Unicorn Store

Buongiorno!

Con l’università che mi tiene super impegnata, il tempo per guardare qualcosa di nuovo è sempre limitato… L’altra sera, però, sono riuscita a ritagliarmi un’oretta per guardare l’ultimo prodotto di casa Netflix!

Titolo
Unicorn Store
Regia
Brie Larson
Anno
2017
Genere
Commedia
Lingua
Inglese

Paese di produzione
Stati Uniti d’America
Sceneggiatura
Samantha McIntyre
Cast
Brie Larson, Samuel L. Jackson, Joan Cusack, Bradley Whitford, Karan Soni, Mamoudou Athie, Mary Holland, Hamish Linklater, Annaleigh Ashford, Martha MacIsaac, Chris Witaske, Ryan Hansen

Kit è una donna adulta, ex studentessa di arte fallita che non riesce a trovare il proprio posto nel mondo degli adulti, fondamentalmente perché non si ritrova in quel complesso di regole e schemi fissi che caratterizza la vita dei suoi genitori, dei suoi vicini e di tutti coloro che incontra.
Tuttavia Kit, stanca dell’ennesimo fallimento e del disappunto che vede sempre sul volto dei suoi genitori, decide di mettere da parte tutte le fantasie della sua infanzia, nascondendo negli scatoloni i giocattoli, i disegni e i pelouche a forma di unicorno che ancora tiene con sé nella propria camera. Trovato lavoro presso un’agenzia pubblicitaria come stagista, la sua vita sembra essersi incastrata nei binari che tutti attorno a lei credono siano migliori. Ma è proprio in questo momento che la vita di Kit subisce una svolta inaspettata: sulla sua scrivania, infatti, è apparso un invito personalizzato per il misterioso The Store.
Scettica e un po’ titubante, Kit vi si reca e fa la conoscenza de Il Venditore, il responsabile del negozio dove è possibile trovare ciò che si desidera nel profondo del proprio cuore. E per lei questo significa avere la possibilità di portare a casa con sé un unicorno in carne e ossa. Ma per ottenerlo, Kit dovrà dimostrare di sapersene prendere cura, di essere una persona responsabile, economicamente stabile e con la capacità di gestire i rapporti umani in modo proficuo. Per lei si prospettano quindi diverse prove da superare e che la portano a fare la conoscenza di Virgil, il tuttofare nel negozio di ferramenta che l’aiuterà a costruire una casa per l’unicorno, a impegnarsi sul lavoro per ottenere un posto fisso e a risolvere l’eterno conflitto che la separa dalle opinioni dei suoi genitori.
Unicorn Store è un film che metti i sogni dei bambini di fronte alla pragmatica vita degli adulti, li fa interagire e scontrare fino a trovare una strada che permetta a entrambi di coesistere nella vita di tutti giorni. La storia di Kit, con il suo percorso di crescita per realizzare il suo più grande desiderio di bambina, è una favola moderna dove emerge prepotente l’idea di un’esistenza caratterizzata dalla gioia di vivere, nonché dall’ingenuità dell’infanzia, e dal più composto e sobrio pragmatismo degli adulti, dov’è possibile ancora avere uno sguardo fantasioso sul mondo nonostante la consapevolezza di dover crescere e trovare la propria strada nel mondo in modo autonomo e un po’ disincantato.
La protagonista, devo ammetterlo, non mi ha entusiasmato molto, anche se capisco cosa abbia voluto rappresentare. La sua visione infantile, quasi semplicistica, della differenza tra il mondo degli adulti e quello dei bambini, da cui nasce questa sua impossibilità di inserirsi in uno o nell’altro, è il punto focale del film ma anche quello che, secondo me, lo rende più debole e meno incisivo. Kit va al di là dell’essere afflitta dalla sindrome di Peter Pan, rendendo questo suo carattere un po’ naïf difficile da sopportare fino alla fine del film, soprattutto se si considerano i suoi numerosi cambi d’abito, tutti rigorosamente coloratissimi. Si ha l’impressione che questa sua vena bambinesca (non intendetelo in senso negativo, ma solo come riferimento al suo essere così legata al mondo dell’infanzia) corra costantemente sopra le righe per enfatizzare il suo essere estranea alla “normalità” degli adulti e lo fa fin troppo, trasformando il tutto in qualcosa di assurdo e poco credibile.
Ovvio, un negozio come il The Store è quasi sicuramente frutto della sua immaginazione, però avrebbero potuto rendere questo suo essere così fantasiosa un po’ meno estremo, sottolineando magari fatto che, forse, c’è davvero qualcosa di reale in quel luogo e nel suo venditore. Così facendo, avrebbero mescolato realtà e immaginazione ancora di più, eliminando quel confine che ancora si avverte nelle due anime della protagonista.

