezzo alle città, alle montagne, accanto ai fiumi e ai laghi e persino in mezzo al deserto. Certe volte, quando trova una stazione, si ferma per far scendere i passeggeri. Altre, invece, rallenta ma non arresta la sua corsa nemmeno di fronte a un paesino. Durante uno di questi viaggi, James Cardiff, un giornalista di Chicago, decide di scendere dal proprio vagone e la sua fermata è Summerton, Arizona, una città sperduta in mezzo al deserto e dove nessun treno sosta mai»
Proseguo il racconto con lentezza, facendo incontrare ai bambini il signor Elias Culpepper, bigliettaio, addetto al servizio merci, scambista, guardiano notturno, capostazione e taxista di Summerton. Li porto all’Egyptian View Arms, l’unica pensione della città, dove ogni dettaglio ricorda a Cardiff la sua infanzia e dove possono trovare Nef, una donna dal nome della regina egizia e che sembra aver atteso il protagonista per molto tempo.
Insieme a Cardiff li spingo a immergersi nei misteri della città, a esplorarla. Sottolineo che non ci sono affatto bambini e li porto a visitare un cimitero in cui le lapidi non riportano la data di morte e dove le bare sotterrate sono vuote, facendogli scoprire che nessuno muore a Summerton, mai. Tutti i suoi cittadini vivono in eterno e, cosa ancor più sorprendente, sono tutti scrittori.
Con Cardiff faccio entrare tutti in biblioteca, dove Nef rivela loro il secondo e più importante segreto della città: gli abitanti di Summerton sono i bibliotecari del Mondo intero, recuperano e custodiscono ogni libro o opera che sia mai stata scritta o pensata. Ma anche Cardiff ha un segreto da svelare a tutti e riguarda proprio il destino di Summerton. Spiega ai bambini e ai cittadini che non è sceso alla stazione per caso, ma per vedere la città prima che venga distrutta dalla costruzione di un’autostrada.
Alla minaccia di distruggere Summerton i bimbi di fronte a me trattengono il fiato, ma li rassicuro subito. Nef ha un piano: sposteranno la città in un luogo dove nessuno potrà più minacciarli di distruzione e chiede a tutti di andare con lei.
«Ma Cardiff è spaventato dall’idea di non invecchiare e allora rientra a Chicago, dagli amici di un tempo e dalla fidanzata. Però il soggiorno a Summerton lo ha cambiato perché ha capito di aver trovato il vero luogo cui appartiene e non sa più se restare o andare alla ricerca della nuova Summerton»
«E cosa fa?» Sarah mi tiene i grandi occhi castani incollati addosso, la testa appoggiata sui palmi delle mani. «Resta o parte?»
«Voi che fareste al suo posto?» li stuzzico e in risposta si leva un coro di “Summerton” urlato a più non posso, anche da Ricky, che tra tutti è quello che fa più fatica a respirare e alzare la voce. Sentirli rispondere così mi scalda il cuore perché significa che sono riuscita a trasmettere loro il vero significato della storia. «E anche Cardiff decide di tornare da Nef e dagli altri, diventando un cittadino di Summerton a tutti gli effetti. Fine»
Anche la seconda giornata è finita e sembrano tutti soddisfatti della storia.
«Ti è piaciuta Marco?» gli chiedo mentre tutti si sistemano per rientrare nelle loro stanze.
«Moltissimo! Da grande voglio essere come il protagonista e trovare qualcosa come Summerton»
«Cosa pensi che sia la città?»
«Non saprei… Forse una specie di contenitore dove tutte le persone mettono i loro ricordi per condividerli con il mondo, così tutti possono imparare anche dalle esperienze altrui» fa spallucce e io sorrido. Aggiungo “super perspicace” alla sua descrizione.
«Sarai un bravissimo giornalista»
«Grazie» mostra un gran sorriso con uno o due denti mancanti e se ne va insieme all’infermiera.
Credo che un carattere così non possa essere abbattuto facilmente e vedere quel sorriso mi rassicura. Marco non smetterà mai di realizzare i propri sogni e, soprattutto, di cercare la sua Summerton.

