#CreativityBloggerWeek : Il mondo intorno a me

Buongiorno!

Ormai siamo arrivati anche alla fine di novembre… Un altro mese è volato però, come ormai succede da un po’, se un mese finisce allora arriva la settimana della #CreativityBloggerWeek 😊Questa iniziativa, ideata da Deb di Leggendo Romance… e non solo, prevede ogni mese un tema diverso, attorno al quale i blog partecipanti sviluppano la loro creatività con post sempre diversi e particolari. A novembre si parla di…

Questo mese voglio proporvi un racconto un po’ particolare: è la storia di Marco e di come la sua percezione del mondo cambia grazie a Clara, una ragazza speciale che riesce a cogliere la meraviglia nascosta in ogni istante e in ogni luogo, una capacità rara e che nasce nei momenti più bui dell’esistenza.

Se ripenso a com’ero allora, mi sento uno stupido.
Lo sono stato, e non una volta soltanto, ma adesso credo e spero di aver capito la differenza. Di aver imparato a guardare il mondo nel modo che lei ha cercato di insegnarmi.
Ancora ricordo cosa ho provato la prima volta in cui mi guardò davvero: vergogna. Non era la prima volta che ci vedevamo, frequentando più o meno gli stessi corsi, però i nostri sguardi non si erano mai incrociati, non come quel giorno. E nel suo lessi tante cose diverse. C’era pena, forse per me o per le mie parole, non so, e un sottile giudizio negativo che mi scosse nel profondo. Mi stavo lamentando dell’ultimo esame, di quanto facesse schifo quel dannato corso e di non so cos’altro, quando mi voltai e la vidi passare. E lei aveva sostenuto il mio sguardo per tutto il tempo, secondi interminabili in cui ho capito quanto mi ritenesse superficiale, un povero idiota senza speranza. Non che vi fosse cattiveria, quella mai, però mi sentii in difetto, abbastanza da distogliere, io per primo, gli occhi.
La vidi ancora, o forse è meglio dire che la cercai spesso, durante le lezioni o nei corridoi, osservandola più che potevo, perché in lei c’era qualcosa che aveva attirato la mia attenzione. Non saprei dire cosa fosse, nemmeno adesso, ma emetteva una luce particolare, impalpabile e quasi invisibile a uno sguardo frettoloso. Se mi aveva giudicato superficiale, non lo fui più con lei. Anzi, arrivai a conoscere ogni dettaglio del suo viso meglio di quanto conoscessi il mio.
Un giorno mancai a lezione, non ricordo più nemmeno a quale, ma fu quello a permettermi di conoscerla. Fu grazie a un raffreddore se incontrai Clara.
«Ragazzi, avete gli appunti di martedì?» avevo chiesto la volta successiva, finite le due ore. Non solo ero arrivato in ritardo, ma non avevo nemmeno capito molto dell’argomento. «Perdo un giorno e mi sembra parli arabo»
Tommaso, il caciarone, si era messo a ridere, dicendo che anche lui si era preso un giorno libero. Utile come al solito… Per fortuna che con noi c’era anche la sua ragazza. Se non fosse stato per Elisa, lui non avrebbe passato manco mezzo esame, figurarsi prendere la laurea.
«Li abbiamo, ma non sono i nostri» Eli aveva perlustrato l’aula e indicato una schiena che conoscevo molto, molto bene. «Ce li ha passati Clara»
«Clara?»
Fu la prima volta che sentii pronunciare il suo nome. Fino ad allora non avevo avuto idea di come si chiamasse, eppure occupava i miei pensieri senza sosta. Fu patetico accorgermene.
«Sì, la ragazza che fissi come uno stalker»
«Non la fisso» negare l’evidenza, sempre, ma sapevamo tutti che ’Maso aveva ragione. «Quindi me li passate?»
«No»
Mi avevano sorpreso entrambi con un rifiuto. Dal mio amico me l’ero aspettato, ma non da Eli.
«Perché no?»
«Cioè, noi ti forniamo l’assist perfetto per andarle a parlare e tu lo vuoi sprecare?» ’Maso aveva assunto la sua tipica espressione da Mister, quella specie di ghigno sghembo di uno che la sapeva lunga e ti stava pure facendo un favore. «Dov’è il mio Marchiño, eh?!»
Svaporato. Ecco dov’ero. Perché pensare a lei e a quello sguardo era un conto, ma affrontarlo di nuovo e di mia iniziativa mi fece una paura del diavolo. E i miei amici lo capirono.
«Beh, provaci almeno. Al massimo, oggi mi scrivi e te li mando»
E se n’erano andati. Ero solo, fermo al mio posto come un cretino, a sudare freddo per la prospettiva di parlare a una ragazza. Probabilmente mi dissi anche che lo ero, un cretino. Ma, che lo fossi davvero o meno, alla fine raccattai le mie cose e la raggiunsi. Ricordo di essermi sorpreso per la calma con la quale si stava sistemando, come se avesse tutto il tempo del mondo.
«Clara?»
Aveva alzato gli occhi su di me. Dire che ne rimasi folgorato è un eufemismo. I suoi occhi castani erano indescrivibili, profondi, animati dalla stessa luce che emanava il suo corpo, solo cento volte più intensa. E calda e avvolgente, tanto che sentii sciogliersi qualcosa dentro.
«Sì?»
«Ciao. Sono Marco e… Scusa se ti disturbo, ma mi chiedevo se avessi gli appunti dell’ultima lezione. Io non c’ero e seguire questa è stata un’impresa»
«L’ho notato»
Cosa aveva notato? Che ero mancato o che non avevo capito molto delle ultime due ore?
«Ho visto che mancavi. Come i tuoi amici» si era voltata per chiudere lo zaino. Era stato soltanto per un secondo ma sembrava avessero spento il sole; mi ero sentito freddo, e abbandonato. «Non siamo poi in molti a venire sempre a lezione. E io noto tutto»
Il perché di quell’ultima frase, aggiunta quasi tra sé e sé, lo capii qualche mese dopo. Per allora eravamo persino diventati amici, anche se per me era già qualcosa di più. Lo era sempre stata, di più: più in gamba, più divertente, più attenta a tutto.
Clara e il suo modo di guardare il mondo erano unici. Se c’era lei, avevo l’impressione di vedere tutto per la primissima volta, di vederne le forme e i colori come mai avevo fatto in una vita intera. Nei mesi della sessione, avevamo passato pomeriggi e serate intere a studiare, da soli o con gli amici, e attraverso le parole riusciva sempre a dimostrarmi quanto ci fosse di interessante in ciò che imparavamo. Nessun argomento riusciva a essere davvero noioso, perché Clara sapeva guardarlo e mostrarmelo in modi del tutto inaspettati. Poteva non piacermi, certo, ma aveva un suo scopo, un suo perché, che lo rendeva interessante e Clara riusciva sempre a trovarlo.
Poi gli esami finirono. Noi però continuammo a vederci, a uscire e io scoprii di amarla. La amavo ogni giorno di più e con lei, amavo la realtà vista attraverso i suoi occhi. Il mondo intorno a me non era mai stato tanto bello quanto lo divenne con lei accanto.
Ma a volte, non importa come ci poniamo né se siamo infinitamente buoni, si presentano alla tua porta le cose brutte, imprevedibili e per le quali preghi ogni giorno affinché non accadano te. Tuttavia, fu alla porta di Clara che bussarono, e non per la prima volta. La diagnosi, arrivata diversi mesi prima, si era aggravata da un giorno all’altro; il tumore, perché di quello si trattava anche se Clara non ne aveva fatto parola fino all’ultimo, divenne ancora più forte, ancora più agguerrito a guastare il sorriso sulle sue labbra.
Era stato quello, quel male che aveva imposto un termine alla sua vita, a cambiare il suo modo di vedere il mondo. In un secondo si era ritrovata a guardarsi attorno con la consapevolezza che, molto presto, non avrebbe più avuto altre occasioni di assistere allo stesso momento. Tutto era diventato unico, estremamente raro, un cristallo di esistenza che lei voleva e doveva ricordare. Le occasioni e gli oggetti più insignificanti si erano trasformati in ciò che di più bello e interessante le fosse mai capitato di vedere, proprio perché non sapeva quando, o se, avrebbe mai potuto viverli di nuovo.
Da questo dipese il suo sguardo di pietà quel giorno in cui mi sentì parlare degli esami. Io, che non davo la giusta importanza a nulla, non avevo idea né potevo immaginare quanto fossi sciocco e allo stesso tempo fortunato a non accorgermi dell’unicità di ogni singolo istante.
Sciocco, tuttavia, mi sento ancora, benché siano passati tre anni da quando quella luce spettacolare ha lasciato gli occhi di Clara e io abbia cercato di guardare il mondo esattamente come lei ha sempre fatto.
Mi manca.
Mi manca in primavera, quando guardo i fiori sbocciare e ricordo quanto adorasse respirarne il profumo dolce.
Mi manca in estate, mentre me ne sto disteso sotto le stelle e ripercorro i nomi delle costellazioni che lei mi hai insegnato a riconosce.
Mi manca in autunno, con le foglie che cadono e descrivono voli che Clara avrebbe saputo trasformare in esistenze inimmaginabili, creando storie e mondi in cui rifugiarsi.
L’unica stagione in cui non mi manca è l’inverno, perché lo sento vicina. Clara è con me quando cade la neve, quando i fiocchi bianchi avvolgono il mondo in una coperta bianca e lo abbracciano, mettendolo al riparo per poi ricominciare tutto da capo.
Ma c’è una costante in tutto questo, un regalo inestimabile che Clara ha lasciato a chiunque l’abbia conosciuta e che spero di continuare ad onorare nel migliore dei modi. È la meraviglia, lo stupore di guardarsi attorno e cogliere la bellezza innata in ogni momento, in ogni luogo e in ogni parte di questo immenso mondo. Perché, in fondo, ogni istante che viviamo, ogni cosa che vediamo, rappresenta uno scampolo di eternità, inafferrabile ma pur sempre nostro da cogliere.

Non è una storia solita, almeno rispetto alle mie, però spero lo stesso che vi sia piaciuta, o che, comunque, vi abbia lasciato qualcosa 😊 La mia parte per la #CreativityBloggerWeek  finisce qui, ma vi lascio il calendario con tutti i nomi dei blog partecipanti! Mi raccomando, non perdete nessuna delle interessanti tappe di questo mese 😉

Lunedì 25:
~ Libri, libretti, libracci

Martedì 26:
~ On Rainy Days

Mercoledì 27:
~ Le recensioni della libraia

Giovedì 28:
~ Leggendo Romance…e non solo
~ Bookspedia

Venerdì 29:
~ La nicchia letteraria
~ Reading at Tiffany’s
~ Il salotto del gatto libraio
~ Scheggia tra le pagine

Passate una buona giornata
Federica 💋

[Segnalazione] “L’estate interrotta” di Cosimo Mirigliano

Buongiorno 😊

Ormai manca pochissimo alla fine del mese, ma le segnalazioni estive non si fermano! E quella di oggi ha proprio che fare con l’estate!

