Una scribacchina bagnata fradicia #32 – Speed Date

Laura ha detto che era un’idea carina provare almeno una volta nella vita l’esperienza dello Speed Date e così mi ci sono cimentata anch’io!
Stasera siamo in una quarantina, venti donne e altrettanti uomini, tutti in piedi a fissare il tizio con il microfono di fronte al bancone del bar. Sarà lui a gestire i tempi degli speed date – cinque minuti ciascuno, in cui saranno gli uomini a cambiare tavolo ad ogni suono di campanello – e ha appena finito di assegnare a ognuna delle donne un numero, che corrisponde a quello del tavolo che occuperemo. Io sono il 16, meglio la ragazza numero 16, e tutto sommato non mi è andata ma1e come posizione, perché sono faccia a faccia con il barista e mi basta un cenno per ordinare da bere. L’alcol potrebbe essere la mia salvezza, mai dire mai.
Il primo candidato che mi siede davanti è un uomo di mezza età. Non è troppo vecchio per questo genere di cose?
«Ciao» ci salutiamo all’unisono e lui ride. Che ci sarà di divertente lo sa solo lui.
«Io sono Giorgio»
«Federica, piacere» non allungo la mano, ma la tengo ben salda insieme all’altra attorno al bicchiere di vino offerto dagli organizzatori. I suoi occhi hanno qualcosa di inquietante, troppo vicini e troppo piccoli per i miei gusti.
«Prima volta a uno Speed Date?»
Regola principale dello Speed Date: gli uomini pongono le domande. Già questo mi da suoi nervi ma fa niente. E poi che senso ha se sono loro a spostarsi?
«Già»
«Si vede» sogghigna e sento il desiderio di strozzarlo. Chi è questo? L’esperto di Speed Date?
«Sei fidanzata?»
«Non al momento, no»
«Soprannomi?»
«Più che altro abbreviazioni del mio nome. Gli amici mi chiamano Fede»
«Fede… Sei rossa naturale?»
Ho detto “Gli amici…”, non tu. «No, castana chiara di natura. Sono tinta» lo anticipo, perché tanto dall’esperto me la aspetto una domanda del genere.
«Segno zodiacale?»
Ok, è forse il primo uomo che mi chiede una cosa simili. Da dov’è uscito? «Vergine»
«Età?»
«23 anni. Li compio a Settembre in realtà»
«Altezza, invece? Sembri piuttosto alta»
«Quasi un metro e ottanta»
«Wooow» e sull’esclamazione più intelligente dell’incontro il campanello arriva a salvarmi. Uno è andato.
Prima che i pretendenti cambino, recupero un foglio e segno le informazioni di base, così da non doverle ripetere tutte le sante volte e finire per avere venti incontri identici. Adesso c’è una targhetta su cui si legge: “Federica. 23 anni. Single. Altezza 1m80. Occhi azzurri/verdi. Rossa (tinta)” e a scanso di equivoci aggiungo anche un “Niente soprannomi!!”.
All’arrivo del secondo mi trovo davanti un nerd ben piantato, occhiali rettangolari un po’ da hipster e una t-shirt degli Avengers leggermente slavata. Avrà un paio d’anni in più e è un passo avanti. Già con il primo ho scolato mezzo bicchiere di vino, continuare su questa linea sarebbe un guaio perciò vederlo giovane è una rassicurazione.
«Salve umana» scherzavo sulla rassicurazione… «Il mio nome è J3P8, ma tutti mi chiamano Matteo»
Uno sano di mente è chiedere troppo vero? In effetti, essendo uno Speed Date devo aspettarmi anche di peggio.
«Mm… Ciao Matteo»
Si siede e il primo sguardo va alla targa. Lo vedo assimilare le informazioni come un pc. 
«Ti piacciono i fumetti? Quelli Marvel» specifica. Come prima domanda direi che è significativa.
«Sì, abbastanza. Ma preferisco i manga giapponesi»
«Qual è l’ultimo manga che hai letto?» il labbro gli si torce nel pronunciare la parola “manga”. È di una scuola di pensiero ben precisa, viva l’Occidente?!
«Ma, non saprei… Forse Dengeki Deiji e…» mi fermo vedendo la faccia perplessa. Io non ne conosco molti, ma lui men che meno.
«Il social network preferito?» cambia direttamente argomento.
«Facebook… è quello che uso di più» ma non è che lo utilizzi molto.
«Quante persone tra i tuoi amici conosci realmente?»
Strano è strano, ma almeno ho il vino a tenermi compagnia. «Un centinaio o più»
«Con quante parli?» questa è da asociali come domanda. Abbastanza inquietante.
«La metà, meno forse. Non ci ho mai pensato a essere sincera» ridacchio per attenuare l’imbarazzo. «Comunque adesso che c’è Messenger, è più facile gestire i contatti. Hai i social sempre a portata di mano»
«La pagina web più visitata oggi?»
«Forse Google Maps»
«Qual è il modello del tuo cellulare?» il mio tentativo di conversazione fallisce ma il trillo arriva a spezzare l’incontro numero due e a evitarmi di rispondere. Ciao Matteo. Non è stato un piacere.
Un cenno al barman e il mio bicchiere è di nuovo pieno. Gli chiedo di lasciare la bottiglia perché “Non si sa mai” e lui se ne va ridendo, mentre di fronte appare il primo partecipante quasi normale. L’aspetto quanto meno lo è, poi deve aprir bocca per convincermi.
«Ciao! Stefano» mi stringe la mano mentre con l’altro indice addita la lista. «Federica… che nome lungo. Mai pensato di cambiarlo?»
Perché il tuo è di sole tre lettere?!? «No, mi piace molto»
«Hai già detto tutto su quel foglio. Adesso che ti chiedo?»
Apprezzo il tentativo di simpatia, almeno recupera la brutta uscita sul mio nome. «Ti prego niente che riguardi i social o simili»
«Brutte esperienze?» i suoi occhi ruotano a sinistra, verso il tavolo 17. Matteo non avrà una gran serata.
«Abbastanza. Diciamo che la conversazione non era il suo forte»
«Allora ti parlo un po’ di me prima» e si perde in una tiritera sul suo lavoro part-time da un veterinario della zona. Devo aver trovato uno di quegli animalisti convinti e sfegatati. «Tu hai animali domestici?»
«Due cani, ma non vivono esattamente con me. Li tengo nel giardino di mio nonno, per lo spazio più che altro»
«Certo, certo. L’importante è che non gli manchi mai l’affetto e un tetto di notte. Dormono in casa, vero?»
«Ehm, no» è un campo minato, lo sento. «Hanno le loro cucce»
«Ah! Capisco… E qual è il tuo animale preferito?»
Devo essermi guadagnata un posto sulla lista nera. «Il gatto. Tra l’altro è stato anche il mio primo animale domestico»
«Sì?»
Annuisco. «Una gatta per la precisione. Ha vissuto con me alcuni anni, poi purtroppo è stata investita»
«Mi dispiace! Sarai ancora scossa, immagino»