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GIORNO 4 – GREGORY

«Ma quando inizi a raccontare Lizzy?» Tim sbuffa e io lo rimando a sedersi, mentre Ivy gli ricorda che dobbiamo aspettare tutti. Finché Ricky non ci raggiunge non posso iniziare.
«Gregory perché non mi racconti qualcosa del tuo cane mentre aspettiamo? La storia di oggi è legata a un cucciolo»
Gregory si stringe nelle spalle, quasi impossibili da vedere sotto l’enorme felpa verde di suo fratello. «Si chiama Lucky, è un Akita»
«Che razza è l’Akita?» Paula storpia il nome, allungando la pronuncia della i a dismisura.
«È giapponese» rispondo, lanciando un cenno all’infermiere mentre entra spingendo Ricky su una sedia a rotelle. «Sono cani molto docili, vero Gregory?»
«Sì, abbastanza»
«Storia?» Tim torna all’attacco e annuisco, mentre cerco lo sguardo di Ricky per sapere come sta. Ha il respiro affannato ma mi rivolge un sorrisetto timido.
«Allora, oggi vi porto a Gerusalemme. Sapete dov’è?»
«È in Africa?» Uma non ha il tempo di finire la domanda che Marco la corregge.
«No è in Asia, nello Stato di Israele»
«Giusto, Marco. Qui vive un ragazzino di nome Assaf, che lavora negli uffici del comune. Un giorno gli viene chiesto di riportare al proprietario Dinka, una cagnolina randagia, e per farlo Assaf la lascia libera, nella speranza che sappia ritrovare la strada di casa da sola»
Correndo con Dinka, però, inizia una vera avventura per Assaf, che lo trascina in situazioni pericolose e in incontri con strani personaggi, tutti in qualche modo legati a Tamar, la padroncina di Dinka. Grazie a loro resta affascinato da questa ragazza e decide di cercarla, perché Tamar sembra essere in grave pericolo.
«E lo è?»
«Sì. Tamar è scappata di casa per aiutare il fratello Shay, che ha iniziato a… a…» non posso dire che il fratello della protagonista fa uso di droghe. «Ha iniziato a accettare caramelle dagli sconosciuti e se n’è andato di casa, perché crede che così saprà suonare come Jimi Hendrix»
I bambini mi interrompono per sapere chi sia Hendrix e mi sento vecchia, tanto vecchia. «Era un chitarrista bravissimo»
«E il fratello di Tamar suona la chitarra?»
«Sì, Shay suona nelle piazze, vivendo di elemosina e dormendo in un ostello pieno di ragazzi come lui»
«Che mangiano le caramelle degli sconosciuti?»
Alla domanda di Vivian un’infermiera appena entrata mi fissa accigliata e divertita. Sarà anche sciocco ma meglio mangiare caramelle che bucarsi ed essere tossicodipendenti.
«Sì, perciò vedete di non farlo mai» li avviso, come fosse una minaccia. «L’ostello però è gestito da una banda criminale che fornisce dr… caramelle ai ragazzi per poterli sfruttare e Tamar, per portar via Shay, finge di magiare le stesse caramelle. Riesce a entrare e alla prima occasione fugge portando Shay con sé, trovando rifugio da un’amica e poi in una grotta alle porte della città»
«Assaf e Dinka dove sono finiti? Non la cercano più?»
«Certo e sarà proprio questa amica, Leah, a dire ad Assaf dove si trovano Tamar e Shay. Lui e Dinka li raggiungo e dopo aver riportato a casa Shay, tornano alla grotta con Tamar per stare insieme e pensare alla loro incredibile avventura»
«Fine?» Gregory infila le mani nella tasca della felpa. Mi guarda come se si aspettasse altro dalla storia e da me.
«Fine. Qualcosa non va?» gli altri non mi sembrano così dispiaciuti.
«No, no… Però vorrei sapere cosa è successo dopo a Dinka, Assaf e Tamar»
«Lo so io» Tim gli si avvicina. «Nella grotta è apparso uno zombie e lo hanno sconfitto. Poi è tornato Shay e…»
Sorrido tra me per la versione fantasiosa di Tim. Questa sì che è un’idea.
«Perché non pensi tu a cosa faranno Assaf, Tamar e Dinka da quel momento in avanti? E domani ce lo racconti»
Non rientra nelle variabili della mia equazione ma è chiaro che non posso più pensarla in questo modo, non davanti all’abbraccio di Zack e al sorriso di Marco e a quello di oggi di Gregory.

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Continua il racconto-tag per cui sono stata nominata da Alessia, Dieci cose che vorrei sapere, e che chiedeva i miei 10 racconti preferiti in modo dettagliato. I primi tre li riuscite ad indovinare? Quello di Zack è sicuramente il più facile 😄 Per i prossimi 3/4 racconti vi do appuntamento a Sabato prossimo!