Titolo
L’estate interrotta
Autore
Cosimo Mirigliano
Editore
Policromia (PubMe)
Genere
Narrativa
Pubblicazione
Giugno 2019
Formato
Cartaceo ~ Ebook
Pagine
234
Prezzo
14,90€ (cartaceo) ~ 4,99€ (ebook)
Acquisto
Amazon

Un cenno fortuito, un’occhiata furtiva, un luccicone fulgido può essere un indizio univoco per l’avvio di un rapporto di ostilità, amore, amicizia. Un viaggio, invece, può essere arginato o portare a una sequenza di fatti: Gabriel, Carlotta e Samuel attraverseranno l’aeroporto di Orio al Serio, in fila indiana, per conquistare l’avventura che cambierà definitivamente il corso dei loro vent’anni. Fronteggeranno quello che solo una città come Londra potrà elargire o tendenzialmente estromettere. Una voglia smodata di mettersi alla prova garantirà loro un’esperienza che nessuno aveva messo in conto prima di calpestare il suolo inglese; e solo quando vivranno la medesima quotidianità capiranno dove e come hanno preso un abbaglio. Equivoci e inesattezze che ognuno di noi potrebbe commettere. Il romanzo vuole narrare le loro vicissitudini, mettendoli a confronto e in tre dissimili relazioni: Gabriel e Carlotta fidanzati dal primo anno di liceo, Carlotta e Samuel compagni di scuola, sempre dal primo anno di liceo, Samuel e Gabriel migliori amici sin dalle elementari. Siamo sicuri che tutti e tre esprimeranno nell’altro la sincerità di un rapporto oramai consolidato? O Londra li cambierà così tanto che nemmeno a loro stessi lo confesseranno?

A volte i rapporti non sono mai come appaiono e di certo avremo modo di capirlo molto bene in questo romanzo! Che ve ne pare?

La settimana si chiude in anticipo questa volta! Come sempre grazie di essere passati qui sul blog!

A lunedì
Federica 💋

#CreativityBloggerWeek : In giro per il mondo

Buongiorno 😊

E ben ritrovati! Io sono ufficialmente in vacanza ✌️ Ma visto che al momento non posso andare da nessuna parte, è una fortuna che ci sia la Creativity Blogger Week! Perché questa fantastica rubrica, ideata da Deb di Leggendo Romance… e non solo e alla quale sono (come sempre) grata di avermi invitata a partecipare, oggi ci fa viaggiare! Esatto, perché il tema questo mese è…

In giro per il mondo!

Visto che non posso andare in vacanza, per adesso, vorrei fare un piccolo viaggio con l’immaginazione, attraverso i posti in cui sono già stata, e dove vorrei ritornare, e quei luoghi che ancora non ho mai visto ma che sogno di visitare da una vita!

New York. Central Park (vista)

La prima meta a cui penso è sicuramente New York, la Grande Mela! Ci sono stata tre anni fa, per il viaggio di laurea, e mi sono letteralmente innamorata di tutto quello che ho visto! È una città che non dorme mai, come spesso si sente dire, ed è vero, ma forse è proprio per questo che mi è rimasta nel cuore, perché c’è sempre tanta vita e tanto da fare! È una città iperattiva, esattamente come lo sono io 😊

Londra. Lovat Lane

Anche la seconda scelta è facile: Londra. Vista due volte, ma ancora non sono riuscita a fare tutto quello che avrei voluto, né a visitare per bene tutta la città e posti che vale la pena vedere! Io, poi, adoro l’Inghilterra e quando sono a Londra mi sembra sempre di tornare a casa.

Parigi. Montmartre

Il terzo è più un paese che una sola città. Sono stata a Parigi diverse volte mi piacerebbe visitarla e visitare la Francia un po’ di più rispetto a quanto fatto finora. Di solito il viaggio qui lo faccio in macchina, infatti non ho mai preso un aereo per arrivare a Parigi, e trovo che certe zone anche nel sud siano davvero spettacolari, interessantissime da visitare!

Giappone. Monte Fuji

Altro paese è il Giappone. Qui iniziano le mete in cui non sono mai stata e il Giappone è una di quelle che sogno da sempre. Io sono appassionata di cultura nipponica, mi piace impararne i diversi aspetti e vedere in cosa è diversa dalla nostra, nonché super fan dei manga! Sono così presa da tutto ciò che fa parte di quel paese che mi sono messa in testa di imparare persino il giapponese 😅 ho iniziato dalle basi molto tempo fa, ma ho smesso per via dei troppi impegni… adesso spero di poterlo riprendere un po’!

Irlanda. Dublino

Se il Giappone lo sogno, l’Irlanda è il mio amore. Lei ancora non lo sa, ma spero di coronarlo prima o poi. Con questo paese vale, più o meno, lo stesso discorso fatto con Londra: se in Inghilterra mi sento a casa, con l’Irlanda ho l’impressione che un pezzettino consistente della mia anima appartenga a quella terra e, in particolare, alla cultura gaelica. È strano, perché non ci sono mai stata, però sento un vero e proprio legame che è difficile da spiegare.

New Orleans. Quartiere francese

Ultima tappa dei miei viaggi immaginari è la città di New Orleans. Città storica e interessantissima, è la più europea degli Stati Uniti ma anche quella che più manifesta le credenze e superstizioni creole, il misticismo e l’occulto che la rendono pericolosa e affascinante allo stesso tempo. Tra bambole voodoo e il Mardi Gras, New Orleans mi è sempre sembrata una città ricca di cose e luoghi da scoprire!

A grandi linee, queste erano le città e i paesi in cui vorrei andare, sia per la prima volta, sia per farvi effettivamente ritorno. Le vostre mete, invece? Se potreste partire ora, dove andreste?

Mentre ci pensate, vi lascio il calendario di questo mese:

~ Lunedì 29:
Leggendo Romance…e non solo
On Rainy Days
Reading at Tiffany’s

~ Martedì 30:
I miei magici mondi
Romance e altri rimedi
Scheggia tra le pagine
Libri, libretti, libracci

~ Mercoledì 31:
Il regno dei libri
La nicchia letteraria
Le recensioni della libraia
Il salotto del gatto libraio

Oggi è solo l’inizio, ma non perdetevi nessuno dei post di questo mese, perché ho idea che saranno davvero belli!

Grazie per essere passati da me!

A domani
Federica 💋

Una scribacchina bagnata fradicia #1 : Sidhe – Il Popolo delle Colline

Maledetta pecora! Sarà bello cuocerti a fuoco lento! Vedrai, vedrai…
Così pensava Matthias Shepard arrampicandosi su per la collina del vecchio Fred McCornish.
Aveva lavorato come un matto per tutta la giornata, correndo dietro al gregge dello zio di sua madre, e quello che gli aveva impedito di tornarsene a casa e gustare un piatto di minestra era una piccola pecora un po’ troppo avventurosa per i suoi gusti.
Il prozio Fred lo aveva spedito a cercarla da solo. “È colpa tua, ragazzo!” aveva sbraitato con quella sua voce roca e il cipiglio imbronciato. “Vedi di tornare con la mia pecora, altrimenti ti rispedisco a calci da quella reietta di tua madre!”
Ora solo il vento restava ad ascoltare i lamenti e le minacce di Matthias a una pecora che non voleva farsi trovare. La campagna attorno al ragazzo era ormai buia come l’antro di una caverna, ma non poteva tornare indietro senza quello stupidissimo animale.
Un tuono si fece vivo in lontananza e ben presto il giovane irlandese si ritrovò bagnato fino alle ossa da un temporale senza precedenti.
«Meraviglioso!» sbottò, appoggiando le mani a terra mentre saliva per non scivolare a causa del fango. «Avevo giusto bisogno di un po’ d’acqua! Grazie, Dio!»
Nella sua famiglia erano tutti convinti che dietro ogni cosa ci fosse la Divina Provvidenza e in quel momento Matthias, che desiderava solo tornarsene a casa e scaldarsi davanti al focolare, si fermò a pensare che Dio poteva anche andare al Diavolo per quello che lo riguardava.
La sommità della collina era deserta come il pendio appena superato e con il frastuono del temporale Matthias sapeva che non sarebbe riuscito a sentire un singolo belato. Ciò nonostante continuò a camminare, chiedendosi di tanto in tanto se non fosse stato meglio tornare a Cork dai suoi genitori.
Non poteva. Avevano riposto la loro fiducia, e tutti i loro risparmi, nel viaggio che lo aveva condotto dal prozio Fred e non voleva deluderli. Se avesse fatto ciò che gli veniva detto, forse un giorno avrebbe ereditato la terra dei McCornish e i problemi della sua famiglia sarebbero finiti.
Si strinse nella giacca fradicia e proseguì. Lo faceva per le sue tre sorelle, per i suoi genitori. Lo faceva per tutti loro.
Ucciderei per dello stufato di pecora! Ucciderei quella pecora!
Matthias proseguì in lungo e in largo, ma della pecora non trovò traccia. Sembrava scomparsa nel nulla, ma le pecore non sparivano da sole.
Stava per gettare la spugna e per riprendere fiato si rifugiò in alcune rovine abbandonate da secoli. Avrebbe aspettato che la pioggia diminuisse e sarebbe tornato dal prozio Fred, pronto a sentire i suoi insulti e le minacce di cacciarlo. Non lo avrebbe mai fatto. Senza di lui quel vecchio scorbutico non aveva altri eredi.
«È solo una stupidissima pecora» si lamentò tra sé, mentre esplorava le rovine in attesa che il temporale passasse. A fargli luce aveva solo una fiaccola di fortuna. «Ne ha a centinaia. Una persa non fa differenza»
Matthias Shepard, a dispetto della povera sorte ereditata da due genitori fuggiti per amore, aveva un animo puro e in cuor suo il ragazzo sentiva di essere destinato a grandi avventure. Sarebbe diventato un eroe, avrebbe sposato la ragazza più bella, colei che solo un nobiluomo avrebbe potuto meritare, e insieme sarebbero vissuti per sempre nell’agio e nella ricchezza. I duri giorni passati a lavorare con il prozio Fred non sarebbero stati altro che un lontano ricordo.
La sua curiosità lo spinse a cercare cosa si nascondesse nelle segrete di quello che un tempo avrebbe potuto essere un fiorente castello.
Forzò una porta usurata dal tempo e dall’incuria e con passo tremante scese i gradini in pietra, con l’immaginazione che correva e che spartiva già l’immenso tesoro nascosto in quelle antiche mura. Matthias non poteva sapere cosa si celasse alla fine di quella scala, eppure la sua mente da sognatore aveva già creato una storia perfetta con il lieto fine che tanto desiderava.
Quella notte, però, la Divina Provvidenza cui la sua famiglia era così saldamente devota decise di aver in serbo per Matthias Shepard qualcosa di speciale, qualcosa che il ragazzo avrebbe ricordato per tutta la vita.
Fu così che, inspiegabilmente, Matthias mise il piede su un gradino pericolante, perse l’equilibrio e cadde nelle segrete di un vecchio castello in rovina da qualche parte nella provincia di Munster.