Adesso mi gioco il tutto per tutto. Scusa Stefano. «Beh no. È successo anni fa e per quanto le volessi bene, era pur sempre un gatto. Non è certo…» il campanello mette fine al mio auto sabotamento con quest’uomo. Lui adesso sa di sicuro che non sono la sua donna ideale.
I cinque incontri successivi si portano via tutta la bottiglia di vino. Il quanto speed date è stato con salutista di nome Paolo, che mi ha illuminata sulla cucina vegana e ha posto domande assurde (“Fumi? No”, “Stai mangiando sano? Credo”,  “Stai bevendo? Non molto”, “L’ultima cosa che hai bevuto? Mm vino?!”, “Il primo sport a cui hai partecipato? Nuoto, ma non ero granché”). Quando ha paventato l’idea di andare a correre alle 5 di mattina anche in pieno inverno è suonato il cambio e io ho intonato un alleluia!
Poi c’è stato lo stalker, alias Renato, con il suo quarto grado (“Che stavi facendo la notte scorsa? Ho visto un film”, “Fatto nuove conoscenze? Sì, credo”, “Hai incontrato qualcuno che ti ha cambiato la vita? Non stasera”, Hai beccato qualcuno che stava parlando di te? Mmm, no mai…” e la più strana “A che ora ti sei svegliata stamattina? Alle 9 – sviando sul vero orario perché mi inquietava); Riccardo il fissato di geografia, che ha voluto sapere tutto dei luoghi dove ho vissuto, compreso che sono nata in provincia di Bergamo e che la mia prima vacanza è stata sul Mar Adriatico; Giuseppe, uomo tutto casa e chiesa, che in ordine mi ha chiesto “Vuoi sposarti?”, “Quanti bambini vorresti avere?” e “Stai aspettando?” e alle quali ho risposto seccamente con “Non adesso”, “E chi ci pensa!” e un “Come scusa?!?” decisamente stizzito.
Con Ruggero il depresso ho terminata la prima bottiglia di vita. Sentirmi chiedere dell’ultima volta che ho pianto (mesi fa), se sono stata mai tradito (no, fortunatamente), se ho mai perso qualcuno di speciale (ovviamente sì), se sono  mai stata depressa (no, ringraziando il cielo), se ho smesso di amare qualcuno (sì, succede) e se ho pianto per la morte di qualcuno (Certo! A chi non è successo?) mi ha messa davvero in crisi. Per fortuna tendo ad essere allegra!
Saluto Ruggero con un cenno della mano ma non sembra aver voglia ricambiare. Ok, non sono brava a risollevare il morale, non stasera.
«Ciao» un viso simpatico mi distrae dall’incontro appena terminato. «Sono Vittorio»
«Federica»
«Provata dagli incontri? Sembri reduce da uno scontro»
«Non hai idea!! Sembra una maratona in perenne salita»
«Allora facciamo così: tu fai le domande e poi rispondiamo entrambi. Niente domande scontate però. Ci stai?»
«Affare fatto! L’ultimo libro che hai letto?»
«Un self italiano. L’eredità della spada di Cristina Azzali»
«Chocolat di Joanne Harris. Hai mai riso fino a piangere?»
«No, mai»
«Io sì invece» finalmente una conversazione quasi normale con una persona e non degli interrogatori assurdi! «Sei uno da storiella o da relazione seria?»
«Dipende dalla ragazza. Tu?»
«Relazione seria. Spero sempre che sia quello giusto» mi stringo nelle spalle. «Hai mai baciato una persona che non conoscevi?»
«Sì e più di una volta» mi lancia un’occhiata divertita e maliziosa.
«Mai nella vita» contraccambio, spostando il bicchiere di lato. «Dolce o salato?»
«Salato. Tu? Salato o dolce?»
«Entrambi. Cioccolato al latte o fondente? Bianco o nero?»
«Sono due domande» appunta, versando a entrambi il vino. «Comunque fondente e il più nero che riesci a trovare»
«Anch’io fondente ma non eccessivamente nero»
Per una volta mi dispiace che il campanello suoni e si debba cambiare turno. Vittorio sembra un tipo a posto e il prossimo candidato non promette altrettanto bene.
«Magari ci vediamo all’uscita» spero colga la leggera supplica perché non vorrei ritrovarmi accerchiata da qualche psicopatico.
Credo comunque che eventi come questo siano un moschicida per gente strana. Forse passerei anch’io per pazza se dovessi spostarmi ogni cinque minuti da un tavolo all’altro, ma mai come questo fissato per gli elenchi. Ho perso il suo nome mentre mi raccontava quali compongono la sua Top 3. Ha assolutamente voluto sapere che verde, indaco e blu marino sono i miei colori preferiti, che quando qualcuno legge ciò che scrivo non riesco ad aspettare e lo tartasso per avere un parere, che politicamente sono disillusa da entrambe le parti e molte altre liste che sinceramente fanno invidia a chi progetta le classifiche. Devo ammettere che sono stati cinque minuti estenuanti, ma mai come quelli di adesso e mai come l’invadente che mi sta seduto di fronte. È pure brutto con questo suo pizzetto platinato. C’è un modo per fargli capire che non sono domande da fare le sue? No, non ho mai frequentato due persone contemporaneamente, non ho mai baciato qualcuno per poi pentirmene!! non mi sono mai ubriacata per poi vomitare! Basta!!! Suonate quel campanello!!
«Hai baciato qualcuno dell’altro sesso?»
Ho la faccia da suora per caso?! «Sì, certo»
«E il sesso al primo appuntamento?»
Nemmeno nei tuoi sogni! E comunque, no, no e no! «Oh, che sfortuna. È scaduto il tempo»
Se continua così, giuro che agli Speed Date non ci vado più. Magari è anche un’esperienza carina, ma solo se dall’altro lato mi presentano un certificato di sanità mentale e di comportamenti da marpione inesistenti. Che poi Giulio e la sua passione per il destino (“Hai incontrato qualcuno che ti ha cambiato la vita? Sì, i miei insegnanti e gli amici”, “Ah! Quindi hai capito chi sono i tuoi veri amici? Assolutamente no”, “Qual è la cosa che ti auguri di cambiare nella tua vita? Il mio modo di reagire agli imprevisti”), Paolo, il patito di musica (“Ultima canzone ascoltata? Crying Lightning degli Arctic Monkeys”, “Che cosa stai ascoltando ora? Mentre parli canticchio tra me e me I’m Your Villain dei Franz Ferdinand, fai tu…”, “Primo concerto? Torino 2011, Franz Ferdinand”), Kevin e le sue scelte (“Labbra o occhi? Occhi”, “Abbracci o baci? Abbracci”, “Alto o basso? Alto”, “Più giovane o più vecchio? Più vecchio”, “Sentimento o ragione? Ragione”, “Provocatore o indeciso? Provocatore”, “Sensibile o superficiale? Sensibile”) e Simone il materialista (“Per te, è più importante la salute o il denaro? Salute”, “Hai avuto più di un ragazzo contemporaneamente? No”, “Credi in te stessa? Ci provo”) non sono così irrecuperabili. Sono quel genere di ragazzo che merita un’opportunità anche solo per vedere come può evolversi la situazione; il problema è che in cinque minuti non riescono a dare il loro meglio.
