Captain Marvel

Buongiorno!

A quasi una settimana dalla sua uscita, non potevo non parlarvi dell’ultimo prodotto filmico di casa Marvel!

Titolo
Captain Marvel
Regia
Anna Boden e Ryan Fleck
Anno
2019
Genere
Azione, fantascienza, avventura, supereroi
Lingua
Inglese
Paese di produzione
Stati Uniti d’America
Soggetto
Roy Thomas e Gene Colan
Sceneggiatura
Anna Boden, Ryan Fleck, Geneva Robertson-Dworet, Jac Schaeffer
Cast
Brie Larson, Samuel L. Jackson, Ben Mendelsohn, Djimon Hounsou, Lee Pace, Lashana Lynch, Gemma Chan, Annette Bening, Clark Gregg, Jude Law

I Kree sono una razza aliena di guerrieri, onorevoli e senza paura, e Vers è una di loro, forte e alle prese con la sua prima vera missione per mettere in salvo in informatore da un attacco dei loro nemici, gli Skrull. Ma qualcosa va storto e Vers viene catturata, scoprendo che questi esseri capaci di mutare aspetto hanno un obiettivo ben preciso: vogliono raggiungere la Terra e una dottoressa che ha fatto una scoperta per loro fondamentale.
Una scoperta che però ha conseguenze profonde anche per Vers. Perché questa guerriera possiede un passato di cui non ricorda assolutamente nulla e che può essere fondamentale per terminare, una volta per tutte, lo scontro tra Kree e Skrull.
Captain Marvel vede quindi l’arrivo di questa supereroina nell’America di metà anni ’90, vestita in “tenuta da videogioco” e subito affiancata dal giovane agente operativo dello S.H.I.E.L.D. Nicholas Joseph Fury, o semplicemente Fury per chiunque, con il quale si instaura un rapporto affiatato sin da subito, coinvolgendo la famosa organizzazione nel suo primo caso di contatto con gli alieni. E insieme Fury e Vers vanno alla scoperta del passato di lei, ritrovandosi ad affrontare un caso e una guerra ben più complessa di quel che sembra.
Tra razze aliene, inseguimenti in stile Star Wars e la pungente ironia del personaggio di Carol Denvers (Captain Marvel, interpretata da Brie Larson), questo film è uno spettacolo entusiasmante e coinvolgente, incentrato sulla riscossa femminile di fronte a una società militaristica (i Kree) e maschilista (gli umani), mentre si incastra in un discorso più ampio, che coinvolge il movimento #metoo tanto quanto una posizione ben definita sull’immigrazione (tema anticipato già con la conclusione di Thor: Ragnarok), che rimette in discussione l’intero incipit della storia.
Il film è una via di mezzo tra l’ilarità dell’ultimo Thor e l’impegno su un tema scottante di Black Panther, riuscendo a riempire entrambe le categorie alla perfezione e regalando un nuovo punto di vista su personaggi che ormai si conosco alla perfezione e che sono diventati delle istituzioni nel mondo Marvel, rispondendo anche a domande che ci si porta dietro dal primo film. Tutto si unisce e regala due ore intense (per i cameo e i diversi collegamenti da ritrovare con le pellicole precedenti) ma che volano, facendoti restare in trepidante attesa per le scene finali e farlo fino alla fine, tutta la fine, dei titoli di coda!

E ora manca solo Avengers: Endgame 😭 che tristezza! Già piango, ben sapendo (dai fumetti) quale sarà la sorte dello scontro contro Thanos, iniziato con Infinity War lo scorso anno! Per fortuna, Aprile non è poi così lontano!

Voi lo avete visto? O andrete a vederlo nei prossimi giorni?

Come sempre, grazie per essere stati qui con me!
Federica 💋

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Bohemian Rhapsody

Buongiorno e buon inizio della settimana!

Per questo Lunedì vi porto al cinema! Avete voglia di scoprire un film che ha battuto un bel po’ di record?