*

Se trovo quella pecora, la scuoio con le mie mani!, inveì tra sé Matthias alzandosi.
Di nuovo cosciente, la prima cosa che notò fu che era giorno. Poi toccò all’ampia distesa erbosa che si apriva davanti al suo sguardo. Delle rovine non era rimasta neppure l’ombra, il che gli sembrò strano.
«Te l’avevo detto che era ancora vivo»
Matthias si voltò di scatto ma non vide nessuno. Eppure qualcuno alle sue spalle aveva appena parlato.
«Ma è un essere umano! Com’è arrivato qui?»
Questa volta la voce proveniva dalla sua sinistra, ma quando si voltò per vedere chi avesse posto quella domanda si ritrovò a fissare un albero.
«Chi è là?» domandò atterrito. «Se è uno scherzo, sappiate che non lo trovo divertente»
«Povero umano» fece la prima voce.
«Deve aver fatto un gran volo» rimbeccò la seconda, leggermente divertita.
Matthias cadde in ginocchio, sconvolto. Aveva infatti cercato di scoprire chi stesse parlando girandosi nella direzione dove sentiva provenire quei suoni, ma di nuovo non aveva trovato nessuno.
«Oh Dio! Se questa è una punizione per la pioggia dell’altra notte, ti prego di perdonarmi» implorò, convinto che il suo aver mandato Dio al Diavolo lo avesse reso pazzo.
«Non so chi sia questo Dio, ragazzo, ma credo che nessuno ti possa incolpare per un temporale»
Matthias si sentì tirare una manica della giacca e abbassando lo sguardo, non credette a ciò che vide. Su una roccia davanti al suo gomito se ne stava un omino in miniatura, alto quanto uno spillo, dalla barba lunga e nera. In testa portava un cappello a punta color della terra e sulle spalle una cesta ricolma di quelli che per Matthias erano piccoli frutti. Il resto dei suoi vestiti era nascosto dagli steli d’erba.
Poco distante ne vide un secondo, ma molto più giovane dell’altro e senza la barba a coprirgli il volto.
«Gnomi» sussurrò a se stesso. «Siete due gnomi»
«Folletti se non ti dispiace!» rimbeccò il più giovane, facendosi rosso in viso. «Ti sembra che sia vestito di stracci?!»
«Barry O’Meara! Modera i toni» lo richiamò l’altro folletto, per poi tornare a guardare Matthias. «Ti prego di perdonare mio figlio. Sei il primo umano che vede… Beh, da vicino almeno»
«Ma è vero? Siete folletti?» Matthias era incredulo. «Dev’essere un sogno»
«Nessun sogno, ragazzo! Hai l’onore di parlare con Dorran O’Meara, capo del Clan O’Meara e rappresentante dei Folletti nel consiglio del Sidhe» il folletto più vecchio si tolse il cappello a punta e gonfiò il petto. «E lui è mio figlio maggiore Barry»
Matthias si disse che doveva aver preso una fortissima botta in testa e che quella non era altro che un’allucinazione bella e buona. Il Piccolo Popolo non esisteva, erano solo leggende per bambini e ragazzette senza pensieri.
«Io me ne torno a casa» disse alzandosi nuovamente in piedi e guardandosi attorno.
La fattoria dei McCornish non doveva essere troppo lontana. La notte precedente era caduto dalle scale delle segrete nelle vecchie rovine, ma se ora si trovava all’aperto doveva aver vagato per la campagna in uno stato delirante di cui non aveva memoria. Se si era allontanato in quello stato, da vigile sarebbe stata una passeggiata tornare dal prozio.
Peccato che non riconobbe nemmeno una collina. Non aveva idea di dove si trovasse.
«Temo che non sia possibile» Dorran si rimise il cappello e aggiustò la posizione della cesta. «Il portale è chiuso fino alla fine del consiglio»
«Il portale?» Matthias guardò verso i suoi piedi e a stento distinse i lineamenti del viso del folletto. «Quale portale?»
«Sveglia!!» Barry saltò sulla roccia accanto a suo padre. «Il passaggio che collega il mondo degli umani al nostro. Come credi di essere arrivato fin qui?»
«Io… Io sono caduto dalle scale, su alle vecchie rovine accanto alla terra dei McCornish»
«Ho sempre detto ai Broonie di presidiare quell’ingresso» Dorran si lamentò tra sé. «Ma no, devono sempre fare di testa loro»
«Quanto tempo ci vorrà perché si riapra?» Matthias si inginocchiò di nuovo davanti ai due Folletti. Adesso credeva alla loro esistenza.
«Ohi! Sei sordo, oltre che stupido?» Barry si fece avanti per tirargli un orecchio. «Si riaprirà quando scioglieranno la prossima seduta del consiglio»
«Questo l’ho capito! Ma quando
«Oh» Dorran lisciò la barba con la mano mentre pensava. «Questa volta dovremmo riuscire a concluderla in duecento o trecento anni. Ora ci scuserai, ma siamo in tremendo ritardo»
Matthias fu colto di sorpresa e mentre calcolava quanto avrebbe potuto resistere, vide i due Folletti allontanarsi di gran carriera e sparire in mezzo all’erba.
«Hey! Aspettate!» urlò e senza pensarci due volte si lanciò al loro inseguimento.

*

Barry O’Meara si sorprese della tenacia dell’umano. Li aveva seguiti per tutto il tempo e anche se adesso non aveva più fiato, continuava a camminare nella loro direzione.
Decise di fermarsi ad aspettarlo. Avere un essere umano tra i piedi dava meno problemi del farlo vagare senza scorta.
«Hey tu, umano!» lo chiamò quando se lo trovò sopra di lui. «Ne hai di fegato»
Matthias ringraziò il cielo che uno dei due Folletti avesse deciso di fermarsi. Rimpianse solo che si trattasse del più giovane, ma data la sua situazione non poteva permettersi di essere schizzinoso.
Si lasciò andare a terra e si sdraiò per riprendere fiato prima di considerare l’opportunità di chiedere aiuto al maggiore dei figli di Dorran O’Meara.
«Dì: come ti chiami?» Barry si fece avanti e si posizionò in modo da essere faccia a faccia con quel grosso guaio ambulante.
«Matthias» la voce uscì a stento. «Mi chiamo Matthias Shepard»
«E come hai fatto a cadere nel portale, si può sapere?»
A Matthias sembrava impossibile che in fondo a quelle scale ci fosse altro che una cantina, ma aveva davanti a sé un omino che superava l’altezza di un ditale solo di poco, perciò non aveva nulla da perdere nel condividere con lui la disavventura della notte precedente.
«Ho perso una pecora e la stavo cercando» iniziò, girandosi sul fianco. «Quando il temporale mi ha costretto a cercare riparo nelle rovine. Stavo scendendo nella cantina ma un gradino ha ceduto e sono caduto di sotto»
«Come puoi aver perso una pecora?1» Barry lo fissò indignato. «Non ti affiderei il mio gregge, se ne avessi uno»
«Sto ancora imparando» si giustificò Matthias. In fondo abitava con il prozio Fred da meno di tre mesi.
«Che discorsi! Non si impara a essere se stessi! Un O’Meara è un O’Meara sin dalla nascita e questo vale anche per te!»
Matthias non capì perché si fosse scaldato tanto per una pecora, né da dove arrivasse quel discorso sull’essere se stessi. Aveva già sentito abbastanza rimproveri dal vecchio McCornish, e aveva così tanto cui pensare in quel momento, che decise di lasciar cadere l’argomento.
«Potete aiutarmi?» chiese, supplicando Barry con lo sguardo. «Se tuo padre è un membro del Sidhe, può chiedere che venga riaperto il portale e farmi tornare a casa! Non dovrebbe essere così complicato» Matthias nutriva tutte le speranze possibili, ma il diniego di Barry le cancellò in un istante.
«Credi che basti uno schiocco di dita per aprirlo?» Barry gli afferrò di nuovo il lobo dell’orecchio e lo tirò. «Serve il permesso dei due terzi del consiglio. Oppure devi aspettare che finiscano il raduno»
«Ma come? Non ho trecento anni»
«Problema tuo, umano, non mio. Non ti saresti dovuto mettere a curiosare in rovine non tue»
«Deve esserci un modo» indagò, avvertendo quel pizzico di speranza che gli restava farsi sempre più piccolo. «Uno qualunque, per convincere il consiglio a farmi tornare subito a casa»
Barry spostò il peso da un piede all’altro e Matthias pensò che, se il Folletto avesse avuto la barba, si sarebbe messo a lisciarla con la mano.
«Forse uno c’è» si tolse il cappello a punta e lo usò per asciugare la fronte. «Ma serve il consenso di mio padre»
Non avendo nulla da perdere e trovandosi Dio solo sapeva dove, Matthias accetto di dover chiedere aiuto al Piccolo Popolo. Si caricò il piccolo Barry O’Meara sulla spalla e si fece guidare verso le terre della famiglia del Folletto.