Arrivata al sedicesimo sono già sfiancata e non ho più toccato un goccio di alcol da Ruggero il depresso. Il ragazzo moro, un architetto paesaggista di nome Enrico, diciamo che invoglia a restare sobria per sentire se riesce a pormi domande intelligenti, o quanto meno a non fare la figura dell’idiota. L’inizio promette bene e in men che non si dica finiamo a parlare di cose importanti.
«Sentiamo: la tua donna ideale?»
«Non so farti un nome. Generalmente direi mia sorella, per l’attitudine che ha nel porsi di fronte agli ostacoli. Comunque una donna forte, capace di farsi valere ma non per questo priva di uno spirito romantico»
«La carriera che hai in mente?»
«Vorrei diventare traduttrice e, possibilmente, scrittrice»
«Però! Devi avere uno sguardo acuto» l’allegria gli illumina il volto in modo unico. «Che cosa ti dà sui nervi in questo momento?»
«Parecchie cose, ma soprattutto chi non guarda oltre le apparenze. E i distratti»
Enrico ride. È una bella risata la sua, profonda ma non sguaiata. «Allora è meglio se cambio tavolo! Hai di fronte un distratto cronico e inguaribile»
«Sul serio?»
«Giuro! Perdo continuamente le cose… L’ultima è stata una lente a contatto» fa una pausa. «Mentre la mettevo»
«Non ci credo. Ce ne vuole per perdere una lente mentre la stai mettendo. Te lo dico perché le porto anch’io tutti i giorni»
«Eppure ci sono riuscito! Tu? Mai perso gli occhiali o le lenti a contatto?»
«Fortunatamente no, anche perché sono cieca come una talpa. Anzi, peggio»
Sulla battuta del re dei distratti sul mio essere più cieca di una talpa ci dobbiamo salutare. Con Enrico i candidati ideali sono diventati quattro e spero continui così!
Filippo, alto tipo cestista di basket, occhi verde intenso e un sorriso smagliante, di bello ha solo l’aspetto, perché caratterialmente è un NO di dimensioni colossali. Troppo nostalgico per i miei gusti. Passiamo cinque minuti a raccontarci i ricordi d’infanzia (il mio è il ritorno a casa dopo un periodo in ospedale, con il salotto invaso da palloncini), a chiederci se avessimo mai spezzato il cuore a qualcuno o se ci fosse stato spezzato (sì alla seconda, ma della prima non saprei dire), se avessi una migliore amica al momento (forse) e se ci fosse qualcuno che avrei voluto avere al mio fianco (non saprei, forse qualcuno capace di vedere oltre le apparenze) e quando se ne va mi sento sollevata. I tuffi nel passato vanno fatti solo se psicologicamente preparati.
Davide non è un adone, ma potrebbe anche andare se non fosse così invadente. Per la serie “Facciamoci gli affari degli altri” mi tocca rispondere a un’altra serie di domande fin troppo personali. In ordine sono state: “Ti sei mai ubriacata?” Ho bevuto, ma mai fino all’essere ubriaca; “Sei mai stato arrestata?” No e spero non accada mai!!!;: “Avuto una cotta per una persona del tuo stesso sesso?” Non finora; “Avuto una cotta per una tua amica?” Vedi risposta precedente; e “Detto a qualcuno che lo ami e non era vero?” Perché dovrei essere così cattiva?!.
Guardo i tavoli alla mia destra. Mancano solo due persone e poi finalmente sarà libero di tornare a casa! Il prossimo ragazzo sembra super allenato e a vederlo da vicino sembra un culturista, di quelli che hanno più muscoli che altro. La sentenza è abbastanza errata. Lorenzo due dita di testa le ha (a quanto sembra si sta laureando per la terza volta in ingegneria spaziale) però è troppo fissato con il corpo, il suo e soprattutto il mio.
«Giusto per mettere le cose in chiaro» lo interrompo, alla decima domanda sulla mia forma fisica e su annessi e connessi vari. «Non ho tatuaggi, né piercing»
Lorenzo fa una faccia stizzita. Ok, forse sono stata troppo brusca.
«Credi di piacere a qualcuno?»
«Non lo so. ma a te no di sicuro»
Ding. Ding. Ding. Ah, salva.
Ultimi cinque minuti di Speed Date! Coraggio ragazzo in camicia a mezza manica e pantaloni a zampa neri (Si è davvero vestito così?!? Oh Dio), fatti avanti! Dopo di te potrò finalmente andarmene a casa.
«Buonasera»
«Ciao. Sono Federica» ormai il mio nome è ripetuto in loop.
«Valerio»
Da una prima impressione mi sembra un ragazzo molto timido e per rompere il ghiaccio sono io a porgli delle domande. Si apre a fatica ma scopro che è qui perché ha accompagnato un suo amico (credo sia Giuseppe, quello tutto casa e chiesa che mi ha chiesto se ero incinta) e che è fin troppo religioso per i miei gusti. Quando comincia lui a pormi delle domande capisco che è la mia fine. Che un fulmine mi colpisca!!
«Credi nei miracoli?»
«Mi piace pensare che accadano a chi non smette di sperare»
«Nell’amore a prima vista?»
Wow, che domanda per un tipo come lui. «Sì, sono molto romantica»
«Quindi anche nel vero amore?»
«Direi di sì»
«E nel bacio al primo appuntamento?»
Sbatte le palpebre come un’adolescente. Non pensarci nemmeno. «Solo se è un appuntamento con i fiocchi» e questo non lo sarà mai, mettitelo in testa!
«Credi nel paradiso?»
Ecco che ritorna sul religioso. Deve aver capito che non c’è storia. «Non so se è il Paradiso, ma credo ci sia qualcosa dopo la morte»
«Negli angeli?»
«In questi assolutamente sì» non so se capisce il mio sguardo. In fondo non sa che ho scritto un romanzo sugli angeli.
Saluto Valerio e dopo aver aspettato che la ressa si dilegui, mi avvicino al bancone del bar. Io e il barista abbiamo comunicato a distanza per tutta sera perciò vediamo se almeno lui riesce a rialzare il livello di simpatia maschile. Al massimo lo aggiungo alla lista di quelli da evitare.
«Finiti i pretendenti?» mi domanda, fermandosi a shakerare un drink di fronte a me.
«Tutti depennati» appoggio al bancone la borsa e anche il biglietto con nome e quant’altro. Che mi è toccato fare per non dovermi ripetere…
«Il cartellino è perché ti sei rotto di rispondere a quelle domande?» sento che è vicino a prendermi in giro direttamente per aver preso parte a questa assurdità. Lo ha fatto per tutta la sera perciò capisco che voglia continuare anche adesso.
«Ti dirò,. tutto sommato è stato divertente. Estenuante ma divertente» ho una bella sensazione, perciò mi accomodo su uno sgabello e allungo una mano nella sua direzione. «Ciao, sono Federica»