Titolo
Bohemian Rhapsody

Regia
Bryan Singer
Anno
2018
Genere
Biografico, drammatico, musicale
Lingua
Inglese
Paese di produzione
Stati Uniti d’America, Regno Unito
Soggetto
Anthony McCarten, Peter Morgan
Sceneggiatura
Anthony McCarten
Cast
Rami Malek, Lucy Boynton, Gwilym Lee, Ben Hardy, Joseph Mazzello, Aidan Gillen, Tom Hollander, Allen Leech, Mike Myers, Aaron McCusker

L’ascesa, il successo, il declino e la rinascita di una delle band più famose e rappresentative degli anni ’80, nonché del suo iconico frontman, è la successione di eventi raccontata nel biopic Bohemian Rhapsody, che, con uno spunto a volte triste, a volte celebrativo, ritrae Freddie Mercury lungo gli anni che lo hanno reso una leggenda.
Dagli inizi, quando ancora Farrokh Bulsara viveva con la famiglia nei sobborghi di Londra e lavorava all’aeroporto, all’incontro con i membri della band che diventerà i Queen, il film segue l’esperienza, la crescita e gli scontri che il gruppo affronta concentrandosi sul suo leader, sull’eclettico e talentuoso Freddie Mercury in tutte le fasi e i momenti chiave che lo hanno reso una vera e propria icona.
Quello che però emerge non è l’alone regale, maestoso e brillante del personaggio Mercury, quello che lui ha costruito e forgiato per il pubblico, bensì il lato umano, spesso solitario e triste di un uomo che appare perso, confuso tra le aspettative degli altri (in particolare della famiglia d’origine) e il desiderio di esprimere davvero se stesso, senza essere giudicato né guardato diversamente per questo.
In questo ritratto appare evidente la mano degli altri membri della band, che hanno supervisionato il film in tutte le fasi di lavorazione, proprio perché esso è meno appariscente e vistoso di quello che lo stesso Mercury avrebbe forse dipinto di se stesso. L’interpretazione incredibile di Rami Malek, che supplisce alle inevitabili differenze fisiche con un’immedesimazione geniale nel personaggio, si colora di note tristi, che finisco per sminuire la grandezza che ha reso famoso e immortale Mercury, quella presenza scenica che gli permetteva di esprimere con il corpo una parte del suo genio creativo, nonché della sua personalità, il suo essere la regina dello spettacolo.
Ovviamente l’aspetto musicale, dove il playback si coordina con un impressionante lavoro di sincronizzazione del labiale di Malek, è quello che, personalmente, mi ha più entusiasmata. È impossibile non cantare la canzoni dei Queen mentre si sta guardando il film, perché si crea lo stesso coinvolgimento che il gruppo voleva ottenere durante i concerti ed è quello che, appunto, funziona meglio nel riportare alla luce la versione di Freddie Mercury che tutti, o quasi, ricordano.
È bello vedere l’aspetto umano del personaggio, però quello che davvero mi aspettavo di vedere è la Regina Freddie Mercury, eclettica, sopra le righe e profonda come lui lo è stato in vita. Si sente, e lo sottolineo di nuovo, la mano che ha supervisionato il lavoro, soprattutto nella centralità del gruppo e nel ruolo di “vittima” che incarnano May, Taylor e Deacon (batterista, chitarrista e bassista), sia degli eccessi da star di Mercury sia del suo genio così esplosivo.
Che non fosse solo Freddie Mercury a comporre il gruppo e la sua particolarità è ovvio, però sembra che si sia voluto sottolineare che, sì, lui era il frontman, la “Regina”, però i Queen erano molto di più, non ruotavano attorno a Mercury, bensì il contrario, evidenziando come senza gli altri lui non riuscisse a esprimersi davvero.

Forse è vero che Mercury senza May, Taylor e Deacon era perso, tuttavia credo abbiano finito per trasformarlo in uno stereotipo della rockstar dannata e solitaria… Voi lo avete visto? Impressioni?