A una prima occhiata le terre degli O’Meara apparvero a Matthias come qualsiasi altra zona vista fino a quel momento. Fu solo dopo essersi inginocchiato per far scendere Barry che notò lunga distesa di case tra le radici di un albero incredibilmente vecchio. E ne trovò altre in quelli vicini.
Dei piccoli occhietti apparvero dietro alcune finestre e Matthias si trovò ben presto circondato da tanti piccoli uomini e donne come lo erano padre e figlio O’Meara. Tutti lo fissavano, alcuni con curiosità, altri con timore, ma il maggiore dei figli di John e Maria Shepard aveva su di sé tutte le attenzioni.
«Tu aspetta qui» ordinò Barry tirandogli la manica della giacca. «E non attirare troppo l’attenzione»
Troppo tardi… pensò Matthias, rivolgendo un sorriso amichevole a quegli sguardi fissi, mentre Barry si inoltrava correndo in mezzo alle case.
Nel tragitto Barry gli aveva spiegato che durante il raduno del Sidhe venivano discussi i problemi inseriti nell’Ordine del Giorno e se fossero riusciti ad aggiungere nella lista anche la riapertura del portale, forse avrebbe potuto fare ritorno nel suo mondo per la fine della giornata.
Aveva solo bisogno che un membro del Sidhe proponesse quell’aggiunta, per quello Barry aveva pensato a suo padre. Si trattava solo di convincerlo.
Matthias si mise seduto tra le radici di uno di quegli alberi, uno che non ospitasse qualche casa, e prese la testa tra le mani. Aveva bisogno dell’aiuto di Dorran O’Meara, altrimenti non avrebbe più fatto ritorno a casa e la sua famiglia ne avrebbe sofferto, in ogni senso possibile.
Tutto era iniziato a causa di quella stupida pecora e se mai avesse fatto ritorno a casa, l’avrebbe cercata in capo al mondo pur di fargliela pagare.
Come se tutto quello non fosse stato sufficiente, Matthias sentì un borbottio nascere dal suo stomaco. Non mangiava nulla dalla colazione di ieri e già si sentiva contorcere dai crampi della fame.
Chiedere ai Folletti era inutile. Cosa avrebbero potuto portargli per saziarlo, loro che erano così bassi?
Qualcuno tirò l’orlo dei suoi pantaloni e il ragazzo vide il primo bambino Folletto della sua vita. Anzi, osservando meglio, si accorse che era una femmina e che aveva lasciato accanto al suo piede una fragolina di bosco.
«Grazie» la prese tra pollice e indice, mentre la piccola scappava in fretta verso una donna grande all’incirca quanto Barry, e poi assaporò quel singolo frutto con lentezza.
Nel giro di qualche minuto, il primo dono dei Folletti fu seguito da altri, spinti dal forte rumore che proveniva dallo stomaco del ragazzo, e davanti a Matthias comparve anche una specie di pane. Per lui non era che una briciola, ma secondo la statura dei suoi ospiti era grande abbastanza da sfamare una famiglia.
Proprio grazie a quel piccolo pane, Matthias assistette alla prima magia della sua vita.
Sapeva delle leggende che attribuivano al Piccolo Popolo dei poteri misteriosi, ma non le aveva ancora prese in considerazione per semplice disattenzione e quando la briciola iniziò a crescere, diventando una pagnotta ben fatta, non credette ai suoi occhi.
Mai nella vita aveva ricevuto un’accoglienza più calorosa. Il vecchio Fred McCornish aveva di che imparare da loro e Matthias avrebbe conservato con gioia il ricordo di quella mattina trascorsa nelle terre del Clan O’Meara anche negli anni a venire.
Barry fece ritorno alcuni minuti dopo che Matthias ebbe finito di mangiare e di ringraziare i suoi nuovi amici. Trovò l’umano sorridente a conversare con Connor Flanagan l’armaiolo, che di solito si dimostrava diffidente verso chiunque non portasse un cappello a punta. Dietro di lui arrivarono anche Dorran e un altro Folletto identico a Barry, solo più giovane.
«Abbiamo una soluzione!» annunciò, infilando le mani nelle tasche del gilet color foglia autunnale. «Forse potremo mandarti a casa Matthias»
Dorran si fece avanti tra i piedi del ragazzo e tutti i Folletti che si erano assiepati lì attorno per portargli del cibo si fermarono ad ascoltare ciò che il loro rappresentante aveva da dire.
«Mio figlio mi ha riferito del vostro piano» si portò una mano alla bocca per togliere la pipa che teneva stretta tra le labbra. «Non credo che i membri del Sidhe saranno felici di vedere un umano, ma d’altro canto dobbiamo darti una mano. È colpa di alcuni di noi se tu sei caduto da questo lato»
«Mi aiuterete?»
«Sì, Shepard che ha perso una capra» Dorran si lisciò la barba e sorrise. «Sì, gli O’Meara ti aiuteranno»

*

Come Matthias ebbe modo di apprendere dalle spiegazioni di Barry durante il viaggio per raggiungere il luogo dove si sarebbe svolto il raduno, ogni rappresentante del Sidhe doveva essere accompagnato da una delegazione e la loro si componeva, oltre a O’Meara padre e figlio, di un secondo O’Meara – fratello di Dorran – e di Connor Flanagan l’armaiolo, la cui bambina aveva avvicinato Matthias con quella fragolina di bosco.
Il loro intento era di aggiungere la questione di Matthias tra gli Ordini del Giorno che sarebbero stati discussi quel pomeriggio e quella sera. E per riuscirci dovevano convincere l’intero Sidhe che la presenza di quell’umano era un problema da risolvere immediatamente.
«Non abbiamo nulla contro di te» spiegò Dorran per tutti. «Sei il primo umano che non si mette a gironzolare alla ricerca di pentole ricolme d’oro. Per inciso, non sono mai esistite. Solo voi potete essere così stolti da credere che i Leprachaun vi aspettino con tutto quell’oro in un paiolo» la comitiva rise e Matthias se ne ebbe un po’ a male. Non voleva essere anche fonte della loro ilarità, vista la sua situazione.
«Il ragazzo se l’è presa» lo canzonò il fratello del capo Clan, Patrick. «Umani suscettibili»
«Su, su, Matthias» lo richiamò Dorran. «Non avertene a male»
«Cosa devo fare per rendermi un problema?» decise di evitare l’argomento e pensare a un modo per tornarsene a casa.
«Assolutamente nulla. Penseremo a tutto noi» lo tranquillizzò Barry ma Matthias si sentì inspiegabilmente peggio dopo la sua rassicurazione.
Un presentimento gli diceva che le cose sarebbero potute peggiorare improvvisamente e ciò che seguì fu la prova definitiva che la sensazione del giovane irlandese era corretta.
Il luogo scelto per il raduno del Sidhe era una radura luminosa, dove dieci ceppi erano disposti in cerchio, tagliati a formare delle sedute. Ciò che sorprese Matthias furono le loro dimensioni, perché erano grandi abbastanza da permettere a un essere umano di starvi seduto comodamente.
Non riuscì a chiedere il perché di quella stranezza. Sotto il suo sguardo sorpreso i tre O’Meara e Connor l’armaiolo si trasformarono e raggiunsero l’altezza di un piccolo uomo. Ora Barry arrivava alla vita di Matthias e gli tirò una leggera gomitata nel fianco.
«Coraggio umano. Vedrai di peggio»
Dorran prese posto su uno dei ceppi e la sua scorta si fermò alle sue spalle. Matthias chiudeva il gruppo, ma rimase distante dagli altri, sconvolto per ciò che stava accadendo davanti ai suoi occhi. Si disse, mentre il Sidhe si riuniva, che quella poteva essere l’avventura più grande di tutta la sua vita.
I primi ad arrivare dopo i Folletti del Clan O’Meara furono gli Elfi. Il loro aspetto era regale e Matthias li riconobbe grazie alle orecchie e ai volti affusolati – quasi a punta avrebbe giurato, se Barry non lo avesse richiamato con una gomitata per metterlo in guardia di non dire mai a un Elfo che le sue orecchie erano a punta.
Erano due maschi e due femmine, la più anziana delle quali prese posto di fronte a Dorran. Tutto in lei emanava un’aura di grandiosità e armonia, come se nulla potesse toccarla, e si rifletteva sulla pacatezza del suo volto. Anche gli altri non erano da meno, ma in lei si avvertiva qualcosa di imperturbabile, qualcosa di antico.
«Lei è Elinor. È l’ultima figlia dei Tuatha De Danann2, i Figli della Dea Danu» Barry, che ormai iniziava a provare simpatia per il povero umano, si spostò più indietro e presentò a Matthias i nuovi arrivati. «L’Elfo moro alla sua destra è Alastar, figlio di re Eoghan e suo erede, mentre gli altri sono i gemelli Murdoch e Deirbhile, i nipoti di Elinor»
Le quattro bellissime figure guardavano fiere davanti a loro, ma i loro sguardi erano distanti, come se vedessero altro dove si trovavano i quattro Folletti e l’umano.
«Quello è Marcas Mac Dowell, il rappresentante dei Broonie» Barry indicò la figura che era emersa dal bosco subito dopo gli Elfi e che aveva preso posto accanto a Elinor. «E quelli dietro di lui sono i suoi nipoti»
Aveva la stessa corporatura affusolata dei suoi vicini, ma la statura lo poneva a metà strada tra loro e i Folletti, e nei tratti del suo viso si leggeva della malizia, forse una punta di cattiveria, non eleganza.
Il consiglio del Sidhe continuò a riempirsi. Arrivarono le Fate, piccole creaturine dall’aspetto femminile e con ali sottili come membrane, gli Gnomi, che Barry indicò a Matthias con fare sbrigativo, i Leprachaun, tutti scintillanti nei loro completi verdi, uno o due Dukko, Elfi alti cinquanta centimetri e con il corpo dei colori del sottobosco, e qualche Goblin, creature verdi con il volto arcigno.
Presto la radura si riempì di suoni e voci tutte diverse tra loro e il cerchio di tronchi fu chiuso con l’arrivo di alcuni Spriggan, identici ai Dukko ma con zampe caprine, e di due Ganconer, i più simili a Matthias per statura e aspetto.
Quando tutti si furono accomodati sui propri ceppi, Elinor si alzò e il suo gesto fu accompagnato da un silenzio quasi tombale. Ogni membro del Sidhe, e anche i loro accompagnatori, si era voltato a guardarla.
«Vi do il benvenuto, membri del Daoine Maithe3»
«E noi lo diamo a te, Elinor, figlia dei Daoine Sidhe4» risposero in coro i rappresentanti del Piccolo Popolo.
«Che il Sidhe abbia inizio» aggiunse, prima di tornare a sedersi davanti agli altri tre Elfi.
Matthias, la cui curiosità lo stava tormentando da quando erano apparsi i primi membri del consiglio oltre ai Folletti, si piegò verso Barry per sapere cosa stessero aspettando, ma il maggiore dei figli O’Meara lo zittì con una piccola sberla sulla spalla.
«Shhh»
Matthias tornò al proprio posto, notando con sorpresa un sorrisetto sulle labbra di Deirbhile. Si chiese se stesse ridendo di lui, ma gli sembrava impossibile che chiunque lì potesse notare un normale essere umano, tanto meno una creatura splendida come lei.
L’intero consiglio restò in silenzio per molto tempo, abbastanza perché Matthias notasse lo spostamento del sole attraverso le chiome degli alberi. Dovevano essere lì da circa due ore e era stanco di non sapere cosa sarebbe successo, né quando avrebbe avuto finalmente inizio la riunione. Lui voleva tornare a casa e non poteva restare lì altro tempo.
«Barry si può sapere cosa aspettate?» bisbigliò all’orecchio del Folletto ma la sua voce risuonò forte e chiara in tutta la radura.
«Aspettiamo la Natura, Umano» il rimprovero provenne da Elinor e Matthias intravide un altro sorriso sulle labbra dell’altra Elfa.
Questa volta non ebbe dubbi. Deirbhile rideva di lui.
«Gli O’Meara chiedono scusa a suo nome, Elinor dei Daoine Sidhe» Dorran intervenne per Matthias, mentre lui riceveva una spallata da Barry come rimprovero.
«Le scuse sono accettate. Propongo di sospendere l’attesa e che sia letto l’ordine. Il Sidhe concorda?»
«Concordiamo» fu il coro a rispondere.
«I rappresentanti del Daoine Maithe si riuniscono» uno dei nipoti di Marcas si fece avanti, fermandosi in mezzo al cerchio disegnato dai ceppi, ed estrasse un rotolo di pergamena da una tasca interna della giacca. «Ogni cittadino ha espresso le proprie controversie e qui sono state trascritte per essere sottoposte e risolte. Possa il vostro giudizio essere giusto»
«Possa il nostro giudizio essere giusto» risposero tutti insieme.
Il Broonie si spostò fuori dal cerchio, verso il tronco scavato di un albero che a Matthias ricordò un leggio, e vi salì schiarendosi la voce.
«Il Sidhe si riunisce» srotolò la pergamena. «Ordini da discutere: sedicimila. Affari urgenti: cento e trentacinque»
Matthias sbiancò e si sentì le gambe molli. I Folletti avevano detto che potevano inserire il suo problema come ultimo tra quelli da affrontare, ma mai aveva pensato che ne avessero un numero così elevato.
O’Meara si alzò dal proprio ceppo e andò a mettersi nel centro del cerchio.
«Dorran del Clan O’Meara, rappresentante dei Folletti, ha una richiesta»
«Il Sidhe ti ascolta» risposero gli altri.
«Ho un problema urgente che richiede l’attenzione del Daoine Maithe»
«Quale problema?» gli occhi di Elinor divennero attenti.
«L’umano»