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Questo racconto è una reinterpretazione del Tag 100 Domande e Risposte per il quale mi ha nominata Laura. Non ho mantenuto lo stesso ordine per le domande e anche se il tutto è stato romanzato, le risposte sono le mie. Spero vi sia piaciuto 😊

Aggiornamenti & Work in progress

Senza pensarci troppo, il pomeriggio del 28 Aprile mi laureo. Ormai è ufficiale, il mio nome compare nero su bianco nella lista di studenti previsti per quella sessione. Giusto un paio di giorni fa ho terminato di scrivere il discorso di presentazione della tesi, ma tutto sembrava ancora fumoso, lontano chissà quanto. Adesso, invece, mancano meno di due settimane al giorno X… Che ansia!! E se non fossi pronta? 😱

tumblr_nwy8zuWYYi1spkdb2o10_1280Non fraintendetemi. Credo di poter considerare l’orale più una formalità che un esame vero e proprio, perché comunque i membri della commissione altro non possono fare se non proclamarmi dottoressa (l'”oh ma che ansia” a tal proposito è già scattato), però c’è sempre l’incognita data dall’agitazione e nel mio caso so già che sarà insistentemente presente, soprattutto perché ho un piccolo problema: la voce mi sparisce in tempo zero! Non sono abituata a tenere lunghi discorsi a voce alta e il mio tempo massimo di resistenza, oltre il quale inizio a sembrare una in piena crisi da mal di gola (cosa che nemmeno il peggior inverno ha mai saputo fare), è di cinque minuti, scarsi peraltro. Temo la possibilità di sgolarmi per arrivare alla fine di quei tesissimi dieci minuti sana e salva! Speriamo bene…

Io nel frattempo, tra una prova e l’altra, sto continuando a scrivere su due fronti: da una parte Curadh, il seguito di Alethè, che tra alti e bassi è già arrivato oltre la metà. Procede speditamente, non credevo nemmeno potesse essere così veloce, e è bello ritrovare tutti i personaggi del primo libro come se non avessi mai smesso di occuparmi di loro. Ci sono anche degli sviluppi davvero interessanti, ma ve ne parlerò meglio più avanti, quando avrò delineato per bene tutta la trama 😉
E poi ci sono i nuovi racconti che si aggiungeranno a quelli già postati nella rubrica della Scribacchina e che non vedo l’ora di pubblicare nella raccolta (messa in palio anche nell’On Rainy Days Contest)! Al momento ho terminato un nuovo pezzo della storia di Rebecca e Neil (la Regina di ghiaccio e l’Adone — qui e qui trovate i loro primi racconti) e ne sto iniziando un secondo; devo concludere la storia iniziata con Il trio; e magari, se l’idea vi piace, aggiungere altri pezzi al mondo magico de L’Apprendista e Gli enigmi di Chevalier (1, 2 & 3). Vediamo come vanno le cose, ma se avete suggerimenti (del tipo “vorrei leggere una storia che parla di X” o “mi piacerebbe che…”) fatevi avanti! Le storie della Scribacchina sono aperte alle vostre richieste 😊

In questi giorni ho meditato anche su cosa fare di Time Murder, perché è un racconto che mi piacerebbe continuare e magari pubblicare su Amazon (pensando appunto all’opportunità di costruirci attorno una saga). Andrebbe rivisto tutto e magari aggiornato con un capitolo o due in più, ma chissà che non ne esca qualcosa di buono. Voi che ne dite?

Alla prossima
Federica 💋

Resoconto di Marzo

Eccomi di nuovo!

Concludo la giornata (e il mese) con il classico post di resoconto, che vi ricorda tutto ciò che è passato sul blog durante il mese di Marzo. Alla fine passa sempre tutto velocemente e magari vi siete persi qualche post che volevate vedere (non so a voi, ma a me succede sempre…)

Cliccate sulle immagini per accede ai post

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Una scribacchina bagnata fradicia

Un nuovo viaggio

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Eccoci arrivati alla fine! Vi auguro una buona serata 😄

A domani 💋


Cliccando sul link sottostante potete partecipare all’On Rainy Days Contest e vincere uno dei premi in palio!

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Una scribacchina bagnata fradicia #21 : Un nuovo viaggio