Non sono esattamente soddisfatta da questo film, anche se trovo il messaggio finale davvero bello e ottimista… Secondo me, avrebbe potuto dare di più.

Se lo avete visto, fatemi sapere come vi è sembrato. Nel frattempo grazie per essere passati a leggere questa recensione!

A domani
Federica 💋

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Avengers: Endgame

Buongiorno 😊

Perdonate l’assenza, ma, come si evince dal titolo, sono stata a vedere l’ultimo film della Marvel e… Beh, sono triste, per tante ragioni. Se voi ancora non lo avete visto, saltate la recensione 😉

Titolo
Avenger: Endgame
Regia
Anthony e Joe Russo
Anno
2019
Genere
Azione, fantascienza, avventura
Lingua
Inglese
Paese di produzione
Stati Uniti d’America
Soggetto
Vendicatori creati da Stan Lee e Jack Kirby
Sceneggiatura
Christopher Markus e Stephen McFeely
Cast
Robert Downey Jr., Chris Evans, Mark Ruffalo, Chris Hemsworth, Scarlett Johansson, Jeremy Renner, Don Cheadle, Paul Rudd, Brie Larson, Karen Gillan, Danai Gurira, Benedict Wong, Jon Favreau, Bradley Cooper, Gwyneth Paltrow, Josh Brolin, Benedict Cumberbatch, Chadwick Boseman, Tom Holland, Zoe Saldana, Evangeline Lilly, Elizabeth Olsen, Anthony Mackie, Sebastian Stan, Tom Hiddleston, Pom Klementieff, Dave Bautista, Letitia Wright, Michael Douglas, Michelle Pfeiffer, Cobie Smulders, Linda Cardellini, Tom Vaughan-Lawlor, Vin Diese, Chris Pratt, Samuel L. Jackson, Michael James Shaw, Terry Notary, Monique Ganderton, Tessa Thompson, Rene Russo, John Slattery, Tilda Swinton, Hayley Atwell, Marisa Tomei, Taika Waititi, Angela Bassett, William Hurt, Winston Duke, Maximiliano Hernández, Frank Grillo, Jacob Batalon, Robert Redford, Ross Marquand, Kerry Condon, Callan Mulvey, Ty Simpkins, Natalie Portman, James D’Arcy, Hiroyuki Sanada

 

Thanos ha compiuto la sua missione, eliminando metà della popolazione dell’universo, si è ritirato ma per i vendicatori del pianeta Terra non è ancora giunto il momento di darsi per vinti. Ritrovati Iron Man e Nebula, sopravvissuti alla morte nello spazio profondo grazie a Captain Marvel, per i supereroi rimasti finalmente è arrivato il momento di chiudere i conti con il titano pazzo che ha sconvolto le loro vite.
Ma a nulla porta il ritrovarlo e il chiedergli che fine abbiano fatto le gemme dell’infinito. Perché non esistono più: Thanos le ha distrutte per chiudere il cerchio che ha portato alla loro creazione. E senza gemme il titano non è più di alcuna utilità.
Cinque anni dopo, gli ex Avengers conducono tutti esistenze separate. Cap gestisce un gruppo di auto-aiuto, Bruce Banner è verde, Iron Man si è ritirato, Thor è… un po’ il Drugo (The Big Lebowski) Vedova Nera coordina i supereroi rimasti nelle loro missioni di controllo del pianeta e dell’universo, mentre Occhi di Falco combatte il lutto sterminando i criminali sotto il nome di Ronin. Tutti cercano, a loro modo, di dare un senso a quello che è successo, tirando avanti come possono. Almeno finché non riappare Scott Lang!
Dato tra le vittime di Thanos, in realtà Ant-Man fuoriesce dal regno quantico convinto che siano passati solo cinque minuti. Sconvolto dalla scoperta di ciò che è accaduto, è il primo che cerca gli Avengers per provare a riportare tutti indietro. Come? Manipolando il tempo attraverso il regno quantico per recuperare le gemme prima di Thanos e annullare il suo schiocco di dita, per poi rimetterle nel momento esatto da cui sono state prese ed evitare la creazione di linee temporali alternative.
Il viaggio degli Avengers rimasti è quindi un percorso a ritroso nel tempo, nella loro stessa storia e nei film che hanno consacrato la Marvel come un fenomeno mediatico senza precedenti. Le scene, rigirate o recuperate dai cut-scene delle pellicole precedenti, mettono a confronto gli eroi per com’erano e come sono ora, mostrando le loro insicurezze, le difficoltà che hanno attraversato e gli inevitabili momenti di ilarità che causano incrociando e cercando di evitare i loro se stessi del passato.
Avengers: Endgame è un bel film. Coinvolge ed emoziona per la storia, ma soprattutto per la consapevolezza che chiude più di dieci anni di lavoro (il primo Iron Man è del 2008), dando il giusto saluto a certi personaggi e regalando ad altri nuove possibilità di espressione, non legate al grande schermo e alla nuove avventure che nasceranno su un pianeta Terra post Endgame.
Mi è spiaciuto tantissimo dire addio al mio supereroe preferito, perché in fondo, nonostante l’ostinatezza e le risposte un po’ piccate, ha sempre dimostrato di avere un cuore e di custodirvi il benessere di tutta l’umanità e dei suoi colleghi supereroi, compreso il ribelle a stelle e strisce! Mi mancherà, senza dubbio!