*

Se Matthias si era aspettato di trovare un’assemblea rispettosa e consapevole del diritto di ognuno di esprimere la propria opinione, la reazione degli abitanti del Piccolo Popolo alla proposta del Folletto di inserirlo come primo punto urgente da discutere gli fece immediatamente cambiare idea.
Gli animi di tutti erano esplosi, infuriati sia per il numero di ordini urgenti sia per le parole di Dorran, e nessuno ascoltava le parole dell’altro, tanto che il povero Matthias si chiese cosa stesse capendo l’Elfa anziana, la sola a non aver ancora detto nulla.
«Come è potuto entrare?» chiese la minuscola Fata seduta al centro del suo tronco.
«E perché è nella delegazione degli O’Meara?» protestò il Leprachaun «Non dovrebbe essere qui»
«Silenzio!» tuonò l’Elfo bruno, entrando nel cerchio con Dorran. «Membri del Daoine Maithe contenetevi»
«Dorran del Clan O’Meara» Elinor prese la parola «Spiega al Sidhe perché hai portato un umano con te»
«Con piacere, figlia dei Daoine Sidhe» il Folletto si lisciò la barba e in breve raccontò di come aveva incontrato l’umano di nome Matthias Shepard. Non tralasciò nessun dettaglio su come era entrato da un ingresso che i Broonie avrebbero dovuto sorvegliare, né sul loro incontro, ma sul motivo per cui era con loro nella delegazione disse solamente che lo avevano portato perché lo ritenevano una minaccia.
«Che genere di minaccia, rappresentante dei Folletti?» sul volto di Elinor era impossibile leggere una qualche emozione, ma su quello di sua nipote comparve un lampo di malizia.
«Delle peggiori» commentò Dorran, assumendo un tono allarmato. «Ha minacciato di saccheggiare il mio Clan se non otterrà il permesso di parlare all’assemblea»
«A che scopo?» Elinor zittì i lamenti dei rappresentanti con un gesto della mano.
«Vuole avanzare una richiesta. Quale che sia non lo so»
Matthias guardò la schiena del Folletto e si sentì tradito. Pensava che avrebbe ricevuto un aiuto da loro, ma lo avevano appena messo in guai ben peggiori perché tutti lo fissavano e invocavano una condanna.
Solo Barry sembrava felice e quando Elinor acconsentì a far giudicare il ragazzo come ultimo dei punti urgenti della lista, Matthias avvertì una paura folle. Di chi poteva più fidarsi?

«Tranquillo, ragazzo!» cercò di rassicurarlo Patrick, con una poderosa pacca sulla spalla di un Matthias demoralizzato. «Sei in mani d’oro con il Clan O’Meara»
Il pastore restò in silenzio e addentò mesto il pane e lo stufato che gli erano stati dati come cena.
Dopo aver aggiunto il processo di Matthias, l’assemblea era stata sciolta e tutti erano stati congedati fino al mattino successivo. Non sapendo dove andare cosa fare, Matthias era rimasto con i Folletti in attesa che gli venisse un’idea abbastanza buona da toglierlo da quell’impiccio. Purtroppo non vedeva soluzione e ciò cui aveva assistito quel giorno gli lasciava ben poche speranze.
«Il nostro amico è preoccupato» sentenziò Dorran, accendendo la pipa.
«Come potrei non esserlo?» scattò Matthias, guardando i quattro Folletti uno ad uno. «Non so come tornare a casa e voi mi avete fatto mettere sotto processo per qualcosa che non ho fatto»
«Però ti abbiamo conquistato un posto tra gli ordini urgenti» esultò Barry. «Prima della prossima luna potresti essere a casa!»
«Non vedo come. Litigate per il numero di lamentele e siete l’assemblea più lenta che abbia mai visto»
«La fretta porta cattivi consigli»
«Già…» sentenziò ironico. «Di questo passo non tornerò mai a casa»
«Siete molto in confidenza per essere vittime e carnefice»
I Folletti e Matthias si voltarono verso il folto del bosco e si sorpresero nel veder emergere i due Elfi gemelli, Murdoch e Deirbhile.
La femmina mostrava lo stesso sorrisetto del pomeriggio, mentre il fratello era una maschera impassibile. Sembrava annoiato.
Barry fu il primo a reagire e a ritrovare la parola.
«Senti, orecchie a punta, se sei qui per dare fastidio, è meglio che giri al largo»
«Che paroloni, Folletto. Comprare dei vestiti ti ha reso più acuto?» lo canzonò Deirbhile, prendendo di mira la somiglianza tra Folletti e Gnomi.
«A cosa dobbiamo la visita, figlia dei Tautha De Danann?» Dorran precedette suo figlio per evitare che dicesse qualche altra sciocchezza, mentre Patrick sussurrò qualcosa all’orecchio del nipote.
«Ero curiosa di vedere l’umano»
«Non sono un animale del circo» si lamentò Matthias, alzandosi dal tronco e camminando deciso verso i due fratelli. «Sono Matthias Shepard» allungò una mano verso l’Elfa.
Lei lo guardò divertita e prese a girargli attorno.
«Vi immaginavo più bassi. E più pelosi»
«Alcuni lo sono» Matthias si sentì in imbarazzo ad essere osservato così da vicino da una delle creature più belle che avesse mai visto, tanto da non riuscire a studiarne l’aspetto come avrebbe voluto.
«Ora lo hai visto» Barry saltò giù dal proprio tronco e si avvicinò a Matthias. «Tu e il tuo doppione potete anche andare»
Il gemello di Deirbhile non disse nulla ma lei proruppe in una risata cristallina, tale da far male alle orecchie di Matthias e lasciarlo stordito per alcuni attimi.
«A dire il vero, sono venuta anche a chiedere perché Dorran del Clan O’Meara ha mentito al Sidhe»
«A che proposito, Elfa?» Dorran assaporò lentamente il fumo della pipa prima di rilasciarlo. Teneva lo sguardo fisso sulla ragazza e si mostrava rilassato ma sentiva di essere alle strette.
«Sul suo essere una minaccia. Alcuni di noi sanno capire quando qualcuno mente»
«E tu fai parte di quei qualcuno»
«Precisamente» si appoggiò alla spalla di Matthias e gli punzecchiò la guancia con la punta dell’indice. «Qual è il vostro piano per lui?»
Il ragazzo, che lentamente stava tornando in sé, quasi si sentì mancare il respiro. L’Elfa emanava un profumo di fiori, di prato primaverile, così forte da stordirlo e fargli desiderare un briciolo d’aria fresca. Era una fragranza dolce ma fin troppo forte per poter essere sopportata a lungo.
«Voglio chiedere di aprire il portale per tornare a casa» le parole lasciarono le labbra di Matthias prima che lui potesse pensare di fermarle.
Non aveva saputo trattenersi dal rispondere alla domanda di Deirbhile.
Barry borbottò qualcosa sulla semplicità – o forse stupidità – degli umani e dopo aver afferrato Matthias per una manica della giacca, lo trascinò indietro e lo fece sedere di nuovo sul tronco.
«Interessante» commentò Deirbhile in un sorriso. «Credo che questo consiglio si rivelerà meno noioso degli altri»
Deirbhile e suo fratello si voltarono nella direzione da cui erano arrivati e scostarono alcuni rami che impedivano loro il passaggio.
«Il Sidhe non deve saperlo, non fino alla fine della discussione di domani» Dorran si alzò per raggiungere i due Elfi prima che se ne andassero. «Abbiamo la vostra parola?»
«Móidímid5» pronunciarono all’unisono i due gemelli e poi sparirono nel bosco.
I quattro Folletti rimasero immersi in un profondo silenzio dopo quell’incontro. La visita dei Daoine Sidhe era stata breve ma metteva a rischio ciò che volevano ottenere per Matthias.
«Se non ti fossi fatto scappare il piano» lo ammonì Barry, emergendo da una lunga battaglia interiore su chi fosse da rimproverare per primo.
«Non l’ho fatto di proposito» si difese Matthias, che ancora non sapeva spiegarsi perché le sue labbra si fossero mosse da sole per rispondere.
«Non prendertela con Matthias» Patrick estrasse ed accese la propria pipa. «Gli Elfi hanno uno strano effetto sugli umani»
«Sfruttano il proprio profumo per ammaliarvi» spiegò Dorran al ragazzo. «Siete così storditi da fare tutto ciò che dicono»
«Possiamo fidarci del loro giuramento?» Connor l’armaiolo prese la parola per la parola per la prima volta da quella mattina.
«Lo sapremo solo domani» Dorran spense la pipa, pensieroso, e si coricò per la notte, invitando gli altri a fare lo stesso.
«Non ci si può fidare degli Elfi!» si lamentò Barry, sdraiandosi accanto a Matthias. «Sono infimi e ti usano a loro piacimento»
Il ragazzo restò seduto per circa ora ad ascoltare i racconti di Patrick sui precedenti consigli del Sidhe, con il russare leggero dei due O’Meara a fare da sottofondo, ma poi si sdraiò anche lui sull’erba e si mise a fissare le stelle, ben visibili in quella notte limpida.
Matthias capiva solo che il suo ritorno a casa dipendeva da quanto il Piccolo Popolo avrebbe impiegato a discutere le lamentele che precedevano quella che lo riguardava. E si erano aggiunti anche Deirbhine e Murdoch, gli Elfi gemelli, che secondo Barry non avrebbero mantenuto la parola data.
Contemplando le stelle capì che le avventure di cui il suo cuore era sempre andato alla ricerca stavano accadendo in quell’istante e che forse non facevano per lui.
Il prozio McCornish lo aveva sicuramente già dato per disperso, o peggio, per fuggito.
Fu pensando a come avrebbe spiegato quell’avventura se mai fosse riuscito a tornare a casa che il sonno lo prese tra le sue braccia e lo cullò tra le sue braccia. Matthias non fece resistenza e crollò accanto a quattro Folletti del Piccolo Popolo.