Come sempre spero che vi sia piaciuto! Passate una buona giornata 💋

Una scribacchina bagnata fradicia #35 : Dieci piccoli racconti (Prima parte)

Avete mai provato a descrivere la vostra vita a qualcun altro attraverso i vostri libri preferiti, le canzoni che cantate la mattina appena svegli o i film che rivedreste ancora, ancora e ancora?
Non è facile. Per niente.
Sul serio, se adesso vi chiedessi i tre libri che sapete aver avuto un impatto così forte su di voi da cambiarvi, voi cosa rispondereste? Così, a bruciapelo, senza attimi per riflettere o ritrattazioni in seguito. La maggior parte di voi non saprebbe cosa dire, ve lo assicuro.
Non pretendo di saperlo perché mi reputo migliore di voi che leggete, certe volte mi sento addirittura un gradino sotto il normale livello del genere umano e non chiedetemene il perché – sarebbe una storia lunga e ultimamente il tempo a mia disposizione scarseggia –, ma lo so per esperienza diretta. Ho dovuto rispondere io stessa alla domanda e non è stato un test facile da superare. Ed io ho dovuto stilare una lista di dieci elementi, non di tre, perciò la difficolta era una cosa come

R = 3D + 1

La mia risposta era tre volte + 1 più difficile rispetto a quella della domanda che vi ho appena posto.
Come mai vi sto dicendo tutto questo? In parte perché sono obbligata a farlo, in parte perché ne sento un disperato bisogno. Voi siete i burocrati che valuteranno il mio appello contro l’espulsione dal corso di matematica avanzata del professor Monstre (che se fosse francese, il suo carattere rispecchierebbe appieno il significato del suo cognome in quella lingua),  perciò a chi altri devo rivolgermi se non a voi? Avete in mono la mia carriera universitaria e lavorativa; in un certo qual modo avete nelle vostre mani il mio futuro, anche se la mia recente esperienza mi ha insegnato che non è così.
Ma come potete capire se non conoscete gli antefatti? Come potete rispondere se non sapete perché vi ho posto proprio quella domanda? Spiegarvelo sarà lo scopo di questo mio resoconto dei fatti e delle attività socialmente utili che ho dovuto svolgere. Ne riceverete uno anche dagli agenti, e uno dai responsabili dell’ospedale, ma voglio che conosciate anche ciò che ho imparato io. Così, perché è giusto.
Prima di iniziare, però, ho una critica. Ampliate la lista delle attività socialmente utili. Tra i “servizi urbani” – abbiate il coraggio di dire che spedite i ragazzi a fare i netturbini – e l’assistenza ai bambini malati di cancro deve esserci di certo una vasta gamma di possibilità!
Adesso è il momento della mia versione e se siete impressionabili preparatevi, perché non farò una versione edulcorata di ciò che si vede e sente negli ospedali. A me non è stata risparmiata e non vedo perché dovrei risparmiarla a voi.

GIORNO 1 – INSERIMENTO

Equazioni. Tutto il mondo è fatto di equazioni.
Se provocato, un essere umano irascibile risponderà a tono e questa risposta porterà a una conseguenza.

Provocazione + Reazione = Conseguenza.

Insulto alla mia intelligenza + Aggressione (verbale e fisica) = Condanna per aggressione.

Niente di più di un’equazione semplice.
Anche la mia condanna condanna è un’equazione, forse più complessa, ma nella sostanza non cambia.

(Quaranta giorni x Pentimento)^Buona condotta = 11 giorni di servizi socialmente utili

Servizi socialmente utili = Assistenza ai bambini malati

Equazioni. Pure e semplici equazioni che in un modo o nell’altro posso risolvere.
«Agitata?»
L’infermiera che mi ha accolta in reparto e che sarà la mia responsabile sorride maniacalmente da quando mi sono presentata. È inquietante il suo buonumore. Anche adesso che cammina e mi da la schiena mi sembra di vedere quelle labbra dischiuse fino a toccare gli angoli delle orecchie. Ho più brividi per lei che per la possibilità di non trovare mai un numero quasi perfetto. E la seconda possibilità mi tiene sveglia la notte.
«Sono solo dei bambini»
«Bambini malati di cancro» precisa. «È un gruppo piuttosto piccolo, ma non per questo sarà facile»
«Devo solo passare un paio d’ore con loro. Non capisco cosa possa esserci di difficile»