Si chiude effettivamente un cerchio, ma la Marvel (con Disney) ha già in serbo tanti nuovi film e serie tv tutte da gustare!! Non vedo l’ora che arrivino 😍 Ma voi lo avete visto? Come vi è sembrato?

Aspetto le vostre impressioni se vi va, ma nel frattempo grazie di essere passati a leggermi!

A presto
Federica 💋

Captain Marvel

Buongiorno!

A quasi una settimana dalla sua uscita, non potevo non parlarvi dell’ultimo prodotto filmico di casa Marvel!

Titolo
Captain Marvel
Regia
Anna Boden e Ryan Fleck
Anno
2019
Genere
Azione, fantascienza, avventura, supereroi
Lingua
Inglese
Paese di produzione
Stati Uniti d’America
Soggetto
Roy Thomas e Gene Colan
Sceneggiatura
Anna Boden, Ryan Fleck, Geneva Robertson-Dworet, Jac Schaeffer
Cast
Brie Larson, Samuel L. Jackson, Ben Mendelsohn, Djimon Hounsou, Lee Pace, Lashana Lynch, Gemma Chan, Annette Bening, Clark Gregg, Jude Law

I Kree sono una razza aliena di guerrieri, onorevoli e senza paura, e Vers è una di loro, forte e alle prese con la sua prima vera missione per mettere in salvo in informatore da un attacco dei loro nemici, gli Skrull. Ma qualcosa va storto e Vers viene catturata, scoprendo che questi esseri capaci di mutare aspetto hanno un obiettivo ben preciso: vogliono raggiungere la Terra e una dottoressa che ha fatto una scoperta per loro fondamentale.
Una scoperta che però ha conseguenze profonde anche per Vers. Perché questa guerriera possiede un passato di cui non ricorda assolutamente nulla e che può essere fondamentale per terminare, una volta per tutte, lo scontro tra Kree e Skrull.
Captain Marvel vede quindi l’arrivo di questa supereroina nell’America di metà anni ’90, vestita in “tenuta da videogioco” e subito affiancata dal giovane agente operativo dello S.H.I.E.L.D. Nicholas Joseph Fury, o semplicemente Fury per chiunque, con il quale si instaura un rapporto affiatato sin da subito, coinvolgendo la famosa organizzazione nel suo primo caso di contatto con gli alieni. E insieme Fury e Vers vanno alla scoperta del passato di lei, ritrovandosi ad affrontare un caso e una guerra ben più complessa di quel che sembra.
Tra razze aliene, inseguimenti in stile Star Wars e la pungente ironia del personaggio di Carol Denvers (Captain Marvel, interpretata da Brie Larson), questo film è uno spettacolo entusiasmante e coinvolgente, incentrato sulla riscossa femminile di fronte a una società militaristica (i Kree) e maschilista (gli umani), mentre si incastra in un discorso più ampio, che coinvolge il movimento #metoo tanto quanto una posizione ben definita sull’immigrazione (tema anticipato già con la conclusione di Thor: Ragnarok), che rimette in discussione l’intero incipit della storia.
Il film è una via di mezzo tra l’ilarità dell’ultimo Thor e l’impegno su un tema scottante di Black Panther, riuscendo a riempire entrambe le categorie alla perfezione e regalando un nuovo punto di vista su personaggi che ormai si conosco alla perfezione e che sono diventati delle istituzioni nel mondo Marvel, rispondendo anche a domande che ci si porta dietro dal primo film. Tutto si unisce e regala due ore intense (per i cameo e i diversi collegamenti da ritrovare con le pellicole precedenti) ma che volano, facendoti restare in trepidante attesa per le scene finali e farlo fino alla fine, tutta la fine, dei titoli di coda!