*

Il mattino seguente Matthias fu svegliato prima del sorgere del sole. Il Sidhe si riuniva prima dell’alba e tutti i suoi rappresentanti dovevano essere presenti quando i primi raggi del sole avrebbero inondato la radura.
Dai racconti di Patrick della sera precedente il ragazzo aveva capito che non sarebbe mai stata una riunione pacifica. I membri del Piccolo Popolo erano estremamente litigiosi. Ne aveva avuto un assaggio il giorno prima, ma quello non era nulla in confronto a come potevano degenerare i loro consigli.
Due generazioni prima di quella di Dorran, un consiglio era stato interrotto e poi sospeso per una rissa tra Folletti e Broonie. Il motivo Patrick non lo ricordava ma era certo che non fosse colpa dei Folletti, cosa che Matthias mise in dubbio.
Lui in quel momento era demoralizzato. Come avrebbe fatto a tornare a casa quando si trattava di mettere d’accordo creature così irascibili?
Aspettandosi il peggio, fece colazione con gli O’Meara e Connor e poi li seguì nella radura, dove i membri del Sidhe erano disposti nello stesso ordine del giorno precedente. La platea, tuttavia, era aumentata e si aprì per far passare i Folletti e Matthias, sul quale erano puntati tutti gli occhi del Popolo delle Colline.
«Sei famoso» gli sussurrò Barry dopo che ebbero raggiunto il ceppo destinati a Dorran.
«Sono tutti qui per me?» Matthias si guardò attorno stupito.
Era più alto di tutte le creature presenti, Elfi e Broonie compresi, e poté vedere fin dove si estendeva la presenza degli abitanti del Piccolo Popolo. Era il più alto, ma non riusciva comunque a distinguere dove terminasse la folla.
«Do il benvenuto ai fratelli e alle sorelle del Daoine Maithe che quest’oggi si sono uniti a noi» Elinor si alzò dal proprio ceppo e raggiunse il centro del cerchio. «Con il sorgere del sole, il Sidhe si riunisce»
Alzò le braccia al cielo nel momento esatto in cui i primi raggi di sole filtrarono attraverso le fronde degli alberi e i membri del Sidhe intonarono un canto in una lingua che Matthias non riconobbe.
Le parole gli erano aliene ma il suo cuore sentì di conoscere quella melodia. Gli parlava della sua terra, della sua famiglia, di una casa che non ricordava ma della quale sentire la mancanza; le creature del Piccolo Popolo stavano cantando il passato dei suoi antenati, il suo presente e il futuro dei suoi figli, chiunque essi fossero.
Matthias si sentì rabbrividire per quanto quel canto avesse scavato nel suo animo e lo stesse trasformando in qualcosa di più puro, qualcosa che non avrebbe sfigurato se messo a nudo di fronte alla natura irradiata dal nuovo sole.
Quando la voce collettiva tacque, il ragazzo si riscosse e si ritrovò a fissare il vuoto lasciato da Elinor al centro del cerchio.
Il tempo pareva essersi fermato per tornare a scorrere più veloce, per recuperare gli istanti persi, perché si era fatto pieno giorno in pochi secondi.
«Deirbhile ha una richiesta per il Sidhe» l’Elfa si fece avanti, mostrando un sorriso furbo.
«Il Sidhe ti ascolta»
«Prima che voi, onorati rappresentanti del Daoine Maithe, discutiate le lamentele del nostro popolo, vorrei porre alcune domande all’umano»
«A quale scopo, figlia dei Daoine Sidhe?» domandò il Leprachaun. «Sarà interrogato al suo processo»
«Metà del nostro popolo è accorsa qui per assistere al consiglio, ma certo non sono venuti per sentirvi discutere» ammiccò verso Matthias, o così gli sembrò. «Sono qui per vedere il loro primo essere umano»
Un borbottio scontento si diffuse tra alcuni membri del Sidhe, mentre Matthias si accorse che l’Elfa non era nel torto, proprio come Barry, perché un violento rossore colorò i visi degli astanti, che si lanciarono l’un l’altro degli sguardi imbarazzati.
«Il Sidhe approva la mia richiesta?»
«Approviamo» alcune voci suonarono scontente ma non si erano opposte.
Matthias, che tutti si aspettavano camminasse fin dentro il cerchio in pochi secondi e raggiungesse Deirbhile, guardò il suo unico punto di riferimento per sapere cosa fare. Dorran ricambiò lo sguardo e annuì in risposta.
Essere al centro del consiglio del Sidhe, e delle attenzioni di tutti, mise Matthias in soggezione, però a preoccuparlo di più era il sorrisetto irriverente di Deirbhile.
Doveva starle lontano per non essere ammaliato dal suo profumo, altrimenti avrebbe risposto a tutte le sue domande senza avere il controllo di ciò che diceva.
Aveva capito che non sarebbe più potuto tornare indietro se il Sidhe avesse scoperto subito quale fosse la sua richiesta, perché ne sarebbe nata una discussione infinita, perciò doveva stare molto attento alle mosse di Deirbhile.
«Umano come sei arrivato nella nostra terra?»
«Sono caduto dalle scale nelle vecchio rovine al confine con la terra dei McCornish» rispose, prendendo le distanze mentre le si spostava. «Lo ha già spiegato Dorran O’Meara»
«Molti di coloro che ti stanno ascoltando non erano presenti ieri» Deirbhile saltellò verso Matthias ma lui si spostò. «Ed è vero che hai una richiesta per il Sidhe
«Sì»
«Quale?»
«La riferirò quando mi sarà concesso di parlare liberamente» schivò un secondo tentativo di Deirbhile, finendo però troppo vicino agli altri membri della sua specie.
Matthias se ne allontanò subito, ma quando arrivarono le nuove domande dell’Elfa non poté trattenere le parole.
«È così importante da valere una falsa accusa? Da non poter aspettare la fine del Sidhe
«Sì, lo è, perché non siete in grado di discutere in maniera civile!» era esasperato dall’insistenza dell’Elfa. «Potrei morire di vecchiaia prima che voi abbiate raggiunto un accordo su quanti ordini discutere oggi. O su chi debba custodire le Fonti Magiche» aggiunse, ricordando un commento di Patrick su come le fonti d’acqua magica fossero un acceso argomento di discussione. «Chiunque saprebbe gestire dei problemi meglio di voi»
«Quindi sostieni di essere più adatto del consiglio a ascoltare e giudicare le lamentele del Daoine Maithe?» lo provocò Deirbhile con un sorriso.
«Non più adatto, più veloce. Io non ho nessun motivo di litigare con qualcuno di voi se viene avanzata una lamentela, cosa che invece accade continuamente con i rappresentanti del Daoine Maithe»
«Membri del Sidhe» a sorpresa Elinor richiamò tutti «Propongo che sia l’umano a giudicare gli ordini urgenti. Che dimostri ciò che dice e se sarà in grado di farlo, avrà meritato il nostro ascolto»
L’assemblea tacque e Matthias lesse sui volti di tutti dello stupore e l’incredulità per la proposta dell’ultima figlia dei Tuatha De Danann.
Lui non voleva assolutamente cacciarsi in quel guaio ma pensandoci meglio si disse che quello poteva essere il solo modo di tornare a casa in poco tempo.
«Daoine Maithe!» Alastar entrò nel cerchio come una furia e cercò di farsi ascoltare, ma nessuno sembrò volergli dare retta.
I rappresentanti erano come impazziti per le parole di Elinor e dopo lo stupore era subentrata la rabbia. Ognuno urlava la propria protesta senza accorgersi che gli altri non stavano ascoltando, tranne Matthias, che cercava di capire come far fronte a un comportamento infantile come il loro.
«Elinor non è saggio» Alastar scoccò un’occhiata di disprezzo a Matthias. «È un’inutile umano»
Barry aveva ragione sugli Elfi, o almeno su quelli come Alastar.
«Che è con noi da quasi un giorno ed ha già capito le debolezze del nostro popolo» commentò Elinor alzandosi in piedi. «Ci riteniamo superiori ma siamo così ciechi da non vedere i nostri errori. Forse uno sguardo non corrotto ci permetterà di capire e cambiare. Che il Sidhe voti: permetterete all’umano di risolvere le nostre controversie?»
Dorran fu il primo ad alzarsi. «I Folletti acconsentono»
Si sentirono dei fischi e subito dopo Broonie e Goblin negarono il consenso, dicendo che non avrebbero mai permesso a uno sciocco umano di trattare i problemi del loro popolo. Anche Spriggan e Ganconer votarono contro, non per un particolare odio nei confronti degli umani, ma perché non lo trovavano pertinente.
«Le Fate accettano il giudizio dell’umano»
«Così gli Gnomi» il loro rappresentante fece un cenno d’intesa a Dorran.
«E anche i Leprachaun» si tolse il cappello per lasciarlo su un ginocchio. «Un umano non potrà fare più danni di noi dieci messi insieme»
«Dukko» Elinor si voltò verso la creaturina verde appollaiata sul ceppo alla sua sinistra. «Io ho proposto, perciò il vostro è il voto decisivo»
Quello che assomigliava a un Elfo in miniatura, dalle mani e dai piedi palmati, sospirò e guardò Matthias con aria grave.
«I Dukko approvano»
L’impossibile era appena accaduto.
Matthias, il primo umano a varcare la soglia del regno delle Colline da più di un secolo, aveva appena ricevuto l’incarico di giudicare le rimostranze del Piccolo Popolo ed erano stati i rappresentanti del Sidhe a concederglielo.
