Lost somewhere

L’interno del bar era buio e deserto, come tutte le altre sere in cui si era ritrovata seduta al bancone a bere una birra di scarsissima qualità. Tutte le volte, e nemmeno quella faceva eccezione, aveva ordinato la stessa cosa, senza ben sapere perché si fosse fermata proprio lì dopo aver finito di lavorare, e anche in quel momento si stava maledicendo per non aver scelto qualcos’altro o per non essere filata dritta a casa come il suo capo le aveva suggerito sin da quando si erano incontrati. Ormai erano passati tre anni e lui non le aveva ancora fatto avere i documenti per l’Agenzia del Lavoro; si era stancata di chiederglieli e se un paio di uomini in uniforme si fossero presentati alla porta del suo appartamento, sarebbe scomparsa come tutte le altre volte.

Finì il fondo di quella che avrebbe dovuto essere la birra migliore e più cara del locale e ne ordinò una seconda. Non sapeva dire cosa ci trovasse in quel posto, ma si era accorta subito, sin dalla prima volta in cui ci era entrata, che era uno di quei posti dai quali le era difficile separarsi e che se ci riusciva, le restava nell’anima come una cicatrice dolorosa legata a un ricordo che avrebbe voluto dimenticare. Gli altri posti li poteva contare sulle dita di una mano ma quando lo faceva finiva sempre per rompere qualcosa, qualunque cosa, una lampada, un piatto o una sedia. Dipendeva da cosa le sue mani riuscivano a raggiungere per prima.

Il barista le allungò un secondo bicchiere e si riprese il primo, raccogliendo con un movimento rapido anche la banconota che lei aveva appoggiato sul bancone. Non avrebbe rivisto il resto, lo sapeva, ma non se ne preoccupò. Lo faceva anche lei quando poteva, perciò le sembrava un giusto compromesso.

«Una birra»

Si girò con lentezza, osservando dalla testa ai piedi il tizio che le si era seduto accanto. Un bell’uomo in completo da ufficio – non uno di quelli troppo costosi ma decisamente sopra la soglia della mediocrità –, capelli all’ultima moda e scarpe lucide più di uno specchio. Era un pesce piccolo, non ne valeva la pena, e poi era fuori dall’orario di lavoro. La colpì un pensiero però: che ci faceva lui in un locale del genere? Era una bettola di quart’ordine nascosta nella zona della città più lontana dal distretto economico o da qualsiasi altra parte della city da cui provenisse quel tizio, quindi che ci faceva lì uno come lui?

Sorseggiò la sua birra, fissando lo sguardo nel vuoto oltre le spalle del barista. L’orario di lavoro era finito da un pezzo, per sua fortuna.

«Bella serata, no?»

Alzò gli occhi al cielo. Lei era la sola cliente insieme a quel tipo e se si fosse alzata per cambiare posto o andarsene se ne sarebbe certamente accorto, perciò non le restava altro da fare che stamparsi in faccia il sorriso che tanto detestava e liquidare anche quel fastidio. «Non proprio ma fa lo stesso»

«Ci vieni spesso? Qui… Grazie» afferrò il bicchiere che il barista gli aveva appena passato e bevve metà della birra d’un fiato. Lui e il completo in cui si era infilato facevano a pugni. «Qui al bar, intendo»

«È la prima volta e non penso ce ne sarà una seconda» sorrise, portandosi il bicchiere alle labbra. Sperava che il suo commento fosse sufficiente per fargli capire che, se cercava compagnia, lei non era la ragazza adatta.