E ora manca solo Avengers: Endgame 😭 che tristezza! Già piango, ben sapendo (dai fumetti) quale sarà la sorte dello scontro contro Thanos, iniziato con Infinity War lo scorso anno! Per fortuna, Aprile non è poi così lontano!

Voi lo avete visto? O andrete a vederlo nei prossimi giorni?

Come sempre, grazie per essere stati qui con me!
Federica 💋

Bohemian Rhapsody

Buongiorno e buon inizio della settimana!

Per questo Lunedì vi porto al cinema! Avete voglia di scoprire un film che ha battuto un bel po’ di record?

Titolo
Bohemian Rhapsody

Regia
Bryan Singer
Anno
2018
Genere
Biografico, drammatico, musicale
Lingua
Inglese
Paese di produzione
Stati Uniti d’America, Regno Unito
Soggetto
Anthony McCarten, Peter Morgan
Sceneggiatura
Anthony McCarten
Cast
Rami Malek, Lucy Boynton, Gwilym Lee, Ben Hardy, Joseph Mazzello, Aidan Gillen, Tom Hollander, Allen Leech, Mike Myers, Aaron McCusker

L’ascesa, il successo, il declino e la rinascita di una delle band più famose e rappresentative degli anni ’80, nonché del suo iconico frontman, è la successione di eventi raccontata nel biopic Bohemian Rhapsody, che, con uno spunto a volte triste, a volte celebrativo, ritrae Freddie Mercury lungo gli anni che lo hanno reso una leggenda.
Dagli inizi, quando ancora Farrokh Bulsara viveva con la famiglia nei sobborghi di Londra e lavorava all’aeroporto, all’incontro con i membri della band che diventerà i Queen, il film segue l’esperienza, la crescita e gli scontri che il gruppo affronta concentrandosi sul suo leader, sull’eclettico e talentuoso Freddie Mercury in tutte le fasi e i momenti chiave che lo hanno reso una vera e propria icona.
Quello che però emerge non è l’alone regale, maestoso e brillante del personaggio Mercury, quello che lui ha costruito e forgiato per il pubblico, bensì il lato umano, spesso solitario e triste di un uomo che appare perso, confuso tra le aspettative degli altri (in particolare della famiglia d’origine) e il desiderio di esprimere davvero se stesso, senza essere giudicato né guardato diversamente per questo.
In questo ritratto appare evidente la mano degli altri membri della band, che hanno supervisionato il film in tutte le fasi di lavorazione, proprio perché esso è meno appariscente e vistoso di quello che lo stesso Mercury avrebbe forse dipinto di se stesso. L’interpretazione incredibile di Rami Malek, che supplisce alle inevitabili differenze fisiche con un’immedesimazione geniale nel personaggio, si colora di note tristi, che finisco per sminuire la grandezza che ha reso famoso e immortale Mercury, quella presenza scenica che gli permetteva di esprimere con il corpo una parte del suo genio creativo, nonché della sua personalità, il suo essere la regina dello spettacolo.
Ovviamente l’aspetto musicale, dove il playback si coordina con un impressionante lavoro di sincronizzazione del labiale di Malek, è quello che, personalmente, mi ha più entusiasmata. È impossibile non cantare la canzoni dei Queen mentre si sta guardando il film, perché si crea lo stesso coinvolgimento che il gruppo voleva ottenere durante i concerti ed è quello che, appunto, funziona meglio nel riportare alla luce la versione di Freddie Mercury che tutti, o quasi, ricordano.
È bello vedere l’aspetto umano del personaggio, però quello che davvero mi aspettavo di vedere è la Regina Freddie Mercury, eclettica, sopra le righe e profonda come lui lo è stato in vita. Si sente, e lo sottolineo di nuovo, la mano che ha supervisionato il lavoro, soprattutto nella centralità del gruppo e nel ruolo di “vittima” che incarnano May, Taylor e Deacon (batterista, chitarrista e bassista), sia degli eccessi da star di Mercury sia del suo genio così esplosivo.
Che non fosse solo Freddie Mercury a comporre il gruppo e la sua particolarità è ovvio, però sembra che si sia voluto sottolineare che, sì, lui era il frontman, la “Regina”, però i Queen erano molto di più, non ruotavano attorno a Mercury, bensì il contrario, evidenziando come senza gli altri lui non riuscisse a esprimersi davvero.