Dorran e Barry annuirono e sorrisero mentre il ragazzo fu preso da Deirbhile e fu fatto sedere sul ceppo destinato a Elinor.
«Comportati bene, umano» lo avvertì l’Elfa con un mezzo sorriso.
«Ci proverò»
Matthias si guardò attorno, confuso e sorpreso, ma anche grato per l’opportunità e la fiducia datagli da alcuni dei rappresentanti del Piccolo Popolo. Era loro debitore.
«E ora il giuramento»
Elinor si sistemò di fronte a Matthias e stese le mani verso di lui, come invitandolo a stringerle. Il ragazzo fu tentato di farlo, ma fortunatamente si trattenne e assistette alla nascita di un piccolo fiore bianco, che si adagiò sui palmi rivolti verso l’alto dell’ultima figlia dei Tuatha De Danann.
«Matthias Shepard, figlio di umani, il Sidhe ti fa dono del frutto più puro della Grande Madre Terra. Siine degno»
Il ragazzo prese il bocciolo candido tra le mani e avvertì le stesse sensazioni provate durante il canto, accompagnate dal sincero desiderio di essere all’altezza del compito affidatogli.
In un batter d’occhio, però, il fiore si scaldò e scomparve, lasciando nelle mani di Matthias una biglia argentata. Quando la mosse emise un suono cristallino. Era un sonaglio, non una biglia.
«Cosa…» sussurrò, ma fu interrotto dalla voce di Elinor.
«Matthias Shepard, la Natura ha accettato il tuo voto. Che sia annunciato il primo soggetto di discussione»
Il Broonie con la lista salì nuovamente sul leggio e si schiarì la voce.
«Fate e Leprachaun fatevi avanti. Le prime accusano i secondi di ingerenza in territori non loro»
«Abbiamo una lamentela per il Sidhe» scandirono all’unisono i due rappresentanti.
«Il Sidhe vi ascolta» al coro delle altre creature si unì anche uno frastornato Matthias.
Con attenzione ascoltò Fate e Leprachaun esporre i loro punti di vista e fece ciò che aveva promesso. Diede loro una soluzione e così continuò a fare nelle ore successive.
Al meglio delle sue possibilità e capacità, Matthias ascoltò le lamentele dei rappresentanti del Piccolo Popolo, districando abilmente problemi e enigmi a volte banali, altre complessi e difficili.
Era un ragazzo sveglio, dall’intelletto pratico, ma anche sognatore a sufficienza per comprendere le ragioni di Fate, Broonie e chiunque altro avanzasse una richiesta.
Punto dopo punto, gli Ordini del Giorno più urgenti del Sidhe furono affrontati senza nemmeno una tregua e Matthias si dimostrò più caparbio degli altri nel voler proseguire il consiglio.
A stento toccò cibo, tanto era concentrato nello svolgere l’importante compito che gli era stato affidato. Non voleva disattendere le aspettative di chi aveva riposto in lui la propria fiducia, né avrebbe mai lasciato la soddisfazione a Alastar di affermare che gli esseri umani erano del tutto inutili come specie.
Continuò così anche nella giornata successiva e al tramonto del suo terzo giorno tra gli abitanti del Popolo delle Colline, Matthias finalmente si alzò dal ceppo di Elinor e si mise al centro del cerchio.
«Ho una richiesta per il Sidhe» disse, scandendo le parole così che tutti potessero sentirlo.
Dopo quell’esperienza si sentiva diverso, più completo ma anche estremamente svuotato.
Non sempre le sue scelte avevano soddisfatto chi portava la lamentela, o la controparte, e questo lo tormentava, ma aveva cercato di agire seguendo la logica e il buonsenso. Sperava che con il tempo le decisioni da lui prese avrebbero portato dei miglioramenti.
«Il Sidhe ti ascolta» gli fece eco l’assemblea.
«Il Sidhe ti ascolta, Matthias Shepard» confermò Elinor, riprendendo il posto che le spettava di diritto.
«In questi due giorni ho ascoltato, giudicato e proposto soluzioni per i problemi che il Daoine Maithe mi ha sottoposto. Ho fatto ciò che la logica, la coscienza e il cuore mi hanno suggerito, nella speranza che le mie decisioni abbiano pacificato le controversie e che in un prossimo futuro portino pace in quelle che non possono risolversi in un solo giorno» disse, girando su se stesso per guardare tutti i rappresentanti. «Ho svolto l’incarico che mi avete affidato quanto meglio ho potuto. Nella limitatezza della mia esperienza ho cercato una soluzione ai dissidi che vi dividevano e ho soddisfatto le vostre richieste, tutto per avere da voi il permesso di avanzare una richiesta»
Si fermò e fissò il proprio sguardo su Elinor, perché era la figura più importante per il Piccolo Popolo e Matthias sapeva che sarebbe stata la sola in grado di convincere tutti i membri del Sidhe a lasciarlo andare.
«Aprite il portale»
I membri del Sidhe scattarono nell’istante in cui il ragazzo pronunciò l’ultima parola e pochi si schierarono a suo favore. Le Fate, i Leprachaun, i Dukko e i Folletti furono i primi a dirsi favorevoli, ma Alastar e gli altri si rifiutarono categoricamente di lasciarlo andare.
Elinor e i suoi due nipoti restarono in silenzio, contemplando Matthias e i rappresentanti del Daoine Maithe.
Anche Matthias, incurante delle urla degli abitanti delle Colline e delle minacce che uno scatenato Barry lanciava a chiunque fosse contrario a farlo partire, tenne gli occhi fissi sull’ultima figlia dei Tuatha De Danann, confidando nella sua intercessione, o in quella dei suoi nipoti.
«Una richiesta ardita» fu la sua sentenza dopo aver zittito l’assemblea. «Ma non ingiustificata. Hai servito bene il Sidhe, Matthias Shepard, e qualcosa ti è dovuto per questo»
«Non possiamo lasciarlo uscire!» Marcas Mac Dowell fu il più forte ad imporsi. «Il consiglio non è ancora chiuso e non possiamo farlo andar via senza la certezza che le sue decisioni siano quelle giuste!»
Matthias sapeva perché insisteva tanto. I Broonie erano stati penalizzati, seppur in minima parte, da una sua scelta di ampliare il numero di Portali controllati dai Folletti, tra i quali rientrava quello che lo avrebbe riportato sulla Terra.
«Potrete richiamarmi» propose Matthias, in uno slancio di ingenuità e buoni propositi. «Se non dovessi aver preso le giuste decisioni, tornerò a risponderne davanti al Sidhe»
«Questo è certo» Elinor riprese la parola. «E poiché le vite degli umani non sono longeve quanto le nostre, anche i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, finché il tuo sangue esisterà, saranno chiamati a giudizio o nel momento del bisogno»
La prospettiva sconvolse Matthias ma la accettò. Non poteva fare altro.
«Posso avere ciò che chiedo?»
«No» al rifiuto di Elinor, l’umano non fu il solo a essere deluso. «Abbiamo ancora una cosa da discutere. Che avanzino i Folletti»
Vedendo Dorran in mezzo al cerchio, Matthias si ricordò cosa mancava da discutere: l’accusa a suo carico. Era stato così indaffarato da dimenticarsi che il Sidhe lo avrebbe dovuto giudicare.
«Dicci, Dorran O’Meara, rappresentante della tua specie: l’umano è una minaccia per i Folletti?»
«Non più. Il suo obiettivo era avanzare una richiesta al Sidhe, altrimenti avrebbe devastato le nostre terre»
Matthias non era certo che l’accusa fosse esattamente quella, ma nessuno obiettò perciò lasciò perdere. Aveva vissuto abbastanza avventure in quei tre giorni per voler immischiarsi di nuovo.
«I Folletti ritirano l’accusa»
«Bene. Ora, che sia messa ai voti la richiesta di Matthias Shepard. Fate?»
«Accettiamo»
«Dukko?»
L’esserino verde annuì e questa volta guardò Matthias con stima e benevolenza.
Il voto a favore, oltre che da Folletti, Gnomi e Leprachaun, arrivò anche dal rappresentante dei Gean-Canogh, che prima si era opposto a renderlo arbitro nelle questioni del Sidhe, tranquillizzato dalla possibilità di richiamarlo qualora avessero avuto dei problemi in conseguenza alle sue scelte. Si opposero, però, Broonie, Goblin e Spriggan e a Matthias occorrevano sette voti favorevoli per poter andarsene.
Il suo destino dipendeva dalla decisione di Elinor e Matthias continuava a pensare alle parole di Barry a proposito della natura degli Elfi. Fino a quel momento lo aveva aiutato, ma non poteva essere certo che lo avrebbe fatto ancora.
Pensò a Deirbhile e inconsciamente la guardò. Sorrideva.
Forse, ora che il divertimento sarebbe finito e il consiglio sarebbe tornato alla normalità, avevano deciso di farlo restare.
«Conserva il dono che hai ricevuto ieri» Elinor si decise a parlare e lo fece rivolgendosi direttamente a Matthias. «Il suo suono sarà un monito delle responsabilità che ancora pendono su di te» sul suo viso apparve il primo accenno di una qualche emozione e un velato sorriso. «Oggi ritornerai nel tuo mondo ma non è un addio, Matthias Shepard. Il tuo sangue sarà chiamato ancora davanti a questo consiglio»
«Ed il mio sangue si presenterà»
La risposta sorse spontanea sulle labbra del ragazzo, così estranea al suo modo di parlare, ma così vera allo stesso tempo. Avrebbero mantenuto la parola data, lui e le generazioni a venire.