«Anche per me lo è» si sistemò sullo sgabello e si girò del tutto verso di lei. «Sai oggi è stato il mio primo giorno di lavoro e i miei colleghi mi hanno convinto a fare una piccola festa in questo posto… Però credo di aver capito male» bevve l’altra metà e anche lui ne ordinò una seconda. «Non devono trovarmi molto simpatico. E dire che non ho neppure accennato al fatto che sarò il loro nuovo capo. Domani in ufficio avranno una bella sorpresa» si sforzò di ridere ma l’occhiata della ragazza lo fece smettere quasi subito. «Di solito non sono così. Cioè, parlo sempre tanto ma mai con degli sconosciuti o con persone di cui non mi fidi… Aspetta, non voglio dire che tu non ispiri fiducia ma…»

«Ho capito» lo bloccò, per nulla infastidita. «Di solito non sfoghi i tuoi problemi sul primo che trovi»

«Sì, esatto… In realtà, non parlo nemmeno così tanto. Anzi, sono una persona piuttosto riservata»

Non ci avrebbe mai messo la mano sul fuoco. Quell’uomo era riservato o taciturno tanto quanto lei era felice e soddisfatta della sua vita in quel momento.

«Tu invece non parli molto, vero? Scommetto anche che detesti quelli come me»

«Se ti avessi detestato, me ne sarei già andata» abbandonò il bicchiere mezzo pieno davanti a lei. Come non aveva idea del perché quel bar la rendesse tanto desiderosa di tornarci sera dopo sera, non sapeva spiegarsi perché la parlantina di quel tipo, invece di irritarla, la divertiva in un modo tanto assurdo. Si rivedeva in lui o semplicemente si diceva che, se il destino non le avesse dato delle pessime carte con cui giocare, forse avrebbe finito per innamorarsi di una persona così. Ma non era più possibile, non per lei almeno.

«Che lavoro fai?»

«Ha importanza?» non riusciva a capire perché ancora non lo avesse lasciato da solo a crogiolarsi in quel sentimento amaro che di certo lo stava tormentando da quando aveva capito che i suoi colleghi si erano presi gioco di lui. Non riusciva a capirlo e quindi se ne restava lì, immobile e in attesa di una cosa qualunque.

«No ma mi chiedevo perché una come te si trovi in un posto simile di venerdì sera, sola e con una birra di pessima qualità come unico modo per ammazzare il tempo» mentre parlava della birra guardò il barista ma lui non fece nemmeno una smorfia.

«Potrei farti la stessa domanda»

«Ma la mia risposta già la conosci»

L’uomo la guardò divertito e lei si vide costretta a sorridere, sinceramente sorpresa dal fatto che più le parlava, meno aveva voglia di andarsene e meno si sentiva costretta a usare la maschera che tutti i giorni le permetteva di guadagnarsi da vivere. Chiunque fosse quel tizio, era il primo che non la infastidiva con tutte quelle chiacchiere.

«Sono una bugiarda» afferrò di nuovo la sua birra, come se tenere tra le mani quel bicchiere avesse potuto darle la forza per sostenere il peso di quella frase. Un po’ la aiutò, ma ben presto sentii la stessa amarezza di sempre e allora decise di annegarla con quella che in realtà era acqua color ambra dal vago sentore di luppolo. Forse era proprio per quello che tornava in quel bar; lì vedeva i suoi problemi e riusciva a cacciarli con un semplice sorso.

«Una bugiarda?» ordinò il terzo giro per entrambi.

«Il mio lavoro è mentire alla gente. Mento dalla mattina alla sera e loro pagano per sentire le mie stronzate» si voltò verso l’altro cliente e lo guardò senza vederlo davvero. Aveva faticato tanto per accettare l’idea che quello era il suo lavoro, eppure erano bastate sette parole per descriverlo. In realtà bastava la prima risposta per capire in cosa consistesse la natura di quello che il suo capo le aveva detto di chiamare lavoro, però un uomo come quello che le sedeva accanto non avrebbe mai potuto comprenderlo, non se guadagnava quel tanto che bastava per permettersi il suo completo, il taglio alla moda e le scarpe lucide.

«Allora non siamo poi così diversi, tu ed io» afferrò il suo bicchiere e dopo aver proposto un brindisi che lei declinò scuotendo la testa, bevve avidamente come la prima volta. «Guardaci! Soli in un bar di venerdì sera, a bere della pessima birra, serviti da un barista muto e che cerca di ucciderci ad ogni nuovo bicchiere che ordiniamo» questa volta il barista lo squadrò, ma non gli disse nulla e come se niente fosse ricominciò a pulire i bicchieri sporchi.