La casa in cima alla scogliera riposava avvolta nella debole brezza che spirava dal mare quella mattina. Da anni nessuno ne disturbava la quiete delle stanze più interne; i vecchi custodi avevano ridotto il numero di giorni in cui si mettevano a disposizione per soddisfare la curiosità di avidi vacanzieri alla ricerca di un intrattenimento diverso dal solito e i turisti erano comunque tenuti lontani dalle stanze private, anche se cercavano sempre di ottenere il permesso di visitarle. In fondo, non capitava tutti i giorni di poter camminare tra le stesse pareti che avevano assistito a un duplice omicidio rimasto senza colpevole e chi capitava dalle parti di Pearlhell nei mesi esistivi restava affascinato dalla crudezza di quella storia, tanto da desiderare di vedere con i propri occhi quella villa abbarbicata sull’angolo più estremo del golfo. 
Anne osservava i cancelli della villa in quella mattinata limpida e non si rese minimamente conto dello scorrere del tempo. Era arrivata in città la sera prima e quella notte non aveva dormito al pensiero che il mattino dopo avrebbe rivisto Villa Froster nello splendore di un giorno di sole. Quel luogo aveva un significato particolare per lei, perché lì aveva miracolosamente portato alla luce la verità sulle origini della sua famiglia e il loro discendere dal Diavolo di Pearlhell. George Froster, l’ultimo signore della città, brutalmente assassinato con il figlio primogenito nella notte del 25 Novembre 1841, era padre anche di Samuel Froster, figlio illegittimo avuto da una lontana cugina e adottato dal fratello maggiore. Da quest’ultimo aveva avuto origine la famiglia di Anne e solo grazie a lui i Froster ancora apparivano sul registro dei cittadini della città.
Erano passati cinque anni da quando aveva ritrovato i documenti segreti nelle scrivania di Froster e messo in chiaro, una volta per tutte, che non era il mostro tramandato per secoli dalle voci sul suo conto. Si era accanita con tutta se stessa, senza saperne né immaginarne il motivo; lei che aveva sempre giustificato e applaudito per la fine orribile di quell’uomo, un giorno in cui un temporale estivo l’aveva fatta rifugiare nella villa si era convinta che forse Froster non era malvagio come tutti credevano. Un caso fortunato l’aveva aiutata a trovare i fogli – lei non aveva nemmeno idea di come fosse riuscita a scoprire la serratura segreta nel cassetto –, eppure non c’era una giustificazione per quel suo repentino cambio d’opinione a proposito del vecchio Froster. Era semplicemente accaduto.
Non aveva più ripensato al ladro che si era introdotto nella villa e che aveva cercato di convincerla che fosse arrivato dal futuro. Prima di scappare, per dimostrare che non mentiva, le aveva dato appuntamento per lo stesso giorno in cui aveva ritrovato il testamento e le lettere ma di lui non c’era traccia, come si era aspettata. Ormai non ricordava nemmeno più come avesse detto di chiamarsi.
Anne restò a fissare il cancello e la casa a lungo, non trovando mai il coraggio di girare la chiave nella serratura e oltrepassarlo. Era uscita presto, quando la sua famiglia ancora dormiva profondamente. Non che fosse abituata ad alzarsi tardi, ma nel suo primo giorno a Pearlhell aveva pensato di godersi lo spettacolo della città che iniziava un nuovo giorno dall’alto della scogliera. Si era dimenticata l’effetto che faceva Villa Froster salendo la collina, con il suo profilo imponente e contemporaneamente delicato illuminato dal tenue chiarore del mattino. In un solo secondo si era dimenticata di tutto e aveva raggiunto la casa dei nonni paterni per recuperare le chiavi che usavano per aprire e chiudere l’antica dimora in quanto custodi.
Li aveva sorpresi nel fare colazione, anche loro mattinieri in quella bella giornata di metà Luglio, e fu accolta da un profumo familiare di torta calda e caffè appena fatto. Bert e Ilma salutarono la nipote con un sorriso, cercarono anche di convincerla a fermarsi ma lei rifiutò. Voleva godersi la vista del golfo dal giardino della villa, assaporandone la tranquillità prima che arrivassero i turisti. Disse loro che avrebbe preparato le stanze per le visite guidate in programma per quel giorno perché voleva rendersi utile, anche se quelle erano le sue vacanze. La realtà era più semplice però era felice di poter aiutare i nonni.
Sin da quando aveva avvisato i genitori che sarebbe tornata a casa dopo la fine dei corsi un pensiero fisso l’aveva riportata all’estate dei suoi sedici anni, trascorsa in punizione. Era stata l’estate del ritrovamento delle carte di Froster, quella in cui aveva creduto di poter mettere a tacere le voci sulla sua famiglia ma che non aveva avuto alcun effetto. I Froster erano rimasti comunque i discendenti di un furioso mostro senza cuore.
Non che le fosse mai importato delle sciocche dicerie, eppure sentiva che non corrispondevano a verità e credeva che la soluzione a quel suo dubbio fosse nascosta nella villa in cima alla scogliera. Era una sensazione che non sapeva spiegare, era così e basta.
Era rimasta a fissare la casa pensando a tutto quello e contemporaneamente a nulla, in una silenziosa contemplazione di un luogo che un tempo odiava e che ora significava molto per lei. 
Quando si decise ad aprire il cancello e a avviarsi verso il portone, l’orologio sul suo polso segnava le nove passate. Era rimasta ferma là fuori per quasi due ore senza accorgersene.
Lasciò la bici dietro una siepe, nascosta alla vista che si poteva godere dalla strada, e entrò nella casa un tempo appartenuta al suo antenato. La frescura delle pareti di marmo bianco le solletico la pelle scoperta sulle gambe e sulle braccia e le lasciò una sensazione di sollievo, come se avesse finalmente potuto inspirare dopo aver trattenuto a lungo il respiro.
Il fruscio delle sue scarpe era il solo suono che si udiva mentre avanzava e raggiungeva l’immenso atrio, con il tavolino e il mezzobusto commemorativo di George Froster, l’imponente scalinata con le sue doppie rampe e il disegno di marmo scuro sul pavimento che interrompeva la straordinaria perfezione bianca dell’ambiente. Non aveva dimenticato un solo dettaglio di quel luogo, né le innumerevoli stanze che aveva scoperto negli anni, ma il suo pensiero correva verso una porta ben precisa, che racchiudeva quello che amava definire il suo salottino preferito.