A domani
Federica 💋

The Shape of Water

Buongiorno! E buon San Valentino, mi vien da dire 😉

Questa settimana ho latitato un po’ causa influenza! Accidenti!

Però oggi ritorno parlandovi di un film fantastico! Non è così recente, però sono riuscita a recuperare questa pellicola da Oscar solo da poco!

Titolo
La forma dell’acqua
Titolo originale
The Shape of Water

Regia
Guillermo del Toro
Anno
2017
Genere
Fantastico, sentimentale, avventura, drammatico
Lingua
Inglese

Paese di produzione
Stati Uniti d’America
Soggetto
Guillermo del Toro
Sceneggiatura
Guillermo del Toro, Vanessa Taylor
Cast
Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, Octavia Spencer, Nick Searcy, David Hewlett, Lauren Lee Smith, Morgan Kelly, Stewart Arnott, Nigel Bennett, Martin Roach, John Kapelos, Jayden Greig, Brandon McKnight

La Guerra Fredda tra Stati Uniti e Russia si gioca su ogni fronte possibile, anche e soprattutto su quello scientifico. E nel segretissimo laboratorio governativo di Baltimora, tra esperimenti e scoperte incredibili, la giovane addetta alle pulizia Elisa trascorre i turni serali insieme a Zelda, la collega afroamericana, nella più completa solitudine ed emarginazione.
Elisa, infatti, come Zelda e il suo coinquilino Giles, è una persona sola, non solo perché affetta da mutismo, ma anche perché è diversa da tutto ciò che viene considerato normale dalla società che la circonda.
Ma quando nel laboratorio viene portata una misteriosa creatura acquatica, il mondo tranquillo e monotono di Elisa viene sconvolto, in meglio tanto quanto in peggio, portandola a conoscere un’altra creatura “muta” esattamente come lei, diversa e senza la possibilità di far sentire la propria vera voce.
The Shape of Water, che ho avuto il piacere di guardare in versione originale, è una favola moderna sullo stile de “La bella e la Bestia”, dove a essere al centro della vicenda c’è il diverso, l’incomprensibile estraneo che non sa, o non riesce, a comunicare con gli altri, sia perché questi ultimi mancano della volontà di comprendere, sia perché non sono davvero interessati ad ascoltare.
Lo stile della narrazione ne fa però una favola dalle tinte dark e ricche di mistero, due elementi accentuati dal background storico in cui il film è stato ambientato. Perché incentrare questa vicenda sui pregiudizi e sull’odio/sopruso verso il più debole (una definizione relativa, tuttavia, perché ciò che sembra debole in un determinato contesto può non esserlo davvero) negli anni della guerra fredda gioca a favore dell’idea che permea tutto il film.
Quel senso di sospetto verso tutto e tutti e i pregiudizi incentrati sull’ignoranza del non voler prendere in considerazione un punto di vista diverso dal proprio sono i due capisaldi della diffidenza che l’occidente, gli Stati Uniti in questo caso, ha da sempre nutrito verso l’altro, l’estraneo, il diverso. Ed è attraverso Elisa, supportata in vari modi da Zelda e Giles, che viene abbattuto questo finto muro che vorrebbe dividere le due parti, dimostrando come, dall’incapacità di esprimersi nel proprio mondo, possa nascere un legame profondo e una forza d’animo incredibile, necessaria e capace di unire due diversità che sembrano inconciliabili ma che in realtà sono identiche.

Un film fantastico e non mi stupisco che abbia vinto l’Oscar!! Voi lo avete visto?

Se vi manca, dovete assolutamente guardarlo 😊

A domani
Federica 💋

American Psycho

Buongiorno!

Il film di oggi è abbastanza particolare. L’ho visto due volte, a distanza di anni, e ci ho messo un po’ a scriverne la recensione, perché ho avuto bisogno di tempo per far sedimentare l’idea che me ne sono fatta.