11 giorni x (Bambini malati + 2 ore di svago) = Fine condanna

L’infermiera scuote la testa. «Sono un gruppo abbastanza omogeneo come età. Hanno tutti tra i dieci e i tredici anni, ma una di loro ha solo sei anni»
«Perché è con loro?»
«Perché sono nella fascia d’età più vicina a quella di Paula. Ha la leucemia e si trova qui da quasi sei mesi»
La presentazione del gruppo che dovrò distrarre per due ore tutti i giorni prosegue finché non arriviamo di fronte alla stanza dei giochi. Entrando li riconosco tutti.
Richard, detto Ricky. 11 anni e capelli di un biondo paglierino. Cannule nel naso per l’ossigeno.
Gregory, 10 anni. Magro come un chiodo, indossa una felpa verde del fratello maggiore.
Sarah, 12 anni. Lunghi capelli castani raccolti in una traccia; occhi grandi, espressivi e profondi.
Paula, 6 anni. Corre sempre per la stanza anche se non dovrebbe.
Zack, 12 anni. Ascolta il rap e parla spesso in rima.
Ivy, 13 anni. La più grande, con un’attitudine a fare da portavoce per gli altri.
Marco, 10 anni. Italiano, l’accento si sente molto. È il più allegro e positivo.
Vivian, 11 anni. Appassionata di supereroi. Porta sempre con sé un peluche di Hulk.
Uma, 12 anni. Convinta di essere una strega.
Tim, 10 anni. È convinto che gli zombi esistano.
Cinque maschi e cinque femmine. Tutti con un diverso tipo di leucemia, tranne Gregory, che ha un tumore al midollo spinale, e Sarah, che attende di essere operata per un tumore al cervello.
Anche loro e le loro condizioni sono equazioni, alcune risolvibili, altre no.
«Preparati alle domande e cerca di sorridere spesso. Io resterò qui per oggi, ma domani te la caverai da sola» mi sussurra prima di richiamare l’attenzione dei piccoli malati. «Lei è Elisabeth e da domani, per dieci giorni, vi terrà compagnia per due ore» mi presenta con fare sbrigativo ma non accenna a rilassare i muscoli della faccia da quella sua paresi.
Tutti si radunano attorno a me, un’estranea da guardare fissa. Chissà se sanno che sono qui per i servizi socialmente utili.
«Signorina Milly è un’altra di quelle?» è Tim a chiederlo, senza staccare gli occhi dai miei. Non devo essere la prima che vedono.
«Sì, l’ha mandata l’associazione»
«Che hai fatto per finire qui?» sempre lui a chiedere. «Hai ucciso qualcuno?»
«Tim!!» viene richiamato ma non sembra esserne molto sconvolto.
«Ho lanciato una calcolatrice in testa al mio professore»
«Forte! Perché?»
«Non è importante» interviene l’infermiera. «Perché non spiegate a Elizabeth quali sono i vostri passatempi preferiti?»
Con gli hobby di questi bambini c’è un problema. Non possono rientrare nelle loro equazioni. Per loro non c’è spazio per viaggi, avventure e giochi più faticosi del muovere un pupazzo, non sono assolutamente contemplabili.
«Non avresti dovuto dire quelle cose» mi riprende la mia responsabile mentre usciamo. «Un po’ di tatto sarebbe gradito, non credi?»
«Ho solo detto loro come stanno le cose» mi giustifico, sentendo un’oppressione al centro del petto. Le equazioni non fanno male, quei bambini sì.
«Allora non dovevi venire qui. Non ci servono persone come te»
«Non c’erano alternative»
«Ti conviene cambiare atteggiamento. Io non ho intenzione di lasciare quei bambini nelle tue mani se ti comporti così, ma non ho nemmeno il tempo di chiamare una sostituta. Devi trovare qualcosa per tenerli occupati, qualcosa che non li deprima»
«Cosa? So occuparmi solo di equazioni e non riesco a inventare i giochi come hai fatto tu. Lo trovo strano» per un attimo mi sono sentita esclusa quando è riuscita a far divertire i bambini semplicemente con un pupazzo.
«Vuoi un consiglio?» annuisco e lei accantona per un attimo l’eterno sorriso. «Scegli i tuoi dieci libri preferiti, quelli che hai letto fino a consumarne le pagine, e raccontali a quei bambini. Non devi per forza scegliere storie a lieto fine, basta che siano racconti che hai amato. Vedrai che li ameranno anche loro»

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Come l’ultimo racconto, anche questo è la mia personale reinterpretazione di un tag per cui sono stata nominata. È il Dieci cose che vorrei sapere e la nomina è arriva da Alessia (il tag è stato inventato da Shioren). Il compito era parlare nel dettaglio delle 10 storie che più mi hanno colpito. L’ho fatto con questo racconto, collegandomi anche al tema della settimana (I Classici), e avrei voluto pubblicarlo tutto oggi, ma sta diventando più lungo di quanto avessi previsto all’inizio…
So che l’argomento non è bello, né leggero, ma è una cosa che mi ha coinvolta da vicino e visto che devo raccontare le mie 10 storie preferite, ho deciso di farlo dando loro lo scopo che credo abbiano, cioè ampliare il nostro mondo e mostrarcene i lati migliori anche quando non sembra averne.
Credo ci terrà compagnia per altri due weekend, perciò spero possa piacervi 😊