Sali le scale senza badare a dove metteva i piedi, così esperta di ogni possibile sbeccatura nel marmo da non avere più bisogno di guardare; le dita scivolavano morbide sul corrimano e ne disegnavano il contorno con precisione, l’unico dettaglio in grado di strappare l’attenzione di Anne dal pensiero del luogo verso il quale era diretta, il solo capace di tenerla ancorata alla realtà.
Se avesse dovuto spiegare perché fosse tanto affezionata a quella particolare stanza non avrebbe saputo dare una risposta. Come il suo dubbio su Froster, sentiva qualcosa che la spingeva a credere che non potesse essere altrimenti.
Girò la maniglia e la porta dello studio di rappresentanza si aprì senza cigolii. Anne non badò allo scarno arredamento, lo conosceva come se stessa, e si diresse verso la seconda porta sulla destra. Lì si nascondeva la sua stanza preferita.
Non era che un salottino privato, con un enorme camino antico, un divano sistemato davanti alla bocca annerita dalla fuliggine e la libreria più grande che Anne avesse mai visto. Occupava tutta la parete dirimpetto all’ingresso, quella su cui si appoggiava il camino e arrivava fino al soffitto, dove ogni ripiano traboccava di volumi incredibilmente diversi l’uno dall’altro. Una sola finestra bastava a illuminare l’intero ambiente e una luce tenue sfiorò il vecchio mobilio quando Anne scostò le pesanti tende e aprì il vetro per far entrare la brezza che arrivava dal mare. Da lì se ne vedeva solo uno scorcio, ma a lei bastava.
A piccoli passi si diresse verso la libreria e ne sfiorò i ripiani con le dita, indugiò su alcune sopraccoperte di pelle, così vecchie da essere sbiadite e illeggibili. Lasciò che lo sguardo vagasse nel vuoto finché, nell’angolo che il mobile formava tra le due pareti, un oggetto brillò grazie a un accidentale raggio di luce e attirò la sua attenzione.
A parte Anne, nessuno entrava in quella stanza e che lei sapesse non era stata più aperta dall’inverno precedente. Ne era certa perché era stata proprio lei a chiuderla a chiave quella volta, dopo averci passato un intero pomeriggio con il suo fratellino.
Per questo quando il sole colpì la cassa d’oro di un orologio da taschino Anne si chiese come fosse potuto arrivare fin lì un oggetto tanto bello quanto singolare. Lo prese in mano, sfiorandone la superficie  decorata con il pollice. Intrecciate con il ghirigoro si leggevano le lettere di una singola parola.
«Chronos» lesse Anne ad alta voce facendo scattare la serratura.
La cassa si aprì in tre scomparti. Il primo mostrava il quadrante dell’orologio, con più lancette di quante ne servissero per segnare l’ora. Lo confrontò con quello che portava al polso ma non riuscì a capirne il funzionamento. Il secondo assomigliava al primo, ma invece di segnare il passaggio del tempo rappresentava una bussola, dove l’ago della direzione però era fermo. Passandoci l’indice la punta si spostò appena verso Nord-Est.
Tutto in quell’orologio da taschino era assurdo, ma ciò che lasciò Anne senza parole fu l’ultimo scomparto, dove una piccola placca rettangolare era incastonata nella struttura. Sopra, una scritta invitava a appoggiavi il dito, mentre sotto sembrava ci fosse la griglia di un altoparlante.
Anne si rigirò la cassa tra le mani tornando verso il divano. Quel nome sembrava dirle qualcosa ma non aveva idea di cosa si trattasse. Forse lo aveva sentito in una vecchia pubblicità, per quello aveva un certo non so che di familiare.
Seduta sul divano continuò a guardare i tre scomparti, soffermandosi sempre di più sul terzo e sull’invito che le rivolgeva. Era curiosa di sapere cosa sarebbe successo se avesse premuto l’indice sulla placca e lei di solito si lasciava tentare facilmente. Eppure quel termine, Chronos, non le dava una piacevole sensazione, come se sapesse già che non avrebbe portato a nulla di buono, né in quel momento, né mai. Si chiese perché avesse un così brutto presentimento solo dopo aver letto una parola che per lei non significava apparentemente nulla.
Però se Anne pensava ai suoi difetti il maggiore che si riconosceva era senza alcun dubbio la curiosità. Un giorno sarebbe finita in grossi guai a causa del suo continuo impicciarsi in cose che non la riguardavano, lo sapeva e ogni giorno ringraziava la sua buona stella che non fosse accaduto ancora nulla di irreparabile. Tutte le facevano notare che troppa curiosità l’avrebbe messa nei guai e mentre premeva l’indice sulla placca rettangolare sentì dentro di sé la voce di Jane, sua madre, che le ricordava di fare attenzione, perché chi giocava con il fuoco prima o poi si sarebbe scottato.
«Che mi aspettavo?» si lamentò tra sé quando non accadde assolutamente nulla e si vide costretta a staccare il dito. Si sentiva una sciocca per aver anche solo creduto che, forse, quell’orologio da taschino assai particolare avrebbe riconosciuto la sua impronta digitale.
Anne stava per alzarsi e riportare l’orologio dove lo aveva trovato, nell’angolo della libreria dove un unico raggio di sole le aveva indicato quell’oggetto tanto strano quanto inutile, e aveva già fatto scattare la molla per richiuderlo quando un ticchettio sospetto la fece fermare. Agghiacciata, abbassò lo sguardo sulla sua mano e osservò la rotella superiore dell’orologio ruotare completamente da sola.
«Impronta confermata» gracchiò una voce arrugginita dall’interno della cassa. «Anne Froster, Viaggiatrice di Classe A1. Giorno: 14 Luglio 2019. Destinazione viaggio precaricato: Casa Smith, 10 Ottobre 2155. Inizio sequenza temporale»
Chiedersi cosa stesse accadendo non le fu possibile. Avvertì una mano stretta attorno alla sua colonna vertebrale, una presa ferrea che le fece temere di essere presto spezzata in due, poi uno strattone la sbalzò all’indietro. Tutto quello che poté fare fu chiudere gli occhi e sforzarsi di continuare a respirare.