Forse è vero che Mercury senza May, Taylor e Deacon era perso, tuttavia credo abbiano finito per trasformarlo in uno stereotipo della rockstar dannata e solitaria… Voi lo avete visto? Impressioni?

A domani
Federica 💋

The Shape of Water

Buongiorno! E buon San Valentino, mi vien da dire 😉

Questa settimana ho latitato un po’ causa influenza! Accidenti!

Però oggi ritorno parlandovi di un film fantastico! Non è così recente, però sono riuscita a recuperare questa pellicola da Oscar solo da poco!

Titolo
La forma dell’acqua
Titolo originale
The Shape of Water

Regia
Guillermo del Toro
Anno
2017
Genere
Fantastico, sentimentale, avventura, drammatico
Lingua
Inglese

Paese di produzione
Stati Uniti d’America
Soggetto
Guillermo del Toro
Sceneggiatura
Guillermo del Toro, Vanessa Taylor
Cast
Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, Octavia Spencer, Nick Searcy, David Hewlett, Lauren Lee Smith, Morgan Kelly, Stewart Arnott, Nigel Bennett, Martin Roach, John Kapelos, Jayden Greig, Brandon McKnight

La Guerra Fredda tra Stati Uniti e Russia si gioca su ogni fronte possibile, anche e soprattutto su quello scientifico. E nel segretissimo laboratorio governativo di Baltimora, tra esperimenti e scoperte incredibili, la giovane addetta alle pulizia Elisa trascorre i turni serali insieme a Zelda, la collega afroamericana, nella più completa solitudine ed emarginazione.
Elisa, infatti, come Zelda e il suo coinquilino Giles, è una persona sola, non solo perché affetta da mutismo, ma anche perché è diversa da tutto ciò che viene considerato normale dalla società che la circonda.
Ma quando nel laboratorio viene portata una misteriosa creatura acquatica, il mondo tranquillo e monotono di Elisa viene sconvolto, in meglio tanto quanto in peggio, portandola a conoscere un’altra creatura “muta” esattamente come lei, diversa e senza la possibilità di far sentire la propria vera voce.
The Shape of Water, che ho avuto il piacere di guardare in versione originale, è una favola moderna sullo stile de “La bella e la Bestia”, dove a essere al centro della vicenda c’è il diverso, l’incomprensibile estraneo che non sa, o non riesce, a comunicare con gli altri, sia perché questi ultimi mancano della volontà di comprendere, sia perché non sono davvero interessati ad ascoltare.
Lo stile della narrazione ne fa però una favola dalle tinte dark e ricche di mistero, due elementi accentuati dal background storico in cui il film è stato ambientato. Perché incentrare questa vicenda sui pregiudizi e sull’odio/sopruso verso il più debole (una definizione relativa, tuttavia, perché ciò che sembra debole in un determinato contesto può non esserlo davvero) negli anni della guerra fredda gioca a favore dell’idea che permea tutto il film.
Quel senso di sospetto verso tutto e tutti e i pregiudizi incentrati sull’ignoranza del non voler prendere in considerazione un punto di vista diverso dal proprio sono i due capisaldi della diffidenza che l’occidente, gli Stati Uniti in questo caso, ha da sempre nutrito verso l’altro, l’estraneo, il diverso. Ed è attraverso Elisa, supportata in vari modi da Zelda e Giles, che viene abbattuto questo finto muro che vorrebbe dividere le due parti, dimostrando come, dall’incapacità di esprimersi nel proprio mondo, possa nascere un legame profondo e una forza d’animo incredibile, necessaria e capace di unire due diversità che sembrano inconciliabili ma che in realtà sono identiche.

Un film fantastico e non mi stupisco che abbia vinto l’Oscar!! Voi lo avete visto?

Se vi manca, dovete assolutamente guardarlo 😊

A domani
Federica 💋