Titolo
American Psycho
Regia
Mary Harron
Anno
2000
Genere
Orrore, drammatico
Lingua
Inglese
Paese di produzione
Stati Uniti d’America
Soggetto
Bret Easton Ellis (romanzo)
Sceneggiatura
Guinevere Turner, Mary Harron
Cast
Christian Bale, Willem Dafoe, Jared Leto, Justin Theroux, Bill Sage, Josh Lucas, Chloë Sevigny, Reese Witherspoon, Samantha Mathis, Matt Ross, Cara Seymour, Guinevere Turner, Stephen Bogaert, Monika Meier, Reg E. Cathey

Metà anni ’80, Patrick Bateman è un uomo d’affari di Wall Street, concentrato unicamente sul lavoro, sull’apparenza e sul successo personale. Tutto in Patrick ruota attorno al culto dell’ego e dell’esteriorità, trasformando la sua vita personale, nonché quella lavorativa, in una corsa continua verso la cima.
Tutto nel suo mondo è una competizione, con se stesso e con i colleghi, in una ripetizione della realtà e delle sue forme che diventa bulimica, un’ingestione di ovvietà e di biglietti da visita praticamente identici che scatenano nella mente di quest’uomo di successo delle tendenze omicide e schizofreniche.
Patrick, infatti, di notte, progetta e commette omicidi, paga sessioni di orge con escort e prostitute per auto-celebrare la propria superiore virilità e mettere in pratica ogni genere di fantasia, fino a sfociare nel proibito e nella mutilazione quale atto di affermazione e potenza.
Non avendo letto il romanzo da cui è tratto (ammetto che non lo conoscevo prima di aver visto il film), l’impressione che ho avuto di American Psycho è parziale e vincolata ai tagli che sicuramente sono stati fatti nella sceneggiatura. Tuttavia, l’interpretazione di Christian Bale di quest’uomo divorato dalla frenesia e dalle dinamiche concorrenziali della società americana è incredibili e magistrale nella pazzia del personaggio. Patrick Bateman è il tipico Wolf of Wall Street, il colletto bianco della finanza che per emergere in un metaforico oceano di squali si trasforma, o crede di trasformarsi, in un vero predatore, le cui vittime però sono i colleghi e le donne con cui vorrebbe andare a letto, simboli dei due mondi in cui il protagonista cerca con ogni mezzo di affermarsi.
Il film, e mi ha stupito scoprire che risale solo al 2000, mette in chiaro la schizofrenica “lotta per il predominio” caratteristica della società americana lungo tutti gli anni ’80 e ’90, testimonia come l’ansia di emergere tra i tanti scateni paranoie e deformi la realtà, generando un istinto omicida folle e totalmente irrazionale.
In bilico tra un vero massacro e un delirio psicotico, con un finale che lascia più dubbi che risposte certe, l’intero film ruota attorno all’idea del metaforico atto di distruzione cui l’uomo moderno, il giovane incentrato sul successo e gli affari, è chiamato per affermare se stesso come individuo completo e realizzato, capace di soddisfare ogni suo bisogno o desiderio. Un’affermazione che, tuttavia, non lascia nulla di tangibile alla fine, sia che l’omicidio sia reale o solo immaginario, tranne un senso di vuoto impossibile da colmare.

Un consiglio, se come me siete facilmente impressionabili, guardatelo di giorno, con un bel sole splendente! Io l’ho visto la sera, entrambe le volte. Grande errore 😅 Però, devo dire che, nonostante i temi davvero importanti, non è un film che mi ha particolarmente convinta. Voi lo avete visto?

A domani
Federica 💋

Robin Hood – L’origine della leggenda

Ciao!