Coraggio-tattoo

Buongiorno e buon Sabato a tutti!

Come potete non è un racconto autoconclusivo, ma è l’inizio (come dice il titolo) di un nuovo viaggio. Chi mi segue da un po’ avrà sicuramente riconosciuto Anne, protagonista di Time Murder – L’omicidio di Casa Froster, e spero che questa nuova avventura possa riportarci tutti nel suo universo. Vedremo cosa succederà 😊 Io ho in mente qualche idea a tal proposito, ma vorrei sapere anche cosa ne pensate voi. Vi piacerebbe se tornasse? Cosa vi aspettate che accada da adesso in avanti?
Sono curiosa di sentire cosa vi aspettate da questa possibile continuazione!

Un bacio
firma scribacchina


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Una scribacchina bagnata fradicia #19 : La lettera

Questo racconto segue “Il trio

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A Violet e Luke. 


Se state leggendo queste righe significa che siete appena rientrati dal primo giorno di scuola e non mi avete trovato.
So cosa state pensando. Tu, Violet, ti stai sicuramente contorcendo le mani, camminando in tondo per il garage tra una scrivania e l’altra, e stai borbottando tra te quanto sia stato stupido ad andarmene così, mentre Luke legge con voce calma e controllata le mie parole, anche se dentro di sé sta già architettando un piano per venirmi a riprendere. È di certo un piano geniale, Luke, di quelli che solo tu sai mettere insieme, ma devi smettere immediatamente di pensarci. Non c’è modo che torni a casa, non questa volta.
I miei genitori adottivi ed io ce ne siamo andati il giorni in cui ho consegnato questi fogli a tua madre, Violet. Vorrei potervi dire che, se non ci fossimo trovati in punizione per tutto il resto dell’estate, vi avrei raccontato tutto faccia a faccia, ma non è così. Se non ho avuto il coraggio di farlo a Maggio, quando mi hanno avvisato che ce ne saremmo andati, non lo avrei avuto nemmeno il giorno della partenza. Mi credevate il più coraggioso, ma non è così. Sono solo un codardo che non è riuscito a dire addio ai suoi amici più cari
Da quando l’ho saputo mi sono sempre chiesto come potervi raccontare tutto senza sentire il peso che ci avrebbe schiacciati. Non sapete cosa si provi a dire addio alle persone che contano di più e voi due, dopo i miei veri genitori, siete coloro che faranno sempre parte della mia vita. Siete stati la sorella e il fratello che non ho mai avuto.
Per questo ho insistito nel mettere in piedi la nostra agenzia investigativa, la L.D.V., perché è stato il solo modo che avevo per tenermi stretti gli ultimi momenti con voi. Volevo fare in modo che questa fosse l’estate più bella delle nostre vite, così che la mia fuga venisse coperta dai giorni entusiasmanti che avevamo passato insieme e non restasse la conclusione di un’estate passata a contare i giorni prima della mia partenza. Non lo avrei sopportato e mi dispiace solo di non essere riuscito a dare una conclusione adeguata a tutto quello che abbiamo passato.
Violet so che vorresti tirarmi un pugno in questo momento e hai ragione, perché me lo merito. Tu mi hai sempre tenuto lontano dai guai, coprendomi quando combinavo qualcosa. Sei la sorella saggia, la nostra Lisa Simpson, e spero che questa rabbia non si trasformi in mutismo e risentimento. Ti conosco, perciò so che quando ti arrabbi ti chiudi in te stessa. Non farlo, per favore, mi farebbe stare male. Luke è il migliore ascoltatore che conosciamo e se continuerete a restare amici (so che è così, perciò non scuotere la testa), ricorda sempre che questo ficcanaso iperattivo e fissato con i polizieschi sarà sempre pronto ad ascoltarti e a tirare fuori tutte le cose negative che tenterai di nascondere.
Luke spero che tu capisca subito perché mi sono comportato in questo modo. Posso immaginare che non condividerai i modi, ma entrambi conosciamo cosa significa cambiare città e rifarsi una vita. Tu lo hai fatto una sola volta, da bambino, mentre per me è la terza. Non credo conti il numero, ma non cambia il fatto che, ogni spostamento, si prende una parte di noi. A voi volevo lasciare la migliore.
Sei un sognatore di natura quindi cercherai sicuramente di tenere viva anche per Violet la speranza che un giorno torneremo a essere un gruppo. Non voglio impedirti di farlo, ma non accadrà, perciò condividi i tuoi progetti con Violet, che è sempre stata la nostra voce della ragione. Anche tu hai bisogno di qualcuno che ti tenga con i piedi per terra.
Siete e resterete sempre la mia seconda famiglia. Non cercate di trovarmi, però, perché ho un brutto difetto: non credo nei rapporti a distanza e finirei per rovinare tutto. Lasciamo le cose come stanno. È meglio per tutti.
Può sembrare un discorso da egoista e in effetti lo sono, ma tengo troppo a entrambi per mettere anche i vostri nomi nella lista delle insoddisfazioni.
Eppure, in tutto questo, non voglio sparire senza dimostrarvi che siete davvero importanti per me e che sarò sempre al vostro fianco se avrete bisogno di me. Ve lo devo.
Ho pensato molto al nostro codice in questi giorni e c’è un modo per restare in contatto. Useremo la sezione degli annunci del nostro giornale preferito. So che sei abbonato, Luke, anche se hai cercato di tenerlo nascosto dicendo che era tua madre a continuare a comprartelo. Basterà pubblicare un’inserzione che solo noi sapremo decifrare. E quale simbolo usare se non la Vergine delle rocce? L.d.V siamo noi, ci rappresenta ed è ciò che più ci ha messo nei guai ultimamente, perciò se dovessimo avere bisogno l’uno dell’altro, quello sarà il segnale.
So che non potete obiettare a questa decisione e che quindi non è un compromesso ma un’imposizione, ma spero che possiate accettarla. Se è così, lasciate un annuncio per richiedere una registrazione de I Soprano. Così saprò che siete voi e che non siete arrabbiati con me tanto da ignorarmi, tanto da volermi dimenticare.