Voleva dargli ragione perché sapeva anche lei che ne aveva da vendere; si era accorta subito che loro due erano simili, quasi identici in un modo che la spaventava e la intrigava al tempo stesso, ma non riusciva a leggere tra le righe, le era impossibile dire cosa stesse nascondendo con quel suo modo di fare. Di solito era brava a capire chi le stava di fronte e non aveva certo difficoltà a indovinare in che direzione andassero le intenzioni della maggior parte delle persone, ma con lui non ne era poi così sicura. Ogni sua azione o frase era forzatamente sopra le righe, fuori dalle sue corde e contraria alla sua vera natura. Stava fingendo in modo plateale per una ragione sconosciuta e se n’era accorta perché lei lo faceva tutti i giorni.

«Ho esagerato, vero? La mia parlantina fa più danni che altro» posò il bicchiere ormai vuoto. «Però lascia che ti dica un’ultima cosa, poi me ne vado e non ti tormenterò più. Ti ho osservata a lungo, istante dopo istante, e credo che ci sia altro dietro quella maschera che ti ostini a indossare» l’uomo si frugò nelle tasche e pagò per entrambi. «Il terzo giro lo offro io! È per essere riuscita a sopportarmi così a lungo» si giustificò con un sorriso, andandosene subito dopo.

Trovava difficile credere a tutto quello che era successo in quei minuti. L’incontro con quell’uomo, il motivo per cui era finito in quel bar, il suo modo di comportarsi e la sua straordinaria loquacità che l’aveva quasi incantata. Tutto si rincorreva nella sua mente quasi faticasse a credere che fosse accaduto realmente e che quello sconosciuto avesse potuto anche solo avvicinarsi alla totale comprensione della sua intera vita in quei pochi minuti di conversazione. La mano del barista si mosse sul bancone e vi lasciò il resto che l’uomo non si era curato di aspettare, il che la sorprese ancor di più. In una settimana non le aveva mai restituito un centesimo e invece per quell’uomo si scomodava persino a contarli uno per uno. Moneta dopo moneta, lasciò cadere i soldi che gli doveva sul bancone, accanto a un pezzo di carta rettangolare che doveva essere uscito dalla tasca di quel tizio mentre pagava. La ragazza lo prese, incuriosita e desiderosa di scoprire il nome di chi le aveva sconvolto la serata, ma sul biglietto trovò solo il disegno di un piccolo filo rosso e dall’altro lato una semplice parola, scritta in caratteri maiuscoli: DESTINO.

Cosa le aveva detto quell’uomo prima di andarsene? Non lo ricordava con esattezza ma era certa avesse a che fare con il modo in cui lei viveva. Sì, certo, aveva parlato della maschera che indossava e che sapeva esserci altro dietro. Ma come poteva saperlo? Lei non gliene aveva parlato, il pensiero non l’aveva nemmeno lontanamente sfiorata e anche se si era sentita a proprio agio, mai avrebbe raccontato a uno sconosciuto dell’insoddisfazione della sua vita o di come riusciva a tirare avanti. Raccolse i soldi e li infilò nella tasca della giacca insieme al biglietto. Forse, se si fosse sbrigata, sarebbe riuscita a raggiungerlo e a chiedergli tutto quello che le agitava l’animo come mai le era accaduto in una vita intera.

Se ne accorse solo più tardi, quando ormai girovagava in strada da ore senza sapere dove poter andare per trovare lo sconosciuto, che non aveva nemmeno toccato il terzo bicchiere di birra che le era stato offerto e che, se anche avesse voluto, non sarebbe più riuscita a trovare la strada per tornare indietro e sedersi di nuovo al bancone solitario del bar, dove un barista muto spillava la peggior birra del mondo nel tentativo di avvelenare chiunque osasse berla.

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