Poiché la notte stava per nascere, fu deciso di interrompere il consiglio e permettere a Matthias di tornare a casa. I saluti furono molti, alcuni commossi e colmi di benevolenza nei confronti di un semplice ragazzo che si era dimostrato all’altezza delle aspettative, e solo dopo aver rinnovato la propria promessa, fu accompagnato al portale più vicino dagli O’Meara, i Folletti che tanto avevano fatto per lui.
«È ora» Dorran si sfilò il cappello e strinse la mano di Matthias. «È stato un onore avere cura di te»
«L’onore è stato quello di essere vostro ospite» ricambiò la stretta del capoclan. «Non sarei mai riuscito a parlare al Sidhe senza il vostro aiuto. Avete la mia eterna gratitudine»
«Ora fai parte del Sidhe» Dorran estrasse dal panciotto un sonaglio identico a quello che Matthias aveva nella tasca della giacca e lo fece suonare. «Sei un nostro fratello»
«Uno di quelli un po’ tocchi» lo canzonò Barry, regalando a Matthias una pacca sul braccio. «Ma non per questo sei escluso dalla famiglia»
Il ragazzo non seppe come ricambiare l’affetto che Barry e suo padre gli avevano appena dimostrato e che anche lui sentiva, nato dopo solo tre giorni in loro compagnia ma profondo come se li conoscesse da una vita.
«Un regalo d’addio» Patrick gli consegnò un involucro fatto di foglie e dentro Matthias vi trovò una pipa. Ai lati del fornello erano stati intagliati due simboli.
«Sono un Occian, che rappresenta la tua predisposizione allo scambio di pensieri e di idee, e un Tri-Skell» spiegò il fratello del capoclan, vedendo la curiosità dell’umano. «Un augurio per il successo delle tue prossime avventure»
«Grazie» era commosso e imbarazzato. «Io non ho nulla per voi»
«Hai già fatto un regalo a tutti noi assumendoti la responsabilità dell’intero Sidhe in questi due giorni! Potresti aver abbreviato il consiglio di mezzo secolo» lo rassicurò Dorran. «Non serve altro»
«Come aprirete il portale?» domandò, osservando curioso lo specchio d’acqua dove lo avevano accompagnato.
«Nel modo più semplice che si possa immaginare» Dorran schioccò le dita e la superficie dell’acqua si riempì di increspature luminose.
Matthias guardò Barry e sorrise. «Non bastava schioccare le dita, eh?»
«Non ho mai detto che non fosse quello il metodo giusto» si giustificò, divertito. «Solo che non era sufficiente»
«Coraggio, ragazzo! Una rincorsa e un tuffo e sarai a casa»
Matthias li ringraziò ancora una volta, sistemando il regalo nella stessa tasca del sonaglio ricevuto da Elinor come tramite dell’intero Piccolo Popolo, e camminò all’indietro di qualche passo.
Prese fiato e si lanciò.

*

Riaprendo gli occhi, Matthias sentì il corpo indolenzito e dolorante. Qualcosa di umido e ruvido gli sfiorava la guancia. Sembrava una lingua.
Un belato lo riportò alla realtà. Mise a fuoco ciò che aveva davanti e trovò un muso bianco con una chiazza marrone sul naso. Quella era la pecora che stava cercando prima di cadere nel Regno delle Colline!
Si guardò attorno e alzandosi per fare qualche passo avanti scoprì di essere nelle cantine delle rovine che stava esplorando la sera del temporale. Era giorno e la luce filtrava da un buco in una delle pareti. Il muro aveva ceduto e quello che un tempo era un sotterraneo ora si apriva sulla parte occidentale della collina. La pecora, dovunque si fosse cacciata quella notte, doveva essere entrata da lì.
Fuori la giornata era limpida ma il paesaggio portava ancora i segni del temporale, come se non fosse passata che una sola notte. Si tastò gli abiti e li sentì umidi e freddi.
Non ricorda di essersi bagnato attraversando il portale. No, lo specchio d’acqua non lo aveva bagnato. Ma allora perché i suoi vestiti lo erano?
Che fosse stato un sogno? La caduta dalle scale lo aveva lasciato incosciente per un’intera notte e quella straordinaria avventura tra le creature del Piccolo Popolo era solo frutto della sua fervida fantasia?
Possibile, si disse, trascinando la pecora con sé attraverso il varco nel muro e uscendo nell’aria fresca della tarda mattinata. In fondo, come possono esistere certe creature? Era solo un sogno.
Ma dentro di sé sentiva che quel pensiero era una menzogna. L’affetto provato per gli O’Meara era reale, tanto quanto lo era il ricordo di aver fatto le veci del Sidhe per due interi giorni.
Sapeva che era accaduto veramente e aveva un solo modo di provarlo. Tastò la tasca là dove ci sarebbero dovuti essere il sonaglio e la pipa donatagli da Patrick.
Un sorriso gli sfiorò le labbra e prese a trascinare la pecora con più enfasi. Era felice e tornò verso casa accompagnato da una pecora recalcitrante.
E dal tintinnio cristallino all’interno della sua giacca.

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Note

  1. Barry confonde il cognome di Matthias con shepherd (pastore). Hanno la stessa pronuncia, per questo è tanto sconvolto dalla notizia che il ragazzo ha perso una pecora.
  2. Tuatha De Danann [tuaə de danəan] = furono il quinto dei sei popoli preistorici che invasero e colonizzarono l’Irlanda prima dei Gaeli. 
  3. Daoine Maithe [di:in: mahe] = è il nome con cui in Irlanda si indicano collettivamente i membri del Piccolo Popolo.
  4. Daoine Sidhe [di:in: ∫i:ə] = altro nome assunto dai Tuatha de Danann.
  5. È celtico irlandese. Significa “Giuriamo”.

Singing in the Rain #1 : Parallel Universe by Red Hot Chili Peppers

Ben trovati viaggiatori e viaggiatrici! Buon Martedì!

Spero siate pronti per partire di nuovo, perché per il primo appuntamento con Singing in the Rain mi sono affidata a uno dei pochi brani sugli universi paralleli che conosco. Quest’oggi il viaggio ci porterà sì ai confini di un mondo alternativo, ma anche in un altro regno parallelo, quello dell’inconscio collettivo!

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Informazioni generali

TitoloParallel Universe
Artista: Red Hot Chili Peppers

AlbumCalifornication
Artista album: Red Hot Chili Peppers
Compositore: Red Hot Chili Peppers
Genere: Alternative Rock
Anno: 1999
# Traccia: 2 di 15
Singolo: Sì, è stato il sesto singolo estratto dall’album (2001)

Copertina album

RedHotChiliPeppersCalifornication

Video

Testo

Deep inside of a parallel universe
It’s getting harder and harder
To tell what came first

(Nelle profondità di/Così in profondità in un universo parallelo
Diventa sempre più difficile
Dire cosa sia accaduto prima)

Under water where thoughts can breathe Easily
Far away you were made in a sea
Just like me

(Sottacqua dove i pensieri possono respirare facilmente
[In un posto] Lontano sei stato creata in un mare
Proprio come me)

[Ritornello]
Christ I’m a sidewinder
I’m a California King
I swear it’s everywhere
It’s everything

(Cristo sono un rettile
Sono un re della California
Lo giuro è dovunque
È in ogni cosa)

Staring straight up into the sky
Oh my my a solar system that fits
In your eye Microcosm

(Fissando dritto su nel cielo,
Oh Dio, un sistema solare che calza a pennello
Nel Microcosmo del tuo occhio)

You could die but your never dead spider web
Take a look at the stars in
Your head fields of space kid

(Potresti morire ma la tua ragnatela non muore mai
Dai un’occhiata alle stelle nella
Tua testa, i campi di un bambino dello spazio)

[Ritornello]

Psychic changes are born in your heart Entertain
A nervous breakthrough that makes us the same
Bless your heart girl

(Sono sorti dei cambiamenti psichici nel divertimento del tuo cuore
Una scoperta nervosa che ci rende uguali
Benedici il tuo cuore ragazza)

Kill the pressure it’s raining on
Salty Cheeks
When you hear the beloved song
I am with you

(Allenta la pressione, sta piovendo su
Salty Cheeks
Quando senti l’amata canzone
Sono con te)

Significato

Premessa: È una mia interpretazione. Siete liberi di non condividerla e darmi la vostra versione 😊

Per quello che ne posso sapere di ciò che passa nella testa di Anthony Kiedis mentre scrive o si fa di qualche strana droga, trovo che sia una canzone molto profonda e spirituale, soprattutto ricca di riferimenti alla filosofia Hindu del Kundalini (l’energia interiore che permette l’elevazione spirituale).
Comunque sia, il testo fa riferimento alla possibilità di coesistenza tra più universi, dove si è immersi ed è difficile stabilire quale sia venuto prima (oppure l’originale e la copia), e i cui abitanti hanno un’origine in comune [1ª e 2ª strofa] che li rende parte di un’unica mente collettiva, di unica rete all’interno della quale lo spirito è immortale [4ª strofa]. Questo fa si che il genere umano possa potenzialmente trovarsi in ogni luogo e essere qualsiasi cosa [ritornello], da un rettile (sidewinder, ha più significati ma qui si adattava meglio quello di “crotalo ceraste”, un rettile del deserto) a un ipotetico re della California. L’infinita potenzialità di esistenza e trasformazione è possibile grazie alla facoltà di astrazione, che come vi dicevo fa parte della filosofia Hindu e che da al nostro occhio interiore, il Terzo Occhio, la possibilità di vedere un altro sistema solare e altre stelle, che diventano una sorta di “parco giochi” per quei viaggiatori divenuti bambini [3ª e 4ª strofa]. La definizione di “bambino” credo dipenda dal fatto che si osserva questo nuovo universo con la curiosità che contraddistingue i più piccoli e da un fattore d’età, perché anche un adulto è simile a un bambino se paragonato con l’universo. Le ultime due strofe [5ª e 6ª] sono quelle che mi hanno creato più problemi mentre traducevo il testo, perché abbastanza complesse… Sono un invito a una comunione spirituale, per altro già avvenuta. I cambiamenti psichici sono appunto il condividere ciò che, letteralmente, è “l’atto di divertirsi del tuo cuore” (in your heart entertain), cioè il viaggio, il quale diventa una svolta celebrale che rende simili tutti gli individui e li mette in contatto. Nell’ultima strofa non ho tradotto Salty Cheeks per due motivi: primo, perché alla lettera significa “guance salate” e l’immagine di due guance rigate di lacrime non si incastrava con il resto del testo; secondo, perché se immaginiamo sia il nome di una persona, otterremo come suo numero caratterizzante l’11, che nella cabala e in credenze di questo tipo simboleggia la spiritualità, la saggezza spirituale, la conoscenza, la consapevolezza e l’intuizione. Un significato in linea con tutta la canzone.

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Come vedete niente voto! Ho già detto di non essere così esperta di musica da poter dare voti e questa sarà la sola altra rubrica, insieme a quella del Sabato, in cui non compariranno gli ombrellini.

Sono felice di avervi portati con me in quest’altra accezione di universo parallelo! Aspetto le vostre impressioni, mentre io vi lascio e vado a rivedere la tappa di domani de La météo de Baudelaire!
See you soon 💋