Luke, vorrei fossi fiero di me per l’ingegno che ho messo nel reinventare il codice.

Violet, perdonami se puoi.

Resterò per sempre lo stesso David di quest’estate.


Anche dopo quindici anni le parole scritte da David le facevano male. Violet non si era sorpresa nel sentire che li conosceva così bene da aver indovinato ogni reazione che ebbero lei e Luke nel leggere la lettera, ma da quel giorno aveva smesso di tenere David su un piedistallo.
Lo avevano fatto entrambi, Luke e lei, ma per Violet la caduta dell’amico sul loro stesso piano significava restare in collera con lui anche dopo aver rassicurato tutti di non esserlo più. Si portava dietro quella rabbia da quindici anni, perché era stata abbandonata dal suo primo fratello, e mai come in quel momento sentiva di aver fatto bene a nasconderla. La ragazzina che loro consideravano la più saggia del gruppo non aveva voluto sentire ragioni e aveva chiuso dentro di sé la ferita per lasciarla crescere fino a non riconoscerne più i confini.
Era da una settimana che ripensava a come avesse sofferto. Dalla sera della cena infatti non era più riuscita a smettere di perdersi nei ricordi, complice l’aver ritrovato quel vecchio foglio scritto a mano da un amico scomparso da tempo. Non era andata a cercare la lettera di proposito, ma le era capitata tra le mani rovistando in soffitta e quella coincidenza l’aveva convinta che, forse, era davvero ora di cacciare i propri demoni e cercare di perdonare. Non lo aveva fatto in tutti quegli anni, ma non era mai tardi per provarci.
Un messaggio di Luke la distrasse dal foglio e da un lavoro che, comunque, non stava considerando. Era quasi ora di pranzo perciò nessuno la fermò quando lasciò il suo ufficio e la banca con circa mezzora di anticipo e una fretta incredibile. L’unica a notarlo fu l’impiegata, ma non ebbe tempo di chiedere dove andasse così di corsa che Violet era già sparita.
L’amico la aspettava nel ristorante all’angolo tra Oxford St. e la 1ª, un locale piccolo ma decisamente carino. Luke conosceva i proprietari perché era uscito con una delle cameriere per qualche mese e gli avevano lasciato occupare un tavolo per due prima che fossero ufficialmente aperti per pranzo.
Quando Violet entrò e lo raggiunse, il loro era il solo tavolo occupato e se ne rallegrò. Sentiva che, per portare a termine quella storia, dovevano essere solo lei e Luke.
«Sono anni che non pranziamo fuori, solo tu ed io» salutò l’amico, abbracciandolo di slancio quando si alzò per accoglierla. In quella settimana non si erano mai visti ed era il periodo di separazione più lungo dopo quell’estate.
«Jeff non ne sarebbe entusiasta» le rispose, in un sorriso sinceramente felice di rivederla.
«Lui pranza con sua madre e la sorella due volte la settima. Perché non dovrebbe esserne entusiasta?»
«Perché tu ed io siamo una famiglia atipica» scherzò, sedendosi di nuovo. «Pronta per sapere cos’ho scoperto?»
«Sì, ma prima mangiamo. Sto morendo di fame»
Da molto tempo Violet e Luke non trascorrevano del tempo in quel modo, in semplicità. Risero e si persero nella complicità di due vecchi amici quali erano, consapevoli che stavano preparando i loro cuori per riammettere nel gruppo il terzo fratello, un’assenza quasi dimenticata che non sarebbe più stata tale.
Fecero ciò che David aveva suggerito loro molto tempo prima: si confidarono. E come d’incanto sentirono di essere pronti per qualsiasi cosa avrebbe portato loro quell’annuncio. Violet avrebbe accettato la scelta di David e avrebbe provato a perdonarlo; Luke, di ritorno dal viaggio che la sua fantasia lo aveva spinto a seguire, si disse pronto a ridimensionare i sogni di ritrovare l’amico in favore di una più contenuta possibilità di un nulla di fatto.
«Guarda cos’ho trovato» Violet tolse dalla borsa la lettera e lasciò che l’amico la prendesse.
Gli occhi di Luke sfiorarono ogni parola. Non le aveva dimenticate eppure si sentì nuovamente un ragazzino con la voglia di mettere in pratica quel piano assurdo, che prevedeva anche una marcia in bici di diversi chilometri.
«Non c’è che dire. David è sempre stato capace di capire chi fossimo meglio di noi»
«Allora… Novità?»
Nel restituirle i fogli ingialliti Luke fece cenno di sì con la testa. Quella settimana era stata proficua per la ricerca e subito dopo aver ottenuto tutte le informazioni possibili dall’inserzionista, si era buttato a capofitto sulle tracce che aveva trovato. Sapeva bene che gli erano stati lasciati dei margini di manovra, perché David voleva essere raggiunto, altrimenti sarebbe arrivato a un vicolo cieco come l’ultima volta.
«Chi ha richiesto l’annuncio ha lasciato come recapito solo una casella postale, ma l’impiegata delle poste non ha saputo dirmi chi fosse il proprietario. È pagata da circa vent’anni e lei non ha mai visto nessuno, né per ritirare, né per spedire»
«Dimmi che non ti sei fatto prestare di nuovo il tesserino da Winston»
«Non te lo dico» l’espressione sorniona di Luke non lasciava spazio a dubbi. Aveva finto nuovamente di essere un agente della polizia postale. «Però sono riuscito a farmi dare un indirizzo»
Il biglietto che passò a Violet era segnato da una scrittura femminile e le servì un secondo per sapere esattamente dove si trovava quel posto. Fissò la calligrafia incredula. Era impensabile che avessero accettato quell’indirizzo come residenza, perché tutti sapevano che non era una zona abitativa.
«Mi prendi in giro?» appoggiò il ritaglio di carta sul tavolo e si concentrò sul viso di Luke. Erano troppe le emozioni che la agitavano in quel momento.
«Magari potessi»
«Ci sei già stato?» l’idea che potesse averlo fatto le era insopportabile.
Luke appoggiò il mento sui pugni chiusi e scosse la testa. «L’ultima volta che ho messo piede al Deposito c’eravate anche tu e David ed è stato quindici anni fa»
Guardò l’amica tirare un sospiro di sollievo, ma non riuscì a capirne il motivo. Avevano deciso di affrontare quella situazione insieme e non avrebbe di certo mancato la promessa solo perché moriva dalla voglia di scoprire se fosse davvero là.
«Che facciamo?» le chiese, davvero indeciso sulla prossima mossa.
Se fosse stato per lui, avrebbe preso l’auto e guidato fino al magazzino in quel preciso momento, ma non era da solo e conosceva Violet. Lei doveva metabolizzare la nuova informazione prima di arrivare a una decisione.
«Ora devo tornare in banca» guardò distrattamente l’orologio pur di non lasciar intravedere che sapere dove sarebbero dovuti andare l’aveva turbata. «Ti richiamo appena ho finito»
«Violet…» cercò di trattenerla ancora per un attimo. Sentiva che se l’avesse fatta andare via così si sarebbe richiusa in se stessa.
«Abbiamo rimandato questa storia per troppo tempo e è ora di metterci una pietra sopra» lo bloccò, senza mai guardarlo. «Devo solo sistemare un paio di pratiche e poi chiederò un permesso per il resto del pomeriggio»
Ciò di cui aveva veramente bisogno era passare del tempo da sola per capire come sentirsi. Stavano per tornare là dove tutto era iniziato e finito, perciò non riusciva a decidere se esserne sollevata o se cedere al panico. Il Deposito rappresentava per lei il luogo dove riposavano le sue più grandi paure e un solo attimo di spensieratezza, perché era lì che per la prima volta i tre amici avevano deciso di diventare dei detective. Era destino che dovesse essere il luogo anche della loro resa dei conti, positiva o negativa che fosse.
Entrò in banca solo per avvisare che non si sentiva affatto bene e che si sarebbe presa mezza giornata di riposo, trascorrendo le due ore successive seduta su una panchina nel parco dove portava a giocare i suoi bambini.
Subito dopo l’uscita di Violet dal ristorante, Luke aveva passato ancora qualche minuto in silenziosa contemplazione del biglietto. Aveva così tanto da cercare di capire a proposito dell’amico che si dimenticò dello scorrere del tempo. Per lui ciò che non aveva un vero senso era il motivo per cui si rifaceva vivo proprio in quel momento, dopo aver ignorato i loro messaggi cinque anni prima. Eppure non smise per un solo istante di sentirsi felice. Era fiero del modo in cui David aveva riutilizzato il loro codice e finalmente era usato per ciò che era stato concepito.
Luke passò il pomeriggio a scrivere alcuni articoli per il lavoro e a buttare giù qualche idea per un romanzo, rimasto nel cassetto fino a quel momento e per chissà quanti altri mesi ancora. Pensava di scrivere di loro, del gruppo L.D.V., ma non era mai riuscito a superare il centinaio di pagine senza sentire di aver snaturato gli eventi e lo spirito dei personaggi. Forse il ritorno di David avrebbe segnato la svolta di cui aveva bisogno.
Violet e Luke si incontrarono nella libreria dove lavorava Jeff. Gli spiegarono la situazione e lo misero al corrente di ciò che stavano per fare, perché altrimenti non avrebbe saputo di dover andare a prendere i bambini e di portarli a cena fuori. Anche se leggermente stupito dalla novità si disse contento del cambio d’idea della moglie; era più che sicuro che quella nuova “avventura” le avrebbe fatto bene, soprattutto l’avrebbe aiutata a superare quella delusione.
Né Luke né Violet ricordavano con esattezza quanto fosse distante il Deposito dalla città ma il tragitto non sembrò loro così lungo come immaginavano, non con la nuova superstrada e il tempo trascorso a rivivere i loro comuni ricordi del giorno in cui ricevettero la lettera di David. Riuscirono a ridere delle rispettive reazioni, una offesa e l’altra stralunata, solo grazie alla polvere che gli anni aveva depositato su quel momento. La vista del magazzino fatiscente li riportò alla realtà.
Se gli anni li avevano aiutati a attenuare lo spavento e l’eccitazione di quel particolare giorno, altrettanto non avevano saputo fare con il Deposito, lasciandolo intatto nella sua rovina. Una farfalla avvolta nell’ambra dell’abbandono. Ne ritrovarono ogni anfratto rovinato, ogni detrito e ogni parte crollata della struttura originaria, risalente a un abuso edilizio di molti anni prima. Era ancora il loro Deposito e tale sarebbe rimasto, un miracolo che si reggeva in piedi grazie ai ricordi e alle paure che suscitava su chiunque vi si avvicinasse.
L’ingresso principale era crollato a causa di una trave mal messa un decennio prima che loro ci mettessero piede da ragazzi e l’unica via di accesso era una finestra rotta lungo il lato a nord-est, la sola che permettesse di raggiungere le scale interne e scendere nel magazzino. La trovarono anche dopo tutti quegli anni, ma non entrarono facilmente come riuscivano da ragazzini. Per quanto fosse un luogo pericoloso e che incuteva timore, sembrava fatto a misura di adolescente.
«Se penso che tra qualche anno i miei figli potrebbero venire qui, mi sento male» commentò Violet superando l’entrata dopo Luke. «Era già messo così male?»
«È sempre stato fatiscente» la aiutò a superare alcuni pezzi di soffitto crollati chissà quando. «Ti ricordi quando quella trave si è staccata e stava per finirmi sulla testa?» domandò, vagando con lo sguardo alla ricerca della responsabile di un suo possibile trauma cranico.
Violet sbuffò divertita. Ricordava bene che per giorni si era lamentato di aver sfiorato la morte per un soffio.
«Non ti è caduta addosso solo perché c’ero io a coprirti»
Violet non dovette alzare gli occhi per sapere chi si fosse appena aggiunto alla loro conversazione. Ricordava bene la voce di David e il modo unico in cui la sua voce si fletteva durante la pronuncia delle “c”, diventando più profonda. Luke, che in quel momento gli dava le spalle, si lasciò andare ad una risata liberatoria. Era certo che lo avrebbero trovato e ancora una volta il suo istinto aveva avuto ragione.