Primo giorno di Febbraio e si parla di film! Oggi a venire a trovarci è un ladro inglese davvero famoso, nella sua versione da XXI secolo 😊

Titolo
Robin Hood – L’origine della leggenda
Titolo originale
Robin Hood

Regia
Otto Bathurst
Anno
2018
Genere
Avventura, azione
Lingua
Inglese

Paese di produzione
Stati Uniti d’America
Soggetto
Folklore inglese
Sceneggiatura
Ben Chandler, David James Kelly
Cast
Taron Egerton, Jamie Foxx, Ben Mendelsohn, Eve Hewsonm Tim Minchin, Jamie Dornan, F. Murray Abraham, Paul Anderson, Josh Herdman, Cornelius Booth, Björn Bengtsson

Robin di Loxley è un crociato immerso nella guerra in Terra Santa, ma i soprusi perpetrati dai suoi commilitoni non si confanno alla nobiltà d’animo del giovane signore. Non sopporta le ingiustizie e quando si ribella per difendere la vita di un musulmano, viene rispedito a casa, ferito e nella più totale povertà.
Ma una volta fatto ritorno in Inghilterra, nessuno di coloro che ha lasciato indietro lo sta aspettando. Tutti sono andati avanti, compresa la sua futura sposa Maryon, che adesso lavora e vive nelle miniere con il suo compagno Will, una sorta di capo del sindacato dei lavoratori.
Distrutto e senza un vero scopo nella vita, è l’intruso John (soldato musulmano che ha aiutato in guerra) a ridare un senso alla sua vita, a fornirgli una missione da seguire per aiutare le persone che abitavano sulle sue terre e che da lui dovevano essere difese. Grazie a John, inizia la doppia vita di Robin, nobile di giorno, fuorilegge di notte, nel tentativo di sovvertire l’ingiusto governo che tiene stretta l’Inghilterra.
Personalmente, mi aspettavo molto da questo film, sia perché è presente un super cast, sia perché sono una fan della storia di Robin Hood. Alte aspettative, quindi, dettate dall’impostazione un po’ modernista del film (come anche fatto con l’ultimo su Re Artù) che, dal trailer, avrebbe dovuto mettere una storia un po’ datata sotto una nuova luce. Avrebbe dovuto e forse quasi ci sarebbe riuscito, peccato che abbia perso la sostanza in favore della spettacolarità, degli effetti speciali che rendono movimentata una trama troppo moderna.
Questa nuova versione di Robin Hood, per quanto goda di ottime intenzioni, finisce per svilire i tratti più interessanti della figura mitica del nobile ladro, trasformandola in una parodia tanto del signore di Loxley, tanto quanto dei messaggi interessanti che vorrebbe promuovere. Perché, trasformando il famosissimo Little John in un musulmano di colore, il regista opera una scelta ben precisa a livello dei significati, scelta che però viene messa in secondo piano dall’enfasi, molto stereotipata, con cui si carica il personaggio di Robin per trasformarlo in un eroe.
Quindi, il teaser del film “Se non tu, chi? Se non ora, quando?”, invece di essere il leitmotiv che aiuta a trovare il protagonista del cambiamento in ogni persona esistente (dicendo che, se vogliamo, tutti possiamo opporci alle ingiustizie), finisce per pesare su Robin Hood come una condanna, attestando ancora una volta che è il protagonista bello e ricco a doversi esporre per gli altri, a dover diventare l’eroe, mentre chi li ha accompagnati durante la sua assenza, il vero uomo qualunque, viene degradato a comparsa e a nemico, tutto a scopo commerciale.
È vero, dal punto di vista del blockbuster, potrebbe essere un film passabile. Se solo fosse stato meno moderno…

E come sempre, quando parto con delle aspettative, finisco per restarne un po’ delusa. Questa volta è andata così, appagata dal punto di vista scenico (grandi effetti, ben riusciti anche) ma totalmente insoddisfatta da quello dei contenuti. Pazienza… Voi lo avete visto? Impressioni?

Nel frattempo, a Lunedì!
Federica 💋